IL SACRAMENTO QUARESIMALE

Estratto da “Verso la luce” di Giovanni Vannucci

Centro di Studi Ecumenici Giovanni XXIII – 1990

 

Il tempo del Sacramento quaresimale abbraccia la successione di quaranta giorni a partire dal Mercoledì delle Ceneri fino alla domenica delle Palme. In questo periodo la liturgia è dominata da alcuni temi fondamentali, cui accennerò brevemente in questa riflessione: il numero quaranta, le ceneri, il deserto, il diavolo tentatore.

 

Il numero quaranta

Il numero quaranta è, nel linguaggio religioso, un numero simbolico: sottolinea la fase critica che precede una trasformazione, il passo avanti nello sviluppo della coscienza, il compimento di un ciclo e il suo passaggio a un ordine differente di pensiero, di azione e di vita.

L’alleanza tra Dio e Noè avvenne il quarantesimo giorno del diluvio (Gen 7). Mosè viene chiamato a iniziare la sua missione nel quarantesimo anno della sua vita (At 7, 30). Sempre Mosè dimora quaranta giorni sul Sinai prima di ricevere il Decalogo, e il popolo d’Israele erra quarant’anni nel deserto (Nm 13).

Il Buddha e Maometto iniziarono la loro predicazione nel quarantesimo anno della loro età.

Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù vien condotto al tempio; vince il tentatore dopo aver dimorato quaranta giorni nel deserto (Mt 4). La sua predicazione dura quaranta mesi; la sua risurrezione avviene dopo quaranta ore di permanenza nel sepolcro e appare ai discepoli per lo spazio di quaranta giorni (At 1).

I quaranta giorni della Quaresima ci sono offerti come un tempo favorevole, un tempo che ci toglie dalla banalità inserendoci nel tempo dell’anima che dà sapore e senso al nostro quotidiano vivere. È un tempo di grazia e di ripresa cristiana della nostra personale esistenza.

Viviamo il Sacramento quaresimale con intensità di partecipazione al dono che ci è offerto e alla responsabilità che ne segue.

 

Le Ceneri

Il Mercoledì delle Ceneri segna l’inizio del Sacramento quaresimale. Sulla testa di ogni fedele viene cosparsa la cenere e ripetuta la formula: «Ricordati che sei polvere e alla polvere ritornerai». Gesto misterioso e formula altrettanto enigmatica.

La cenere di cui veniamo cosparsi è ricavata dai rami dell’ulivo, benedetti il giorno delle Palme dell’anno precedente. L’ulivo che fu il testimone dell’estremo patire di Cristo nell’orto del Getsemani; l’albero che cresce dolorante nella pietraia, che dona un frutto meraviglioso che è nutrimento, medicina, alimento della luce. L’ulivo è il perfetto simbolo di Cristo, il cui patire è sorgente di luce, di alimento, di salvezza.

La cenere è il prodotto del fuoco applicato ai rami dell’ulivo. Il fuoco li brucia, e lascia nella cenere la quintessenza dell’ulivo. In alcune culture, la cenere di certe piante indispensabili all’alimentazione veniva mescolata ai corrispettivi semi e gettata insieme nel solco, per ottenere un prodotto qualitativamente migliore.

La cenere di ulivo che viene posta sulla fronte dei fedeli non è segno di cordoglio, ma è la rianimazione, attraverso il rito, della nostra vita con la quintessenza dell'ulivo-Cristo. È un gesto tendente a renderci più vivamente partecipi delle forze redentive di Cristo.

La formula: «Ricordati che sei polvere e alla polvere ritornerai» va intesa in stretta relazione col gesto che l’accompagna e che comunica l’essenza dell’ulivo-Cristo e che dona nuova fecondità al fedele che coscientemente di Lui si insapora. Essa potrebbe venire così tradotta: «Ricordati che sei un’essenza spirituale e in Cristo devi risorgere in una realtà spirituale». In Cristo siamo polvere destinata a divenire luce, se ne accogliamo le forze fecondatrici in un gesto di perfetto abbandono, come la zolla che riceve gli elementi atti a renderla fertile.

La Chiesa, all’inizio del Sacramento quaresimale, ci cosparge con le ceneri dell’ulivo-Cristo per renderci coscienti del mistero della trasmutazione che accompagna il nostro quotidiano incontro con il Salvatore.

 

Il « deserto »

Il « deserto », come luogo dove lo Spirito conduce Cristo perché sia tentato dal Diavolo, costituisce l’ambiente del periodo quaresimale. Il « deserto » non è uno spazio geografico, ma una situazione concreta in cui l’uomo viene continuamente a trovarsi. Nella religiosità biblica il « deserto » è il luogo prescelto da Dio per provare la fedeltà e la vigoria della fede dei suoi eletti che, superata la tentazione, raggiungono la statura dell’uomo vero.

Nell’esperienza religiosa universale, il « deserto » è il passaggio obbligato di chiunque voglia rispondere alle sue più profonde aspirazioni umane verso la liberazione nell’Assoluto divino. Esso è contrassegnato dalla spogliazione di quanto è superfluo nella ricerca della pienezza della vita, ed è insieme la soglia di una vita differente, di un senso nuovo dell’esistenza. È l’esperienza di un’incolmabile assenza che rende inquieta ogni espressione di vita, e rende stabilmente « aperte » le coscienze verso un « oltre » e un « di più », ove le loro radicali aspirazioni trovino compimento e pacificazione.

La vita è animata da un fuoco immanente che distrugge implacabilmente le forme esistenti per crearne delle nuove. Il bocciolo è mosso alla fioritura dal fuoco animatore che lo rende vitalmente teso dall’assenza del fiore.

L’essere creato è costantemente condotto a un limite di consumazione e di superamento formale che, una volta raggiunto, crea una nuova forma che, a sua volta, viene spinta al suo logoramento per dischiudersi a una nuova conformazione.

La vita è un processo alternato: da un segno positivo passa a uno negativo per riprendere su un piano di maggiore intensità il segno positivo. La vita è una successione ininterrotta di vita-morte-vita; un susseguirsi di oasi-deserto-oasi.

L’anima umana è portata ad aderire tenacemente alla permanenza delle forme, a respingere la distruzione. Sente la dissoluzione come il male, ed essa è invece la pulsione dell’incolmabile assenza che prepara nuovi cicli di vita. II « deserto » è il momento dell’orrore, della tentazione del Diavolo, della perdita di ogni certezza formale, il momento della rivelazione del non valore dell’esistenza, dei limiti effimeri dell’io esistenziale e della verità dell’io essenziale. È il momento della prova estrema, e insieme quello del risveglio alla voce dell’Essenziale, dell’Eterno che abolisce il tempo.

Nello sfacelo di tutte le speranze, nella più deserta solitudine, l’uomo sperimenta le sottili insidie e le angosce dell'horror vacui (l'orrore del vuoto). Quando il cuore è saldo, dalla tenebra spunta la visione di una realtà differente, di una vita più vera: gli angeli scendono e donano il loro pane, la solitudine si popola, la tenebra si trasforma in luce.

La vita di Cristo è esemplare dalla nascita alla totale spogliazione della Croce, come accettazione eroica di tutte le separazioni per giungere all’estasi della consumazione del proprio « io » in Dio. II suo mistero concerne tutti gli uomini, per essi il passaggio al divino è segnato dall’esperienza del « deserto », della spogliazione per raggiungere la vittoria dell’essenza sull’esistenza.

Il « deserto » è il momento del risveglio alla più completa fiducia in Dio, nella positività della vita, purché l’anima sia vigorosa e forte.

 

Il Diavolo

Nel « deserto » Cristo e con lui noi uomini incontriamo il Diavolo. Etimologicamente significa quella potenza misteriosa che attraversa il cammino verso Dio.

Nella tentazione del deserto l’anima umana viene posta davanti a un bivio: o aderire tenacemente alla permanenza delle forme rifiutandone la distruzione, o accettare quest’ultima per avanzare in nuovi orizzonti vitali. Il Diavolo è il missus dominicus che accompagna la nostra vita, per mettere alla prova la nostra volontà di andare sempre oltre le forme. Quando in esse ci chiudiamo, diveniamo i servi del Diavolo.

L’opera del Diavolo è essenzialmente un’opera di vessazione, di disturbo. Le vie attraverso le quali compie la sua vessazione sono quelle mentali: la fantasia sbrigliata; l’immaginazione non sorretta da una profondità e rettitudine morale; la memoria tesa a rivangare o ad abbellire il passato; l’ansia del domani che è una forma assunta dall’immaginazione.

Sottili e multiformi sono le sue vessazioni. Può presentarsi all'immaginazione con le vesti della bontà, della virtù, della giustizia. Uno che lavora accanitamente per accumulare denaro, si rassicura che lo fa per provvedere al domani, alla malattia, alla vecchiaia, e non pensa che è mosso dall’avarizia. Uno lotta per la giustizia, per i principi morali, convinto di lavorare per gli alti ideali umani, e non riflette che obbedisce al suo istinto di potere. Uno si sente impegnato a propagare la fede e non si accorge di lavorare per l’affermazione di se stesso o delle sue ideologie.

Tutto ciò che lega l’uomo a un interesse terreno, distraendolo dal suo vero destino umano, è vessazione diabolica. Si potrebbe dire che il Diavolo è il risultato della malvagia volontà di tutte le cose, il risultato del non voler guardare con occhio sereno e libero l’ombra che accompagna ogni nostra intellezione e volontà di fare. Cristo ci esorta a essere svegli, con gli occhi ben aperti, a pregare per non cadere in tentazione, a non aver paura di chi può uccidere il corpo, a temere chi può distruggerci l’anima.

Nei nostri tempi, la vessazione diabolica concerne più la vita sociale che la sfera del singolo, è un modo di vivere, è la società che vive il Diavolo. L’uomo è disturbato, ossessionato, distratto dalla preoccupazione dei beni terreni, dalla paura di perderli, dall’angoscia che non siano sufficienti.

Un’altra azione sottile del Diavolo consiste nel convincere gli uomini che l’impermanente è permanente, che il tempo sia l’eternità, L’uomo così sedotto pensa che le forme siano perenni, che la sua personalità e le sue opere sfidino i secoli. Mentre, per una mente non sedotta la permanenza è irreale, impermanente è la vita, impermanente è la morte, impermanente il pensiero, impermanenti i sentimenti.

Prendendo coscienza di questa particolare vessazione del missus dominicus si evita di vegetare nelle forme costituite, si risveglia in noi la scintilla divina che ci ripete: sempre oltre, sempre oltre è la tua dimora. Il Diavolo dice: « Dimora tranquillo nel tuo guscio, riposa sereno nelle tue virtù ». Gesù, il pellegrino senza dimore costruite da mano d’uomo, dice: « Io sono la vita in ogni morte, la morte in ogni vita ».

È necessario riconoscere il Diavolo come apportatore di menzogne nell’esistenza, nelle forme, nelle apparenze, in ciò che riteniamo necessario ed è invece inutile. Il Diavolo diventa così il missus dominicus, la pietra di paragone della vita: piccole anime, piccole tentazioni; grandi anime, grandi tentazioni. Senza le tentazioni l’uomo si addormenterebbe; tentato, è spronato ad andare avanti.

La bontà, le qualità, i valori veri dell’umanità, l’immensa comunione dei santi compongono il corpo fisico di Dio; le chiusure, le menzogne, le falsità costituiscono il corpo fisico del Diavolo. Nell’anima dell’uomo i due grandi avversari si fronteggiano, ma l’arbitro è l’uomo: è lui che deve scegliere a fianco di chi vuole schierarsi.

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Nota del redattore del sito:

Il Satana del poema di Giobbe, che si intrattiene familiarmente con l'Eterno, è uno degli ispettori generali, analoghi ai missi dominici di Carlo Magno. Questo missus dominicus percorreva l'universo per ispezionare la condotta ed i costumi degli uomini; poi li accusava davanti al tribunale dell'Eterno. (Estratto e tradotto da "Les mythes de la Bible" di Émile Ferrière, Ed. Maxtor, 2015)


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17 febbraio 2018        a cura di Alberto "da Cormano"     Grazie dei suggerimenti      alberto@ora-et-labora.net