Regola di S. Benedetto

Capitolo VI - L'amore del silenzio: "Facciamo come dice il profeta: "Ho detto: Custodirò le mie vie per non peccare con la lingua; ho posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto anche su cose buone". Se con queste parole egli dimostra che per amore del silenzio bisogna rinunciare anche ai discorsi buoni, quanto più è necessario troncare quelli sconvenienti in vista della pena riserbata al peccato!... Se infatti parlare e insegnare é compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare."

Capitolo LII - La chiesa del monastero: "La chiesa sia quello che dice il suo nome, quindi in essa non si faccia né si riponga altro. Alla fine dell'Ufficio divino escano tutti in perfetto silenzio e con grande rispetto per Dio, in modo che, se un monaco volesse rimanere a pregare privatamente, non sia impedito dall'indiscrezione altrui."

Capitolo XIX - La partecipazione interiore all'Ufficio divino: "Sappiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che "gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi", ma dobbiamo crederlo con assoluta certezza e senza la minima esitazione, quando prendiamo parte all'Ufficio divino. ...Consideriamo dunque come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli e partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce."


 

Il tema del silenzio

nell’esperienza spirituale di Giuseppe Dossetti

Giancarlo Pivato

Estratto da “Studia Patavina 69” (2022) 121-133 - Facoltà Teologica del Triveneto 2022

 

L'intera esistenza di Giuseppe Dossetti (1913-1996) è stata una ricerca incessante del silenzio esteriore e interiore. Pur attingendo dalla vita monastica come cultura del silenzio per Dossetti il silenzio non è il silenzio del monastero, ma il silenzio che permette a ogni battezzato quella “sapienza della prassi” che è il frutto di “abiti virtuosi”. Abiti virtuosi che sono condizione per pensare correttamente e con l’intelligenza dello Spirito le necessità e le urgenze che la storia continuamente rivolge all’uomo, per giungere al “discernimento della storia”. Dal modo con cui il monaco di Monte Sole ha inteso e vissuto il silenzio è possibile comprendere qualcosa del suo sguardo su Dio e sulla storia e narrare la sua esperienza spirituale.

 

La vita monastica come cultura del silenzio

Il tema del silenzio, oggetto negli ultimi trent’anni di un interesse crescente da parte di varie discipline, quali l'antropologia, la filosofia e la psicologia, non rappresenta una novità nel panorama della letteratura mistico-spirituale. Va ricordato, in particolare, come tutta l’esperienza del monachesimo[1] è stata attraversata e accompagnata dalla qualità della comunicazione che è il silenzio.

Il monachesimo fin dalle origini, insieme alla scelta della separazione dalla realtà, con il ritiro dalla città e dalle responsabilità civili, è stato promotore di una cultura del silenzio, di chi si percepiva e viveva da straniero: «Per fede Abramo soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera» (Eb 11,9).

Basti ricordare, con riferimento alle origini del monachesimo, che lo stesso genere letterario degli apoftegmi richiamava un approccio silenzioso al reale, nel quale l’autore della parola (i “detti” dei padri del deserto) si nascondeva per lasciare spazio al silenzio contemplativo.

Nell’esperienza monastica dei Padri il silenzio divenne uno degli elementi identificativi e qualificativi di questa forma di vita cristiana, condizione per il battezzato, in quanto pellegrino e straniero (1 Pt 2,11-12), per accedere a una sapiente e autentica conoscenza della realtà[2] .

Questo modo di stare nel mondo del monaco come forestiero che vigila e tace e come pellegrino che osserva e raccoglie, divenne la norma per il monachesimo benedettino e l’ispirazione per Dossetti nella scelta di lasciare l’impegno attivo nella politica[3] per vivere nella storia come sentinella che veglia l’arrivo del nuovo giorno.

Nell’alveo della vita monastica come cultura del silenzio prende forma il proprium del monachesimo dossettiano inteso non come fuga dal mondo e neppure come fuga dalla mondanità, quanto piuttosto come scelta del credente di impegno nella storia [4].

 

La “promessa del silenzio” in Dossetti

Il silenzio nella concezione dossettiana della vita monastica non è solo la premessa per interiorizzare gli impegni assunti con la professione religiosa, né la condizione ambientale nella quale vivere la solitudine del monaco, né solo preparazione all’orazione, alla quale il monaco è invitato più volte nel corso di una giornata.

Per Dossetti il silenzio è anzitutto puro dono di Dio; «Si può dire che solo Dio lo dà, e solo a chi vuole e quando vuole e nella misura e nei modi che vuole. Perché è dono! Dono nella sostanza, dono nel donatore, dono nel modo, dono in tutte le modalità. Ma subito poi soggiungere che non si può dare che Dio non lo voglia dare a chi ha fatto professione religiosa»[5]. Un dono che Dio fa in particolare con la professione monastica, con la quale il monaco si impegna a custodire espressamente con la promessa del silenzio religioso' [6], come indicato nel testo scritto per il giorno di Pentecoste del 1954.

Sulla relazione tra silenzio e vita monastica Dossetti interviene in più occasioni, esortando i fratelli e le sorelle della Comunità alla custodia e alla vigilanza di questo impegno assunto con la professione, qualificando il silenzio interiore del monaco come la completa verginità del cuore [7], espressione della nuzialità con Cristo che il monaco è chiamato a vivere e a rendere visibile.

In particolare in tre testi il monaco di Monte Sole affronta il tema del silenzio come dimensione costitutiva dell’esperienza monastica dei fratelli e delle sorelle della Piccola Famiglia dell'Annunziata. Si tratta della Fonila communitatis (1954), della Piccola Regola della Famiglia dell’Annunziata (1955) e della Relazione, accompagnata da una lettera di presentazione, a mons. Antonio Poma (1968).

Nella Forma communitatis, un dattiloscritto che Dossetti redige intorno alla Pentecoste del 1954, collegato al testo della Promessa di Pentecoste, don Giuseppe dà una definizione precisa della vita comunitaria per i fratelli c sorelle disponibili a vivere insieme: «La nostra comunità è; una famiglia di credenti, interiormente consacrati, generata e alimentata dall’adorazione e  dall’abbandono, nella convivenza con i minimi e nel lavoro, in ostensione a essi di una chiesa santa e immacolata (Ef 5,23), già oggi, ma aspettando e affrettando col desiderio l'avvento del giorno di Dio (2 Pt 3,12)» [8].

Per dare concretezza alla riflessione contenuta nella Forma communitatis viene proposta ai membri della comunità una promessa, da rinnovare ogni anno, specificandone il contenuto attorno a quattro impegni: la promessa di sincerità, la promessa di povertà, la promessa di obbedienza e infine la promessa di silenzio religioso. In quest’ultima promessa viene formulata una definizione puntuale del silenzio: «La Promessa di silenzio religioso: come espressione sintetica dell’offerta totale a Dio, della consacrazione e dell’abbandono sempre più pieno e docile allo Spirito santo, implicante la custodia, in spirito di fede e di adorazione, del silenzio, e la lettura e lo studio umile e devoto della Scrittura, nella misura e nelle modalità fissate dalla comunità» [9].

Degno di nota nel testo della Forma communitatis è il riferimento al silenzio che ritrova nei poveri e negli ultimi la presenza di Cristo: «Questo è il significato del nostro silenzio in mezzo a loro: è il silenzio che ritrova in loro la Sua presenza, che ritrova l’atto e non solo l’habitus del nostro sposalizio con loro. Ed è insieme un silenzio pieno di quella speranza finale, un silenzio che realmente partecipa di quel silenzio che precede il giorno di Cristo: “Quando l'Agnello apri il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora” (Ap 8,1)» [10]. Continuando nella Forma communitatis sul silenzio come presenza di Cristo nei poveri scrive: «Tutto il nostro silenzio, tutta la nostra giornata di silenzio deve essere sempre più riempita di questo significato, della presenza dei nostri poveri sofferenti e gloriosi, dell’attesa della manifestazione di questo mistero» [11].

Per cui se il monaco viene meno alla promessa del silenzio deruba in qualche modo il povero di qualcosa che gli spetta: la presenza consolante di Cristo nella sua vita e il volto di una chiesa santa e immacolata, in quanto viene meno all’impegno a servire Cristo nei poveri.

Nella Piccola Regola, un testo breve, scritto con un genere letterario più simile a un testo liturgico che a una costituzione canonica di una comunità religiosa, che in alcune parti appare una preghiera di lode a Dio dispensatore di ogni bene, sono dedicati due paragrafi al tema del silenzio.

Nel paragrafo 8 della Regola di Rossetti si legge: “Il silenzio, è l’unica lode vera e degna, esso stesso puro dono di Dio, il silenzio interiore, che è progressivo venir meno di ogni fantasia, di ogni apprensione per il futuro, di ogni pensiero non richiesto dal dovere immediato; dono che va invocato, predisposto e custodito con il silenzio interiore [..]” [12].

Per comprendere la portata di questa definizione del silenzio, come l’unica lode vera e degna, è opportuno ricordare che per Dossetti l’uomo di fronte a Dio è supplica e lode:

 

La posizione fondamentale dell’uomo rispetto a Dio è quella di chi deve incessantemente invocare il miracolo, incessantemente supplicare la scintilla divina che risusciti il morto e dia l’esistenza a chi non ce l'ha. Inoltre, mentre si sperimenta questo processo di creazione incessante e gratuita da parte di Dio, immeritata da parte nostra, non si può non alternare l'invocazione della potenza di Dio con la sua glorificazione, nell’atto stesso in cui si sperimenta questa potenza. Supplicare Dio perché compia il miracolo, esultare nell’estasi perché lo si vede mentre compie il miracolo e lo si sperimenta in noi. Supplicare Dio perché ci conservi il dono della fede, esultare in Dio che ci ha dato questa luce e ci ha fatto riconoscere l’infinita sua intima realtà, che si è rivelata nel suo Cristo [13].

 

In uno dei suoi rari commenti al paragrafo 8 della Piccola Regola, a proposito del silenzio interiore Dossetti ebbe a dire:

 

C’è un silenzio interiore e c’è un silenzio esteriore. Il silenzio interiore è quello vero, quello che Dio vuole, e che non può mai far male a nessuno, se è silenzio interiore. Non può mai non essere nella carità, se è silenzio interiore. Non può mai non curare la carità, alimentarla, edificarla, il silenzio interiore, quello che è dono che dà Dio. Si può dire, dunque, che solo Dio lo dà, e solo a chi vuole e quando vuole e nella misura e nei modi che vuole. Perché è dono" [14].

 

Il silenzio interiore è quello in cui si tace anzitutto di sé con se stessi, per far parlare l’amore di Dio in sé e per credere all’amore di Dio, il quale dona le mortificazioni dal proprio orgoglio, per liberarsi dalle proprie illusioni e per procedere nella vita semplice dell’accettazione di quello che uno è davanti a Dio. Tacere di se stessi per don Giuseppe significa fuggire dalla tentazione di appagare egoisticamente il proprio io, sempre alla ricerca di essere alimentato dal brusìo delle parole e della ricerca insistente del consenso. Cosi, per Dossetti, il silenzio interiore è quello che conduce pian piano a uno sguardo umile su se stessi, contro la tentazione dell’autosalvezza e della realizzazione dei propri progetti.

Infine, significativi sul tema del silenzio nella vita spirituale di Dossetti sono due testi che l'autore scrive a mons. Antonio Poma, nominato vescovo coadiutore di Bologna nell’ottobre del 1967 con diritto di successione, entrambi pubblicati dalla Piccola Famiglia dell'Annunziata: si tratta di una lettera [15] del dicembre del 1967, quando Poma era ancora vescovo coadiutore, e di una relazione [16] sulla natura e sulle finalità della Comunità dossettiana, scritta nel giugno 1968, quando Poma era diventato vescovo di Bologna succedendo a Giacomo Lercaro.

Nella lettera del dicembre 1967 Dossetti condivide con il vescovo Poma le realtà più intime della sua vita spirituale e ribadisce che la scelta monastica impone uno stile di vita silenzioso, da vivere come lode a Dio e supplica per l’umanità, nel quale rifiutare ogni intervento pubblico, tacere su questioni che riguardano la scelta politica e il dibattito ecclesiastico, soprattutto negli anni impegnativi del post-Concilio: «Questo controllo assoluto e incessante e la inibizione frequentatissima dei sentimenti più forti e delle convinzioni più maturate, non mi sono suggeriti dalla prudenza umana o da un doveroso riserbo sacerdotale, ma mi sono piuttosto imposti dalla mia stessa scelta monastica, che è scelta di nascondimento e di silenzio[…]” [17].

Nella prima relazione a mons. Poma, in cui Dossetti riassume le scelte basilari della Famiglia dell’Annunziata, il silenzio viene proclamato come stile di vita ordinario del credente: «Una vita non di iniziative e di attività esterne, ma di abbandono umile e fiducioso, ritirata e raccolta nel silenzio, nella preghiera e nel lavoro. Una vita tutta ordinata e alimentata dalla centralità assoluta e dal predominio della messa e dall’ufficiatura comunitaria e da un ampio spazio di lectio divina, di ascolto e di studio della Scrittura» [18].

Tuttavia per don Giuseppe la vita monastica, pur con delle sue peculiarità, non è cosa diversa dalla vita battesimale, «non si differenzia esternamente dalla comune condizione dei cristiani», ma è uno dei modi nel quale trova compimento, per opera dello Spirito santo, la vita nuova in Cristo.

Seguendo il principio della vita monastica come «comunità di fatto di cristiani», una lettura attenta della relazione del 1968 fa dire che la necessità di vivere il silenzio non è solo una esigenza della vita monastica, una pratica ascetica riservata a pochi, nella quale favorire l’incessante ascolto della Scrittura e far tacere i rumori che agitano il cuore, ma caratterizza l’esperienza credente di ogni persona, parte integrante dell'appropriazione della fede. Per Dossetti il silenzio appartiene alla struttura della fede cristiana, fatta di parola e di silenzioso ascolto, è un modo diverso di comunicare e, più in profondità, è un modo diverso di essere e di vivere. Il silenzio si fa eloquente e diventa stile di vita del credente quando si fa attesa di Dio, quando plasma il desiderio di Dio, quando lascia a Dio il diritto di parlare alla libertà dell'uomo e rende l’agire dell'uomo risposta libera a questa parola.

La vita per un cristiano esige di assumere anche la docilità del silenzio, di chi impara a comunicare senza usare parole, ma solo il silenzio della testimonianza, cioè di chi parla con le opere, con le proprie scelte e lo stile di vita cristiano, di chi come parola definitiva fa parlare silenziosamente il vangelo. «Il silenzio non prova, non argomenta, non dimostra, testimonia soltanto. Eppure, nonostante questo, ma forse proprio per questo, possiede una forza insolita. Eppure Mosè taceva. “Perché gridi così forte?” dice Dio a Mosè. Eppure Mosè taceva. Tanto, commenta Kierkegaard, può il silenzio gridare al cielo»’ [19].

L’esperienza spirituale di Dossetti profila un silenzio dal quale si esce solo per annunciare e testimoniare la Parola con le parole della carità.

Si configura, nell’esperienza dell'ex vice-segretario della Democrazia cristiana, il silenzio come espressione di uno stato interiore, nel quale l’uomo tacendo apprende la grammatica della comunicazione, perché l'uomo esercita l’arte della parola solo dopo essersi allenato nella palestra del silenzio. Il silenzio è una dimora stabile per la vita dell’uomo, nella quale prende forma la relazione con Dio e con i fratelli, matura un’umile conoscenza della verità di se stessi e dalla quale si esce solo per dare voce alla parola che viene da Dio. Infine, il silenzio è ciò che si verifica quando l'uomo, dopo aver comunicato la parola udita nel silenzio, ritorna in se stesso e tace.

Nella relazione a mons. Poma Dossetti scrive:

 

La nostra comunità prende ispirazione anche all’insegnamento di Papa Giovanni: la sua incessante e gloriosa riaffermazione della vita interiore, della fede, del santo timore di Dio, dello spirito di obbedienza e di pace. Questo criterio e questo motto vorremmo sempre più fare nostro, specialmente per poterci orientare nell’odierna dinamica ecclesiale e per saper custodire in essa il nostro ruolo, umile, nascosto, sempre più al di fuori di ogni intrapresa vistosa, nel silenzio della preghiera, dell’obbedienza e della pace: da questo silenzio possiamo uscire solo per annunciare, in un modo che vorremmo sempre più elementare e puro, la parola di Dio e basta’ [20].

 

Per Dossetti se la vita del battezzato è riempita di silenzio, è una vita piena di speranza e Cristo vive ili lui e dà consistenza a ogni virtù cristiana. Allora se l’abito della vita cristiana è il silenzio in Cristo, adorante, frutto di una grazia preveniente, quando viene il momento di confessare davanti agli uomini la nostra fede non saremo preoccupati di cosa dire, ma lo Spirito ci darà la parola della fede per testimoniare la nostra appartenenza a Cristo e alla chiesa. Sarà una testimonianza, proprio perché esce dal silenzio, capace di risvegliare nelle anime dei credenti il silenzio di Cristo.

 

Il valore antropologico e spirituale del silenzio nell’esperienza spirituale di Dossetti

Il punto di partenza di Dossetti nell’affrontare il tema del silenzio è la dimensione propriamente spirituale, da intendersi come via autorevole per accedere alla dimensione del trascendente e del divino. Lo stile silente del vivere cristiano, accompagnato anche dal silenzio nella testimonianza, è la via per giungere a un’autentica conoscenza di sé, a una reinterpretazione della propria identità, un esercizio di umiltà di chi non presume mai di sé, né di ciò che possiede, né di ciò che dice, ma si riconosce dipendente da una parola Altra che lo raggiunge per donargli vita.

E’ il dinamismo della sua vocazione battesimale, è la dimensione della “fede cristiana vissuta” che impone a Dossetti di vivere il silenzio come esercizio della libertà del cristiano nella storia.

Come il parlare, il raccontarsi, il narrare le vicende della vita sono una condizione per accedere a un’autentica esperienza spirituale, nella quale riconoscere l’agire di Dio nella singola storia degli uomini, così lo è il silenzio: è favorire l’esperienza di Dio, di incontro con il totalmente Altro, esperienza nella quale gustare le realtà del cielo. Da qui la categoria del «silenzio come verginità del cuore» [21] e del «silenzio come la stanza nuziale, in cui si consumano le nozze con lo Sposo» [22]: questo colloca l’uomo nella piena disponibilità a Dio.

La prospettiva dossettiana rimane quella del rapporto tra silenzio e vita interiore, quella di un’autentica ricerca del Regno di Dio come annuncio e figura del “non ancora”; e in questo Dossetti si colloca all’interno della sapiente tradizione della spiritualità cristiana che ha sempre inteso il silenzio come un’«affezione spirituale» (san Giovanni della Croce), come sacra inutilità (gratuità) di chi cerca Dio con insistenza, di chi mette tutto a tacere, anzitutto se stesso, per non udire altro che l’Amato.

C’è un proprium, però, nel suo modo di intendere la dimensione propriamente spirituale del silenzio, che non si può relegare al solo silenzio del monaco che cerca con insistenza l’amore dell’Amato, ma che affonda le sue radici nel modo di intendere il rapporto tra il vangelo e la storia.

Per comprendere la portata di questi due luoghi teologici, vangelo e storia, è necessario ripercorrere la sua vicenda biografica a partire dal suo impegno in politica, che non si può separare dalla sua vicenda spirituale. Non vi è un Dossetti prima della scelta monastica e un Dossetti dopo tale scelta, ma un uomo che alla luce dello Spirito santo ha sempre camminato nella ricerca della volontà di Dio. Il rigore spirituale del monaco Dossetti è lo stesso rigore capace di assumere l’impegno politico all’interno della vita secondo lo Spirito, che rende l’uomo capace di responsabilità verso il destino dell’umanità.

Questa autocomprensione della lede ha le sue radici nella convinzione della fine della cristianità. Dossetti non è preoccupato del destino della cristianità, per lui già conclusa, quanto del senso del vivere cristiano nella storia [23], per il quale «la fede è il principio e la carità ne è il compimento» (sant’Ignazio di Antiochia).

Ciò lo spinge a pensare alla fede del credente nella via della testimonianza silenziosa della sequela Christi, ma non intesa nel senso di un’inutilità sostanziale dell’agire del cristiano (Dossetti non è per l’inutilità, ma per la responsabilità); piuttosto, spinge il battezzato a cercare lo spazio del suo intervento nella storia non come un’azione stabile, permanente, quanto piuttosto nello spazio di un momento favorevole, di un kairòs.

Per don Giuseppe l’impegno cristiano in politica è un’esperienza che accade nello spazio di una chiamata, di un’occasione legata a un particolare tempo della vita cristiana, e per il cristiano fare politica non è essenziale. Altro è richiesto al cristiano nella storia: è richiesto di fare silenzio interiormente per riconoscere il primato della Grazia e rispondervi a misura.

La dimensione spirituale del silenzio, di cui l’ascolto, la preghiera e il silenzio di Dio e in Dio ne sono i volti principali, non è da relegarsi all'interno del colloquio solitario e individuale con Dio, nei processi della vita monastica, ma va colta come capacità di restituire all’uomo l’intelligenza spirituale attenta alle vicende della storia. In altre parole, il silenzio come dimensione spirituale della vita permette il recupero dell’ora, del momento decisivo di responsabilità cristiana, evitando di attribuire all’iniziativa dell’uomo un valore maggiore rispetto alla Grazia.

Questo modo di intendere la dimensione spirituale del silenzio fa emergere la pesante critica di Dossetti alle tendenze semipelagiane presenti in un certo attivismo pastorale che rischia di dimenticare il primato della Grazia.

Per il monaco Dossetti interrogarsi sulla presenza dei cristiani nel mondo e nella storia significa lasciarsi interpellare sulle condizioni di un’autentica vita secondo lo Spirito.

La singolarità del monachesimo dossettiano ci testimonia che per Dossetti il cristianesimo è solo azione, «quello che conta è che sia l’azione dello Spirito santo in noi, quindi che sia un'azione di obbedienza allo Spirito del Signore: è azione quella di chi cura i suoi malati, ed è azione quella di chi si consuma nella preghiera» [24]. Non che l’uomo abbia qualcosa da aggiungere alla storia, ma partecipa responsabilmente a ciò che di essenziale in Gesù Cristo è già stato detto e scritto.

Dunque, la dimensione spirituale del silenzio non si contrappone neppure a quella relazionale, né a quella mistica. Per cui per Dossetti il tema non va trattato nella logica della contrapposizione, degli opposti: il silenzio dell’eremo contro il chiasso delle immagini e delle parole; la vita nascosta e silenziosa del monaco contro l’azione pastorale del battezzato; la dimensione spirituale contrapposta alla dimensione relazionale.

Egli non ama contrapporre azione e contemplazione perché per lui «il cristianesimo è azione, solo azione» [25]. È privo di significato contrapporre la parola al silenzio, e non si possono leggere gli interventi pubblici di Dossetti sulle vicende politiche come una rottura del silenzio che lui si è imposto con la vita monastica. Non c’è discontinuità nel silenzio ogniqualvolta prende forma la parola per dire qualcosa della storia degli uomini, ma continuità e contingenza. Non solo perché la parola si genera nel silenzio, ma perché il parlare si rende necessario alle esigenze del Regno in un determinato momento storico: è forte in Dossetti la consapevolezza che c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare.

La sua preoccupazione nel trattare il tema del silenzio rimane l’incontro che si dà nella storia tra la persona di Gesù e la vita degli uomini. Per lui il discorso di Dio è sempre situato nella storia, rivolto agli uomini e alle esigenze del momento: emerge con forza la sua insistenza sull’incarnazione fino alla morte (la dedizione di Gesù).

È lo stesso Dossetti a suggerire la corretta ermeneutica del tema, quando parla del silenzio come della «quarta dimensione del tutto» [26]. Questo trattare il silenzio come un atteggiamento sapienziale, è espressione di un’ermeneutica spirituale nella quale si consuma e si dà il rapporto tra la novità del vangelo e la storia di ogni uomo. Si tratta di una prospettiva che orienta il silenzio in funzione del discernimento sulla storia degli uomini, che «non si può compiere nella fretta e nell’agitazione quotidiana della polemica, nel rumore che debilita l’anima e ne attutisce le facoltà più sottili e più delicate» [27].

Per Dossetti il silenzio, condizione per discernere i segni dei tempi, conduce sempre alla parola, la sola capace di testimoniare la gioia del Vangelo: la parola “Amen”. La parola che nasce dal silenzio è sempre investita di una missione. Pur non affrontando in modo sistematico il rapporto silenzio/parola, Dossetti ne coglie l’importanza in riferimento all’annuncio del vangelo, lì dove, in risposta al rischio di un possibile circolo vizioso tra parole e silenzio, di cui il chiasso massmediatico è un esempio, propone il silenzio come quarta dimensione del tutto: «Occorre rendere possibile, consolidare e potenziare il pensare e l’agire per la pace in nome di Cristo con un ultimo elemento, il silenzio» [28].

Nell’introduzione che don Giuseppe premette al testo Le querce di Monte Sole [29], Dossetti riconosce che l’esito non brillante dell’impegno dei cristiani nella vita sociale e civile non è dovuto alla corruzione, o alla cattiveria degli uomini, quanto alla mancanza di prospettiva teologica e di lettura sapienziale sulle reali esigenze dell’umanità e della convivenza tra i popoli. Un deficit di sequenza nell'agire politico legato all’incapacità di pensare politicamente, alla fragilità di fede, ma soprattutto alla mancanza degli abiti virtuosi, tra i quali vi è l’esilio del silenzio nel pensare l’agire del cristiano. Per descrivere questa situazione dell’agire cristiano don Giuseppe fa uso del termine «sapienza della prassi»:

 

La sapienza della prassi non sta tanto in un enunciarsi progressivo di una cultura omogenea della fede (anche, ma non primariamente e non principalmente), ma sta soprattutto nell’acquisizione di abiti virtuosi: che occorrono tutti non solo per agire, ma anche e prima per pensare correttamente ed esaustivamente i giudizi e le azioni conseguenti, che possono essere esigiti dai problemi della vicenda individuale, familiare, sociale, politica, internazionale che l’oggi presenta alla coscienza di ciascuno e della comunità cristiana [30].

 

Una dimensione spirituale del silenzio cosi intesa genera sapienza nell’agire cristiano: «Nella Scrittura, la Sapienza nei suoi vari significati, di sapienza propriamente religiosa e di sapienza della prassi, di sapienza personificata e di sapienza tomista, è sempre connessa alla disciplina della parola e del silenzio; ciò richiede sempre una accumulazione di potenza e di energia che può raggiungere solo colui che tace con calma» [31].

Non tenere in considerazione il rapporto intrinseco tra il vangelo e la storia in Dossetti significa ridurre la portata del valore che il silenzio ha nella relazione intima con il Signore.

Un’ultima considerazione concerne il rapporto tra la storia e l’escatologia in Dossetti.

Il pensare teologico e politico di Dossetti (nelle omelie del tempo di Pasqua e di Natale) assume tutta la tensione insita nel rapporto tra incarnazione nella storia ed escatologia [32]; assume il dramma del “già e non ancora" dal punto di vista dell’eschaton che si dona, che fa irruzione nella storia, che si offre prevenientemente, e offre all’uomo la possibilità di attingere a una pienezza, quella pienezza che si è compiuta in Cristo, senza eliminare la distanza tra il dono e la libertà dell’uomo, la storia dell’uomo. Nel riproporre la dinamica tra l’evento che «brucia tutta la storia» e il processo di assimilazione storico da parte dell'uomo, insiste molto sul fatto che l’escatologia è già nell'incarnazione.

La sua antropologia è quella dell’uomo agito dallo Spinto, da cui l’accusa alla chiesa di aver trascurato la cura della vita interiore a discapito di un attivismo pastorale sterile.

Concludendo possiamo riconoscere che in Dossetti il silenzio è una condizione antropologica e spirituale per rimanere dentro al dramma del “già e non ancora”, per abitare la distanza tra l’evento di Cristo e la nostra condizione di limite, nella pratica cristiana del discernimento della storia (sapienza della prassi) che sta nell’acquisizione degli abiti virtuosi.

 

Giancarlo Pivato

docente di Teologia spirituale

Studio teologico interdiocesano

Treviso - Vittorio Veneto



[1] Su questo punto si leggano i contributi offerti nel testo Silenzio e parola nella patristica. XXXIX Incontro di studiosi dell’antichità cristiana, Institutum patristicum Augustinianum, Roma 2012. Per il significato antropologico e spirituale del silenzio si prenda in considerazione M.I. Angelini, Un silenzio pieno di sguardi, EDB. Bologna 1996.

[2] In merito alla testimonianza dei padri sul tema del silenzio scrive Angelini: «Per gustare il Dio che si autoconsegna all’uomo nella fede, occorre uscire da ogni orizzonte padronale del vissuto, da ogni presuntuoso dominio della realtà in chiave di nominazione strumentalizzante delle cose e delle persone, per ritrovare l’approccio silenzioso, perché spossessato e credente, al reale», Ibid., 29.

[3] Le motivazioni di questo abbandono sono state abbondantemente trattate in diverse pubblicazioni, in particolare mettendo in evidenza i contrasti, non più sanabili, con il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Si veda C. Paradiso-P.M. Fragnelii, Giuseppe Dossetti. Sentinella e discepolo, Paoline, Milano 2010.

[4] G. Dossetti, Con Dio e con la storia. Una vicenda di cristiano c di uomo, Marietti, Genova 1986, 27.

[5] G. Dossetti, Assemblea all'eremo San Salvatore, 29 settembre 1988, manoscritto in possesso della Piccola Famiglia dell’Annunziata.

[6] G. Dossetti, Promessa di Pentecoste (1954), in ID., Li Piccola Famiglia dell’Annunziata, Paoline. Milano 2004, 345.

[7] Dossetti, Assemblea all'eremo San Salvatore, cit.

[8] G. Rossetti, Forma communitatis (1954), in In., La Piccola Famiglia dell'Annunziata, cit., 45.

[9] Dossetti, Promessa di Pentecoste, cit., 345.

[10] Dossetti, Forma communitatis, cit., 70.

[11] Ibid., 71

[12] G. Dossetti, Piccola Regola, in Io., La Piccola Famiglia dell'Annunziata, cit.. 88.

[13] G. Dossetti, L'identità del cristiano. Esercizi spirituali, EDB. Bologna 2000, 229. Si tratta di un corso di esercizi spirituali predicati al clero bolognese nel novembre del 1969. "

[14] Dossetti, Assemblea all’eremo San Salvatore, cit.

[15] G. Dossetti, Lettera a mons. Antonio Poma, in In., La Piccola Famiglia dell'Annunziata, cit., 182-196.

[16] G. Dossetti, Relazione a mons. Antonio Poma, in In., La Piccola Famiglia dell'Annunziata, cit., 197-213.

[17] Dossetti, Lettera a mons. Antonio Poma, cit., 192.

[18] Dossetti, Relazione a mons. Antonio Poma, cit., 192.

[19] M. Baldini, Elogio del silenzio e della Parola, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2005,93.

[20] Dossetti, Relazione a mons. Antonio Poma, cit., 200.

[21] Dossetti, Assemblea all'eremo San Salvatore, cit.

[22] G. Dossetti, La verginità e la rifrazione nuziale sugli altri doni (25 settembre 1988), manoscritto in possesso della Piccola Famiglia dell’Annunziata.

[23] G. Dossetti, Per la vita della Città, in In „La Parola e il silenzio, Paoline, Milano 2005.

[24] G. NICOLINI, Un aspetto del ministero di Dossetti: la circolarità tra fede e storia, in Le eredità di Dossetti. Atti del Convegno 15 dicembre 2001. Provincia di Bologna, Bologna 2002, 25.

[25] G. Bianchi-P. Trota, Dossetti rimosso, Jaca Book, Milano 2016, 141.

[26] Ibid., Non restare in silenzio, mio Dio (1986), in ID., La parola e il silenzio, cit., 123.

[27] Ibid., 125.

[28] Ibid., 123.

[29] Il testo si trova in: Dossetti, Non restare in silenzio, mio Dio, cit.

[30] Ibid., 113.

[31] Ibid., 123.

[32] Id., Appunti per un ’antropologia critica 0 del profondo (14 settembre 196(1), in G. Alberigo (cui-.). L’officina bolognese 1953-2003, EDB. Bologna 2004,195: «Il mistero di Cristo nella sua totalità, come si è già realizzato nell’incarnazione e nella resurrezione, ha una tale forza da essere incomparabile con tutto quello che accade negli strati superficiali e poiché l'uomo è già tutto divorato, assorbito da questo tatto, è già possibile ora, nunc, la Krisis, il giudizio del mondo».


Testo della Regola     Temi della Regola


| Ora, lege et labora | San Benedetto | Santa Regola | Attualità di San Benedetto

| Storia del Monachesimo | A Diogneto | Imitazione di Cristo | Sacra Bibbia |


2 giugno 2024                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net