IL RISORTO

di Giovanni Vannucci o.s.m.

 

Estratto da: LIBERTA’ DELLO SPIRITO”, Centro di Studi Ecumenici Giovanni XXIII, 1967

 

Completezza del culto e, direi, base fondamentale di tutta la vita ecclesiale è la resurrezione. Adesso, perché ho sentito la resurrezione proprio nella stesura indistruttibile del culto, come base e come sintesi, ho compreso che le cose hanno altra dimensione, altra misura, altra proporzione.

E' in base alla resurrezione che viene fondata la nuova vita dell’umanità. Per questo San Paolo dice: "Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede, stolta la nostra predicazione" . La resurrezione è certezza : in quanto tu credi, senti la presenza di colui che è la vita imperitura. Dux vitae mortuus regnat vivus - il re della vita che è stato ucciso è ritornato a regnare vivente.

E' perché Cristo è risorto che si giustifica l’esistenza della Chiesa, della sua predicazione e quindi la richiesta del sacrificio e quindi la comunicazione della fede. Altrimenti,- fede in chi, in che cosa, e perché ? Quindi senza la resurrezione il cristianesimo sarebbe la religione più squallida. Il senso della resurrezione deve guidarci tutti i giorni, ogni volta che andiamo in chiesa dobbiamo sentire di andare a dialogare col Risorto, con colui che morto una volta, regna vivo.

Oltre questo, ogni volta che io compio un atto umano di relazione coi fratelli, di servizio comunitario, di donazione, di fatica, ogni volta devo sentire il Risorto, per non cader in un atto fatalistico, in un atto disperato. Ecco perché la Pasqua è il centro di tutta quanta la liturgia cristiana. Noi siamo qui perché il Cristo raffigurato in croce comunica a noi la sua resurrezione, altrimenti ne nascerebbe una religione dell’autodistruzione , una religione del pessimismo.

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La duplicità dell’esistenza

Ma direi anche nel senso sociale e non solo nel senso culturale. Sopporto la vita perché c’è una resurrezione, rinuncio perché c’è una resurrezione. Ecco perché i santi riescono ad essere beati anche nel pianto: perché partecipano già alla gioia del Risorto anche se nel contempo sono dei sofferenti. La nostra esistenza è una composizione, una sintesi di dolore e di gioia. Di dolore in quanto partecipa al temporaneo, al caduco, al transitorio e quindi ogni passaggio da una fase all'altra è sempre un fatto di dolore: nascere soffrire morire, lavorare, faticare e intendere è sempre una fatica, un dolore, una sofferenza, ora di carattere fisico, ora di carattere etico morale, ora di carattere spirituale: tale è l'esistenza. Ma nel contempo l’esistenza è ancorata a questo atto di fede nel Risorto; ed avendo la comunione col Risorto, la realtà che può essere tante volte anche tragica, si trasforma in uno stato di beatitudine, per cui è già beato colui che piange; è gaudente colui che soffre; è sorridente colui che è perseguitato. In ciò sta il senso della duplicità dell’esistenza.

Il vero culto cristiano sintetizza questo dualismo in un atto unico; la formula antica dice: "Predicate la mia morte, annunziate la mia resurrezione, attendete il mio ritorno”. Ma è un dato unico, non è che siano tre verità. Cosicché, staccare la morte dal momento della resurrezione è avere il senso tragico della morte, il senso che tutte le cose finiscono con la morte, il senso del distacco doloroso. Ecco allora il ”disperatamente posano”, "sconsolati piangono”. Nessuno crede a quegli sconsolati, perché quella è una verità solo parziale, che poi fonda la retorica del dolore, la retorica della scompostezza. I cristiani invece, che in antico non staccavano mai il senso della resurrezione dal senso della morte, non facevano che cantare: ”Oggi è stata uccisa la morte, non uccisa la vita”. Mors mortua tunc est . Allora appunto morì effettivamente la morte, perché il Cristo risorse. Il duce della vita, morto, regna vivo. Morto vivo: abbiamo due aggettivi che compongono la sintesi dell’unica verità che è il Cristo stesso.

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Fondamento sacramentale e umano

Questo è il valore, il senso della resurrezione. E’ soltanto in quanto tu credi che il Cristo è risorto, che puoi andare alla comunione; non puoi andare a mangiare un cadavere, vai a ricevere la vita. E’ in quanto tu credi che Cristo è risorto, che nel nome suo tu puoi battezzare un morto alla vita, perché viva in Dio. Tutti i sacramenti traggono la loro vitalità dal fatto che Cristo è risorto. Ma la validità stessa della parola, la validità dei nostri comunicati, cioè del nostro costume, della nostra vita, è valida se ha in se stessa la partecipazione col Cristo risorto. Soltanto attraverso il prisma della resurrezione tu puoi giudicare bene le cose. Allora la tua predicazione non è stolta. E' soltanto dentro a questa visuale che tu puoi sentire i rapporti umani, stabilire il senso dell’amicizia, stabilire la solidità di una famiglia, la gioiosità del vivere, o meno. E’ soltanto lì che prende senso la parola. Se no, sarebbe una stoltezza.

Vedete quindi questa incombenza. Questa gaudiosa incombenza del Risorto. Ora il fatto è reale. Abbiamo visto il Signore, dice il Vangelo. Ecco che è comparso, vi precede, si è presentato sulle sponde del mare, lo ha visto una moltitudine, si è accompagnato sulla strada di Emmaus.

Questo che è stato comunicato per provvidenza speciale e in maniera particolare ai discepoli, costituisce tuttavia, in maniera misteriosa, l’anima la ragion d’essere, la forza per cui la Chiesa non verrà mai meno: la presenza del Risorto. Da allora il Risorto può apparire in qualunque punto: sulla via di Emmaus, sulla via di Damasco, a san Francesco come a tutti i santi, cioè attraverso tutta la realtà della Chiesa.

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Testimoni d’immortalità

Si sottrae alla vista fisica, quaranta giorni dopo, quando avrà trasmesso ai discepoli la realtà della sua resurrezione. Da allora i discepoli, la Chiesa, devono annunciare al mondo la certezza che Egli è risorto. Si è sottratto alla vista degli occhi fisici, perché il mondo veda attraverso noi che è risorto, e rimanga poi nell’attesa precisa del suo ritorno: la parusia.

E’ attraverso la Chiesa che deve essere comunicata la fede del Risorto al mondo: "Predicate la mia morte, annunziate la mia resurrezione, attendete il mio ritorno”. Sono tre momenti della stessa realtà, di un'unica verità; la quale, se voi la inserite dentro la vostra parabola che va dalla nascita alla morte, voi vedete subito che questa nascita e questa morte non è un caso e neanche una parabola finita in se stessa, ma continuerà. Cioè si nasce per vivere immortali, si nasce per comunicare una immortalità e una resurrezione; e cioè semplicemente per comunicare attraverso noi una vita eterna allo stesso cosmo. Quindi noi siamo qui per essere gli immortali nel tempo e nello spazio. Siamo qui a portare, attraverso il nostro viaggio che passerà per la morte, tutto il cosmo stesso nella pienezza della resurrezione. Difatti l’ultimo dogma del cristianesimo è proprio la resurrezione della carne. Non resurrezione dell'anima, perché l’anima non muore; non resurrezione degli spiriti, perché gli spiriti sono immortali, ma resurrezione della carne, cioè del corpo, del cosmo. Quindi siamo i testimoni della «comunicabilità della vita eterna di Dio nel cosmo.

Ma questo deve essere tradotto in una concezione di vita, in una pienezza, in un modo di vivere preciso, per cui gli altri, guardandoci, possano dire: - Perché sono così gaudiosi ? Come mai sono così calmi ? Perché son sempre equilibrati e mai disperati ? - Più che lo sforzo di portare in noi la morte di Cristo, dovrebbe esserci lo sforzo di portare la sua resurrezione, perché la morte è già in atto. Dal momento della nascita è - nel senso fisico - un cominciare a morire, se prendiamo il tempo come cifra definitiva e assoluta.

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Risorgiamo nel tempo

La Resurrezione fonda il dogma della mia resurrezione. Perché se è risorto Lui, risorgeremo anche noi. Ecco il secondo momento della resurrezione: la resurrezione temporale rispetto a noi, cioè il tradurre in me nel tempo la resurrezione di Cristo: e comporta un modo diverso di giudicare rispetto alle cose, agli avvenimenti, a me stesso.

Se credo nella resurrezione di Cristo, di che ho paura? Se ci credo, che cosa mi può turbare? Se penso realmente alla resurrezione di Cristo, a cosa posso attaccarmi? Su che cosa devo piangere? E' sulla resurrezione che si fonda la gioia del sofferente, del martire, del santo. La morte stessa non fa paura, il dolore, la rinuncia, quella che si chiama solitudine, che poi vera solitudine non è.

Mentre è proprio perché non pensiamo alla resurrezione di Cristo che noi concepiamo la vita come fine a se stessa, quindi prigioniera. La fede nella resurrezione di Cristo fonda, anticipa nel tempo la mia resurrezione finale del corpo. Allora questa realtà verrà comunicata a tutta la terra e tutti sapranno quello che ha fatto il Signore e tutta la storia verrà consumata nel ciclo provvidenziale che Dio stesso ha iniziato con la creazione: il consummatum est di Cristo. Tutto è compiuto. Quando avverrà questo, ci sarà non già una distruzione, perché la Bibbia non predica mai la distruzione - la terra non sarà distrutta - ma cieli nuovi e terre nuove.

Quindi il nostro cammino non è affatto un cammino verso la morte, non è affatto un cammino verso il nulla: è un cammino verso il tutto. E' un andare verso la vita. La morte è un fatto di per sé gioioso, anche se la natura sente un distacco. . .

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L'abito pasquale

Tre cose derivano dal senso della resurrezione. Che noi già fin da ora siamo in comunicazione col Risorto e quindi abbiamo in noi la radice non per evitare, ma per risolvere, ricomporre, ricondurre ad un senso di gioia tutti i nostri dolori, tutte le nostre ansie. Poi abbiamo il senso gioioso della vita, anche se continueremo a piangere, a sentire il dramma dell’esistenza. Infine la fede nella realtà della resurrezione e perciò la familiarità con la morte.

In ogni giorno della vita dovremmo avere questo abito pasquale, e allora potremo incontrare il Cristo risorto nella realtà dei fratelli, perché è attraverso la Chiesa che deve essere comunicata la resurrezione di Cristo. E' per questo che egli si sottrae, e dopo aver comunicato se stesso risorto, ha detto: "Ora andate e insegnate". Ci verrà detto all'ascensione: "Che state guardando in cielo? Tornate fra di voi, comunicate la realtà e la pienezza del Risorto". Ecco perché il cristianesimo è la religione della gioia, anche se è la religione del crocifisso. Perché il crocifisso è risorto!


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10 aprile 2017        a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net