L’ASCENSIONE DI GESÙ

E LA NOSTRA ASCENSIONE

Estratto da “Gesù – Pagine scelte”, di John Henry Newman, a cura di G. Velocci, Ed. Paoline 1992 [1]

 

Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (Col 3,1-3).

Quando nel rito liturgico dell’Eucarestia siamo invitati a « innalzare i nostri cuori », rispondiamo: « Sono rivolti al Signore », a quel Signore che è asceso in alto, a colui che non è più qui, ma che è risorto, è apparso agli apostoli ed è scomparso dalla vista. Sempre, ma specialmente in questo giorno nel quale commemoriamo la sua risurrezione e la sua ascensione, noi siamo spinti ad ascendere in spirito come il Salvatore, che ha vinto la morte e ha aperto il regno del cielo a tutti i credenti.

Molti uomini però non ascoltano il richiamo della liturgia; essi sono impediti, anzi posseduti, assorbiti dal mondo, e non possono elevarsi perché non hanno ali. La preghiera e il digiuno sono stati definiti le ali dell’anima, e quelli che non pregano e non digiunano, non possono seguire il Cristo. Non possono innalzare a lui i cuori. Non hanno il tesoro in alto, ma il loro tesoro, il loro cuore e le loro facoltà sono sulla terra (Cfr. Mt 6,21); la terra è la loro eredità e non il cielo.

Grande è perciò il contrasto tra i molti e quelle anime sante e benedette (e fossimo noi nella loro compagnia!) che risorgono con Cristo, e pongono il loro affetto nelle cose del cielo e non in quelle della terra (Cfr. Col 3,2).

Gli uni sono nella luce e nella pace, gli altri formano la massa che si accalca e si affretta per la via larga che conduce alla perdizione (Mt 7,13); sono nel tumulto e nella lotta, nell’ansietà e nell’amarezza, o almeno nella freddezza e nell’aridità di spirito; al meglio, sono in un’allegria di breve durata, vuota e inquieta; sono ciechi per quanto concerne il mondo futuro.

Questo è il caso di molti. Camminano senza scopo e senza ideale, vivono irreligiosamente o nella tiepidezza, e non hanno nulla da addurre a loro difesa. Seguono tutto ciò che li colpisce e li attira, indulgono ai loro piaceri naturali. Non pensano a educare i loro gusti e i loro principi, a salire più in alto di dove sono, ma si abbassano e si degradano verso i sentimenti terreni e le inclinazioni carnali, perché queste si presentano con grande forza.

Al contrario le anime sante prendono una via diversa; esse sono risorte con Cristo (Cfr. Col 3,1) e sono come persone salite su una montagna e ora si riposano sulla cima. Tutto è rumore e frastuono, nebbia e tenebra ai suoi piedi; ma sulla vetta tutto è così calmo, così tranquillo e sereno, così puro e chiaro, così luminoso e celeste che per loro è come se il tumulto della valle non risuonasse al di sotto, e le ombre e le tenebre non ci fossero.

La cima del monte è un’immagine frequente nella Scrittura: con essa Io Spirito onnipotente ci parla della nostra vocazione nel Cristo. Questo per esempio fu annunziato dalla Chiesa cristiana: Sarà saldo il monte della casa del Signore sulla cima dei monti... verso di esso andranno popoli numerosi e diranno: Andiamo, saliamo sul monte del Signore (Is 2,2-3).

Anche il tempio di Salomone fu costruito in un luogo elevato, ovviamente, fra altre ragioni [, che a prima vista sembrano di natura opposta,] per mostrare che la religione consiste nel ritirarci dal mondo e nel salire verso il cielo: Egli preferì la tribù di Giuda, dice il salmista, e il monte Sion che amava. Edificò il suo tempio alto come il cielo (Sal 78,68-69).

Non intendo dire che un uomo che trascura i doveri di questo mondo possa essere religioso; ma che negli uomini religiosi c'è una vita più intima e più vera, al di là della vita e della conversazione che gli altri vedono o, per esprimermi con le parole di Paolo, la loro vita è nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3).

Cristo stesso lavorò come il Padre suo (Cfr. Gv 5,17) e lo comandò agli altri: Lavorate mentre è giorno (Cfr. Gv 9,4), tuttavia rimane vero che il Padre e il Figlio sono invisibili, che vi è un’ineffabile unione tra di loro, e non dipendono dai mortali interessi di questo mondo; e così noi, pur nella nostra misura finita, dobbiamo vivere secondo il loro divino esempio, in comunione con loro, come se fossimo sulla cima del monte mentre compiamo i nostri doveri verso il mondo peccatore e irreligioso che giace ai suoi piedi.

La storia di Mosè ci offre un altro esempio dell’elevazione del cuore a Dio; anch’essa viene rappresentata con la stessa immagine [2]. Egli andò sul monte per quaranta giorni e lì ebbe le visioni (Cfr. Es 24,18). Si deve notare che per tutto quel tempo rimase senza mangiare pane e senza bere acqua. Questo miracoloso digiuno è una lezione per noi, sul modo in cui i cristiani si devono accostare a Dio.

Ma riflettiamo ancora a ciò che accadde nella pianura, mentre Mosè era sul monte. Lì c’era la ribellione, l’empietà, il peccato del mondo. Giosuè udì il rumore del popolo che gridava e disse a Mosè: C’è un rumore di battaglia nel campo. Ma Mosè rispose: No, questo non è né grido di vincitori né grido di sconfitti: io sento voci di canto (Es 32,17-18).

La vita del nostro Salvatore ci presenta un altro singolare esempio di questa divina comunione e del mondo turbolento che vi è in contrasto. Quando salì sul monte della Trasfigurazione con i suoi tre apostoli, nella sommità tutto era calmo e tranquillo come il cielo. Egli apparve nella gloria, Mosè ed Elia con lui: si sentì la voce del Padre; san Pietro esclamò: Maestro, è bene per noi rimanere qui (Mt 17,4; Mc 9,5; Lc 9,33). In quel momento lui e gli altri apostoli sentirono che la loro vita era nascosta con Cristo in Dio.

Ma quando discesero dalla montagna, come cambiò la scena! Fu come discendere dal cielo in terra [3]. Quando egli tornò dai suoi discepoli, racconta l’evangelista, osservò una gran folla intorno ad essi e gli scribi che disputavano con loro. E appena lo vide, tutta la folla, assai meravigliata, accorse per salutarlo (Mc 9,14-15). Ed egli trovò che gli apostoli stavano tentando di scacciare un diavolo; ma non vi riuscivano. E fu allora che disse queste parole, conformi all’azione di Mosè: Questa specie di demoni non si può cacciare con nessun altro mezzo, se non con la preghiera e con il digiuno (Mt 17,21).

Inoltre il Signore, anche quando fu innalzato sulla croce, offrì l’esempio di un’anima protesa verso il cielo e nascosta in Dio, mentre ai suoi piedi stava il mondo tumultuante. La folla incredula si accalcava intorno alla croce, quelli che passavano lo insultavano e gli scribi lo schernivano. Tuttavia egli, anche nella sua agonia, era immerso nella divina contemplazione. [Egli disse: "Padre, perdona loro (Lc 23,34)", "Perché mi hai abbandonato? (Mt 27,46; Mc 15,34)" "È compiuto (Gv 19,30)", " Nelle Tue mani affido il Mio Spirito (Lc 23,46)."]

E mentre lui era nascosto in Dio, così pure, in quel terribile momento, al suo fianco c’era uno che lo fissava ed era nascosto con lui in Dio. Il buon ladrone disse: « Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno ». E Gesù gli rispose: « In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,42-43).

E nella sua risurrezione Gesù si separò ancora di più da questo mondo agitato ed entrò nella pace, come il salmista aveva già predetto: Io ho costituito il mio Re sopra Sion, mio monte santo (Sal 2,6). Prima del tempo è stabilito il tuo trono, prima dei secoli tu sei. I fiumi hanno alzato, o Signore, i fiumi hanno alzato la loro voce, hanno alzato i fiumi il loro fragore. Le voci delle grandi acque sono potenti e i flutti del mare si infrangono con forza, ma più potente è il Signore nell'alto dei cieli (Sal 93,3-5).

Questi passi possono essere presi come figure se non come esempi della dottrina e del comandamento a cui ci richiama il testo. Cristo è asceso in alto, e noi dobbiamo salire con lui. È scomparso dalla vista, e noi dobbiamo seguirlo. È andato al Padre, e noi pure dobbiamo fare in modo che la nostra vita sia nascosta con Cristo in Dio. Questa è la promessa che egli fece, nella preghiera offerta al Padre, prima della sua passione, per tutti i suoi discepoli, sino alla fine del mondo.

["Padre santo", disse, " custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. ... Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. ... Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, ... Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità,... perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Giovanni 17, 11:15:16:20:21:23:26). Con favore a questo annuncio sacro e solenne, san Paolo parla nel testo dei seguenti versetti: "Se dunque siete risorti con Cristo," egli dice, " cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!... Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra" (Col 3,1-3:5).]

È dunque dovere e privilegio di tutti i discepoli del nostro Signore, che è nella gloria, essere glorificati e trasfigurati con lui; vivere in cielo con i loro pensieri, motivazioni, ideali, desideri, piaceri, preghiere, lodi, intercessioni, anche mentre sono ancora nella carne; apparire come gli altri uomini, essere impegnati come gli altri uomini, [essere passati in mezzo alla folla di uomini, o anche essere disprezzati o oppressi, come possono essere gli altri uomini,] ma nello stesso tempo avere un segreto canale di comunicazione con l’Altissimo, un dono che il mondo non conosce; avere la propria vita nascosta con Cristo in Dio.

Gli uomini di questo mondo vivono in questo mondo e dipendono da esso; ripongono la loro felicità in questo mondo; in esso cercano gli onori e le soddisfazioni. La loro vita non è nascosta e suppongono che ognuno che incontrano sia come loro. Ritengono per certo che ogni altro uomo ricerca le stesse cose che essi desiderano, così come sono certi che ha la stessa apparenza esterna, la stessa natura, un’anima e un corpo, occhi e lingua, mani e piedi.

Guardano attentamente intorno e, per quanto possono vedere, ogni uomo è uguale all’altro. Sanno che moltissimi, purtroppo la maggior parte, sono come loro, amanti di questo mondo, e ne deducono, di conseguenza, che tutti sono così.

Negano la possibilità che altri principi e vedute, che non siano di questo mondo, possano essere più importanti. Ammettono che un uomo possa essere influenzato da motivi religiosi; ma non che possa esserne guidato, che viva secondo questi, che li riconosca come i capisaldi, come le leggi primarie e ultime della sua condotta; questo essi rigettano.

Hanno escogitato proverbi e detti per affermare che ognuno ha il suo valore; che ognuno di noi ha il suo lato debole; che la religione è una bella teoria; e che l’uomo più religioso è solo colui che nasconde più abilmente a se stesso e agli altri il suo amore del mondo; e che gli uomini non sarebbero uomini se non amassero e desiderassero le ricchezze e gli onori.

In accordo con le loro vedute, essi hanno imputato al Signore stesso le intenzioni più basse e più vili, piuttosto che credere che fosse colui che egli disse di essere veramente. Dissero che fu un ingannatore; che desiderò diventare re; che compì i miracoli per opera di Belzebub [4].

Il Figlio dell’uomo, però, mentre era in terra con il suo agire esteriore, in spirito era in cielo. Seguitelo nel deserto durante i quaranta giorni di digiuno quando non mangiò né bevve; o dopo la tentazione del diavolo quando vennero gli angeli e lo servirono; o salite con lui sulla montagna a pregare, dove, come ho già detto, fu trasfigurato e parlò con Mosè e con Elia; e voi vedrete dove era realmente e con chi, mentre dimorava su questa terra: con i santi e con gli angeli, con il Padre, che lo proclamò suo Figlio prediletto, e con lo Spirito Santo che discese su di lui.

Egli fu il Figlio dell’uomo che è nel cielo (Cfr. Gv 3,13), e che mangiò un cibo che gli altri non conoscevano (Cfr. Gv 4,32).

Così diverremo noi, nell’apparenza e nella realtà, se saremo suoi. Veramente la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo (1 Gv 1,3); ma quanto al mondo, non saremo tenuti in grande considerazione: Il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto lui (1 Gv 3,1). Ancor di più, saremo messi in ridicolo a causa della nostra religione, saremo disprezzati o anche puniti: Se han chiamato Belzebub il padrone di casa, quanto più i suoi familiari! (Mt 10,25)

Tale è la condizione di coloro che risorgono con Cristo. Egli risuscitò nella notte, quando nessuno lo vide; e così noi pure risusciteremo: ma non sappiamo né come né quando. Nessuno conosce alcunché della nostra storia religiosa, del nostro andare a Dio, del nostro crescere in grazia, dei nostri successi, ma solo Dio che li produce segretamente.

Perciò gioiamo e approfittiamo di questo santo tempo: «Cristo è morto, anzi è risorto, e ora è alla destra del Padre, e intercede per noi» (Rm 8,34). Eventi meravigliosi accaddero mentre il mondo sembrava procedere nel suo corso ordinario. Ponzio Pilato si considerò come gli altri governatori; i capi ebrei rimasero attaccati agli scopi e ai pregiudizi dai quali erano sempre stati dominati; Erode proseguì nella sua strada di peccato, e dopo aver visto e messo a morte un profeta, sperò di vedere miracoli operati da un altro. Tutti costoro considerarono le cose alla luce di questo mondo; si dissero: «Domani sarà come oggi e ancor meglio». Ascoltarono notizie e videro eventi e provvidero alle necessità del momento lasciando da parte il pensiero di Dio.

Così gli uomini continuarono la loro vita ai piedi del monte, e non si curarono di quello che avveniva sulla cima. Non si accorsero che un altro meraviglioso corso, contrario a quello di questo mondo, iniziava e si avviava sotto il velo di questo mondo. Così fu allora, così è anche oggi.

Il mondo non conosce e non rende testimonianza alla segreta comunione dei cristiani con Dio, alle loro preghiere, lodi e intercessioni. Ma, ciò nonostante, questi hanno i privilegi dei santi: una conoscenza, una gioia e una forza che non possono comprendere e descrivere; e se anche potessero, non lo farebbero. «Quanto è grande, o Signore, il bene che serbi a quelli che ti temono e che concedi a quelli che ricorrono a te nel cospetto degli uomini» (Sal 31,20). «Quando sono nell’ansietà, tu li nascondi all’ombra della tua faccia dalle congiure dei potenti, li proteggi in una tenda dagli attacchi delle male lingue» (Sal 31,21).

["Sono delusi? "Tu hai messo più gioia nel mio cuore di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza".  Sono disprezzati dai benestanti? "Hanno figli in abbondanza", dice un altro Salmo, "e lasciano i loro avanzi ai loro bambini; ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine". Sono scoraggiati? Il Salmista ha fornito loro una consolazione: "Ma io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra. Mi guiderai secondo i tuoi disegni e poi mi accoglierai nella gloria. Chi avrò per me nel cielo? Con te non desidero nulla sulla terra. Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma Dio è roccia del mio cuore, mia parte per sempre". Sono in pericolo? "Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. ... Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire". Così c'è pienezza senza misura per ogni bisogno e la si trova in Colui nel quale la nostra vita è costituita; "gli uomini che si rifugiano all'ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa: tu li disseti al torrente delle tue delizie. È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce". Affinché possano opportunamente gridare: "Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia, sazia di beni la tua vecchiaia, si rinnova come aquila la tua giovinezza". (Sal 31,21:22; 4,8; 17,15:16; 73,23-26; 91,1-7; 36,8-10; 103,1-5).].

Questa, fratelli miei, è la nostra eredità, se noi scegliamo di accettarla: «Chi potrà salire al monte del Signore, e chi starà nel suo luogo santo?... Chi conduce una vita innocente e agisce con giustizia; chi dice la verità dal suo cuore. Egli otterrà benedizioni dal Signore e giustizia da Dio suo Salvatore. Tale è la generazione di coloro che ti cercano, e desiderano vedere la tua faccia, o Dio di Giacobbe» (Sal 24,3-5).

Aspirate perciò a essere «concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Seguite il loro cammino come essi hanno seguito quello di Cristo. Anche se la salita è ripida, non vi perdete di animo, perché la ricompensa è grande; fin quando non l’avrete provata, non potrete formarvi un’idea di quanto grande e sublime essa sia.

L’invito ci dice: «Gustate e vedete com’è soave il Signore» (Sal 34,9). Se finora avete pensato troppo poco a queste realtà, se avete ritenuto che la religione consista soltanto in quello in cui certamente consiste, e cioè nell’adempiere bene la vostra professione terrena, sociale, nell’essere amabili, garbati, attenti agli altri, cortesi; ma se avete ritenuto che essa non sia nulla più di questo, se avete trascurato di incrementare il grande dono di Dio che è radicato profondamente dentro di voi, il dono dell’elezione e della rigenerazione; se siete stati meschini nelle vostre devozioni o preghiere, nell’intercessione e nella lode, di conseguenza, avete poco o nulla della dolcezza, della grazia attraente, dell’innocenza, della novità, della tenerezza, della gioia dell’eletto di Dio; se al presente siete realmente manchevoli nella preghiera e negli altri esercizi di pietà, date un nuovo inizio alla vostra vita.

Cominciate ora, in questo tempo santo, e risorgete con Cristo. Guardate: Egli vi offre la mano; Egli risorge: risorgete con Lui. Uscite dalla tomba del vecchio Adamo, dalle preoccupazioni che appesantiscono, dalle gelosie, dall’irritabilità e dagli ideali mondani, dalla schiavitù delle abitudini, dal tumulto delle passioni, dal fascino della carne, dallo spirito freddo, mondano, calcolatore; dalla frivolezza, dall’egoismo, dalla sdolcinatezza, dall’ambizione e dall’orgoglio.

Impegnatevi d’ora innanzi a fare quello che è così difficile compiere, ma che non deve essere tralasciato; vegliate, pregate e meditate secondo le possibilità concesse a voi da Dio. Date generosamente del vostro tempo, se ne avete, al vostro Signore e Salvatore. Se ne avete poco, mostrate la consapevolezza di quanto esso sia un privilegio dando quel poco. Ma in ogni caso mostrate che il vostro cuore, i vostri desideri, la vostra vita sono con Dio. Riservate, ogni giorno, dei momenti per cercarlo. Umiliatevi per essere stati finora languidi e incerti. Vivete più strettamente uniti a lui; prendete il suo giogo su di voi (Cfr. Mt 11,29).

Non vi sto esortando a uscire dal mondo, o ad abbandonare i vostri doveri del mondo, ma a redimere il tempo; vi invito a non dare le vostre ore al semplice piacere o alla società, mentre date solo dei minuti a Cristo; a non pregarlo solo quando siete stanchi e incapaci di fare qualsiasi cosa; a non tralasciare di lodarlo, o di intercedere per il mondo e per la Chiesa; ma a realizzare in buona misura la parola di san Paolo: Cercate le cose di lassù (Col 3,2), e a dimostrare che siete suoi perché il vostro cuore è risorto con Cristo e la vostra vita è nascosta in lui.

Parochial and Plain Sermons, VI, pp. 208-220.



[1] Nota del redattore del sito. Tra parentesi quadre ho inserito la traduzione di alcuni brani che nel libro citato sono stati omessi. Testo inglese prelevato da “Works of John Henry Newman”, The National Institute for Newman Studies 2007.

[2] C'è qui un accenno a quello che dovrebbe essere il programma del cristiano, teso alla perfezione: l'accordo tra la preghiera e l'azione, tra la vita contemplativa e la vita attiva. Nelle scuole di spiritualità si è discusso a lungo, a volte vivacemente, sul valore e sul primato dei due aspetti; infine ci si è incontrati in una soluzione di equilibrio tra le due vite, espressa nel celebre motto: Contemplari et contemplata aliis tradere (contemplare e comunicare agli altri le realtà contemplate) (cfr. S. Gatto, M. Caprioli, s. v. Vita (contemplativa, attiva, mista) in Dizionario enciclopedico di spiritualità, Roma 1990, vol. III, coll. 2646-2652).

Fu questo l’ideale perseguito da Newman, uomo d’instancabile attività, ma anche di assidua preghiera. Potremmo ricordare il suo ritiro nel villaggio di Littlemore dove condusse con alcuni amici, dal 1843 al 1845, una vita quasi monastica: cfr. M. Trevor, Newman. The Pillar of the Cloud... cit., pp. 266-280.

[3] Newman, nelle prediche come negli scritti, procede spesso per antitesi; è questo un aspetto rilevante del suo carattere, della sua visione del mondo, della sua filosofia. Un noto studioso, J. H. Walgrave, ha sottolineato come una continua dialettica pervada il pensiero del nostro Autore; “C’è un’antinomia che percorre le opere di Newman, sotto le forme più diverse: ortodossia ed eresia negli Ariani del quarto secolo e ne Lo sviluppo della dottrina cristiana; fede e ragione nei Sermoni universitari, mentalità cattolica e mentalità razionalistica nel Tract. 73; più tardi ethos del gentleman ed ethos religioso nell'Idea di una università, opposizione tra implicito ed esplicito, tra nozionale e reale nella Grammatica dell'assenso" (cfr. J. H. Walgrave, Newman. Le développement du dogme, Tournai-Paris 1957, p. 43).

[4] Con acume psicologico, Newman descrive come gli uomini proiettino negli altri ciò che essi sono, la propria mentalità, la propria esperienza; e li giudicano con un metro soggettivo. Incapaci di comprenderli, specialmente se questi sono testimoni di realtà superiori. San Paolo usa un'espressione assai dura nei confronti di tali persone: L'uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio (1 Cor 2,14). Nella sfera soprannaturale un tale comportamento potrebbe divenire un peccato grave contro la verità, contro lo Spirito Santo, peccato contro il quale Newman combatte sempre vigorosamente e vittoriosamente, come si può dedurre dalla sua ripetuta esclamazione durante la malattia in Sicilia: « Non ho peccato contro la luce » (Apologia, p. 42).

  


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14 maggio 2021        a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net