«Discese agli inferi;

il terzo giorno risuscitò da morte»

di Dionigi Tettamanzi, Cardinale Arcivescovo di Milano

Estratto da “Questa è la nostra fede”, Centro Ambrosiano 2004

 

Siamo al momento di passaggio: dall'abbassamento più totale della "discesa" agli inferi, espressione massima della condivisione della morte, all'innalzamento della glorificazione nella risurrezione, ascensione e intronizzazione di Gesù come Signore. Qui, in un solo articolo di fede, il Simbolo degli Apostoli professa «la discesa di Cristo agli inferi e la sua Risurrezione dai morti il terzo giorno, perché» nel passaggio della «sua Pasqua egli dall'abisso della morte ha fatto scaturire la vita» [1].

Il nostro è un testo che fa da collegamento tra quanto professato nell'articolo precedente - «patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto» - e quanto professeremo con i due articoli seguenti: «salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti».

Con questo articolo del "Credo" siamo messi di fronte a un movimento di "discesa-risalita" dall'evidente sapore e significato teologici, ben più importanti e decisivi che non la semplice descrizione dei fatti. E l'uno e l'altro - la discesa agli inferi e la risurrezione da morte - sono sì fatti reali, ma - diversamente da quanto avviene per la nascita e per la morte in croce - non possono essere "fotografati" e descritti con le categorie proprie del racconto o della cronaca. Chiedono, piuttosto, di essere creduti e interpretati.

 

La discesa agli inferi

Le prime parole di questo quinto articolo del "Credo" - «discese agli inferi» - si ricollegano, in un certo modo, alle ultime dell'articolo precedente. Sono parole, dal chiaro sapore neotestamentario [2], che evocano temi teologici da chiarire e approfondire.

Gli "inferi" non si identificano con l'inferno, ossia con lo stato di dannazione, ma semplicemente con il "soggiorno dei morti", lo "shéol" in ebraico, l'ade della lingua e cultura greca.

Affermare che Cristo «discese agli inferi» vuol dire, anzitutto, affermare che, prima della risurrezione, egli ha dimorato tra i morti, ossia ha conosciuto la morte in tutto il suo orrore. Sì, quella di Cristo «fu una morte reale, e non solo apparente. La sua anima, separata dal corpo, era glorificata in Dio, ma il corpo giaceva nel sepolcro allo stato di cadavere. Durante i tre giorni (non completi) passati tra il momento in cui "spirò" (cf. Mc 15, 37) e la risurrezione, Gesù ha sperimentato lo "stato di morte", cioè la separazione dell'anima dal corpo, nello stato e condizione di tutti gli uomini»  [3].

Questo è vero, ma non può essere l'unico significato dell'affermazione: sarebbe troppo simile, quasi una ripetizione, a quanto è stato già detto nell'articolo precedente con la formula «e fu sepolto».

Dobbiamo vedere nelle parole «discese agli inferi» una sfumatura e un accento ulteriori, capaci di infondere fiducia, consolazione, speranza nel cuore di ogni uomo e donna. È lo stesso verbo "discese" a suggerirli. L'uso di questo verbo, infatti, impone di rileggere tutti i verbi precedenti alla luce di un "abbassamento", di una "umiliazione" che condivide la sorte dell'uomo fino alle regioni più lontane dalla luce e dalla vita di Dio. Perfino l'uomo chiuso nel regno dei morti e distante da Dio è visitato da Gesù.

Non c'è situazione o condizione umana - anche la più contraddittoria, la più drammatica, la più disperata, la più apparentemente priva di senso - che non sia raggiunta da Dio, dal suo amore misericordioso, dalla presenza del suo Figlio che si fa vicino e solidale fino a diventare partecipe di ogni vicenda umana, tranne il peccato.

Ripetendo le parole «discese agli inferi», noi diciamo di credere che la morte di Gesù è la conseguenza estrema di uno stile coerente di solidarietà con gli "ultimi", gli oppressi, i poveri, i peccatori e le vittime di ogni male. Con la morte e la discesa agli inferi, la sua condivisione della nostra fragilità giunge fino in fondo.

Dio, prima di trasfigurare il nostro mondo con la sua potenza, ha voluto farci sapere che ci è misteriosamente accanto anche nelle situazioni più disperate, che ci allontanano da lui. Dio non è presente solo nei nostri successi, nello splendore di una vita che ci sorride. Dio è anche là dove l'uomo è sconfitto, perso, incapace di rivolgersi a lui. Anche noi, allora, come il salmista, possiamo ripetere con speranza incrollabile: «Di questo gioisce il mio cuore... perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione»  [4].

C'è ancora di più! «Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri (cf 1 Pt 3,18-19)»  [5].

Credere che Gesù «discese agli inferi» è riconoscere e credere che la sua discesa nella dimora dei morti ha un valore salvifico, di redenzione: qui si compie, nella sua pienezza, il messaggio evangelico della salvezza  [6]. Con la discesa di Gesù agli inferi, la morte di Cristo si presenta come generatrice di redenzione per tutti gli uomini, anche per i giusti che l'avevano preceduto, anche per coloro che erano morti prima della sua venuta e della sua discesa agli inferi: anch'essi vengono raggiunti dalla sua grazia che giustifica e salva.

L'opera redentrice di Cristo è per tutti, nessuno escluso, è anche per quelli che nei giorni della morte e sepoltura di Gesù erano già morti e giacevano negli "inferi", in attesa di essere presi per mano dal Signore e fatti risalire dagli inferi, per partecipare della sua risurrezione e della sua gloria. Gesù è davvero l'unico e universale Salvatore di tutto il genere umano.

Credere che Gesù «discese agli inferi» è, ancora, affermare che la sua è una discesa che conosce una contropartita. Gesù non è disceso agli inferi per rimanervi, ma per "risalire dagli inferi" e per risalirvi non da solo, ma in compagnia degli uomini da lui salvati e redenti. La discesa di Gesù nel regno dei morti non ha senso se non in relazione con la sua risalita. La morte non ha avuto il potere di trattenerlo.

Credere nella discesa-risalita di Gesù è credere che Gesù ha distrutto il regno della morte nella sua stessa sede. È credere che non c'è angolo dell'universo sottratto al suo governo e che non c'è uomo di qualunque epoca della storia che non sia raggiunto dalla sua offerta di salvezza. È credere che la morte di Cristo non è disgiungibile dalla sua risurrezione e che il Crocifisso-risorto è davvero colui che ha vinto definitivamente la morte.

In questa luce, anche la morte dell'uomo assume un aspetto nuovo. In quanto viene inserita nel movimento dell'abbassamento di Gesù, essa assume la figura di una condizione di passaggio, di una condizione segnata da provvisorietà. È solo una fase di un movimento più vasto di "discesa-ascesa": da Dio e verso Dio. In quanto visitata da questa condivisione del Figlio, la morte perde il suo carattere spaventoso e sconvolgente di esperienza di estrema solitudine. Anche la passività impotente della morte può diventare in Cristo uno spazio vivo di incontro e di redenzione.

Possiamo concludere - come ci ricorda Giovanni Paolo II - che «la verità espressa dal Simbolo degli Apostoli con le parole "discese agli inferi", mentre contiene una riconferma della realtà della morte di Cristo, nello stesso tempo proclama l'inizio della sua glorificazione. E non solo di Lui, ma di tutti coloro che per mezzo del suo sacrificio redentore sono maturati alla partecipazione della sua gloria nella felicità del regno di Dio»  [7].

 

La risurrezione da morte

Siamo così al secondo contenuto di questo articolo del "Credo", espresso con le parole «il terzo giorno risuscitò da morte».

Dopo quelli della nascita e dello scandalo della croce, inizia ora il terzo momento del passaggio centrale del "Credo", nel quale ci si sofferma sul mistero di Gesù Cristo. È il momento della glorificazione.

Dal tempo della narrazione dell'evento entriamo ora nel tempo della testimonianza meravigliata dei discepoli. Coloro che avevano conosciuto e seguito Gesù e che avevano assistito, sconvolti, alla sua tragica fine, lo hanno incontrato di nuovo. Lo hanno trovato ripieno di una vitalità nuova, col desiderio di riprendere i gesti di condivisione, guarigione e insegnamento di prima.

 

La morte aveva interrotto il rapporto con Gesù. Ma lo aveva interrotto per un attimo, solo per un attimo. Gesù, infatti, risuscitò da morte «il terzo giorno». Sì, questo attimo di interruzione del rapporto è stato di "tre giorni".

Si tratta di un'indicazione teologica prima che cronologica. I "tre giorni" esprimono il tempo breve della prova, quell'attimo in cui il giusto che ha confidato in Dio si sente abbandonato da lui, prima di sperimentarne di nuovo l'intervento salvatore. È questa una certezza di fede annunciata dal profeta: «Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza»  [8]. Ed è una certezza di fede che risuona ancora nel rabbinismo: «Il Santo, benedetto egli sia, non lascia mai il giusto nella sventura più di tre giorni»  [9].

Dire che Gesù risuscitò da morte «il terzo giorno» significa anche credere che la risurrezione di Gesù è un avvenimento storico: la risurrezione di Gesù, cioè, - pur essendo in se stessa un evento soprannaturale, escatologico e metastorico - è legata alla nostra storia, ha lasciato in essa tracce che, in certa misura, la rendono constatabile e criticamente accertabile.

Ancora più profondamente, letta alla luce dell'Antico Testamento e della letteratura rabbinica, la formula «il terzo giorno risuscitò da morte» sta a indicare che la risurrezione di Gesù è opera di Dio  [10]. Il «terzo giorno», in realtà, è il giorno dell'azione salvifica di Dio, nel quale egli interviene con potenza nella storia. È per questo che il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli ora riprende, più splendido e forte di prima  [11]. Esso, infatti, è basato sulla potenza di vita di Dio e non più sulle possibilità dell'uomo.

Nella risurrezione di Gesù si rivela l'azione del Padre e si ha la massima manifestazione dell'onnipotenza divina. E quella del Padre è un'azione che offre la risposta vera alla domanda rimasta in sospeso di fronte alla croce: "Dio abbandona davvero chi si affida a lui? Può un padre abbandonare il figlio?".

La risurrezione, operata da Dio, non è il lieto fine per l'eroe che è riuscito a scampare alla prova più radicale. È, piuttosto, «la conferma di tutto ciò che Cristo stesso ha fatto e insegnato»  [12] e della verità della divinità di Gesù [13]. È la rivelazione della stessa verità della morte in croce e del suo senso: della morte in croce è la conclusione perfetta, perché precisamente nella risurrezione la morte di Gesù appare come offerta sacrificale, ispirata da amore, che il Padre accoglie e ratifica proprio facendo risuscitare Gesù. La risurrezione, ancora, è la conferma che la relazione filiale, il dialogo col Padre che Gesù ha voluto estendere anche a noi qui sulla nostra terra, è un legame più forte della morte. Anzi: è un legame così vero e radicale da trasformare la morte nell'attesa della piena manifestazione della potenza di Dio a nostro favore.

Quella di Gesù - proclamiamo sempre nel "Credo" - è una risurrezione «da morte». L'espressione va letta come gesto di separazione. In Gesù, Dio riprende il gesto originario della creazione  [14]. Come allora aveva separato la luce dalle tenebre, il cielo dalla terra e la terra dalle acque, così ora Dio separa la vita nuova di suo Figlio dalla morte, dal male, dal peccato.

Credere che Gesù «risuscitò da morte» significa credere che, con la risurrezione di Gesù, il nostro Dio vuole comunicare - a Gesù e, tramite lui, anche a noi - una vita separata da tutto ciò che costituisce una minaccia o una diminuzione della vita vera. In positivo, significa credere che la risurrezione non è la "rivivificazione di un cadavere", un ritorno alla vita precedente  [15], ma è, piuttosto, l'ingresso in un'esistenza nuova, che partecipa della pienezza di vita di Dio. È entrare in una vita che non conosce il veleno della morte.

 

Nella risurrezione di Cristo si fonda la fede e

 hanno origine gioia e speranza

Con le parole semplici e concise «il terzo giorno risuscitò da morte», noi affermiamo e ripetiamo l'annuncio potente e beato che rende vero il cristianesimo e che sta al centro di tutta la storia dell'umanità, trasformandola in storia di gioia e di speranza.

Sì, Cristo è risorto! «Quel Gesù, che nacque a Betlemme da Maria Vergine, che fu vaticinato dai Profeti e fu Maestro in mezzo al popolo d'Israele, che fu da alami riconosciuto e amato, da molti respinto, e poi esecrato, condannato, crocifisso, e morì e fu sepolto, è risorto, è veramente risorto, al mattino del terzo giorno; ha ripreso vita vera, nuova, soprannaturale, vincendo per sempre la grande nemica, la morte. È risorto» [16].

Questo è il fatto che fonda tutta la nostra fede: un fatto "storico", reale, documentato e documentabile e, insieme, un "mistero" che trascende la nostra umana comprensione ed esperienza  [17].

La risurrezione di Cristo è il contenuto della nostra fede e, nello stesso tempo, è il motivo per cui crediamo. Se non fosse vero, la nostra fede sarebbe vana, campata nel vuoto; vana sarebbe anche la nostra speranza; il male e la morte ci terrebbero tutti in ostaggio; la nostra vita non avrebbe più senso  [18]. Ma non è così: Gesù Cristo «il terzo giorno risuscitò da morte», egli è veramente risorto! Stanno qui la grandezza, la bellezza e tutta la potenza salvifica della nostra fede.

Quello della risurrezione è un fatto che riguarda anzitutto Gesù, la sua storia, la sua vita, il suo Vangelo. Essa «significa il riconoscimento e la proclamazione di Gesù di Nazareth come "Signore e Dio"... La risurrezione fu il "segno" dato da Dio per "approvare" Gesù Cristo (Mt 12,40), per esaltarlo al di sopra di tutti e di tutto (Fil 2,9- 11), per costituirlo Signore dell'universo, maestro e giudice di tutti gli uomini (At 10,42; Rom 14,9; 2Tim 4, l)»  [19].

Ma è un fatto che riguarda anche noi. La risurrezione di Gesù ci fa entrare in una vita nuova, perché è «la giustificazione che ci mette nuovamente nella grazia di Dio» e realizza «l'adozione filiale» degli uomini, procurando loro «una reale partecipazione alla vita del Figlio unico» di Dio  [20]. Essa è «principio e sorgente della nostra risurrezione futura»  [21].

Proclamando la nostra fede nella risurrezione di Gesù, affermiamo che in lui, il Crocifisso risorto, si è realizzata la redenzione dell'umanità: «in Cristo noi siamo salvati. In Cristo si concentrano i nostri destini, in Cristo si risolvono i nostri drammi, in Cristo si spiegano i nostri dolori, in Cristo si profilano le nostre speranze»  [22]. La risurrezione, quindi, riguarda tutta l'umanità, tutta la raggiunge, la rinnova, la trasforma. Non c'è persona che non ne venga investita in modo salutare e benefico  [23].

Credere che Gesù «risuscitò da morte» significa riconoscere che il cristianesimo è gioia e che la Pasqua del Signore è il fondamento più solido e la causa più vera della speranza dell'uomo e del mondo.

Con la risurrezione di Cristo viene data risposta piena e definitiva a quell'anelito verso la gioia e la felicità autentiche che abita il cuore di ogni uomo e al quale ogni religione cerca di dare risposta. Nella Pasqua di Cristo ha finalmente inizio quella vita per la quale l'uomo è stato creato e si inaugura la rigenerazione dell'umanità. Ed è per questo che - lungi dal presentarsi e dall'essere catena al progresso, umiliazione dell'uomo, tristezza per la vita - la fede cristiana è la fonte della gioia.

«Il cristianesimo è gioia. La fede è gioia. La grazia è gioia», perché «Cristo è la gioia, la vera gioia del mondo» [24]. Ed è, quella cristiana, una gioia che sa esprimersi e affermarsi anche in mezzo alle fatiche, alle prove, alle sofferenze, alla morte  [25].

La risurrezione di Cristo è anche la causa della nostra speranza. Sì, quello pasquale non è solo un messaggio di gioia; è anche un messaggio, un annuncio di speranza. Lo è perché la speranza, quella vera, si fonda sulla fede, la quale, «nel linguaggio biblico, "è fondamento delle cose sperate" (Eb 11,1); e nella realtà storica è... Gesù risorto!»  [26].

 


[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 631.

[2] Così si esprime, al riguardo, Giovanni Paolo II in una delle sue catechesi sul Credo durante le udienze generali del mercoledì: «I testi del Nuovo Testamento, dai quali è derivata quella formula, sono numerosi. Il primo si trova nel Discorso di Pentecoste dell'Apostolo Pietro, il quale, richiamandosi al Salmo 16 per confermare l'annunzio della risurrezione di Cristo, ivi contenuto, afferma che il profeta Davide "previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi né la sua carne vide corruzione" (At 2, 31). Un significato simile ha la domanda che pone l'apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: "Chi discenderà nell'abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti" (10, 7). Anche nella Lettera agli Efesini, vi è un testo che, sempre in relazione a un versetto del Salmo 69: "Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini" (Sal 69,19), pone una domanda significativa: "Ma che significa la parola 'ascese', se non che prima era disceso nelle parti inferiori della terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli per riempire tutte le cose" (Ef 4, 8-10). In questo modo l'Autore sembra collegare la "discesa" di Cristo nell'abisso (in mezzo ai morti), di cui parla la Lettera ai Romani, con la sua ascensione al Padre, che dà inizio al "compimento" escatologico di ogni cosa in Dio» (Giovanni Paolo II, All'udienza generale dell'11 gennaio 1989, n. 3, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II XII/1[1989] 75-76).

[3] Ivi, p. 76.

[4] Salmo 16, 9-10.

[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 632.

[6] «La discesa agli inferi è il pieno compimento dell'annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell'opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 634).

[7] Giovanni Paolo II, All'udienza generale dell'11 gennaio 1989, n. 8, cit., p. 79.

[8] Osea 6, 2.

[9] Genesi Rabbah 91, 7. (Ndr. - Esegesi sistematica del libro della Genesi prodotta dai saggi giudaici intorno al 450 D.C.)

[10] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 648-650.

[11] Riprendendo un testo liturgico che mette in bocca al Signore risorto il saluto pieno di amore che egli rivolge al Padre: «Sono risorto, ed eccomi di nuovo con te», il cardinale Giovanni Colombo così descriveva questo rapporto tra Gesù e i suoi discepoli: «Lo stesso saluto possiamo pensare che egli rivolga a ciascuno di noi con accento di tenerezza, di gioia e di speranza: "Sono risorto, ed eccomi ancora con te".

Sono risorto: entrato nella gloria del Padre, non sono andato lontano, ma vivo vicino a te. Basta un atto di fede, e colui che tu cerchi, è con te.

Sono risorto: libero oramai dalle condizioni dello spazio, io sono con te dovunque tu sia, in patria o all'estero, in casa o in viaggio, nella solitudine o tra la folla, al lavoro o in vacanza.

Sono risorto: libero dalle condizioni del tempo, sono tuo contemporaneo e tuo coetaneo, qualunque sia la tua generazione o la tua età, e perciò posso comprendere e condividere le difficoltà e i problemi e le attese del tuo tempo e della tua età.

Sono risorto: ed eccomi di nuovo con te. Se credi davvero, non sei più solo nella vita, nella morte, e oltre. Hai sempre un Amico che ti ama dell'amore più grande. C'è sempre Qualcuno che ti segue non visto e aspetta, tacendo e perdonando, di essere riconosciuto e amato, per renderti pienamente felice» (G. Colombo, Sono risorto! Ed eccomi di nuovo con te. Esposizione della fede pasquale [27 marzo 197], in 1963-1976. Voce e storia della Chiesa ambrosiana. Il magistero pastorale del card. Giovanni Colombo, Centro Ambrosiano, Milano, 1976, vol. I, pp. 164-165).

[12] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 651.

[13] Ivi, n. 653.

[14] Cfr. Genesi 1.

[15] «La Risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena... Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un'altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella Risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria...» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 646).

[16] Paolo vi, Messaggio pasquale per la Benedizione Urbi et Orbi (29 marzo 1964), in Insegnamenti di Paolo VI II (1964) 214.

[17] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 639-647.

[18] Cfr. 1 Corinzi 15,14-19: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini».

[19] G. Colombo, Sono risorto! Ed eccomi di nuovo con te. Esposizione della fede pasquale, cit., p. 162. Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 651-653.

[20] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 654.

[21] Cfr. ivi, n. 655.

[22] Paolo vi, Messaggio pasquale per la Benedizione Urbi et Orbi (29 marzo 1964), cit. p. 215.

[23] Cfr. ivi: «Non è un fatto isolato la risurrezione del Signore, è un fatto che riguarda tutta l'umanità; da Cristo si estende al mondo; ha un'importanza cosmica. Ed è meraviglioso: quel prodigioso avvenimento si riverbera sopra ogni uomo venuto a questo mondo con effetti diversi e drammatici; investe tutto l'albero genealogico dell'umanità; Cristo è il nuovo Adamo, che infonde nella fragile, nella mortale circolazione della vita umana naturale un principio vitale nuovo; ineffabile ma reale, un principio di purificante rigenerazione, un germe di immortalità, un rapporto di comunione esistenziale con lui, Cristo, fino a partecipare con lui, nel flusso del suo Spirito Santo, alla vita stessa dell'infinito Iddio, che in virtù sempre di Cristo possiamo chiamare beatamente Padre nostro».

[24] Ivi, p. 218.

[25] Cfr. ivi: «La vita cristiana, sì, è austera; essa conosce il dolore e la rinuncia, esige la penitenza, fa proprio il sacrificio, accetta la croce e, quando occorre, affronta la sofferenza e la morte. Ma nella sua espressione risolutiva la vita cristiana è beatitudine. [...] Così che essa è sostanzialmente positiva; essa è liberatrice, purificatrice, trasformatrice: tutto in essa si riduce a bene, tutto perciò a felicità nella vita cristiana. [...] È sovranamente ottimista. È creativa. È felice oggi, in attesa d'una felicità piena domani».

[26] Paolo vi, Messaggio pasquale per la Benedizione Urbi et Orbi (11 aprile 1971), in Insegnamenti di Paolo VI IX(1971) 280.


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31 marzo 2021        a cura di Alberto "da Cormano"     Grazie dei suggerimenti      alberto@ora-et-labora.net