Redenzione.

Il suo significato nella nostra vita

 

Introduzione e parte del capitolo 6. Estratti da: "Redenzione. Il suo significato nella nostra vita", di Anselm Grün, ed. Queriniana 2005

 

Introduzione

 

Nelle mie conferenze mi vedo sempre costretto, nel dibattito che segue, a confrontarmi con certi modi inquietanti d’intendere la redenzione. Si pensa, per esempio, a un Dio sanguinario che avrebbe bisogno della morte del Figlio per poterci perdonare. In qualche mente frulla ancora l’idea che sarebbe Dio stesso a volere la morte del Figlio per rimetterci i peccati. Ma che Dio è mai questo se per accordarci il suo perdono ha bisogno che suo Figlio muoia? Non incontriamo già nell’Antico Testamento un Dio ricco di misericordia e di perdono, che rimette le colpe perché lui è Dio, non perché suo Figlio muore per noi? Per molti non è proprio accettabile un Dio così crudele, per cui insieme all’idea di Dio essi rifiutano anche l’idea di redenzione. Per loro la redenzione cristiana mostra dei tratti aggressivi e pessimistici, proprio quando non si sente alcun bisogno di essere redenti e quando, peraltro, la morte di Gesù non pare aver determinato un qualche salto di qualità nel corso della nostra storia.

Quando poi cerco di illustrare alcune figure bibliche di redenzione, devo fare i conti con reazioni aggressive. Se sostengo che Dio non ha proprio alcun bisogno che il Figlio muoia per poterci perdonare - se è vero che il suo perdono è sempre incondizionato - c’è sempre quello che obietta che allora si perde di vista il cuore stesso della fede cristiana. E lo fa con toni accesi, che a me pongono tutta una serie di interrogativi. Per alcuni ciò che davvero conta è che Cristo ha lavato le nostre colpe con il proprio sangue, per cui non dovremmo più preoccuparci degli sbagli e peccati che commettiamo. Chi parla con tanta foga del sangue di Cristo mostra, ovviamente, il suo nervo scoperto, la convinzione cioè che la colpa di cui ci macchiamo non dev’essere scontata da noi, ma addebitata sul conto di Cristo. Un’idea certamente liberatoria, che tranquillizzerà parecchi cristiani, non più oppressi dal bisogno di prestazione. Ma è poi quella che l’immagine del sangue di Cristo intende esprimere? È proprio necessario che scorra del sangue? Bisogna per forza caricare la redenzione di tanta crudeltà? Certuni mi attaccano per il solo fatto che io sollevo dei quesiti. Ma non disponiamo di un intelletto che ha le sue ragioni? Secondo me quel che importa è disporsi ad accogliere il messaggio della Bibbia, la quale non va piegata ai nostri bisogni, ma non si pone nemmeno in contrasto con la nostra mente. Il programma teologico di Anselmo, mio santo patrono, suonava: «Fides quaerens intellectum - Fede alla ricerca d’intellezione». La fede è il fondamento della nostra esistenza, in continua ricerca di comprensione piena. Io devo poter capire ciò in cui credo. Ne era convinto già l’evangelista Luca. Al funzionario di corte, un etiope, che stava leggendo un brano del profeta Isaia, Filippo chiese: «Comprendi quello che stai leggendo?» (At 8,30). E gli spiegò il senso del testo a partire dai profeti, perché lo potesse intendere. Anch’io, in questo mio scritto, vorrei spiegare alcuni passaggi biblici per capirli meglio io e aiutare le mie lettrici e i miei lettori a intenderne il senso. Capire i testi della Bibbia significa sempre capire meglio anche se stessi, entrare nel mistero che avvolge la nostra esistenza al cospetto di Dio.

Matthew Fox contrappone la spiritualità della creazione alla spiritualità della redenzione. Il primo tipo di approccio prende le mosse dal creato e mostra tutta la riconoscenza a Dio per la benedizione di cui il Creatore ci ha beneficiati con le opere, tutte buone, uscite dalle sue mani. La spiritualità che ruota attorno all’idea di redenzione, invece, insisterebbe troppo sulla colpa dell’uomo e tradirebbe nel suo stesso approccio sentimenti intrisi di pessimismo. Giustamente Fox contesta alcune espressioni teologiche che derivano da un’impostazione del genere. E ha ragione quando sostiene la necessità di leggere più in profondità il mistero della creazione e lodare Iddio per quanto egli ha fatto, e nelle nostre feste esprimere tutta la nostra gioia per i doni della sua bontà. Proprio in tempi come quelli in cui oggi viviamo dovremmo accostarci al creato con profondo rispetto e attenzione. E tuttavia non si dovrebbero contrapporre tra loro le due impostazioni, che non sono in contrasto, ma interagiscono come due poli. La creazione è il primo dono di Dio agli esseri umani. Però l’uomo non fa unicamente esperienza della bellezza del creato. Per lui la sua stessa vita è sempre esposta al rischio, minacciata continuamente da oscurità e sofferenze, dal peccato e dalla colpa. Egli si avverte come inviluppato in strutture inique, coinvolto nelle diatribe dei politici. E avverte gli abissi della propria anima, le ombre che la pervadono da ogni dove e la oscurano. Di fronte a questa esistenza minacciata, ha bisogno di risposte teologiche, come di fronte alla bellezza del creato si lascia inondare da uno stupore riconoscente.

La redenzione si colloca al centro del messaggio biblico. Essa risponde agli interrogativi fondamentali dell’uomo che già nel II secolo, Clemente di Alessandria, si poneva nella diatriba con la gnosi e che sempre e comunque ognuno si pone per se stesso: «Chi eravamo? Chi siamo diventati? Dove eravamo? Dove siamo proiettati? A che cosa tendiamo? Da che cosa siamo stati liberati? Che cosa significa nascere e che cosa rinascere?» (Scholten, Gnosis, 805). Durante i miei studi a Roma (1967-1971) mi ponevo spesso la domanda: che cosa s’intende per ‘redenzione’, che cosa significa propriamente ‘essere redenti’, da che cosa io sarò redento, in che modo Gesù ci ha redenti, quale la funzione attribuire alla sua croce? Già nel mio scritto per la licenza - La redenzione mediante la croce in Paul Tillich - e poi nella tesi di laurea - Redenzione mediante la croce. Il contributo di Karl Rahner per un’attuale comprensione della redenzione, sviluppavo appunto quella tematica. E non ho mai smesso di cercare risposte ai miei interrogativi, convinto che il mistero della redenzione mi occuperà ormai per sempre. In ogni stagione della vita, in ogni situazione della mia esistenza, si riproporranno nuove domande e inevitabilmente anche nuove risposte.

Nei dibattiti capita di sentir dire che le religioni orientali, come il buddhismo, predicano l’autoredenzione, il cristianesimo invece la redenzione per mezzo di Gesù Cristo. Cristo avrebbe fatto ormai tutto ciò che c’era da fare per noi, non abbiamo più bisogno di nient’altro. Spesso si contestano anche certi itinerari spirituali, come la via della meditazione, dell’enneagramma, dell’ascetica dei monaci, tutte rifiutate come forme di autoredenzione. Per me questa alternativa tra autoredenzione e redenzione da parte di un altro suona già fuorviarne. Si osservi che pure nel buddhismo è sempre Dio colui che ci redime e libera dalle catene di questo mondo. E s’aggiunga che nei vangeli Gesù è proposto come il Maestro della sapienza, che ci introduce nell’arte del vivere. Gli evangelisti ci raccontano la sua vita, riferiscono i suoi detti e insegnamenti, parlano delle sue opere, dei miracoli, del suo fascino. Essi non riducono l’attività di Gesù alla redenzione e nemmeno alla sua morte e risurrezione. Egli è importante nella sua stessa dimensione storica. Libera e risana il modo stesso in cui egli parla di Dio, incontra l’uomo, guarisce i malati e risuscita i morti. Il cristianesimo non è unicamente messaggio di redenzione, ma il messaggio di Gesù Cristo che è vissuto all’interno della nostra storia e che di Dio ha parlato in modo diverso di come hanno fatto tanti profeti e teologi, e nella cui vita si è reso visibile, in qualche modo, il mistero di Dio stesso. Nella sua predicazione Gesù ci ha indicato un modo di vivere, perché la nostra esistenza possa essere vissuta in pienezza. E per gli evangelisti ciò ha già a che fare anche con alla redenzione.

Allo scriba che elencava i comandamenti di Dio Gesù disse: «Fa’ questo e vivrai» (Lc 10,28). La redenzione non è qualcosa di magico che ci dispenserebbe da ogni responsabilità nei confronti della nostra vita. Se viviamo in pienezza di senso o no, ciò dipende anche dal nostro comportamento. Il mistero che avvolge la figura di Gesù sta anche nel fatto che egli non annuncia una dottrina slegata dalla propria persona, ma già vive ciò che poi insegna. Per gli evangelisti seguire Gesù significa già essere in cammino verso una vita in pienezza, aver imboccato la via dell’esistenza con gioia, in libertà, con tanta voglia di amare. Anche questo, però, è solo un aspetto della redenzione come gli evangelisti la intendono. In Gesù Dio si è fatto uomo per risanare l’essere umano compromesso e riempire della propria vita divina la nostra esistenza malferma e lacerata, e così ricomporla e risanarla. Gesù non è semplicemente un personaggio illuminato, persona di grande talento che avrebbe fondato una sua religione. Noi crediamo che egli è il Figlio di Dio e che in lui Dio stesso ha assunto la nostra umanità, l’ha divinizzata e in tal modo pure sanata e redenta. Nel risanamento di questa nostra esistenza vulnerata, la sua morte assume un ruolo di primo piano, perché proprio con la sua morte Gesù risana la nostra ferita più profonda. Lo psicologo americano Yalom sostiene che chi non riesce a convivere con la paura di morire non potrà mai vivere la propria esistenza appieno. Gli evangelisti non ci raccontano soltanto la vita di Gesù, ma anche l’itinerario della sua passione, morte e risurrezione, affinché ciascuno di noi possa confrontarsi con il tema centrale della propria esistenza: come vivere di fronte alla morte, come considerare realizzata un’esistenza che la morte spezza. La morte e risurrezione di Gesù non sono una dottrina, ma una risposta esistenziale a quella paura di morire che si radica nel più profondo della nostra anima. La vita di Gesù rappresenta dunque una terapia esistenziale per tutti quelli che vorrebbero rifuggire dalla loro morte.

Mi capita spesso di sentirmi obiettare che seguire un itinerario spirituale, per esempio la contemplazione o il monachesimo o la mistica, vorrebbe dire ricadere nella gnosi. A mio parere obiezioni del genere sono frutto di paure. Nella storia della chiesa in ogni movimento di rilievo si è sempre celata una scintilla di verità. Per la chiesa primitiva la gnosi rappresentò una grande tentazione. Agli gnostici interessava contrastare l’esperienza di alienazione e di smarrimento vissuta in un mondo avvertito come una minaccia, per riscoprire la propria identità nel Redentore disceso dalla sfera celeste e cogliere un bagliore di luce interiore che sfugge a ogni potere di questo mondo. La gnosi esercitava un suo fascino su persone in ricerca, perché segnalava la via da percorrere per soddisfare concretamente le brame spirituali. E grande influenza ebbe anche su tanti cristiani, che poi entrarono nelle cerchie gnostiche. La chiesa ha accettato il confronto con un’impostazione che esprimeva gli stessi aneliti presenti tra i suoi fedeli cristiani. Al rigetto e alla contrapposizione essa preferì l’integrazione nel corpo cristiano. Lo si registra già nei padri della chiesa, come Clemente d’Alessandria e Origene. Ma è la scelta che anche oggi s’impone nell’approccio con l’esoterismo, il quale evidenzia diversi aspetti tipici della gnosi. Bisogna indicare con chiarezza il vicolo cieco in cui un movimento può condurre e i pericoli che in esso si celano. Ma alla fin fine ciò che importa è pur sempre la sua integrazione. Ogni movimento che mobiliti persone dev’essere preso con serietà. A mio avviso far teologia significa entrare in dialogo con i movimenti, individuare le legittime istanze di cui si fanno portatori e contrastare gli errori cui potrebbero indurre.

Nei discorsi che si fanno con missionari impegnati in terre d’Africa avverto subito che in quelle popolazioni le idee bibliche di sacrificio e di espiazione trovano pronto ascolto. Evidentemente quei contesti religiosi e culturali recepiscono con facilità certi modi di pensare. Ma immagini di redenzione consone alla mentalità africana riescono di difficile comprensione agli europei occidentali illuminati. La stessa Bibbia ha formulato la redenzione a opera di Cristo tenendo conto dei differenti contesti culturali e religiosi in cui quella 'dottrina veniva proposta. Negli scritti di Paolo troviamo brani biblici che fanno uso delle rappresentazioni giudaiche di colpa ed espiazione, mentre a Luca un’impostazione del genere suona poco appropriata, per cui egli traduce la redenzione di Cristo nelle categorie mentali greche, influenzate dall’illuminismo e dal sapere filosofico. Altri scritti, come le lettere pastorali, cercano di annunciare l’avvenimento redentivo in Gesù Cristo nell’ambiente ellenistico, bacino di confluenza delle correnti religiose tra le più varie, di idee religiose greche e romane, ma anche di culti misterici di derivazione orientale e di concezioni religiose con radici in Persia e in Egitto. Sono proprio questi tentativi di riformulare il mistero di Gesù Cristo dentro i linguaggi e le culture più diverse che mi incoraggiano a sillabare in modo sempre nuovo il messaggio della redenzione, mi aiutano a capirlo meglio e a farlo risuonare come un messaggio biblico che interpella le persone con cui io dialogo o che vengono ad ascoltare le mie conferenze.

La Bibbia non ha compresso il messaggio di Gesù in un sistema di tipo dogmatico. Il mistero di Dio che in Gesù si è fatto egli stesso uomo e ha santificato e trasformato la vita umana dalla nascita alla morte, negli scritti sacri ci viene descritto in tutta una serie di immagini. In questo Gesù Cristo si è verificato qualcosa che ha un effetto sanante destinato a durare per sempre. Ma se vogliamo poi capire in che cosa consistano risanamento e liberazione, non possiamo ricorre-

re semplicemente a concetti astratti. A una realtà del genere è possibile accostarsi unicamente mediante immagini, quelle che mettono in movimento, interpellano, aprono una finestra perché lo sguardo spazi oltre, per capire chi Dio è, chi Gesù è per noi e chi, grazie a lui, noi siamo diventati. Le immagini non ammettono discussione. Esse interpellano oppure non dicono nulla. Le immagini non sono concetti sui quali dover disputare. Esse dischiudono un orizzonte entro cui contemplare il mistero di Dio e dell’uomo. Le immagini vogliono aprirci gli occhi e dilatarci lo sguardo. In una teologia per immagini, del tipo di quella sviluppata dai Padri della chiesa, non c’è spazio per la prepotenza e la rissa. Anche i padri della chiesa si battevano per la verità, e quindi facevano leva pure su concetti, ma sempre nella convinzione che in definitiva i concetti sono immagini condensate, le quali indicano una direzione, ma non tengono la verità in pugno.

Io penso che nessuna immagine biblica possa considerarsi superata. Ciascuna di esse ha una sua giustificazione. Io devo unicamente chiedermi come capirla, che cosa essa mi comunichi. Non spetta a me aggiustarla, ma soltanto farla parlare al mio cuore, rispondere alle mie esperienze. Scrivendo di redenzione, terrò conto di ogni immagine biblica e prenderò sempre sul serio le obiezioni che tante persone, anche con veemenza, avanzano contro la mia idea di redenzione. Quando uno difende la propria causa appassionatamente vuol dire che ciò in cui egli crede ha, per lui, un’importanza esistenziale, e quindi merita tutto il rispetto da chi la pensa diversamente. Al tempo stesso vorrei chiedermi perché tali convinzioni sono così importanti, a quali bisogni rispondono, qual è la struttura spirituale che da un’impostazione del genere si profila. Nel mio modo di pensare e di riflettere teologico non c’è spazio per discussioni su chi ha torto e chi ragione. Non di una ragione a tutti i costi si tratta, ma di un’approssimazione al mistero di Dio e di Gesù Cristo. Quel che conta è sforzarsi di capire ciò che la Bibbia racconta. E capire significa aprirsi, con tutte le proprie esperienze, alle immagini che la Bibbia propone, per imparare anche a capirsi meglio. Capire un’immagine significa sempre capire meglio je_ stessi. In questo libro non farò dunque teologia astratta, ma mi sforzerò di capire come accedere al mistero della redenzione, ma allora anche al mistero della mia stessa esistenza. E vorrò pure capire come sperimentare, nella mia stessa vita, la redenzione operata da Gesù Cristo, la mia esistenza che ne esce trasformata, e tutto ciò che mi aiuta a vivere con pienezza di senso.

 

6.

La redenzione

attraverso la morte di Gesù in croce

 

In genere, quando parliamo di redenzione, noi intendiamo redenzione dalla colpa, e il pensiero va dritto alla morte di Gesù. Abbiamo già visto che in tutti e quattro i vangeli la morte di Gesù svolge indubbiamente un ruolo importante. Il suo senso però, come si ricava dai vangeli e dalle teorie della redenzione che su di essi si fondano, non è innanzitutto quello di redimerci dalla colpa. In Giovanni la morte di croce è intesa come il compimento dell’incarnazione, espressione massima dell’amore che Gesù ha mostrato per i suoi amici quand’era in vita. Per Luca la croce è il segno delle tribolazioni che noi tutti dobbiamo affrontare sulla via che porta alla gloria di Dio. In Matteo la croce dimostra che Gesù ha vissuto in tutta consequenzialità la dottrina che ha insegnato a noi. Per lui croce significa scelta della non violenza cui rimanere fedeli fino alla fine. In Marco croce è vittoria sul potere dei demoni, ora colpiti nel loro lato più sensibile, all’interno della loro area di potere, da Gesù che mostrandosi impotente li ha vinti e ha reso la nostra vita luminosa e sana.

Durante la discussione, dopo le conferenze, mi capita spesso di registrare certe affermazioni piuttosto approssimative sulla redenzione. L’idea ricorrente è che Gesù doveva morire per espiare i nostri peccati. Egli doveva cioè sopportare la morte perché Dio rimettesse la nostra colpa. Un simile modo di ragionare non trova conferme nella Bibbia. L’idea che qui si profila è quella di un Dio crudele, che ha bisogno della morte del Figlio per poterci accordare il suo perdono: un Dio sadico! Vero rimane che la Bibbia, quando parla della morte di Gesù, si riferisce anche a un’espiazione. Ma in che senso? Al termine di una mia conferenza una signora sosteneva che ciò che davvero importa è la certezza di essere stata purificata dal sangue versato da Gesù. Un’altra ascoltatrice aggiungeva che il pensiero che Gesù si è caricato della sua colpa le infondeva tanta serenità, convinta com’era che non è più necessario tormentarsi in sensi di colpa.

Chi esprime concetti del genere si richiama evidentemente a sue esperienze personali. Merita dunque tutto il mio rispetto, anche se intende la morte di Gesù in un modo che non è il mio. Mi permetterei soltanto di chiedergli che cosa intenda dire con quelle espressioni, in che modo io le debba davvero intendere. Se prendo la Bibbia sul serio non posso di certo ignorare il legame che essa stabilisce fra la morte di Gesù e il perdono dei peccati. Ma in realtà dove sta il nesso tra morte di Gesù in croce e perdono della mia colpa?

Prima di analizzare le diverse immagini bibliche che si riferiscono alla morte di Gesù e al perdono della colpa, vorrei associarmi a Klaus Berger, per il quale va esclusa ogni connessione causale fra la morte di Gesù e il perdono nel senso che «proprio perché Gesù è morto Dio ci perdona». Egli scrive: «Meno ancora si tratta di una condizione assoluta (se Gesù non fosse morto, Dio non ci avrebbe perdonato), e per niente di un rapporto di finalità (Dio avrebbe inviato Gesù nel mondo perché morisse). Si tratta di schemi logici estranei al Nuovo Testamento» (Berger, 120). Ancor più energicamente egli contesta una necessità dogmatica della morte di Gesù per la remissione dei peccati: «Dio non ha bisogno della malvagità dei romani, ma la sfrutta. Non ha bisogno di violenze e spargimenti di sangue, che pur registra. Non è costretto a seguire la via delle atrocità, che tramuta nel loro esatto contrario. Non sceglie e decreta in tutta segretezza questo omicidio e vuole invece la vita e il rifiuto della violenza a qualunque costo. Egli non lega il perdono al potere, ma risponde al potere perdonando. Non asseconda gli assassini del Figlio, ma perdona sempre e comunque per libera grazia» (Berger, 36).

Come intendere dunque la redenzione dalla colpa mediante la croce di Gesù? Cercherò di chiarire una serie di enunciazioni che troviamo presenti nelle lettere paoline. Ma prima vorrei stabilire un approccio alla questione partendo dal vangelo di Luca. Ebbene, secondo questa testimonianza, Gesù ha promesso il perdono dei peccati quand’era ancora in vita, senza aspettare di morire. Il suo messaggio è quello di un amore divino che perdona tutte le creature. Sulla croce egli ci ha disvelato, in modo sorprendente, proprio questo amore misericordioso di Dio. Egli avvertiva che il suo messaggio di amore incondizionato doveva far fronte a diverse resistenze. Aveva capito che alcune cerchie giudaiche tramavano perché fosse consegnato ai romani. E previde anche l’eventualità di finire ammazzato. Poteva fuggire, ma non lo fece, rimanendo fedele al proprio messaggio fino in fondo, impegnando la sua stessa vita e mostrando di amarci fino a morire sulla croce. Luca mette sulla bocca del Crocifisso le parole di perdono: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Ma se egli ha perdonato i suoi assassini, possiamo sperare che non ci sia nulla in noi che Dio non voglia perdonare. La croce quindi non opera la nostra redenzione, ma la comunica. La croce non è la condizione perché Dio accordi il suo perdono. Essa non produce la nostra redenzione, ma ce la media. Non è una condizione perché Dio perdoni e non è nemmeno solo il luogo in cui Gesù prospetterebbe alle sue creature un modello di riconciliazione: è anche un’immagine dell’amore perdonante di Dio. In Gesù Dio stesso accorda il suo perdono perfino agli assassini. Lo sguardo rivolto alla croce ci fa credere all’amore misericordioso di Dio. Anche se non ci sentissimo accettabili nemmeno a noi stessi e ci giudicassimo meritevoli di condanna, dovremmo rimanere pur certi che Dio non ci condanna ma ci perdona, come Gesù ha perdonato i suoi carnefici. Se mi sento in colpa non basta a sollevarmi l’invito a non prenderla troppo sul tragico perché Dio mi ha già perdonato. In una situazione del genere le sole parole non bastano a dare fiducia. Qui bisogna guardare alla croce di Gesù e credere fin dal più profondo del cuore che egli mi accetta e mi ama in tutte le pieghe della mia anima. Il teologo evangelico Paul Tillich definisce il perdono come accettazione dell’inaccettabile. Se nella colpa io sento di non poter essere accolto, lo sguardo alla croce di Gesù mi consente di accettarmi in tutto ciò che io sono, perché amato da Dio incondizionatamente.

 

L’idea della rappresentanza

Una figura importante cui la Bibbia ricorre per spiegare la redenzione dal peccato e dalla colpa è quella di ‘rappresentanza’. Non si tratta di qualcosa di magico, come in certi contesti culturali si suppone. La rappresentanza non è una «pressione esercitata su Dio, ma una possibilità di incontrarlo che Dio stesso dischiude all’uomo. Il fatto che uno possa intervenire a favore di altri non va spiegato come automatismo o cieca magia, ma è una via che Dio apre all’uomo» (Berger, 28s.). È una legge fondamentale che vige tra gli esseri umani che uno intervenga a favore dell’altro e si faccia carico di altrui competenze. Nella psicologia sistematica c’imbattiamo di continuo in situazioni in cui, all’interno del nucleo familiare, uno assume su di sé ciò che spetterebbe ad altri, ne diventi in qualche modo il rappresentante, e risolva in tal modo un problema che riguarda l’intera famiglia. Caricandosi di un peso che angustiava tutti i familiari, questo loro rappresentante consente a tutti migliori condizioni di vita.

Di rappresentanza si parla anche nell’Antico Testamento, per esempio dove Abramo intercede presso Dio a favore delle città minacciate. Nell’Antico Testamento rappresentanza significa: «Il giusto solidarizza con i peccatori e cerca in qualche modo di colmarne le deficienze, quindi di rappresentarli al cospetto di Dio» (Ratzinger, 566s.). Insieme ad Abramo, anche e soprattutto Mosè fa esperienza sul proprio corpo del mistero della rappresentanza. Proprio perché rappresenta il popolo, egli morirà fuori della terra promessa: è l’esponente di un popolo che si ribella continuamente a Dio e quindi assume su di sé la sorte che dovrebbe toccare alla sua gente, accetta di rimanere fuori perché il popolo entri nella nuova terra. Proprio questa solidarietà di Mosè con il suo popolo spiega perché Dio conceda al popolo di raggiungere il paese della promessa nonostante le continue defezioni. Per l’Antico Testamento nessuno vive isolato in se stesso, ma è sempre membro di una collettività. E ciò che egli pensa e fa si ripercuote su tutti gli altri.

Oggi noi preferiamo spiegare il fenomeno della rappresentanza in termini psicologici. Tutto ciò che io penso s’irradia nell’ambiente in cui vivo. Se alimento in me l’odio, devo sapere che un atteggiamento del genere avrà effetti distruttivi nel mondo che mi circonda. Se mi lascio invece permeare, fin nelle pieghe più recondite della mia anima, dall’amore misericordioso di Dio, insieme a me anche il mondo diventerà un po’ più chiaro. La psicologia spiega il fenomeno con i profondi legami che si stabiliscono nel nostro inconscio, a un livello in cui io sono sempre tutt’uno con gli altri. Nei sogni spesso percepisco la condizione degli altri, mi sento immedesimato in loro, condivido la loro stessa vita. Ma anche a livello conscio noi riusciamo a percepire le differenti irradiazioni che promanano dalle persone. Tutto ciò che pensiamo e facciamo si ripercuote sul mondo, essendo nel nostro più profondo tutti tra noi legati. Gli studiosi della natura lo spiegano con l’unità del cosmo, altri ricorrono all’immagine del campo morfogenetico. Karl Rahner osserva che basta agitare un fazzoletto perché il paesaggio cambi volto. E parla di ‘intercomunione’, intendendo che nella nostra realtà più profonda noi tutti siamo in comunione tra di noi e nessuno può ritrarsi in una sua regione propria, dove vivere interamente per se stesso, isolato da tutti. Si stabilisce un rapporto di rappresentanza ogniqualvolta un individuo si sente solidale con altri e prende su di sé i loro pesi. A questo proposito ancora Rahner scrive: «Ci si può fare liberamente carico delle proprie indigenze considerandole come una partecipazione, un proprio contributo al destino di tutti, per alleggerire misteriosamente il peso del vivere che grava sulle spalle degli altri» (Rahner, 191).

In questo senso potremmo interpretare anche il fenomeno della rappresentanza di cui parla Paolo. Ciò che è avvenuto in Gesù ha ripercussioni sul mondo intero. Libero dal peccato e sereno nella profondità della sua anima, Gesù mi ha reso più chiara la realtà di questo mio mondo e aperto una breccia nel potere del peccato. Dove l’odio è stato sconfitto, qui è stata spezzata anche la sua diabolica spirale di odio che genera odio, e qualcosa è cambiato anche nel mondo. La morte di Gesù in croce pone nella storia degli uomini un fatto che non potrà più essere annullato. E una pietra che, gettata nelle acque di questo mondo, continua a produrre i suoi cerchi. Sul piano storico è del tutto evidente l’enorme rilevanza che questa morte di croce, prodotta dalla violenza e al tempo stesso vissuta con amore profondo, ha determinato per l’intero genere umano. Essa ha cambiato il nostro modo di pensare, ha spezzato il circolo vizioso della violenza che genera violenza, ha dischiuso una nuova possibilità oltre l’odio e l’ostilità.

Ma rappresentanza significa anche qualcos’altro, che cioè in modo consapevole un individuo prende su di sé un peso che altri dovrebbe portare sulle proprie spalle. Per Paolo, nella lettera ai Galati, questa è la legge di Cristo: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). Quel che Paolo pensa noi lo sperimentiamo ogni giorno. Quando in una ditta le cose stanno andando male, i responsabili si defilano, come se la cosa non li riguardasse. E tentano di addossare ad altri le proprie responsabilità. Altri invece non vanno in cerca di colpevoli, ma si mostrano disposti a intervenire e a farsi carico degli inconvenienti, in ultima analisi si assumono il peso che toccherebbe ad altri. Non si ergono contro nessuno, ma al contrario si mostrano solidali. Poiché sono disponibili a farsi carico della difficoltà, per collaboratori le cose diventano più facili. Le cose si chiariscono e si risolvono problemi che riguardano tutta la ditta. È la redenzione.

In termini analoghi potremmo raffigurarci la rappresentanza di Gesù Cristo. Egli si volge ai peccatori non predicando dall’alto di un pulpito ma mangiando e bevendo insieme a loro, partecipando ai loro banchetti. Per i farisei questo è un comportamento inaudito, mentre per lui proprio sedendosi a mensa si stabilisce un rapporto di comunione con i peccatori, fa esperienza delle loro brame di salvezza e redenzione. Questa gente perduta vorrebbe uscire dal peccato, tormentata com’è dalla colpa. Albert Görres diceva che nessuno pecca perché gli piace, ma solo per disperazione. Ed è proprio ciò di cui Gesù fa esperienza in questi incontri, riconoscendo l’incapacità di quegli individui a liberarsi contando soltanto sulle proprie forze. Un mero appello alla conversione non giova granché, perché qui si ha come la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco: si vorrebbe cambiare vita, ma non vi si riesce. Un po’ come gli alcolisti, che vorrebbero smettere, ma non ce la fanno. In una situazione del genere Gesù solidarizza con i peccatori, cui annuncia l’amore di Dio che usa misericordia e concede il perdono. Li invita a convertirsi e li risana dalle loro lacerazioni. È la solidarietà che culmina nella morte di croce.

Per diversi aspetti la morte di Gesù si lega al peccato. Innanzitutto essa ne è una conseguenza. Gesù viene consegnato dalle cerchie giudaiche ai romani non per nobili motivi, ma per gelosie, intrighi, rivalità, per odio verso il latore di un messaggio che tanti individui accolgono con gioia. E viene inchiodato sulla croce da persone che hanno calpestato il diritto e cui non importa nulla della sorte di un loro simile. In definitiva, Gesù è stato crocifisso dal peccato. Sulla croce, in Gesù si rende manifesto il peccato del mondo. Mentre muore, però, Gesù non rinfaccia agli assassini la loro colpa, ma se ne fa carico, perché chi ha peccato riacquisti la sua libertà. Ecco come Paolo esprime l’idea: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Gal 3,13). La croce ci mostra come la maledizione valga per noi, peccatori e trasgressori della legge, e che Gesù se l’è presa su di sé perché fossimo liberati. Volgendo lo sguardo al Crocifisso i peccatori potranno allora dire che è stato lui a caricarsi della loro maledizione e a liberarli. Teniamo però sempre presente che un simile modo di esprimersi è metaforico. Non si può dire che Dio avrebbe posto attivamente questa maledizione sulle spalle del proprio Figlio per scaricarla da quelle del mondo, a meno che non si voglia interpretare l’avvenimento della croce in modo magico. Vero è piuttosto che non si può in qualche modo capire l’effetto risanante della croce e il mistero della morte di Gesù se non ricorrendo a delle immagini. Paolo si è servito di quella della maledizione, nel tentativo di capire il lato incomprensibile della croce e gli effetti salutari che quell’avvenimento ha prodotto nella sua persona.

Recentemente una giovane, appena approdata alla fede, mi dichiarava la profonda emozione provata nel sapere che «lui ha sopportato tutto per me, mi ha liberata da ogni mio peso». Altri mi dicono: «Gesù ci ha liberato da tutti i peccati e quindi non c’è più alcun motivo di preoccuparsi». Si tratta, per queste persone, di esperienze di liberazione, tutte da interpretare. Qui sapere che Gesù ha vissuto e sperimentato sul proprio corpo il peccato, senza cadervi, per esempio non lasciandosi travolgere dall’odio e dalla disperazione, può esprimersi anche in espressioni poetiche: egli ha portato su di sé e scaricato da me ogni colpa, è diventato per me peccato perché io riacquistassi la mia libertà. Non dovremo però dimenticare che si tratta pur sempre di un modo poetico di esprimere esperienze di natura spirituale, le esperienze di redenzione, profondamente appaganti e liberatorie, tradotte in formule che rischiano di sconfinare nella magia. È tipico, infatti, di un’interpretazione magica pensare che Dio avrebbe caricato sulle spalle del Figlio l’intera colpa del mondo per annientarla sulla croce. Ciò non toglie che l’immagine poetica muove il mio cuore e produce in me sentimenti di riconoscenza e di libertà interiore. Altro rischio è che si strumentalizzi un tale modo di esprimersi al punto da non prendere neanche in considerazione la propria colpa. È vero che il redento non si libera dalle colpe da solo, mediante le proprie prestazioni, facendosi piccolo e mendicando riconoscimenti. Vero è però anche che bisogna sentirsi responsabili dei propri comportamenti e provare dolore per le colpe commesse, smettendo di lasciarsi dominare dal peccato. Anche qui s’impone quello che in terapia va sotto il nome di percezione ed elaborazione della colpa, anche se la rielaborazione ora si fonda sulla certezza che Gesù solidarizza con noi, non ci abbandona nella nostra colpa, ma l’ha assunta e portata nel suo corpo.

Sulla croce Gesù riassume l’intera sua vita. È importante allora mettere in relazione con la morte di croce anche il suo rapporto con i peccatori e il messaggio che egli ha annunciato agli uomini. Gesù perdona il peccato, non condanna, ma congeda l’adultera con le parole: «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). L’esperienza del perdono deve tradursi nella conversione, nell’abbandono della via del peccato. Se non sfocia in questi comportamenti, quell’esperienza non è nemmeno autentica. La croce esige una rottura del genere, che spesso diventa talmente lacerante da essere avvertita essa stessa come una croce. E così la croce non solo mi libera dal peccato, ma esige che io abbandoni la via del peccato e mi ponga sulla via della sequela. Per Paolo la croce di Gesù suona innanzitutto come invito a morire al peccato. La morte di Gesù in croce è un’immagine per la conversione interiore: noi siamo morti al peccato, che dovremo quindi considerare ormai morto. Noi siamo risorti con Cristo e dunque dobbiamo vivere insieme a lui la vita nuova; «Ciò che è morto, è ormai libero dal peccato. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui» (Rm 7,6s.). Qui Paolo non dice che Cristo ha portato la nostra colpa ma che la sua morte è il segno che ora noi siamo liberi dal peccato e che questi non esercita più alcun potere su di noi. Dobbiamo aprirci con fiducia alla vita nuova che Gesù ci dona con la sua risurrezione.

Nella lettera ai Romani Paolo descrive il fenomeno della rappresentanza anche in altre immagini: «Come dunque per la colpa di un solo uomo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,18s.). Ci troviamo dunque di fronte a una duplice rappresentanza. Già Adamo ha peccato quale rappresentante di noi tutti. E attraverso la sua azione è venuto il peccato nel mondo. Egli disobbedì a Dio, per cui noi tutti diventammo peccatori. Il peccato di Adamo ha avuto ripercussioni sulla storia successiva: esperienza che ci riesce facilmente comprensibile solo se guardiamo alla realtà dei Balcani, dove per secoli si è alimentata la spirale dell’ostilità. Viceversa, come ragiona Paolo, per la giustizia di un solo uomo molti vengono costituiti giusti, configurati cioè secondo la vera immagine dell’essere umano, come delineata nella persona di Gesù. Parlando di peccato e di redenzione dal peccato, Paolo ricorre alla terminologia del diritto. Il peccatore meriterebbe di essere condannato, ma proprio perché Gesù ha assunto su di sé questa condanna ora egli viene dichiarato giusto. Oggi questa immagine, mutuata dal mondo giuridico, non pare esprimere la realtà nel profondo. Per Paolo, però, essa era evidentemente liberante. Per molti, a quel tempo, la possibilità di cadere sotto il giudizio rigoroso di Dio era avvertita in modo lacerante. Gesù, che per noi accetta su di sé il giudizio, diventa il nostro intercessore, il ‘paraclito’, come Giovanni lo chiama, l’assistente legale, l’avvocato di difesa, e con la sua croce ci libera da quelle angosce e c’infonde nuovo coraggio: «Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi?» (Rm 8,3 3 s.).

Ma per Paolo questa rappresentanza non può essere considerata conclusa con l’opera di Cristo. La legge della rappresentanza vale anche per noi cristiani. Come Gesù, novello Adamo, rinnova l’uomo e lo costituisce giusto, anche noi* insieme a Cristo, dobbiamo diventare il nuovo Adamo che contribuisce a rendere più giusto il mondo in cui viviamo. I cristiani sono chiamati a svolgere un compito di rappresentanza a favore del mondo. Ed è proprio l’idea di rappresentanza a liberarli da quella della prestazione, quasi fossero costretti a convertire il mondo intero (Ratzinger, 574). Come Israele lungo la sua storia si è mantenuto saldo nella fede in Dio, allo stesso modo anche i cristiani dovranno diventare il lievito della riconciliazione e della pace per tutta l’umanità. I cristiani, che vivono nello Spirito di Gesù, si rendono solidali con tutti gli esseri umani. Soffrendo per la colpa del mondo, essi intercedono presso Dio affinché, dietro loro preghiera, egli conceda pure agli altri, di partecipare della salvezza che Cristo ci ha procurato.

Negli scritti biblici l’idea di rappresentanza non viene riferita esclusivamente al peccato e alla colpa, ma riguarda pure la sofferenza. La prima lettera di Pietro esorta gli schiavi, provati dal duro trattamento loro riservato dai padroni, a sopportare con lo sguardo rivolto a Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2,21). Io conosco malati che accettano la propria sofferenza e la sopportano per altri, per esempio per i propri figli o per amici in difficoltà. Queste persone attuano quello a cui alludeva Paolo nella sua lettera ai Colossesi: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24). Gesù non ci ha spiegato perché mai dobbiamo soffrire e nemmeno la ragione del dolore presente nel mondo, o perché Dio consente che soffrano anche quelli che lo amano. Al problema della sofferenza egli risponde accettando la sua passione e sopportando nel proprio corpo ciò che opprime e angustia tanti individui. Nella sofferenza egli solidarizza con tutte le persone che soffrono, per cui possiamo dire che egli ha portato anche la nostra sofferenza. Ciò non significa che non ci toccherà più di soffrire, ma soltanto che ora soffriremo in modo diverso. Adesso io so che nei miei dolori non sono solo e - come si legge nella lettera ai Colossesi e nella prima lettera di Pietro - che la mia sofferenza gioverà al mondo se me la assumerò, al pari di Gesù, in rappresentanza per altri.

L’idea di rappresentanza non serve soltanto a capire la redenzione dalla colpa, ma stimola a imitare Gesù e ad assumersi la rappresentanza in favore di altri, a condividere gli altrui pesi, ad alzare la testa quando gli altri l’abbassano, a non abbandonare il peccatore al suo destino, ma a mostrarsi con lui solidali. Questa solidarietà con i peccatori non è, in primo luogo, una buona azione. Essa nasce dall’obiettivo riconoscimento che il peccato dei singoli è pur sempre frutto di un complesso intreccio di responsabilità. E molto spesso condividiamo il peccato dei nostri simili: con il nostro modo di pensare negativo, il nostro disinteresse per gli altri, le violazioni di cui siamo responsabili. Non possiamo limitarci a ‘tener d’occhio’ chi pecca, ma dobbiamo guardarlo con gli occhi dei primi padri del deserto, che non appena s’imbattevano in un peccatore riconoscevano: «Ho peccato!». E non si trattava di una pia esagerazione, ma si sentivano davvero responsabili delle colpe dei loro simili.


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18 aprile 2020                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net