Regola di S. Benedetto

LA SALVEZZA

Prologo: Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso; ma se, per la correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in principio è necessariamente stretta e ripida.

Capitolo II - L'Abate: D'altra parte è anche vero che, se il pastore avrà usato ogni diligenza nei confronti di un gregge irrequieto e indocile, cercando in tutti i modi di correggerne la cattiva condotta, verrà assolto nel divino giudizio e potrà ripetere con il profeta al Signore: "Non ho tenuto la tua giustizia nascosta in fondo al cuore, ma ho proclamato la tua verità e la tua salvezza; essi tuttavia mi hanno disprezzato, ribellandosi contro di me"... Soprattutto si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza delle anime, di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà terrene, transitorie e caduche, ma pensi sempre che si è assunto l'impegno di dirigere delle anime, di cui un giorno dovrà rendere conto.

Capitolo VII - L'umiltà: Il quarto grado dell'umiltà è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà, contrarietà e persino offese non provocate nell'esercizio dell'obbedienza, accetta in silenzio e volontariamente la sofferenza e sopporta tutto con pazienza, senza stancarsi né cedere secondo il monito della Scrittura: " Chi avrà sopportato sino alla fine questi sarà salvato".

Capitolo XXV - Le colpe più gravi: Il monaco colpevole di mancanze più gravi .... Attenda da solo al lavoro che gli sarà assegnato e rimanga nel lutto della penitenza, consapevole della terribile sentenza dell'apostolo che dice: "Costui è stato consegnato alla morte della carne, perché la sua anima sia salva nel giorno del Signore".

Capitolo XXVIII - La procedura nei confronti degli ostinati: (L'abate), vedendo che la sua opera non serve a nulla, si affidi al rimedio più efficace e cioè alla preghiera sua e di tutta la comunità per ottenere dal Signore che tutto può la salvezza del fratello.

Capitolo XLI - L'orario dei pasti: L'abate regoli e disponga tutto in modo che le anime si salvino e i monaci possano compiere il proprio dovere senza un motivo fondato di mormorazione.

 


Salvezza e Redenzione

P. Mauro-Giuseppe Lepori OCist

Conferenza tenuta il 14.03.2019 a Milano, “Centro Culturale alle Grazie”,

con il titolo: Redenzione. Chi ci salva e da cosa.

(Estratta dal sito dell’Ordine Cistercense - ocist.org)


 

Salvezza. Redenzione.

Mi sono chiesto che significato hanno in me queste parole, che risonanza hanno in me, e nelle persone con cui vivo, che incontro, con cui faccio un cammino comune nella vocazione e nella missione. Che significato hanno per noi queste realtà? Ne sentiamo il bisogno? E se sentiamo un bisogno di salvezza e redenzione, come lo sentiamo, che spessore, che ampiezza ha questo bisogno?

Nel linguaggio corrente, la parola “salvezza" ricorre più facilmente che la parola “redenzione". Redenzione è un termine quasi esclusivamente riservato all'ambito religioso, in particolare nel mondo giudeo-cristiano. La redenzione in Cristo è, per i cristiani, il culmine della storia della salvezza.

Il termine salvezza, salvare, salvatore, è facilmente usato nella banalità dei discorsi quotidiani. Basta non aver perso il treno, o non aver preso il raffreddore di stagione, per farci esclamare: “Sono salvo! ".

Ma in realtà, anche nei Vangeli l'uso del termine “salvezza" ha diversi livelli di importanza. Basta che un infermo desideri la guarigione, che un cieco desideri la vista, che i discepoli si trovino su una barca sballottata dalla bufera, o un Simon Pietro, per la sua poca fede, cominci a sprofondare nel mare, che tutti gridano a Gesù: “Salvami! Salvaci "

Nella concordanza del Nuovo Testamento si distingue così fra i passi in cui il verbo greco sozein, salvare, è utilizzato in “senso forte" e i passi in cui esso ha sensi “vari". Va bene; ma cosa vuol dire essere “fortemente" salvati da Cristo o esserlo in modo, che so, superficiale, passeggero? Cosa vuol dire ricevere una salvezza forte o una salvezza debole? Cosa significa questa distinzione per noi; e cosa significa per Gesù Cristo? Sono veramente due livelli distinti o le tappe progressive di un processo?

Mi sembra un punto importante da chiarire, perché ho l'impressione che su questo ci sia non poca confusione nel modo con cui spesso oggi si vive la fede, l'appartenenza alla Chiesa, la preghiera, i sacramenti, il rapporto con Dio e con la vita, con il Creatore e con la creazione, con Cristo e con la storia del mondo.

La salvezza è un processo di sequela

Pensiamo a quando Gesù chiamò Levi, Matteo, a seguirlo. Gesù si trovava a Cafarnao, alloggiando sicuramente da Simon Pietro, ed era uscito lungo il mare, dove c'era spazio per accogliere la folla e insegnare (Mc 2,13). Passando vede Levi seduto al suo banco di pubblicano. Chissà che durante quei giorni o altri soggiorni a Cafarnao era già passato varie volte davanti a questo banco e a quel funzionario. Ogni volta si erano forse scambiati uno sguardo. Levi un po' di soppiatto, per non dar a vedere che questo Gesù lo interessava. Forse cercava di cogliere qualche parola del suo insegnamento, mentre passava, o tramite i pettegolezzi che si facevano attorno al suo banco delle imposte. Comunque, quel giorno Gesù sa che qualcosa in Matteo è maturo. Gli dice solo “Seguimi! ". “Ed egli si alzò e lo seguì" (Mc 2,14).

Poi il Vangelo passa immediatamente alla scena della tavolata di pubblicani che, in casa di Matteo, mangia e beve attorno a Gesù. Marco mette questa didascalia, questo sottotitolo, alla scena di questo banchetto: “Erano molti, infatti, quelli che lo seguivano" (Mc 2,15). Cosa c'entra questo commento? Cosa c'entra il tema della sequela di Cristo con questa circostanza?

Marco lo spiega con la scena immediatamente successiva. Arrivano “gli scribi dei farisei", che ai tempi di Gesù erano un po' come gli odierni giornalisti dei blog più infallibili del Papa: «Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: "Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Udito questo, Gesù disse loro: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".» (Mc 2,1617)

Gesù non parla subito di salvezza dei peccatori, ma di chiamata dei peccatori. Per questo, Marco prima notava che “molti" lo seguivano, e il contesto lascia capire che molti peccatori lo seguivano.

Cosa vuol dire tutto questo? Una cosa fondamentale: la salvezza è un cammino, è un processo. Non avviene d'un colpo, ma è un processo che si realizza come sequela. Gesù non chiama i giusti, perché il giusto pensa di essere già arrivato, di essere già salvo e redento. Chiama i peccatori perché essi possono percepire nello sguardo di Gesù, nella sua parola, un orizzonte di salvezza e una strada per raggiungerla.

Con Zaccheo è un po' la stessa scena (Lc 19,1-10). Anche lì c'è un desiderio vago di salvezza. Poi la chiamata, “Zaccheo, scendi subito ", che anche qui porta Gesù in casa e alla tavola del peccatore. È sempre come se Gesù tornasse col chiamato al “ground zero" del suo bisogno di salvezza per ricominciare proprio da lì, e non più avanti o più in alto, il cammino della salvezza nella sua sequela. Non possiamo assicurarci neppure un centimetro di salvezza senza la presenza del Salvatore. Infatti, è alzandosi dalla sua tavola, nella sua casa di peccatore, che Zaccheo decide un cammino: «Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto"» (Lc 19,8). Sono, per il momento, solo intenzioni, non ha ancora dato un centesimo ai poveri. Ma si è alzato per fare un cammino. Non si sente salvato solo perché Gesù è venuto a fermarsi in casa sua. Gesù non si fermerà in casa sua, non resterà per sempre a mangiare con lui e i suoi amici pubblicani. Gesù si è fermato per iniziare un cammino con lui. Zaccheo non sarà salvo perché ha avuto l'onore di ospitare un personaggio illustre, ma perché la presenza di Cristo ha mosso la sua libertà a seguirlo per fare esperienza della salvezza.

Gesù conferma subito che Zaccheo ha deciso la posizione giusta, quella di alzarsi per fare un cammino con Lui. “Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto." (Lc 19,9-10)

Gesù identifica subito la salvezza con la propria persona venuta a cercare e salvare chi è “perduto", ciò che è, alla lettera del termine, disgregato, disintegrato, distrutto, morto. Zaccheo, come il figliol prodigo, “era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15,24). Zaccheo inizia una risurrezione. Forse Gesù dice che “anch'egli è figlio di Abramo" per significare che, come Abramo, Zaccheo è chiamato ad uscire dalla sua casa, dalla sua famiglia, dalla sua vita come vi ha vissuto finora, per seguire il richiamo di Dio verso una terra promessa (cfr. Gen 12,1-4). Nella casa di Zaccheo avviene la salvezza perché da lì un peccatore perduto, morto e corrotto, si alza per percorrere la via della salvezza seguendo Gesù. Non è necessario che Zaccheo lasci la sua casa, e neppure tutti i suoi beni (ne conserva la metà). Però si mette subito a seguire Gesù sulla via del dono della sua vita ai poveri. I beni che conserva seguiranno con lui questo processo di salvezza, seguendo Gesù e il suo Vangelo.

Quando la salvezza avviene, non vuol dire che “siamo a posto". Vuol dire che Cristo è venuto a cercare una libertà per salvare una vita, una vita vissuta, una vita fatta di tutto ciò che costituisce una vita, la vita che, per natura, è un processo, un cammino. La salvezza di Cristo avviene, entra nella nostra vita, ci raggiunge, affinché andiamo con Lui, seguendolo, su un cammino di vita redenta, di vita salvata dalla sua staticità di perdizione e di morte.

Lo esprime perfettamente sant'Ireneo: “Egli ci comandò di seguirlo non perché avesse bisogno del nostro servizio, ma per dare a noi stessi la salvezza. Seguire il Salvatore, infatti, è partecipare della salvezza, come seguire la luce significa essere circonfusi di chiarore." (Contro le eresie, IV,14,1)

Salvare anzitutto la libertà

Perché è importante capire questo quando si parla di salvezza? Perché se non si concepisce la salvezza anzitutto come un cammino alla sequela di Cristo la libertà non entra in gioco, e senza libertà riduciamo la salvezza a “salvataggio". Senza la libertà di starci a un cammino con Cristo, non si fa veramente esperienza della salvezza.

I farisei non hanno voluto giocare la loro libertà con Gesù. Non hanno voluto compromettersi con il cammino che Lui proponeva. È interessante notare che nel Vangelo gli scribi e i farisei “piombano" sempre su Gesù e i suoi discepoli come delle meteoriti, o meglio: come delle mosche, che non si sa da dove vengono e dove vanno.

I discepoli, il popolo, le folle seguono Gesù, lo cercano, gli vanno dietro per chilometri e chilometri, dimenticando di mangiare e dormire. I farisei, invece, sono come dei droni mandati da un potere occulto a spiare, indagare, interrogare. Non fanno mai un cammino con Gesù. Per questo non capiscono mai niente di Lui, perché Cristo lo si capisce solo stando con Lui, seguendolo, ascoltandolo sempre, e non solo al momento della ...conferenza stampa.

Gesù è venuto a cercare anche gli scribi e i farisei, è venuto a salvare anche loro, ma pochissimi farisei hanno accettato che Gesù scendesse in fondo alla loro casa, in fondo alla loro miseria, per ripartire seguendolo in un cammino di salvezza. È interessante notare che nel caso di Matteo e di Zaccheo, è come se entrambi fossero tornati a casa loro seguendo Gesù. Il gesto quotidiano di rincasare, di mettersi a tavola in famiglia e con gli amici, quel giorno è diventato per loro una novità assoluta. Mai erano rientrati a casa così, mai avevano riabbracciato moglie e figli così, mai avevano guardato ai domestici come li hanno guardati quel giorno. Hanno riscoperto la loro quotidianità più elementare, magari già da anni grigia e noiosa, l'hanno riscoperta in modo totalmente nuovo, come illuminata da una nuova luce, perché hanno accettato di entrarci, di scendere in essa, seguendo il Salvatore.

Significativo è il contrasto con il pasto da Simone il Fariseo. “Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola" (Lc 7,36). Poteva essere un'occasione, per Simone, di fare esperienza di una novità. Ma non ha invitato Gesù per questo. Perché? Perché Simone non si attende salvezza, non sente neppure il bisogno di essere salvato. Tutto viene alla luce quando una peccatrice pubblica - strano che abbia potuto entrare in casa indisturbata Forse che Simone era uno dei suoi clienti?... - “saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo" (Lc 7,37-38).

Scatta immediatamente il giudizio malevolo del fariseo: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice! " (v. 39). Gesù allora improvvisa una parabola essenziale, e fa esprimere da Simone stesso il succo della storia: «"Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?". Simone rispose: "Suppongo sia colui al quale ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene".» (Lc 7,41-43)

Quello che Gesù cerca di ricordare al fariseo è che anche lui avrebbe bisogno di salvezza. Sì, è forse vero che la sua miseria, il suo debito, sono dieci volte più piccoli di quelli della peccatrice, ma la differenza non è lì. La differenza è che la donna ha accolto Gesù fino in fondo alla sua miseria, fino al fondo del suo debito, mentre il fariseo Lo ha lasciato alla porta della sua miseria apparentemente minore.

“Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco." (Lc 7,44-47)

È impressionante la concentrazione sui piedi di Gesù di tutti i gesti di accoglienza di questa donna. È come se tutto in lei gridasse: “Vieni, Signore Gesù! Vieni a salvarmi! Entra nel mio cuore, nella mia vita, nel mio corpo pieno di peccato, nel mio amore alienato! ". Non è più solo un seguire i passi del Redentore fin dentro la propria casa, fino alla propria tavola: è un seguirlo fino al fondo di un abisso di miseria e peccato da cui finora questa donna cercava di uscire con le proprie forze, scivolando in esso sempre di nuovo, sempre di più.

Gesù allora corrisponde totalmente alla sequela della donna che gli chiede di poterlo seguire fino in fondo alla propria vita e miseria: “I tuoi peccati sono perdonati. (...) La tua fede ti ha salvata; va' in pace! " (Lc 7, 48.50).

Ritorneremo sul perdono dei peccati, sulla salvezza come perdono dei peccati. Ma notiamo subito che in questo perdono c'è come il culmine dell'esperienza della salvezza per chi si abbandona totalmente all'avvenimento di Cristo nella sua vita.

I commensali, immagino tutti farisei, cominciano evidentemente a mormorare: "Chi è costui che perdona anche i peccati?" (Lc 7,49). Potrebbe essere una domanda sincera sul mistero di Gesù Cristo. Però questa donna, come Matteo o Zaccheo, non si sarebbe mai posta una domanda teorica sul perdono dei peccati, sulla salvezza operata da Cristo. Perché chi fa esperienza di Cristo Salvatore non si fa domande teoriche sulla salvezza. Neanche noi, ora, dovremmo scadere in questo, perché non ci sarebbe utile. Per questo cerco di seguire semplicemente il Vangelo, piuttosto che di ragionare sulla salvezza e la redenzione. Alla domanda teorica dei commensali farisei, Gesù non si degna neppure di dare risposta: continua a parlare alla donna, continua a mostrare salvezza e perdono in atto, continua ad offrirne esperienza a chi vuole farla, a colei per cui è vitale farla. Chi ha orecchi, ma “orecchi del cuore", come direbbe san Benedetto (cfr. RB Prol. 1), comprenderà.

La perdita come opportunità di salvezza

Ho sottolineato il fatto che Gesù ha offerto salvezza offrendo un cammino per seguirlo, perché la dissociazione fra sequela e salvezza falsa il concetto e l'esperienza di entrambe le realtà. Seguire Cristo per meno che la salvezza banalizza la sequela, e quindi la vocazione di ogni battezzato. Si banalizza la sequela anche quando si pensa che essa sia riservata a certe categorie di battezzati, quelli che avrebbero una “vocazione speciale". Questo può essere vero dal punto di vista della forma, ma non della sostanza. Ogni battezzato è chiamato dal Signore a seguirlo. Cambia la strada, cambia la forma, lo stato di vita, ma non cambia la sostanza, perché la sostanza della sequela di Cristo è la salvezza, e tutti siamo chiamati dal Signore ad essere salvati da Lui.

Anche quando Gesù chiama delle persone per dei compiti particolari, per un ministero particolare, come quello di diventare “pescatori di uomini" (Mt 4,19), anche allora la salvezza propria e altrui è il motivo e il fine della chiamata e della sequela che comporta. Ogni vocazione particolare è in fondo una vocazione a dedicarsi alla salvezza universale. Più una vocazione è particolare ed esigente, e più la sua particolarità è al servizio dell'universalità della salvezza.

«A tutti [Gesù] diceva [notiamo questo "tutti"! Non sta parlando solo ai discepoli, agli apostoli]: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?"» (Lc 9,23-25).

Ritroviamo qui la contrapposizione fra “perdita" - nel senso forte di rovina, distruzione, corruzione mortale - e salvezza. La condizione della sequela di Cristo è di prendere ogni giorno la propria croce, ma il senso della sequela è la salvezza, essere salvati da un Altro. Perché, come dice qui Gesù, c'è chi vuole salvare la propria vita senza “essere salvato", semplicemente lottando con le proprie forze contro la perdizione. Gesù lo afferma come un dato di fatto: l'uomo che vuole salvarsi da sé, si perde, sprofonda nella perdizione che vuole fuggire. Gesù si presenta come esperto di salvezza, come unico Salvatore dell'uomo. Propone allora di vivere l'esperienza della perdita o perdizione della vita come opportunità di adesione a Lui che ci salva, seguendolo.

Lo ha evidenziato Papa Francesco nel suo discorso alla fine dell'incontro dedicato alla Protezione dei minori nella Chiesa:

«Vorrei sottolineare l'importanza di dover trasformare questo male in opportunità di purificazione. Guardiamo alla figura di Edith Stein - Santa Teresa Benedetta della Croce, con la certezza che “nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. (...)".

(...) Il santo Popolo fedele di Dio, nel suo silenzio quotidiano, in molte forme e maniere continua a rendere visibile e attesta con “cocciuta" speranza che il Signore non abbandona, che sostiene la dedizione costante e, in tante situazioni, sofferente dei suoi figli. Il santo e paziente Popolo fedele di Dio, sostenuto e vivificato dallo Spirito Santo, è il volto migliore della Chiesa profetica che sa mettere al centro il suo Signore nel donarsi quotidiano.» (24 febbraio 2019)

Ciò che mortifica la vita, fosse anche la più grave infedeltà, il più grave peccato, o la più terribile sofferenza innocente, invece di perdizione diventa croce, e la croce, alla luce del mistero pasquale che Gesù aveva appena annunciato ai discepoli (cfr. Lc 9,22), è il segno della sequela a Cristo fino alla morte, fino a consegnargli tutta la vita. Chi segue il Signore portando la propria croce quotidiana, nella “dedizione costante e, in tante situazioni, sofferente", silenziosa, del “santo e paziente Popolo fedele di Dio", come dice il Papa, vive consegnando ogni giorno di tutta la sua vita al Salvatore e Redentore. Tutta la vita, ogni suo passo, diventa allora esperienza di salvezza che recupera la vita dalla sua perdita e perdizione, la propria o quella degli altri, anche quella del mondo intero.

Salvezze e salvezza

“Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?" (Lc 9,25)

Ponendo questa domanda, Gesù invita tutti a concentrarsi sull'unica salvezza dell'uomo. Guadagnare il mondo intero vuol dire accumulare salvezze, ingannare con l'accumulazione di false sicurezze la dissoluzione e dispersione insite nella perdizione. È come se un re, per tenere unito il suo piccolo regno in disgregazione, corresse a conquistare altri regni, fino ad essere re del mondo, così che il suo piccolo regno, anche disgregandosi, non sfugga alle sue mani. È come illudersi di tenere insieme un vaso rotto mettendo tutti i cocci in un vaso più grande, e quando si rompe anche il più grande, mettendo i cocci in uno ancora più grande, e via di seguito. La logica del potere è questa. Il potere, di qualsiasi natura, pretende di salvarsi dalla disgregazione che crea dilatandosi come potere. Gesù richiama tutti a non illudersi di salvare il mondo se non si salva l'uomo.

È qui che è importante chiarire il rapporto fra la salvezza e le salvezze, anche riguardo al bene che Gesù Cristo aveva il potere di fare. Guadagnare il mondo intero, dicevo, è come accumulare tutte le salvezze possibili per ingannare la disgregazione progressiva inerente alla vita terrena. È l'illusione di non morire se si sopravvive, se si riesce ad allontanare ogni croce quotidiana, ogni annuncio o esperienza di perdita della vita, di morte, come se ogni giorno si facesse una chirurgia plastica per debellare ogni ruga che insorge sul viso. Gesù ha donato a piene mani anche queste salvezze, ad ogni guarigione di malato, ad ogni elemosina, ad ogni lacrima che asciugava, ad ogni morto che risuscitava. Non è mai stato insensibile alle mille domande di salvezza che spingevano le folle a cercarlo, a implorarlo, a toccarlo, anche solo la frangia del suo mantello, come fece l'emorroissa (cfr. Mt 9,20-21). E Gesù stesso non esita a definire col termine di “salvezza" anche questi “salvataggi" temporanei: «Gesù si voltò, la vide e disse: “Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata". E da quell'istante la donna fu salvata» (Mt 9,22); salvata dall’emorragia!

Si potrebbero fare decine di esempi nel Vangelo. Ma nello stesso tempo, è chiaro che a Gesù non basta che si accolga da Lui la salvezza solo a questo livello. Vuole invece che, attraverso questi episodi, chi lo segue progredisca da una fede che chiede salvezze a una fede che chiede l'unica Salvezza che salva la vita, anche se si perde il mondo intero, anche se si perdono la salute, i beni, l'onore umano, e persino la vita. Più Gesù si avvicina alla Croce, meno accetta che ci si accontenti di meno della salvezza che salva l'uomo per l'eternità. È la logica delle Beatitudini: beati coloro che perdono tutto perché sono salvati per sempre (cfr. Mt 5,1-12).

“In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà." (Gv 6,26-27)

Tutte le salvezze sono “segni" della salvezza eterna che solo Cristo può donarci nel dono di se stesso. Moltiplicando i pani, Gesù ha donato i pani, segno reale del suo amore e della sua compassione per le folle, ma morendo in Croce, Cristo ha donato se stesso come Pane della Vita eterna (cfr. Gv 6,34-58). La salvezza non è solo un riflesso dell'amore di Dio per noi: è Dio che ci ama donandoci Se stesso.

Per questo Gesù vuole salvarci dentro una sequela, perché vuole accompagnarci, per così dire, dalla fede nella sua potenza e provvidenza che salva la nostra vita terrena ad una fede nella salvezza in cui Cristo ci salva, fin da ora, per la vita eterna.

Salvezza e redenzione

Siamo spesso confrontati con situazioni in cui la vita, i rapporti, la salute, fisica e psichica, la situazione sociale e economica, sono in pericolo, sono minacciati dal male e dalla morte. Ogni giorno, per esempio, prego per tanti amici e conoscenti ammalati. Questa intercessione può durare anni, perché certe malattie o difficoltà personali e familiari rimangono in situazione critica per tutta la vita. Confesso che a volte mi dico: ma a cosa serve pregare se apparentemente non siamo quasi mai esauditi, se così pochi guariscono veramente, se tante situazioni dolorose non si risolvono mai?

Ma quando guardo la situazione di tutte queste persone con più attenzione, quando ascolto cosa sperimentano e dicono loro stessi, mi accorgo che quasi tutti, prima o poi, testimoniano di fare, attraverso la prova, un'esperienza di salvezza più grande e profonda della semplice guarigione, della semplice soluzione della prova stessa. Ho visto tanti malati morire con una fede e una pace esemplari, con un senso straordinario della positività di tutto, irradiando l'autorevolezza di un'esperienza di bene umanamente impossibile.

Ci aiutano ad intuire cosa significhi passare dal desiderio giusto e umano di essere salvati dai pericoli e dalle prove ad un'esperienza della salvezza più grande della vita. Non una salvezza come via di riserva, come premio di consolazione per le salvezze temporali non ottenute, ma una salvezza che misteriosamente abbraccia tutto, trasfigura tutto; dentro la quale anche il negativo della prova, della malattia, del pericolo, della miseria, è assorbito e trasfigurato in un “centuplo quaggiù", come dice Gesù (Mc 10,30), cioè in esperienza cento volte più intensa della vita, dei rapporti, della bellezza della realtà, dell'importanza eterna di ogni istante.

È come se la vita eterna, che la salvezza in Cristo morto e risorto ci ottiene, venisse a compenetrare la vita presente, rendendola eterna anch'essa, dandole un valore eterno. Come testimonia san Paolo scrivendo ai Corinzi: “Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne." (2 Cor 4,16-18)

La vera salvezza è la redenzione

Solo l'esperienza di questa salvezza è miracolo che conduce alla fede, e può cambiare il mondo. Penso a Edith Stein: la sua conversione iniziò visitando la giovane vedova di un amico e collega. Pensava di trovarla disperata. Invece la trovò che viveva il suo dolore con una profonda pace, attinta dalla sua fede in Cristo. Testimonierà: “È stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori (...). Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse".

Penso che sia a questo livello che dobbiamo anche capire cos'è la redenzione o, se vogliamo, che la vera salvezza è la redenzione.

Nel Nuovo Testamento il termine “redenzione", peraltro poco usato, richiama il concetto di liberazione, di riscatto che libera uno schiavo. La redenzione consiste nel fatto che Cristo è morto per salvare l'uomo dal peccato e dalla morte che pregiudicano la sua libertà e la gioia e pienezza della sua esistenza. “Il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto (in redenzione) per molti" (Mt 20,28).

“In lui - scrive san Paolo agli Efesini - troviamo la redenzione, per mezzo del suo sangue" (Ef 1,7). In Lui “abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati" (Col 1,14). Gesù Cristo “si è immolato in riscatto per tutti" (1 Tm 2,6).

La redenzione è la nostra liberazione al prezzo del sangue del Figlio di Dio. La redenzione è la salvezza che ci è donata in Cristo crocifisso e risorto. Nella redenzione la nostra salvezza non è soltanto un'opera di Dio, ma Dio che si sacrifica, che si dona totalmente, che assume totalmente il nostro peccato e la nostra morte per liberarci e per donarci la vita eterna.

La redenzione è la salvezza operata da un Salvatore presente, così presente da effondere il suo Sangue, e da darci il suo Corpo e il suo Sangue da assimilare al nostro corpo, alla nostra vita, alla nostra anima e al nostro spirito.

Un giorno, mentre elevavo il calice dopo la consacrazione, mi ha preso come un sacro timore. Pensavo: “In questo calice c'è la Redenzione del mondo intero, di tutta l'umanità, di tutta la storia ". Se non fossi tanto distratto, se avessi coscienza del Mistero, dovrei sempre celebrare l'Eucaristia con questo sacro stupore.

C'è un'espressione di san Bernardo di Chiaravalle che non mi stanco di citare e meditare: “Venire voluit qui potuit subvenire - Ha voluto venire, Colui che avrebbe potuto accontentarsi di aiutarci" (3° Sermone per la Vigilia di Natale).

Dio ha salvato il suo popolo per secoli, lo ha liberato dalla schiavitù d'Egitto e l'ha riportato dall'esilio in Babilonia, ha sconfitto e distrutto tutti i suoi nemici, ma la salvezza, del popolo e dell'umanità, si è compiuta solo al venire nel mondo del Figlio di Dio. Una presenza salvifica scesa fino al fondo della lontananza dell'uomo da Dio, nel peccato e nella morte.

La Croce è la presenza di Dio fino al limite estremo della perdizione dell'uomo. Il Sangue versato dal Cuore trafitto è presenza totale, totalmente consumata, di Dio all'uomo. Presenza senza ritorno. Risorgendo, Cristo non ha “riassorbito" il Sangue versato. Il Risorto appare ferito, e trasmette alla Chiesa il ministero della redenzione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. (...) Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati" (Gv 20,21-23). La Chiesa è mandata a perpetuare la missione di redenzione del Figlio, trasmettendo la presenza reale e totale del suo Corpo e del suo Sangue, nella forma sacramentale, ma irradiata dalla vita fraterna e dalla carità verso tutti.

Oltre l'irreparabile

La redenzione dei peccati si rivela così essere la sostanza e la manifestazione ultima ed essenziale della salvezza. L'uomo non ha bisogno solo di salvataggi passeggeri. Anche la risurrezione di Lazzaro è solo un salvataggio passeggero. L'uomo ha bisogno di essere salvato dall'irreparabile, ha bisogno di una salvezza che vada oltre l'irreparabile. Ciò che è irreparabile per l'uomo è il peccato, è la morte.

Nella scena della guarigione del paralitico che quattro amici calano dal tetto davanti a Gesù, come in altri episodi del Vangelo, Gesù annuncia appunto che non basta una guarigione per salvare l'uomo. La salvezza deve essere redenzione dal male e dal peccato che conduce alla morte.

Gesù, quando vede che questi quattro hanno fatto tutto il possibile per portare il paralitico davanti a Lui, che hanno insomma esaurito tutto quello che umanamente si poteva fare, porta subito all'estremo risultato il gesto e la fede di queste persone: «Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati"» (Mc 2,5). E poi fa anche il miracolo di guarigione, ma per mostrare agli scribi che “il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra" (2,10).

Come possiamo andare oltre l'irreparabile? Contro l'irreparabile commesso o subito? Come andare, per esempio, oltre l'irreparabile danno provocato dagli abusi sui piccoli, sia nel mondo che nella Chiesa?

Capiamo, come dicevo, che la salvezza non può essere solo un “salvataggio", neanche se lo opera Dio. Abbiamo bisogno che la salvezza sia Uno che ci salva, Uno che è qui con noi. Abbiamo bisogno che la Salvezza sia il nome di Uno che è qui, sia il nome dell'Emmanuele. Abbiamo bisogno che “Gesù" sia il nome dell'Emmanuele, che il “Dio- che-salva" sia “Dio-con-noi".

Questo non lo sapevamo. Era necessario che questo avvenisse; è necessario che questo avvenga, che la presenza del Salvatore diventasse esperienza; che l'esperienza della salvezza, della redenzione, fosse esperienza di una presenza, un incontro, come per il soldato romano che ha trafitto il costato di Cristo e si è ritrovato asperso dal suo Sangue, forse la scena più intensa del film The Passion di Gibson.

Solo questo può andare oltre l'irreparabile, oltre la colpa imperdonabile, oltre la morte. Non devo costruire io la salvezza, non devo “addestrarmi" o “iniziarmi" ad essa, non devo ascendere asceticamente ad essa. La salvezza è una Persona che mi ama, che viene e sta con me.

Come è giusto il grido che inizia ogni Ufficio del giorno: “O Dio, vieni a salvarmi! ". Non ho bisogno di difendermi; non devo risolvere io i miei problemi. Questo sarebbe ancora solo “salvataggio", un metodo che vedo fare da un altro e che imparo ad eseguire io anche quando l'altro non c'è, anche quando l'altro non è più con me. No. La vera salvezza, la sola salvezza è un Salvatore presente, un Redentore presente. Cristo è risorto per essere un Redentore presente, un Redentore che vive coi redenti, un Redentore che mi redime ora, che mi libera ora.

Spesso è come se riducessimo i sacramenti a salvataggio, o a terapia prescrittaci dal medico anni fa per ogni volta che torna l'influenza. Non li viviamo come un ritorno a un Redentore presente, come un rimetterci di fronte a Lui per continuare a vivere con Lui. Il peccato, per i redenti dal Sangue di Cristo, non è tanto fare o non fare questo o quello. Il peccato è dimenticarci che la salvezza è qui con noi, anche quando pecchiamo. Come quando Pietro, in fondo al suo rinnegamento, si accorge che Gesù lo sta guardando, che è lì con lui e per lui, amandolo, versando il suo sangue per lui, anche per redimere il tradimento umanamente irreparabile che sta consumando ora (cfr. Lc 22,61).

Per questo, Gesù di per sé non ha “operato" la salvezza, cioè non ha “fatto" la salvezza come quando faceva un miracolo. Gesù, la salvezza, la redenzione, l'ha incarnata, l'ha vissuta. La salvezza è avvenuta perché Cristo ha vissuto con noi, ha sofferto con noi, è morto con noi. Vivendo, soffrendo e morendo con noi, Cristo ha vissuto, ha sofferto ed è morto per noi, perché Cristo è per natura “essere per l'altro", nell'eterna Trinità e in mezzo all'umanità.

Abbandonarci alla salvezza non vuol dire chiederci: “Cosa devo fare?", ma gridare con tutta la vita e tutta la fede: “Gesù ", cioè: “Salvaci, Signore ".

Salvati per salvare

Ma un nota bene finale si impone. È vero che Gesù ci vuole condurre ad una maturità di fede che riconosce in Lui la salvezza più importante delle salvezze temporali e temporanee. Ma Cristo ha operato un dribbling evangelico che non dobbiamo dimenticare: ha legato la salvezza che possiamo ricevere solo in Lui alle salvezze secondarie che siamo chiamati a chiedere, favorire, e talvolta persino ad operare per i nostri fratelli e sorelle nel bisogno.

La salvezza totale e finale che è Cristo Salvatore e Redentore ci sarà rifiutata se non diamo da mangiare al fratello che ha fame, da bere al fratello che ha sete, accoglienza al fratello straniero, vestiti al fratello nudo, cura al fratello malato, visita e conforto al fratello carcerato (cfr. Mt 25,35-36).

Le salvezze che devono diventare secondarie per me se voglio fare esperienza dell'unica salvezza in Cristo, rimangono fino alla fine prioritarie quando ne ha bisogno il mio prossimo. Perché nel fratello che soffre si è ormai venuto a nascondere, e a rivelarsi, il Salvatore che alla fine dei tempi verrà a manifestarsi come salvezza e redenzione universali. Saremo giudicati sulla salvezza e redenzione che avremo o non avremo accordato al prossimo bisognoso.

Chi fa esperienza che la salvezza è Cristo presente, è rimandato per ciò stesso ad irradiarla sugli altri.

Il giudizio finale descritto nel capitolo 25 di Matteo, ultimo insegnamento di Gesù in questo Vangelo prima del racconto della Passione, ci rivela che la carità operosa è il miracolo che ogni discepolo di Cristo è chiamato a compiere. Abbiamo la grazia di operare come Dio, di sfamare il prossimo come Gesù moltiplicò i pani e i pesci, di dissetare gli assetati come Gesù ha dato l'acqua viva alla Samaritana, di accogliere lo straniero come Gesù accoglieva intere folle come fossero un solo amico, di vestire gli ignudi come il Padre veste i gigli del campo, di aver cura dei malati come Gesù guariva tutti, di confortare i carcerati come Gesù liberava la libertà di tutti i posseduti, di tutti gli oppressi.

La carità è il miracolo in cui chi si riconosce salvato e redento da Cristo presente diventa capace di salvare Cristo, di redimere Cristo nei fratelli e sorelle in cui Lui è presente. Allora, è ancora Cristo che ci salva; non quello che facciamo, ma la presenza amata del Salvatore.

Siamo salvati per salvare, e salvando siamo salvati, perché il Salvatore del mondo si è fatto uomo perduto da salvare; perché il Redentore del mondo si è fatto schiavo da redimere.

Nel Cristo perduto non viene meno il Salvatore, come nel Salvatore non viene meno il Cristo perduto.

L'angelo ha chiesto a Giuseppe di chiamare “Gesù" il Bambino concepito in Maria dallo Spirito Santo: “egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21). Solo Dio può perdonare i peccati. Eppure, Dio chiede anche a noi di perdonarci gli uni gli altri come Lui ci perdona. Il perdono dei peccati, centro e culmine della salvezza e redenzione, ci rende debitori di perdono a tutti. È dalla mancanza di amore che abbiamo bisogno di essere redenti, per essere restituiti, nella comunione fraterna, all'immagine viva del Dio Amore che ci ha fatti.

La “salvezza dai nostri nemici" (Lc 1,71), che cantiamo nel Benedictus e imploriamo in tanti salmi, si compie nella salvezza dei nostri nemici, che otteniamo col perdono che Cristo crocifisso lascia scorrere con il suo sangue dalla Croce, fino alla fine del mondo.

 


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28 febbraio 2026                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net