Regola di S. Benedetto

LA SALVEZZA

Prologo: Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso; ma se, per la correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in principio è necessariamente stretta e ripida.

Capitolo II - L'Abate: D'altra parte è anche vero che, se il pastore avrà usato ogni diligenza nei confronti di un gregge irrequieto e indocile, cercando in tutti i modi di correggerne la cattiva condotta, verrà assolto nel divino giudizio e potrà ripetere con il profeta al Signore: "Non ho tenuto la tua giustizia nascosta in fondo al cuore, ma ho proclamato la tua verità e la tua salvezza; essi tuttavia mi hanno disprezzato, ribellandosi contro di me"... Soprattutto si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza delle anime, di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà terrene, transitorie e caduche, ma pensi sempre che si è assunto l'impegno di dirigere delle anime, di cui un giorno dovrà rendere conto.

Capitolo VII - L'umiltà: Il quarto grado dell'umiltà è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà, contrarietà e persino offese non provocate nell'esercizio dell'obbedienza, accetta in silenzio e volontariamente la sofferenza e sopporta tutto con pazienza, senza stancarsi né cedere secondo il monito della Scrittura: " Chi avrà sopportato sino alla fine questi sarà salvato".

Capitolo XXV - Le colpe più gravi: Il monaco colpevole di mancanze più gravi .... Attenda da solo al lavoro che gli sarà assegnato e rimanga nel lutto della penitenza, consapevole della terribile sentenza dell'apostolo che dice: "Costui è stato consegnato alla morte della carne, perché la sua anima sia salva nel giorno del Signore".

Capitolo XXVIII - La procedura nei confronti degli ostinati: (L'abate), vedendo che la sua opera non serve a nulla, si affidi al rimedio più efficace e cioè alla preghiera sua e di tutta la comunità per ottenere dal Signore che tutto può la salvezza del fratello.

Capitolo XLI - L'orario dei pasti: L'abate regoli e disponga tutto in modo che le anime si salvino e i monaci possano compiere il proprio dovere senza un motivo fondato di mormorazione.

 


LA SALVEZZA

PERFETTA E DEFINITIVA

DELL’UOMO

 

Estratto da “Cristo nella storia della salvezza”, di Luis Rubio Moran

Cittadella Editrice 1975

 

« Egli ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo Figlio diletto, per il quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati...

Egli è il capo del corpo, cioè della Chiesa: lui il principio, il primo nato di tra i morti, così da essere il primo in tutto.

Piacque infatti a Dio di fare abitare in lui tutta la pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, sia quelle che sono sulla terra come quelle che sono in cielo, facendo pace per virtù del sangue della sua croce » (Col. 1, 13-14, 18-20).

Abbiamo visto il lato divino dell'opera della salvezza: la rivelazione e la glorificazione di Dio. Studiamo ora il suo lato umano, il dono che ha portato agli uomini la vita di Gesù di Nazaret.

Questo beneficio lo riassumiamo nell'espressione « la salvezza perfetta ». La parola « salvezza » deve intendersi in un doppio significato: l’azione per la quale Dio, per mezzo di suo Figlio, libera l’uomo dall’oppressione, e il risultato o la situazione creata nell'uomo in virtù di questa azione.

Quando diciamo la salvezza « dell’uomo » ci riferiamo principalmente allo stesso Gesù. Egli, infatti, è il primo salvato. Ma una volta saputo quel che accade in lui, sappiamo già quel che succede negli altri, poiché, egli è « l'uomo », « l’autore (guida) della salute » (cfr. Ebr. 2,10), colui che va davanti aprendo e percorrendo personalmente la via per la quale gli altri lo seguono. Nella terza parte di quest'opera, parlando dell'applicazione della salvezza nella Chiesa, vedremo come e con quali mezzi essa si attua oggi tra gli uomini. E vedremo anche le differenze che necessariamente devono esservi tra l'autore della salvezza e gli uomini da lui salvati.

Non è necessario soffermarsi nuovamente nell’esposizione dei fatti della vita di Gesù (si veda 182 ss.). Ricordiamo solamente il riassunto che la predicazione primitiva fa della sua attività e che il vangelo raccoglie, per passare poi all'interpretazione salvifica di essa proposta dalla comunità post-pasquale alla luce della resurrezione basata sull’interpretazione che lo stesso Gesù diede o suggerì durante la sua vita.

* * *

S. Matteo riassume così l’attività salvifica di Gesù:

E Gesù percorreva la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando l’evangelo del regno, e sanando ogni malattia e ogni infermità... gli portarono tutti i malati oppressi da varie malattie e tormenti, indemoniati, lunatici e paralitici, e li guarì (Mt. 4, 23-24; cfr. 9,35-36; Atti 10,36-43).

 

Insegnamento, predicazione del regno, guarigioni da varie malattie, espulsione di demoni, compendiano l'attività salvifica di Gesù. Questa attività culmina con la sua morte e resurrezione, che sigilla tutta la sua opera e ne spiega il significato.

 

1. La salvezza mediante la parola

Gesù si presenta come l’inviato di Dio che annuncia la buona novella dell’arrivo del suo regno (cfr. Mc. 1,15), passa di villaggio in villaggio annunciando questo messaggio (cfr. Mc. 1,38).

L’annuncio di questo regno di Dio è salvifico poiché indica all'uomo che è arrivato il momento della liberazione e allo stesso tempo la realizza. Gesù lo afferma espressamente servendosi di un testo di Isaia: « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto, mi ha mandato a predicare ai poveri la buona novella, ad annunciare ai prigionieri la liberazione» (Lc. 4,18, cfr. Is. 61, 1; Mt 11,5). La parola di Gesù è una parola con potere e autorità (Mt. 7,29; Mc. 1,22. 27; 8, 32; Lc. 4, 32; 24, 19), una parola che salva dall'oppressione della malattia (cfr. Mt. 8,3.6; Mc. 1, 25.27), dal peccato (Mc. 2,5. 11-12; Gv. 15,3), dagli spiriti immondi (Mc. 1,25.27; Mt. 8,16). dalla morte (Lc. 7, 14-15; Mc. 5,41-42; Gv. 11,43-44). La parola di Gesù è il favore di Dio verso gli uomini (Lc. 4,22: parole piene di grazie), costituisce la felicità e la gioia di quelli che la odono (Lc. 11,28), produce in essi frutti abbondanti (cfr. Mt. 13, 1-23) che assicurano la vita eterna (Gv. 5,24; 8,51; 6,69), la conoscenza della verità nella quale si trova la vera libertà: « Se voi rimanete nella mia parola, siete veramente miei discepoli e conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Gv. 8,31).

Questo si deve al fatto che in Gesù di Nazaret si manifesta la parola di Dio (Lc. 8, 11.21; 5,1; 11,28): « La parola che ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato » (Gv, 14,24; cfr. 17,14-17). Anzi, Gesù stesso è la parola che Dio rivolge all'uomo, parola piena di vita, di grazia e di verità:

 

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini... A quanti, però, lo hanno ricevuto, ha dato il potere di diventare figli di Dio... E il Verbo si è fatto carne ed ha dimorato fra noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria che come unigenito ha dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv. 1, 1.4.11-12. 14).

 

2. La persona e l'opera di Gesù, segni della instaurazione del regno di Dio

L'instaurazione del regno di Dio si annuncia nell’Antico Testamento come l’intervento decisivo di Dio alla fine dei tempi per liberare il popolo, compiendo il giudizio e la vittoria definitiva sui suoi nemici, e per stabilire per sempre il suo dominio come re e signore sugli uomini e sul mondo (cfr. Sal. 47; 96-99; Is. 7-11; Ez. 37,24-25; Mi. 5,1-5; Dan. 2,44-45; 7,13-28).

L’uomo sente in sé un anelito insaziabile di libertà e constata che si trova imprigionato da molteplici oppressioni. Nell'ordine più periferico e percettibile della vita si sente oppresso dalle mille necessità vitali più immediate, che deve soddisfare. È l’oppressione economica, l’oppressione del lavoro. Vi sono le pressioni che la società esercita su di lui, che condizionano o impediscono il suo sviluppo. Se l'uomo si sente liberato da queste oppressioni, ne esperimenta altre più tristi, come quella del dolore, che pesa sempre sulla sua vita almeno come minaccia, e infine l'oppressione della morte, tributo inevitabile che bisogna pagare, che chiude tutte le uscite e rende inutili tutti gli sforzi di liberazione intrapresi da lui. Questa angosciosa situazione di timore, che è situazione di schiavitù, è espressa dalla lettera agli ebrei con una frase che si direbbe di moderno stile esistenziale: « quanti per timore della morte durante tutta la vita erano soggetti a schiavitù » (Ebr. 2,15).

Coloro che tra gli uomini non si son lasciati soffocare dalle pure realtà esterne scoprono in se stessi un’altra serie di oppressioni più profonde. Il dolore morale o spirituale non localizzato, il dolore delle assenze, della solitudine, di un tradimento, della rottura di un amore. Il dolore della divisione intima tra la tendenza al bene e le forze che trascinano a operare il male, forze che premono da fuori, ma anche, e con maggior violenza, dall'interno stesso dell’uomo. È l’oppressione del peccato: « Chiunque commette il peccato, è schiavo del peccato » (Gv. 8, 34). Un’oppressione da cui nessuno al mondo si vede libero: « chi di voi è senza peccato, scagli per primo una pietra... Quelli si ritirarono a uno a uno, cominciando dai più anziani... e Gesù restò solo » (Gv. 8,7-9). L’estensione e la profondità di questa oppressione nessuno l'ha espressa come S. Paolo nella lettera ai Romani, dove espone l’invasione del peccato tanto nel campo sociale e religioso (giudei e pagani) come nell’ordine interno personale:

 

La legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto in potere del peccato: non so davvero quello che faccio; non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio... e non sono più io che opero il male bensì il peccato che abita in me. So infatti che il bene non dimora in me, vale a dire nella mia carne, perché volere il bene è alla mia portala, ma praticarlo no; non faccio il bene che voglio, ma commetto appunto il male che non voglio. E se io faccio quello che non voglio o non son più io che lo compio, bensì il peccato che abita in . Scopro in me questa legge quando voglio fare il bene: che solo il male è alla mia portata. Io mi diletto, seguendo l'uomo interiore, della legge di Dio; ma sento nelle mie membra un'altra legge in conflitto con la legge della mia ragione, che mi tiene prigioniero della legge del peccato esistente nelle mie membra. Ah, me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? (Rom. 7.14-24).

 

Nell’ordine della salvezza, che è l'ordine soggiacente a quello dei fenomeni, questa schiavitù del peccato è quella che ha originato nel mondo tutte le oppressioni, specialmente la manifestazione massima di esse, la morte. Queste oppressioni non sono altro che segni visibili della realtà invisibile e profonda del peccato: « Per opera di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e attraverso il peccato la morte » (Rom. 5,12; cfr. v. 13,20), « il salario del peccato è la morte » (6,23), « il pungiglione della morte è il peccato» (1 Cor. 15,56; cfr. Gen. 2-3; Sap. 1,13-16; Giac. 1,15). Qualunque tipo di oppressione, dunque, che l’uomo deve sopportare è, nell’ordine della salvezza, una conseguenza del peccato, benché non si possa dire di ciascuna di esse in concreto che sia frutto del peccato personale di colui che la soffre (cfr. Gv. 9, 1-3).

Il dolore, la morte, il peccato, hanno la loro origine, d'altra parte in un « qualcuno » estraneo all'uomo. La Bibbia gli dà diversi nomi che designano la sua attività: è il tentatore originale (Gen. 3,1-5) e perpetuo (cfr. 1 Piet. 5,8; Mt. 4,5-11), l’avversario dell’umanità e del regno di Dio (cfr. Mt. 13,28; Lc. 8,12) che continuamente tende insidie all’uomo (1 Tim. 3,7; Ef. 6,9-11), colui che lo rende schiavo (cfr. 1 Gv. 3,8; Mc. 1,34.39; Mt. 9,33; Lc. 13,16) e lo porta alla morte che entra nel mondo « per l'invidia del diavolo », l’omicida fin dal principio (Gv. 8,44), colui che ha il potere della morte (Ebr. 2,14).

Questi sono i nemici profondi che devono esser vinti perché possa dirsi realmente che il regno di Dio è stato instaurato e che è giunta la salvezza autentica degli uomini. La vittoria decisiva, come vedremo, l’ha attuata Gesù di Nazaret con la sua morte e resurrezione. Ma già durante la vita, la sua stessa presenza nel mondo e la sua attività sono un segno dell’instaurazione del regno di Dio, un anticipo della sua vittoria su questi poteri nemici di Dio e della salvezza degli uomini.

*  *  *

Gesù passa per il mondo facendo del bene e sanando tutti (cfr. Atti 10,38; Lc. 6,19), « sanando ogni malattia e ogni infermità nel popolo» (Mt. 4,23). I vangeli attestano la guarigione, da parte di Gesù, delle malattie più comuni ai suoi tempi (ciechi, zoppi, muti, sordi, paralitici, lebbrosi) (cfr. Mt. 11,4-5).

Questa attività risanatrice di Gesù non è una pura ostentazione di potere, benché certamente sia una manifestazione del potere di Dio, poiché alcune di queste malattie si presentano come incurabili (cfr. Mc. 5,25-34; Lc. 13, 10-11); e il modo di guarirle da parte di Gesù non è quello di un medico che applica un rimedio, ma egli le guarisce in virtù della forza della sua parola (cfr. Mt. 8,3.8; Mc. 1,25.27). Non è nemmeno semplicemente un segno della compassione umana di Gesù per le miserie umane. Se fosse stato così, non si spiegherebbe perché non abbia guarito tutti gli infermi della sua epoca.

Questa attività benefica è il segno il quale conferma che « il regno di Dio è qui » (Mc. 1,15), come afferma egli stesso agli inviati del Battista:

 

In quel momento Gesù curò molti da malattie, da infermità e da spiriti maligni, e a molti ciechi donò la vista. E rispose loro: Andate a riferire a Giovanni quel che avete veduto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunciata la buona novella e beato è colui per il quale io non sarò occasione di scandalo (Lc. 7,21-23).

 

Questi fatti erano stati già indicati da Isaia come segno dell'era della salvezza di Jahve (cfr. Is. 26,19; 29,18 s.; 35,3 s.; 61,1 s.). La salvezza promessa si trova già presente nell’attività di Gesù:

 

Fattasi sera, gli furono portati molti indemoniati, e cacciò gli spiriti con una parola, e guarì tutti gli infermi, affinché s’adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Ha preso le nostre infermità e s’è addossate le nostre malattie (Mt. 8,16-17; cfr. Is. 53,4).

 

La persona di Gesù porta con sé la salvezza:

 

Oggi in questa casa è venuta la salvezza (Lc. 19,9; cfr, 10,23-24; 11,29-32).

E venne a Nazaret... e di sabato, come era solito fare, entrò nella sinagoga e si alzò in piedi a leggere. Gli fu dato il libro del profeta Isaia e, svoltolo, trovò il passo dove stava scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto, mi ha mandato a predicare al poveri la buona novella, ad annunciare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi il ricupero della vista, a mettere in libertà gli oppressi, a promulgare un anno di grazia del Signore. Arrotolò il volume, lo rese all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: Oggi si è adempiuta questa Scrittura nelle vostre orecchie (Lc. 4,16-21).

 

Il dolore e la malattia, dunque, hanno cominciato a essere vinti grazie all’attività risanatrice di Gesù [1].

Ma Gesù non solo libera dalla malattia, segno del peccato. Anticipa anche durante la sua vita la liberazione dalla morte. Gli evangeli hanno raccolto solo alcuni casi di resurrezione (la figlia di Giairo: Mc. 5,21-24; 35-42; il figlio della vedova di Nain; Lc. 7,11-17; Lazzaro: Gv. 11, 1-46; cfr. tuttavia Mt. 11,5). Queste resurrezioni sono segno che l’umanità comincia a vedersi libera dall’oppressione della morte, che con la presenza di Gesù è cominciata l'era della resurrezione e della vita eterna:

 

Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me anche se è morto, vivrà, e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno (Gv. 11,25; cfr. Lc. 7,23).

 

*  *  *

Gesù anticipa durante la sua vita la vittoria sul peccato. Questa vittoria era uno dei tratti caratteristici della speranza profetica sul regno di Dio:

 

Ecco verranno i giorni nei quali con la casa di Israele io concluderò una nuova alleanza. Non come l'alleanza che conclusi con i loro padri... Uno non dovrà più stimolare un altro ... perché tutti mi riconosceranno... poiché io perdonerò le loro iniquità, non mi ricorderò più del loro peccato (Ger. 31,31-34; cfr. Is. 44; Ez. 36, 25-30; Mi. 2,7.19).

 

Gesù non annuncia come futuro il perdono dei peccati da parte di Jahve, ma egli stesso perdona il peccato: « Veduta la loro fede disse al paralitico: Figlio, ti son rimessi i tuo peccati ». La pretesa suona come una bestemmia e così la interpretano gli scribi: « Come quest'uomo può parlare così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio? ». Gesù risponde con la guarigione dell'infermo, indicando con questo che la sua parola è tanto efficace quando assicura il perdono dei peccati, realtà invisibile, come quando guarisce il paralitico, segno visibile (Mc. 2,1-12; cfr. Lc. 7, 36-50; Gv. 8,10-11). In lui splende la misericordia, il perdono e la grazia di Dio verso i peccatori, poiché « è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto » (Lc. 19,9; cfr. Mt. 9,13; 11,19; Mc. 2.16-17; Lc. 7, 37; 15; 18,9-14; 19,1-10).

*  *  *

Anticipa anche durante la sua vita la vittoria sul demonio annunciata in penombra fin dagli albori del peccato (cfr. Gen. 3,15). Inizio di questa vittoria è l’« allontanati da me, Satana » con cui Gesù respinge le sue insinuazioni all’inizio del proprio ministero pubblico (cfr. Mt. 4,10). La sua vita in seguito continua a essere un incessante confronto del potere di Dio, presente in Gesù, coll'impero di Satana che vacilla davanti a lui: « Che abbiamo da vedere con te, Gesù di Nazaret? Sei tu venuto per mandarci in perdizione?» (Mc. 1,24). « Gli spiriti immondi, vedendolo cadevano ai suoi piedi» (Mc. 3,11), gli si sottomettono (cfr. Mc. 5,1-20), comprendono che è giunta l’ora della sconfitta: « Che abbiam noi da vedere con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo? » (Mt. 8,29).

Lo stesso significato hanno le numerose espulsioni di demoni attestate dai vangeli (cfr. oltre ai testi precedenti, Mc. 7,29-30; 9,14-29) [2].

Con Gesù di Nazaret, dunque, è giunto qualcuno più forte di Satana, e lo ha legato (Mc. 2.27). È il segno più chiaro che « è venuto per voi il regno di Dio » (Mt. 12,28). Questa liberazione Gesù non la riserva per una classe determinata di uomini. Nonostante limiti di proposito la sua attività al popolo giudaico (cfr. Mt. 10,6), al quale secondo il piano di Dio viene offerto per primo la salvezza, compie nella sua vita alcune guarigioni destinate a pagani, alcuni dei quali tanto odiosi per i giudei come il centurione (cfr. Mt. 8,5-13; 15,21-28). Con questo si indovina che la sua intenzione profonda è di estendere la salvezza a tutti gli uomini senza distinzione di religione o di razza, supposto che questi uomini si convertano e credano in lui (cfr. Mc. 1,15; Mt. 8,11-13; 12,41 ss.), cosa che afferma d'altra parte in alcune occasioni (cfr. Lc. 13,28-29; Mc. 12,1-12), soprattutto, come vedremo, quando parla della sua morte « per molti » (Mc. 10, 45; 14,24).

Questo inizio del regno di Dio indica già con tutta la chiarezza desiderabile che, benché sia già inaugurato sulla terra, non presenta un carattere terreno, di ordine politico, né si stabilisce con la lotta delle armi, perché esclude qualunque tipo di dominio territoriale. Gesù sotto questo aspetto si oppone alle vive speranze nazionaliste dei giudei, respingendo le loro pretese di nominarlo re (cfr. Gv. 6,15) [3]. Con ragione può rispondere a Pilato, quando lo interroga sul suo regno; « Il mio regno non è di questo mondo» (Gv. 18,36).

II regno di Dio si stabilisce nei cuori degli uomini, qualunque sia la nazione o forma di governo a cui appartengano, lì dove gli uomini accettano o respingono la salvezza offerta da Dio per mezzo di Gesù, lì dove i re di questo mondo niente possono fare anche se hanno potere per uccidere i corpi: cioè il dominio della volontà. « Io per questo son nato, e per questo son venuto al mondo; per dar testimonianza alla verità. Chiunque è per la verità, ascolta la mia voce » (Gv. 18,37). Un regno come lo definisce la liturgia: « Di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace » (prefazio della festa di Cristo re).

 

3. La pasqua di Gesù realizzazione della salvezza

Parlando della pasqua di Gesù applichiamo la parola a tutto il mistero della sua passione, morte, resurrezione e ascensione. Il Nuovo Testamento la intende come un unico mistero nel quale si realizza pienamente la salvezza nei suoi diversi aspetti (cfr. Atti 2,22-36; 4, 8-12; Fil. 2, 6-11; Lc. 24,44-52).

Poiché i fatti li abbiamo esposti anteriormente adesso ci occuperemo dell’interpretazione che già i vangeli cominciano a dare di essi e che continua nel resto del Nuovo Testamento, specialmente in S. Paolo e in S. Giovanni. La nostra esposizione vuole essere una sintesi del pensiero del Nuovo Testamento nel suo complesso, per cui non potremo trattenerci, se non molto raramente, a determinare le sfumature e le precisazioni che ciascuno degli autori dà sul mistero pasquale.

 

a) Carattere pasquale della morte di Gesù

Gesù di Nazaret è andato alla morte con piena consapevolezza (cfr. Mc. 8,31; 9,30-31; 10,32-34) e con piena libertà (cfr. Gv. 10,17-18; 12,27; Mc. 10,45; Ebr. 10,5-10; Mc. 14,32-42; Gv. 14, 31). Muore la vigilia della grande festa giudaica della pasqua, nella quale si commemora e si rivive liturgicamente la salvezza del popolo israelita dalla schiavitù d’Egitto (cfr. Es. 12-13).

Questa circostanza come tutto quello che si riferisce alla sua morte è stata prevista da Gesù, come egli manifesta ai suoi discepoli quando è già diretto verso Gerusalemme: « Ecco che noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai gran sacerdoti e agli scribi; e lo condanneranno a morte...» (Mc. 10,33; cfr. Lc. 13, 31-35). Ed è stata cercata da lui, giacché i giudei cercano di impedirla: « Due giorni dopo era la Pasqua e gli azzimi e i gran sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di Gesù con inganno per ucciderlo, poiché dicevano: Non durante la festa, perché il popolo potrebbe tumultuare » (Mc. 14,1-2; cfr. Lc. 4,28-30; 13,31-35; Gv. 8, 59). Il momento della sua morte giunge solo quando egli vuole: « Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per impossessarvi di me? Ogni giorno ero tra voi a insegnare nel tempio e non mi avete preso » (Mc. 14,4849; cfr. Mt. 26,55-56; Lc. 22,52-53; Gv. 18,2-11). Questa previsione e questa intenzione di Gesù dà alla sua morte un carattere « pasquale » come si manifesta chiaramente nella celebrazione della cena con cui anticipa la sua donazione, come sottolineano le narrazioni dell’istituzione dell’eucarestia:

 

Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la Pasqua... Venuta l'ora Gesù si mise a tavola con gli apostoli e disse loro: Ho ardentemente desiderato di mangiare questa pasqua con voi, prima del mio patire... Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo dato per voi. Fate questo in memoria di Mc. Similmente, dopo la cena, diede la coppa dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue sparso per voi (Lc. 22,7.14-16.19-20).

 

D’accordo con questa intenzione di Gesù, S. Giovanni più tardi può interpretare la sua morte come la sua « pasqua », il suo « esodo »:

 

Prima della festa di Pasqua, sapendo che era venuta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre... Durante la cena, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota ... il proposito di tradirlo, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava ... (Gv. 13,1-3).

 

Anzi può identificarsi con l’agnello pasquale immolato, il cui sangue salvò gli israeliti dallo sterminio nel primo esodo (cfr. Es. 12, 13.22-23; 26-27), affermando che in lui si compie la Scrittura: « Non gli sarà spezzato un sol osso» (Gv. 19,36; cfr. Num. 9; 12; Gv. 1,29.36). Anche S. Paolo fa espressamente questa identificazione: « Espellete il vecchio lievito, per essere un impasto nuovo come vi si addice quali pani azzimi, dato che il vostro agnello pasquale, Cristo, è stato immolato » (1 Cor. 5,7; cfr. Apoc. 5,6. 12; 7.14. 11; 22, 14).

Il mistero pasquale è dunque l'« ora di Gesù », momento che nessuno può anticipare (cfr. Gv. 7,30; 8,20), quello del suo passaggio al Padre (cfr. Gv. 13,1), quello del compimento della sua missione, che è la sua morte volontaria per dare frutto (cfr. Gv. 12,23-33), il momento della sua glorificazione (Gv. 12,23; 17,1). Dalla croce, culmine dell'ora, che racchiude già per S. Giovanni il principio dell’esaltazione, espressa nella tradizione sinottica col mistero dell’ascensione, Gesù contemplando tutta la sua opera, esclama nel rendere lo Spirito: « Tutto è compiuto » (Gv. 19,30). In tal modo ha realizzato in pienezza la salvezza degli uomini.

 

b) Significato salvifico della pasqua di Gesù

L’avventura di Gesù non termina nel sepolcro. Quando i discepoli si erano dispersi (cfr. Mc. 14,50), quando già cominciavano a parlare di lui come di qualcuno che apparteneva al passato: « Ciò che è accaduto a Gesù di Nazaret che fu profeta potente in opere e parole... Noi speravamo che egli fosse colui che deve liberare Israele; ma con tutto ciò, questo è il terzo giorno che tali cose sono accadute» (Lc. 24,19-21), cominciano ad avere il dono di alcune visite del maestro, visite inaspettate, respinte inizialmente come se si trattasse di immaginazioni, ma accettate alla fine di fronte all'evidenza della sua presenza (cfr. Mt. 28,16-17; Lc. 24,36-43; Gv. 20,24-29).

Gesù è realmente risorto (Lc. 24,6). Fu visto vivo da numerosi testimoni (cfr. una lista autorizzata e antichissima in 1 Cor. 15,1-8). È lo stesso di prima, coi suoi gesti caratteristici (Lc. 24, 38; Gv. 20,27), col suo stesso corpo che si può palpare (Lc. 24,40; Gv. 20,24-27), che conserva i segni della sofferenza (Lc. 24,40; Gv. 20,24-27), mangia con loro (24,41 ss.; Gv. 21,12). Tuttavia, il suo corpo, pur essendo reale, materiale, è trasformato, non è sottoposto alle leggi fisiche della materia: entra ed esce anche con le porte chiuse (Gv. 20,19-26), appare e scompare improvvisamente (Lc. 24,31; Gv. 21). Davanti ad ogni persona adotta un aspetto diverso; ma si fa riconoscere da qualche particolare intimo. Si direbbe da particolari dello spirito (Gv. 20, 16: Lc. 24,30-31; Gv. 21,6-7).

Queste visite e il modo peculiare di realizzarsi, insieme alla costatazione del sepolcro vuoto, assicurano ai discepoli che Gesù possiede già una vita nuova e distinta, che è risorto. Ricorda loro e fa capire quello che tante volte aveva detto durante la sua vita terrena e che essi non avevano capito (Lc. 24; Gv. 2,22), dà loro la chiave per comprendere le Scritture che si riferivano a lui (cfr. Gv. 2,22; 12,16; 20,8-10), e per comprendere il significato della sua morte e di tutta l’opera da lui compiuta.

 

a’) La resurrezione di Gesù massimo intervento di Dio nella storia

Le apparizioni di Gesù risorto ai suoi apostoli sono per essi, al tempo stesso, esperienza della sua nuova vita e prova evidente dell’intervento di Dio.

Già l’Antico Testamento assicura che solo Jahve può dare la vita (cfr. Num. 14,21; Ger. 2,13; 17,13; 22,24; Sal. 36, 10; 118; 1 Re. 6). Egli è l’unico che possa vivificare i morti (cfr. Ez. 37). La resurrezione di Gesù è l’opera massima di vivificazione compiuta da Dio. Così la intende e predica fin dal primo momento la Chiesa primitiva, attribuendo la resurrezione al Padre:

 

Dio sciolse i vincoli dell'ade e lo risuscitò (Atti 2,24; cfr. v. 32). Uccideste il principe della vita. Egli però è stato risuscitato da Dio (Atti 3,15).

Rendiamo noto a voi tutti e all’intero popolo di Israele che quest’uomo si trova davanti a voi sano in virtù del nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi faceste crocifiggere e che Dio risuscitò da morte (Atti 4,10; cfr. 5,30; 10, 40-43; 13, 27-41).

 

In questo consiste l’essenza della fede cristiana, la fede che porta la salvezza riassunta così da S. Paolo;

 

Poiché se con la tua bocca confessi che Gesù è Signore e se nel tuo cuore credi che Dio lo ha risuscitato dai morti, otterrai la salvezza (Rom. 10,9).

 

E polemizzando con alcuni Corinti, che negavano la resurrezione dei corpi, l’apostolo riafferma: « Noi risultiamo dei falsi testimoni riguardo a Dio, poiché contro Dio avremmo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, quando certo non lo avrebbe risuscitato se davvero i morti non risorgono» (1 Cor. 15,15). È il Padre dunque colui che ha compiuto questa meraviglia delle meraviglie: la resurrezione di Gesù.

Altri testi attribuiscono la resurrezione allo stesso Gesù. Questo è il significato della formula « è risorto », frequente nelle narrazioni evangeliche, usata in greco nella forma media. « Non è qui, ma è risorto. Ricordatevi di ciò che vi disse quando era ancora in Galilea: che il Figlio dell’uomo doveva ... risorgere il terzo giorno » (Lc. 24,7; cfr. v. 46; Mc. 16,9; 1 Cor. 15,3). S. Giovanni lo afferma con altre parole quando Gesù, parlando della distruzione del tempio, attribuisce a se stesso la sua riedificazione. « Egli parlava — interpreta l’evangelista — del tempio del suo corpo. Quando dunque Gesù risuscitò dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e credettero alla Scrittura e a ciò che aveva detto Gesù » (Gv. 2,19.21-22). E più esplicitamente quando afferma: « Per questo il Padre mi ama, perché io do la mia vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, la do da Mc. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla. Questo è il comandamento che ho ricevuto dal Padre » (Gv. 1,17-18). In questo testo si risolve la contraddizione tra la duplice affermazione della fede: Dio ha risuscitato Gesù e Gesù ha risuscitato se stesso. Poiché se Gesù ha questo potere è perché lo ha ricevuto dal Padre: « Come il Padre risuscita i morti e li fa vivere, così anche il Figlio fa vivere chi vuole... Come il Padre ha in se stesso la vita, così ha dato al Figlio di avere la vita in se stesso » (Gv. 5,21.26).

Finalmente anche lo Spirito è intervenuto nella resurrezione di Gesù. Lo Spirito ha agito già lungo la sua vita (cfr. Mt. 3,16; Lc. 4,18). Ma solo nella resurrezione-si può dire che riceve la sua piena effusione: « Elevato in cielo mediante la destra di Dio e ricevuto da lui lo Spirito promesso, egli lo ha effuso, come voi state vedendo e ascoltando » (Atti 2,33). Gesù risorto diventa fonte dello Spirito (Gv. 5,37-39; 16, 7-14; 20,22) [4].

Per S. Paolo lo stesso Spirito è colui che compie la resurrezione, come si deduce dall’azione che eserciterà sui corpi dei credenti: « E se lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte abita in voi, colui che risuscitò Cristo Gesù da morte vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito, che abita in voi» (Rom. 8,11). «Se fu crocifisso nella sua debolezza, vive ora per effetto della potenza di Dio» (2 Cor. 13,4; cfr. 10,4), potere che in molti altri testi va unito intimamente con lo Spirito (cfr. Gen. 1,2; Lc. 1,35; 11,20; Atti 10, 38). S. Pietro è della stessa opinione quando afferma: « Cristo ... una volta per sempre morì per i peccati... ucciso quanto alla carne, ma vivificato quanto allo spirito » (1 Piet. 3,18).

 

b’) La pasqua di Gesù la sua stessa liberazione definitiva

L’intervento di Dio nella resurrezione di Gesù garantisce che la pasqua è la salvezza piena dello stesso Gesù, la sua liberazione dalle servitù a cui è soggetto durante la sua vita terrena.

*  *  *

Nella pasqua avviene il confronto decisivo tra Gesù e il demonio. La conclusione finale della tentazione con cui inizia la sua vita pubblica suggerisce che quella non era altro che una specie di scaramuccia nella lotta tra i due, che il confronto definitivo sarebbe avvenuto in altro momento: « Esaurita ogni specie di tentazione, si allontanò da lui fino al tempo opportuno » (Lc. 4, 13), tempo che lo stesso Luca identifica col momento della passione: « questa è l’ora vostra, il potere della tenebra » (Lc. 22,53). In quest’ora, l’« avversario » mette in gioco tutte le sue armi contro Gesù: uno dei discepoli, spinto da Satana, lo tradisce (Lc. 22,3-6; Gv. 13,27; cfr. Gv. 6,71; 13,2), gli amici lo abbandonano, vagliati da Satana (Gv. 16,32; Lc. 22,31), perfino lo stesso Pietro, confidente e amico lo rinnega (Lc. 22,31; Gv. 18, 15-18,25-27). Giudei e romani si alleano per portarlo a morte (Gv. 18,12-14.19-24.28-38), Erode e Pilato si riconciliano in occasione della sua condanna (cfr. Lc. 23,12; cfr. Atti 4,26-27).

Ma Satana è stato sconfitto. Contro Gesù ogni suo strattagemma è stato impotente. Perché quel che il demonio voleva era di allontanarlo dal compito della sua missione salvifica, ma Gesù, nonostante l’abbandono dei suoi amici, nonostante i loro tradimenti, nonostante l’odio dei suoi nemici, continua fino alla fine a compiere la volontà del Padre, beve fino all'ultima goccia il calice che gli aveva preparato, rinuncia fino all'ultimo a essere come Dio, che è la tentazione originale di Satana, e quella con cui sempre aveva vinto. Alcuni giorni dopo Gesù uscirà vittorioso dal sepolcro, e questo sarà il segno che è veramente andato al Padre, che il principe di questo mondo non poteva niente su di lui (cfr. Gv. 14,30), che l'antico serpente è stato sconfitto da questo figlio dell'uomo, obbediente fino alla morte di croce (cfr. Fil. 2, 8; Apoc. 12).

 

Poiché dunque i figlioli hanno comune il sangue e la carne, anch'egli, alla stessa guisa, ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza, mediante la morte colui che della morte aveva il potere, cioè il diavolo e affrancare quanti, per timore della morte, durante tutta la vita erano soggetti a schiavitù (Ebr. 2,14-15). Chi fa il peccato viene dal diavolo, poiché fin dal principio, il diavolo è peccatore. Il Figlio di Dio si manifestò appunto per disfare le opere del diavolo (1 Gv. 3,7-8).

 

* * *

La pasqua di Gesù è la sua vittoria sul peccato e la sua definitiva liberazione dalla condizione di peccato a cui era soggetto durante la sua vita.

Gesù non ha conosciuto il peccato. È un’affermazione fondamentale in tutto il Nuovo Testamento. Coloro che lo vedono possono affermare che ha fatto tutto bene (cfr. Mc. 7,37), nessuno può accusarlo seriamente con prove che ha peccato (cfr. Gv. 8,46). « Voi sapete che egli apparve per togliere i peccati, egli in cui non c'è peccato » (1 Gv. 3,5). « Alla stessa guisa di noi, è stato provato in tutto, tranne il peccato » (Ebr. 4,15). « Lui che peccato non fece e nella cui bocca non fu trovato inganno, lui che oltraggiato non restituiva l’oltraggio, maltrattato non minacciava... » (1 Piet. 2,22). Egli è « santo, innocente, incontaminato, segregato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli » (Ebr. 7,26).

Ma « colui che non sperimentò il peccato. Iddio lo fece per noi peccato» (2 Cor. 5,21), è stato fatto «carne simile a quella del peccato» (Rom. 8,3), cioè ha preso la debolezza della natura umana con tutte le conseguenze in essa dal peccato, specialmente quella della lontananza da Dio.

Ma con la sua morte, Gesù condanna il peccato nella carne (cfr. Rom. 8,3). Perché, essendo il peccato la ribellione contro Dio, e causando l'allontanamento da lui, Gesù con la morte, non solo non si allontana da Dio, ma si dona e si sottomette alla volontà di Dio per amore a lui e agli uomini (cfr. Gv. 13,1; 4, 31; 15,9; Gal. 2,20; Ef. 5, 2; Apoc. 1,5). In tal modo vince la tendenza dell’uomo a chiudersi in se stesso, opponendosi a Dio, che è la caratteristica del peccato. Con la sua morte e resurrezione, Gesù ha compiuto l’esodo da se stesso, ha abbandonato la schiavitù della sua condizione carnale, è passato definitivamente al Padre.

Con la resurrezione il Padre lo accoglie nel suo seno, senza possibilità, ormai di allontanarsi più da lui, in comunione perfetta di vita.

 

Entrando nel mondo, egli dice: sacrificio e offerta non hai voluto, ma mi hai preparato un corpo: olocausti e sacrifici per il peccato non hai gradito. Allora io dissi: Ecco che io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà... Nella quale volontà siamo stati santificati mediante l'offerta del corpo di Gesù Cristo una volta per sempre ... Questi invece, offerto un unico sacrificio per i peccati, in perpetuo si assise alla destra di Dio... Giacché con una sola offerta ha reso perfetti per sempre coloro che vengono santificati (Ebr. 10,5-7. 10. 12. 14).

 

* * *

La pasqua di Gesù è la sua vittoria definitiva sulla morte. Abbiamo già notato come la sua morte è segno della condizione di peccato in cui si trova l’umanità attuale (cfr. Rom. 5,12; 6,23). Da questo punto di vista, la morte consuma la separazione dell'uomo da Dio che si inizia col peccato, stabilisce l'uomo nello stato di allontanamento da Dio.

Gesù vive questa condizione carnale (Ebr. 2,14) che lo porta all’allontanamento da Dio fino al punto da poter pronunciare questo grido straziante: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc. 15,34; cfr. Gal. 5,17; 1 Cor. 15, 50; 2 Cor. 5,6).

Ma questa condizione è stata voluta da Gesù, non gli apparteneva di suo: « Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce » (Fil. 2,6-8). Questo è il significato della « discesa all’inferno ». Gesù inizia la sua discesa quando esce dal Padre e la consuma scendendo nel dominio della morte. Ma non vi scende per restarvi prigioniero: questa discesa è la consumazione della sua rinuncia all'esistenza terrena per passare all’esistenza celeste, frutto dello Spirito. Questa rottura si attua con la resurrezione (cfr. Atti 2,24-31). Per mezzo di essa Gesù rompe i legami della morte, sorge a una vita nuova, imperitura. A partire dalla resurrezione, ormai non vi è più nulla in Cristo che impedisca che la sua gloria di Figlio si manifesti, ormai non è chiuso nel carcere della carne, ormai non è soggetto a nessuna delle sue oppressioni.

 

Conosci che Cristo, una volta risuscitato dai morti; più non morrà, non avendo la morte più alcun dominio su di lui. Chi è morto, è morto al peccato una volta per sempre: e chi vive, vive ormai per Iddio (Rom. 6,9-10).

 

* * *

Cristo, dunque, è il primo salvato dalle oppressioni del demonio, del peccato, della morte. Il suo passaggio da questo mondo al Padre, è stato la sua salvezza (cfr. Ef. 4, 8), è entrato per primo nel riposo della terra promessa, nel seno di Dio.

San Paolo può gridare entusiasmato di fronte al pensiero di questa meravigliosa liberazione:

 

Ora Cristo è davvero risorto dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nel sonno di morte... La morte è stata ingoiata nella vittoria. Dov'è, o morte la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? II pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Ma siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor. 15,20.55-57). Ah, me infelice! Chi mi libererà da questo corpo fonte di morte? Sian rese grazie a Dio: per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore (Rom. 7, 24-25).

 

c’) La pasqua di Gesù, sua piena salvezza

La pasqua libera Gesù dalla condizione di schiavo a cui si era sottoposto per amore dell’uomo e in obbedienza al Padre. Questa liberazione non è altro che la condizione previa necessaria per il suo passaggio a un nuovo stato di esistenza caratterizzato dalla trasformazione del suo essere carnale in essere spirituale, mediante la piena partecipazione alla gloria divina e la perfetta manifestazione della sua filiazione. Cristo è così il primo e perfetto beneficiario della salvezza da lui stesso acquistata.

 

Cristo, la « nuova creazione » per opera dello Spirito

Lo Spirito è stato sempre l'agente della creazione. Così accade già nella prima creazione. È stato il realizzatore di certe trasformazioni successive nella vita degli uomini, che equivalgono a un nuovo inizio nelle loro vite, a una nuova creazione.

E lo Spirito che ha compiuto già l’incarnazione nel seno di Maria, opera che S. Luca paragona alla nuova creazione (cfr. Lc. 1,35). Ma questa azione dello Spirito assume tutta la sua pienezza nella resurrezione. Lo Spirito trasforma le condizioni di esistenza di Gesù, trasformandolo da uomo « carnale » in uomo « spirituale », animato, vivificato dallo Spirito. « Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, il secondo Adamo divenne uno spirito che vivifica» (1 Cor. 15,45). È lo Spirito dunque, che adesso anima la nuova vita di Gesù. « Si cancella l'opposizione tra la vita carnale di Cristo e la sua santità interiore; le leggi della materia non influiscono più in lui; il tempo e il luogo non lo circoscrivono più, poiché il potere e l’eredità dello Spirito hanno soppresso la debolezza. Questa spiritualizzazione è sostanziale a un punto tale che obbliga a dire non solamente che Cristo fu fatto spirituale, ma ' spirito ’ semplicemente » (cfr. 2 Cor. 3,7) [5].

 

L'esaltazione di Cristo e la destra del Padre

Il mistero pasquale si consuma con l’ascensione di Gesù:

 

Li condusse fin verso Betania e, levate le mani, li benedisse. E mentre li benediceva si separò da loro e veniva portato su nel cielo. Ed essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme pieni di gioia e stavano di continuo nel tempio, lodando e benedicendo Dio (Lc. 24. 50-51 ; cfr. Atti 1,2.11.22; Mc. 16,19).

 

Questa ascensione al cielo è interpretata fin dal primo momento come l'esaltazione di Gesù risorto, alla destra del Padre [6].

La realtà dell’esaltazione è una delle affermazioni capitali della fede della Chiesa primitiva:

 

Fratelli, si può dire liberamente davanti a noi che Davide... previde e predisse la resurrezione del Messia, nel senso che questi non fu abbandonato nell'ade e il suo corpo non andò in corruzione. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato. E di ciò siamo testimoni noi tutti. Poi elevato al cielo alla destra di Dio e ricevuto da lui lo Spirito Santo promesso, egli lo ha effuso, come voi state vedendo e ascoltando. Non Davide infatti è asceso al cielo e tuttavia egli dice; Disse il Signore al mio Signore: siediti alla mia destra, finché avrò messo i tuoi nemici per sgabello dei tuoi piedi. Sappia quindi con certezza tutto il popolo d’Israele che questo Gesù che voi avete fatto crocifiggere, è stato da Dio costituito Signore e Messia (Atti, 2,29.31-36; cfr. Atti 5,30-31; 7,55-56; Rom. 8,34; Ef. 1,20 ss.; Ebr. 1,1-14; 8,1; 1012; 12,2; Col. 3,1).

 

Già il testo degli Atti ci dà in sintesi il significato dell’ascensione che gli altri testi completano o esplicitano. Gesù è disceso dal cielo (cfr. Gv. 3,13) e si è umiliato fino all'estremo discendendo fino alle parti inferiori della terra (cfr. Ef. 4,9). Poiché ha accettato nell'amore questa profonda umiliazione, Dio lo ha incoronato di gloria e di onore (cfr. Ebr. 2,9), gli ha dato il potere e il dominio su tutti i suoi nemici (cfr. Ef. 1,20-23; Col. 1,13-20), lo ha fatto sedere alla sua destra, lo ha eguagliato a lui nel potere, lo ha fatto suo conregnante sul mondo e sugli uomini. S. Matteo conclude con queste parole: « A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra » (28,18).

Questa esaltazione si descrive anche come la glorificazione del figlio dell’uomo umiliato durante la sua vita terrena.

Quando Giuda esce a consumare il suo tradimento consegnando il figlio dell’uomo, Gesù esclama: « Adesso è stato glorificato il Figlio dell’uomo e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, Dio a sua volta lo glorificherà in sé, e lo glorificherà subito » (Gv. 13,31-32). Questa glorificazione consiste nel fatto che, grazie alla resurrezione e ascensione, il Figlio ricupera la gloria a cui aveva rinunciato con l'incarnazione, « la gloria che aveva prima che il mondo fosse » (cfr. Gv. 17,1-5), cioè ricupera in pienezza la sua condizione divina che con l’incarnazione era rimasta nascosta. Questa gloria si oppone costantemente all’umiliazione che ha supposto la morte di Gesù da parte dei giudei: « È stato il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri, che ha glorificato il servo suo Gesù, da voi consegnato e rinnegato davanti a Pilato. E mentre Pilato lo assolse, voi rinnegaste il Santo e il Giusto » (Atti 3,13-15). « Egli è la pietra, disprezzata da voi costruttori, diventata capo d’angolo » (Atti 4,11).

Questa esaltazione e glorificazione costituiscono l’intronizzazione di Gesù risorto. Dio ha posto tutte le cose sotto i suoi piedi (cfr. Ebr. 2,9), gli ha assoggettato tutto sulla terra, nel cielo e negli inferi, lo ha posto « sopra ogni principato e potestà e potenza e dominazione e ogni altro titolo che potrebbe esser nominato non solo nel secolo presente ma anche nel futuro. E tutto egli ha messo ai piedi di lui » (Ef. 1; 21-22).

Questo indica la portata cosmica della vittoria di Cristo, cioè che il suo dominio si estende non solo agli uomini ma a tutti gli esseri creati, di qualunque natura siano, e allo stesso modo materiale, nel quale la vita dell'uomo si sviluppa.

 

Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, in terra e nell'inferno e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre (Fll. 2,9-11)[7].

 

La comunicazione della filiazione divina

Il Nuovo Testamento sa che Gesù è il Figlio di Dio, lo è da sempre e lo è stato durante tutta la sua vita terrena.

Basti ricordare alcune delle affermazioni esplicite della sua preesistenza:

 

Egli ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo Figlio diletto, per il quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Questi è l'immagine di Dio invisibile; primogenito avanti ogni creatura, poiché in lui tutte le cose furono create: quelle celesti e quelle terrene, le visibili e le invisibili, siano troni o dominazioni, principati o potestà: tutto è stato creato per mezzo di lui e per lui, ed egli esiste avanti tutte le cose e tutte hanno consistenza in lui (Col. 1,13-17; cfr. Gv. 1,1.14.18; 3,13; Rom. 8.3; Gal. 4.4; Ebr. 1.2; 5,8).

 

Ma questo carattere di Figlio di Dio non appare durante la sua vita terrena. Si manifesta in essa il figlio dell'uomo che non ha dove posare il capo (cfr. Lc. 9,58), il figlio di David nella debolezza della carne (Rom. 1,3; 8,3; Ebr. 2, 5-18; 5,15; Fil. 2, 6-8). Gesù vinse la tentazione di apparire come Figlio di Dio durante la sua vita sulla terra (cfr. Mt. 4, 3. 6). L'ha vinta soprattutto nel momento della sua morte, quando viene invitato beffardamente a mostrarsi « figlio di Dio » scendendo dalla croce (cfr. Mt. 27,40). Solo in particolari momenti della sua vita, all'inizio della sua missione (Mt. 3,17) e nella trasfigurazione, che gli evangelisti hanno già redatto come un anticipo della gloria pasquale (Mt. 17,5; cfr. 2 Piet. 1,17), Gesù ha lasciato trasparire qualcosa della sua gloria davanti a testimoni scelti.

Gesù è stato « costituito, a partire dalla sua resurrezione dai morti, Figlio di Dio nella potenza secondo lo Spirito santificante» (Rom. 1,4). Nella resurrezione è proclamato solennemente come Figlio: « Noi vi annunziamo che la promessa fatta da Dio ai nostri padri, Dio l'ha adempiuta per noi, loro figli, col risuscitare Gesù, secondo quanto è scritto nel Salmo secondo: Tu sei il Figlio mio, io oggi ti ho generato. Che lo abbia risuscitato da morte così da non ritornare più nella corruzione, lo aveva pure detto...» (Atti 13,32-34; cfr. Atti, 1,5-6; 5,5). Con la resurrezione Gesù si libera dall'ostacolo che impediva questa manifestazione: la condizione carnale. Trasformata questa in virtù dello Spirito, ormai la carne non è ostacolo, ma specchio in cui si rispecchia la gloria del Figlio. Come Figlio mediante la resurrezione ed esaltazione, Gesù è stato costituito erede di tutto (cfr. Ebr. 1,3; Gal. 4,7; Rom. 8,17). Le promesse fatte in principio ad Abramo, e, precedentemente, all’umanità e rifatte poi lungo tutta la storia, specialmente a partire da David, hanno il loro compimento in Gesù risorto. La sua eredità è Israele, le nazioni, l'intero cosmo. Tutto è stato consegnato a lui come possesso personale, acquistato mediante la sua obbedienza al Padre e al suo sacrificio per gli uomini.

* * *

La pasqua di Cristo è dunque la realizzazione piena della salvezza. Cristo è stato già salvato in pienezza. Ma la sua salvezza non riguarda lui solo. Egli ci porta tutti con sé. La realizzazione di questa salvezza e di questa vittoria sui nemici, non ha coinciso, come si aspettavano i giudei con la fine del mondo. Gli ultimi tempi sono già presenti in lui, ma ancora non è giunta la fine dei tempi. Come sempre nella storia della salvezza la fine, già realizzata, ha conosciuto una nuova dilazione (cfr. 2 Piet. 3,9). Questa dilazione è occupata ora dal tempo della Chiesa. È lei che è incaricata, da parte di Cristo, di far presente, nel mondo e per gli uomini di ogni epoca della storia, la salvezza già acquistata da lui, finché non giunga il momento del suo ritorno nella gloria, quando si manifesterà visibilmente e gloriosamente e si compirà negli uomini e nel mondo quello che Cristo già acquistò e che attraverso la Chiesa è andato e andrà germinando nella storia.

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[1] Questo aspetto salvifico della guarigione dalla malattia resta più manifesto quando è accompagnato dal perdono dei peccati dell’infermo (cfr. Mc. 2,1-12).

[2] Il fatto che si discuta se tutti i casi narrati nei vangeli siano autentici ossessi o se in qualcuno si tratti piuttosto di malattie che oggi chiameremmo psicologiche, non invalida la conclusione. Gesù sì adatta alla mentalità e alla scienza del suo tempo. Se allora dette malattie si consideravano come, fruito dell’intervento demoniaco, Gesù si presenta di fatto, per quegli uomini, come il trionfatore del demonio. Questa realtà resta, benché la mentalità nell'interpretazione di qualcuna di quelle malattie sia cambiata.

[3] Si ricordi a questo riguardo quanto fu detto parlando del titolo di messia. Gesù mantiene il riserbo riguardo ad esso e si nasconde quando cercano di farlo re. E soprattutto si tenga conto del suo atteggiamento di accettazione dell'autorità romana (cfr. Mc. 12, 13-17; Gv. 19,8-12).

[4] Si veda in seguito in qual modo agisce lo Spirito nella resurrezione di Gesù.

[5] F. X. Durrwell, La resurreción de Jesús, misterio de salvación, Herder, Barcellona, 1965, pag. 117.

[6] Gli autori non son d'accordo sulla data dell'ascensione. S. Luca, nel vangelo, dà l'impressione che ebbe luogo lo stesso giorno della pasqua (cfr. Lc. 24,12.3.1. 36. 50). La stessa impressione produce la lettura del vangelo di S. Giovanni (cfr. Gv. 20,17). Tuttavia, lo stesso S. Luca, negli Atti, colloca la scena dell'ascensione dopo « quaranta giorni » in cui hanno luogo le apparizioni (cfr. Atti 1,3). Non sembra logico supporre contraddizione nello stesso Luca, essendo gli Atti continuazione immediata del vangelo. La soluzione della contraddizione deve cercarsi, con molti autori, nel fatto che l'ascensione come mistero — l'esaltazione alla destra del Padre — è un aspetto della stessa resurrezione, e non si può separare cronologicamente da essa. Un’« ascensione » visibile può essere avvenuta « quaranta giorni » dopo, come fine del periodo delle apparizioni, e al tempo stesso come segno visibile della realtà invisibile del mistero dell'ascensione. Di fatto, nella liturgia della Chiesa, nei primi tempi solamente due feste avevano data fissa: Pasqua, e, cinquanta giorni dopo, Pentecoste. L'ascensione quaranta giorni dopo pasqua comincia a celebrarsi piuttosto tardi.

[7] Cfr. quanto si è detto in precedenza parlando del titolo « Signore ».


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4 novembre 2022                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net