Regola di S. Benedetto

 

Capitolo XVIII - L'ordine dei salmi nelle ore del giorno: 22. Ci teniamo però ad avvertire che, se qualcuno non trovasse conveniente tale distribuzione dei salmi, li disponga pure come meglio crede, 23. purché badi bene di fare in modo che in tutta la settimana si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi e con l'Ufficio vigiliare della domenica si ricominci sempre da capo. 24. Infatti i monaci, che in una settimana salmeggiano meno dell'intero salterio con i cantici consueti, danno prova di grande indolenza e fiacchezza nel servizio a cui sono consacrati, 25. dato che dei nostri padri si legge che in un sol giorno adempivano con slancio e fervore quanto è augurabile che noi tiepidi riusciamo a eseguire in una settimana.

Capitolo XIX - La partecipazione interiore all'Ufficio divino: 1. Sappiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che "gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi", 2. ma dobbiamo crederlo con assoluta certezza e senza la minima esitazione, quando prendiamo parte all'Ufficio divino. 3. Perciò ricordiamoci sempre di quello che dice il profeta: "Servite il Signore nel timore" 4. e ancora: "Lodatelo degnamente" 5. e ancora: " Ti canterò alla presenza degli angeli". 6.Consideriamo dunque come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli 7. e partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce.

Capitolo XLVIII - Il lavoro quotidiano: 13. Dopo il pranzo si dedichino alla lettura personale o allo studio dei salmi.


 

I Salmi - preghiera di Gesù

Luca Mazzinghi

Diocesi di Firenze (Dal sito “diocesifirenze.it”)

Settimana di aggiornamento del clero 16-01-2024


 

[Appunti ad uso privato]

Introduzione

Raro, ma anche difficile parlare ai preti - spesso noi preti pensiamo già di sapere tutto, e in realtà siamo fermi a quel poco appreso a teologia.

Parlare di preghiera, significa prima di tutto parlare dei salmi, cuore della preghiera ebraica e cristiana. Cerco di offrire alcuni spunti su cui riflettere e anche qualche consiglio pratico - chi ha studiato i salmi con me forse sentirà cose già dette.

Dico queste cose sullo sfondo di una situazione tragica per il mondo: guerre e odio senza fine; guardando a noi stessi, una chiesa in crisi, che rischia di spaccarsi e non sapere più che cosa è davvero essenziale. Segni di stanchezza e di scoraggiamento, uniti al tentativo di preservare a tutti i costi una routine che ormai non funziona più e, dal lato opposto, la tentazione sempre più forte di ritornare a un passato che è già morto da un pezzo.

Duemila anni di tradizione cristiana ci trasmettono alcune certezze: una di queste è la centralità della Parola di Dio e, al suo interno, la centralità della preghiera e quindi il libro dei Salmi.

Una definizione molto sintetica dei salmi: i salmi, poesia e preghiera (Luis Alonso Schokel); poesie, sul piano letterario, preghiere quanto al contenuto.

 

Perché un libro di preghiere nella Bibbia?

“Si rimane sorpresi, di primo colpo, che nella Bibbia vi sia un libro di preghiere. La Bibbia non è infatti tutta una parola rivolta a noi da Dio? Ora, le preghiere sono parole umane, e perciò come possono trovarsi nella Bibbia? Ma la Bibbia è parola di Dio anche nei Salmi! (...). Se la Bibbia contiene un libro di preghiere, dobbiamo dedurne che la parola di Dio non è soltanto quella che egli vuole rivolgere a noi, ma è anche quella che egli vuole sentirsi rivolgere da noi” (D. Bonhoffer, Pregare i Salmi con Cristo, Brescia 1978, 66.68). Cf. anche l’introduzione ai Salmi di d. Divo Barsotti (prefazione mia).

Una preghiera che ha il suo ambito principale non nella dimensione individuale, ma in quella comunitaria. Cf. il Sal 135: lodatelo servi del Signore, voi che state negli atri della casa del Signore, cioè nel Tempio. Si pensi al passaggio io / Israele presente in due salmi celebri, come il 130 e il 131. Si pensi alla liturgia di lode evocata dal decalogo della lode che chiude il salterio, il Sal 150. Come le comunità monastiche hanno ben compreso, preghiera comunitaria, prima che individuale. Tutto ciò ci interroga sul rapporto tra il prete e la comunità: ci sentiamo “capi”, “sommi sacerdoti” investiti di un potere divino, o fratelli di altri fratelli (e sorelle) che pregano assieme?

 

Perché un cristiano prega i salmi?

Fino a tutto il III sec. si assiste ad una fioritura di inni tipicamente cristiani - sul modello degli inni neotestamentari - che in parte sostituiscono i Salmi; è il Concilio di Laodicea (360) che proibisce la lettura di Salmi non canonici ponendo così il libro dei Salmi al centro della preghiera cristiana (cf. Enchiridion Biblicum 11).

Tentazione ancora persistente di non usarli - difficili, linguaggio desueto, linguaggio a volte violento... meglio ascoltare le varie Madonne che parlano; c’è di nuovo nella chiesa una tentazione marcionita (l’AT non conta).

Per me, preghiera connaturale, appresa da ragazzo ai campi estivi dell’AC (ho l’impressione che la preghiera delle Ore sia oggi un po’ in crisi, ma non è colpa dei salmi).

Ma non voglio fermarmi su difficoltà e aspetti negativi. Come da titolo di questo incontro, vorrei proporvi prima di tutto una riflessione sui salmi come preghiera di Gesù. Cioè come appunto un cristiano può pregare I salmi.

 

I salmi, preghiera di Gesù.

Un esempio ben noto: la morte di Gesù in croce: Mt/Mc citano il Sal 22,2 (Mt in ebraico - Eli, Mc in aramaico, Eloi); Lc cita il Sal 31; Giovanni evoca il Sal 69 (“ho sete”).

Si tratta di un esempio importante; vi chiedo un po’ di attenzione per approfondire questo aspetto: la citazione del Sal 22 posta in bocca a Gesù morente (come l’analoga citazione del Sal 31 ricordata invece da Lc) attesta prima di tutto che per gli evangelisti i Salmi sono una preghiera che Gesù faceva naturalmente come parte della sua quotidianità. Uno specchio fedele del suo rapporto con il Padre.

Si discute poi se il grido di Gesù morente sia da leggersi come un grido di sofferenza - tutta la prima parte del Sal 22 è infatti il lamento di un giusto che soffre - o se citando il primo v. del salmo Mc (più plausibilmente l’evangelista piuttosto che lo stesso Gesù in croce) intenda alludere a tutto il salmo 22, che nella sua seconda parte manifesta un abbandono fiducioso in Dio (opinione diffusa, ma non scontata).

Probabilmente sono presenti entrambi gli aspetti. Ma va anche considerato che Mc usa in tutto il suo vangelo la tecnica retorica della domanda, per provocare i suoi lettori e non è dunque strano trovare questa domanda anche in bocca a Gesù stesso nel momento della sua morte. L’uso di un salmo di lamento serve anche a far capire che il destinatario di questa domanda è Dio stesso, seppur in un contesto di preghiera.

Ciò che più emerge è, in ogni caso, il fatto che Gesù morente si identifica con il giusto sofferente del Sal 22 che si sente abbandonato da Dio, ne sperimenta il silenzio, nonostante che Dio abiti nel Tempio: cf. Sal 21,4, altro elemento che richiama a Mc il tema della passione - cf. il velo del Tempio che si squarcia. Citando il Sal 22 Gesù si pone una domanda non lontana da quelle poste da Giobbe.

Non si dimentichi poi che Mc 15,24, ma anche Gv 19,24, citano ancora il Sal 22,19 a proposito della divisione delle vesti; Mc 15,29.30-31 vi allude ancora con il tema dello scuotere la testa e il motivo della salvezza (cf. Sal 22,8-9): segno che la citazione di Gesù morente sulla croce ha evocato nella mente degli evangelisti altri aspetti importanti propri dello stesso salmo. Dunque: Gesù ha citato il Sal 22 sulla croce - l’evangelista lo rilegge e lo usa come chiave per descrivere la passione del Signore.

Interessante è notare che Mc cita il Sal 22 al contrario, partendo dal v. 19 (la divisione delle vesti) per risalire all’inizio del salmo stesso.

Non va infine dimenticato l’universalismo proprio dell’ultima parte del salmo 22 (cf. in particolare i vv. 28-29), un universalismo che si unisce al tema della glorificazione del giusto (a partire dal v. 22c, spesso non tradotto dalle traduzioni moderne: «tu mi hai risposto!»). Si tratta di due aspetti positivi che si adattano bene alla morte salvifica di Gesù e alla sua successiva resurrezione.

In questo modo ci viene suggerito che il Sal 22 non è usato da Mc per dimostrare qualcosa in relazione alla persona di Gesù (secondo l’uso della tipologia o della allegoria che costituiscono quasi la regola per la patristica), ma per sottolineare la profonda consonanza tra l’atteggiamento dell’orante del Sal 22 e quello di Gesù nel momento della sua morte e spostare allo stesso tempo l’attenzione sul difficile rapporto di Gesù sofferente con Dio, che è poi un tema tipico dei salmi di lamento.

Una tale ipotesi di lettura è rafforzata dal fatto che il racconto della passione in Mc ha al suo centro proprio il Sal 22, ma ai suoi margini ha piuttosto il Sal 69, un altro salmo di lamento, che Marco richiama nei testi di Mc 15,23 (Sal 69,22a: fiele e aceto) e 15,36 (Sal 69,22b, di nuovo il tema del bere, inteso però da Mc come un oltraggio fatto a Gesù in croce), operando così una importante inclusione.

In questo modo i presenti che si trovano sotto la croce fraintendono la morte di Gesù (cf. le citazioni del Sal 69: il tema dei nemici); Gesù stesso, invece, ne offre la chiave citando appunto il Sal 22, una chiave di lettura che viene accolta dal centurione che lo riconosce «figlio di Dio» (cf. Mc 15,39) - con il centurione ogni lettore è invitato a identificarsi.

*

Analisi simili potrebbero essere fatte per il Sal 8 e il Sal 110, entrambi citati da Gesù stesso e più volte ricordati nel NT; ma anche per il Sal 45 o il Sal 118 (una vecchia ipotesi di Charles Dodd: i Testimonia, raccolte di importanti citazioni dell’AT su papiri o tavolette ad uso dei primi predicatori cristiane).

In sintesi: al centro della attenzione degli autori del NT c’è sempre la figura di Cristo, prima di tutto l’evento della sua morte e resurrezione. Ecco perché essi privilegiano in modo particolare quei Salmi che hanno già in se stessi un possibile senso messianico; ai Sal 8 e 110, dobbiamo aggiungere il Sal 2, e ancora il Sal 16; 45; 118; si veda al riguardo il dicorso di Pietro At 2,24-31 in relazione alla resurrezione con una esegesi di tipo rabbinico - caso interessante perché è Pietro e non Gesù a rilevare la messianicità del salmo (“non lascerà la sua vita nella fossa...”). Oltre a ciò che abbiamo detto a proposito del Sal 22, si veda la citazione del Sal 69,5 in Gv 15,25: Gesù vede i suoi avversari nell’odio dei nemici descritti nel salmo; cf. anche «ho sete» in Sal 69,22 e Gv 19,28 e il riferimento all’aceto; Gesù vede se stesso nel giusto sofferente del salmo 69.

Tutti questi salmi non vengono semplicemente citati nel NT come «prove» profetiche della messianicità o della divinità di Gesù, prove che oggi avrebbero ben scarso valore, specie alla luce di una lettura critica dei salmi, ma vengono utilizzati come lo sfondo biblico sul quale è possibile comprendere pienamente la figura di Gesù (cf. l’esempio di Sal 110,4 in Eb 7). Ovvero: l’intera Scrittura diviene la chiave per capire la persona di Gesù.

In realtà è possibile dire molto di più. Per il NT i Salmi costituiscono, come del resto tutto l’AT, un momento fondamentale della rivelazione divina. Se tale rivelazione trova in Cristo il suo compimento (cf. Lc 4,21: Gesù nella sinagoga di Nazareth), è evidente che nei Salmi, come in tutto l’AT, si trova nascosto lo stesso mistero di Cristo, ovvero qualcosa che si riferisce a lui. A questo riguardo, una piccola osservazione teologica: non si tratta, come spesso facciamo inconsciamente e come la liturgia tridentina faceva esplicitamente, di minimizzare l’AT o di appiattirlo sul NT. L’intera Scrittura è “parola di Dio”, ma non è la Parola di Dio: questa è soltanto Cristo (cf. Verbum Domini di Benedetto XVI). La Scrittura è un testo che, come afferma DV 21, “contiene” la Parola di Dio [piccola nota liturgica: “parola di Dio” e non “è parola di Dio”].

Non si tratta dunque di dover dimostrare qualcosa ai lettori del vangelo, quanto piuttosto di mettere in luce come i Salmi conducono il lettore stesso - che gli autori del NT presuppongono conoscere bene il Salterio - a comprendere la relazione profonda esistente tra Gesù e Dio, proprio in relazione ai diversi salmi che egli usa nella preghiera o che applica a se stesso.

 

Preghiera di Gesù, preghiera del cristiano

Infine: gli autori del NT, come del resto ha fatto lo stesso Gesù, utilizzano i Salmi come la loro personale preghiera e ne fanno l’orizzonte della propria fede, dal lamento alla lode, che poi costituiscono i due movimenti essenziali del Salterio. Si pensi, oltre alle due diverse citazioni poste in bocca a Gesù in croce da Mt/Mc e da Lc, l’uso del Sal 34 nel contesto della vita del credente: si tratta di 1Pt 2,3 e 3,10-12 dove sono citati i vv. 8-9 e 13-17 del salmo nel contesto di una chiara teologia battesimale e di una esortazione alla vita cristiana.

Molti altri temi del NT si ritrovano nel Salterio, in particolare il tema della salvezza offerta da Dio agli umili e ai poveri, oppure la fiducia che gli esseri umani sono chiamati a porre nel Signore. In negativo, possiamo ricordare anche la riflessione, spesso ampia nei salmi, sul peccato sia del singolo che del popolo. Ma l’intera riflessione degli autori del NT ci ricorda - come anche fa l’intera tradizione ebraica! - che il miglior modo di comprendere i Salmi è quello di pregarli e di viverli.

Una parentesi: viviamo in un’epoca che potremmo definire globalizzazione della superficialità; la maggior parte delle persone che ci circondano ritiene la fede insignificante, la chiesa una realtà negativa; le risposte si cercano su Internet e, tra non molto, nell’intelligenza artificiale. Si accetta e si rifiuta ogni parere, senza verifica se non quella della convinzione del momento dettata dalle nostre emozioni (spesso egoistiche e autoreferenziali). Noi cristiani non riteniamo la nostra narrazione abbastanza bella e credibile. I salmi sono in realtà narrazione di esperienze belle di Dio e di esperienze autentiche del mondo e della vita. Siamo i primi talora a non credere in questa bellezza. Oppure diventiamo arroganti e ci chiudiamo nella difesa di verità che in realtà sono assiomi teorici validi solo per difendere la nostra presunta identità, chiusi come in un fortino isolato dal mondo: come vedremo tra poco, il libro dei salmi è un testo che mette in crisi ogni suo lettore: fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? I salmi sono una delle vie che la tradizione ci offre per ritornare ad essere testimoni del valore dell’interiorità e della preghiera.

 

Salmi come poesia

Veniamo così ad alcuni suggerimenti pratici: come pregare (meglio) i salmi.

Sul piano letterario: due richiami di cose che già sapete. Prima di tutto i salmi sono poesia. Impossibile capire la poesia senza conoscere la poesia (di nuovo Alonso Schokel - leggete poeti nella vostra lingua materna!); difficoltà di tanti preti stranieri che recitano i salmi in una lingua che non comprendono bene. Ma anche di tanti preti privi di cultura letteraria e poetica che non riescono a entrare e a far entrare nella bellezza dei salmi.

Andrebbero letti in ebraico, o in una traduzione ideale - che non esiste. Ma almeno possiamo cogliere il valore del simbolo all’interno dei salmi. La fantasia dei salmi: i fiumi battono le mani; il Giordano torna indietro; mi rifugio all’ombra delle tue ali; come terra assetata, arida, senz’acqua... Un mondo ricchissimo.

I salmi: dire Dio attraverso il simbolo: Dio è come... Leggere il creato e la storia in modo simbolico (symballô - diaballô). Ciò che è stato scritto con fantasia, va letto con fantasia (ancora Alonso Schokel). I salmi insegnano a riconoscere Dio nei segni della creazione e della storia.

 

Salmi come libro

Una acquisizione degli ultimi venticinque anni (intuita già dai Padri; cf. il vecchio e già ricordato commento di D. Barsotti). Leggere i salmi come libro. Un libro di 150 capitoli. Solo rapidissimi spunti. Dovrebbero essere per gran parte di voi cose già note.

Scoprire la logica interna del Salterio. Prima di tutto, i 5 libri in cui è diviso già di suo il Salterio. Un percorso che va dal lamento alla lode.

Punto di svolta del Salterio: la crisi dei salmi 88-89. Crisi personale (la morte), crisi di popolo (dov’è il tuo amore di un tempo?). L’uscita dalla crisi: il Dio della creazione e della storia (cf. ad esempio i due poli del Sal 136).

Già nel 2000 uscì un commento italiano, quello di Tiziano Lorenzin, che aiutava a scorgere queste connessioni interne al salterio; cf. con più moderazione il più recente commento di Ludwig Monti.

Senza esagerare a voler trovare connessioni complesse, leggendo un salmo dopo l’altro si scopre come esiste una logica interna e come i salmi sono spesso legati tra loro da volute riprese e ripetizioni. Un esempio classico: il Sal 51, il “miserere”, acquista più senso letto in coppia con il 50. Il giudizio di Dio contro il suo popolo; il popolo è colpevole - e nel Sal 51, per bocca del suo re David, si affida alla misericordia divina.

I salmi 1-2 sono un bel programma iniziale: beato l’uomo / beato chi in lui si rifugia // si perde. Felicità dell’uomo nella Legge / speranza nel Re-Messia, due grandi poli del salterio.

Un consiglio pratico: leggere tutto il salterio un salmo dopo l’altro, tre o quattro al giorno a seconda della lunghezza, con calma (io lo faccio da trent’anni sostituendo i salmi dell’ufficio delle letture e quelli delle lodi con una lectio continua del Salterio: ci vogliono circa sette / otto settimane, con questo ritmo, per leggerlo tutto). Sarà per voi una scoperta.

 

Un altro aspetto: appropriarsi del salmo.

«Se il Salmo prega, pregate; se geme, gemete (...). Tutto ciò che vi si trova scritto è uno specchio che ci riflette» (Agostino, Enarr. in Ps., XXXIII,1).

“Ma il libro dei Salmi ha anche questo di meraviglioso, che riporta impressi e scritti i moti di ciascuna anima e il modo con il quale essa cambia e si corregge affinché chi è inesperto, se vuole, possa trovare e vedere un’immagine di tutto questo nel Salterio e plasmare se stesso come là è scritto (...). Mi sembra che i salmi diventino per chi li canta come uno specchio perché possa osservare se stesso e i moti della propria anima, e recitare i salmi con tali sentimenti” (Atanasio, Lettera a Marcellino). L’orante parla nei Salmi evk prosw,pou avnqrwpo,thtoj, in nome dell’umanità; il lettore deve riconoscere nelle parole del Salmista le proprie parole.

*

Isalmi “imprecatori”

La tradizione patristica spiritualizza il Sal 137 e lo interpreta allegoricamente. Oggi il problema con i Salmi imprecatori sorge non tanto perché siano contro la pietà cristiana, il che è del resto vero per molte altre parti dell’AT - ma anche il NT non è estraneo a una certa violenza, e non solo verbale! Si pensi al tema delle punizioni nella Geenna, da Gesù sino all’Apocalisse. Il problema sorge piuttosto perché i cristiani non sanno più pregare con questi Salmi, esprimendo così la loro sete di giustizia. O forse perché non si tratta, in questi casi, di un linguaggio politically correct?

a.                   Il problema dell’uso cristiano di questi salmi è serio, dato che i salmi imprecatori e le parti imprecatorie dei salmi che la liturgia esclude (ma si veda, più in generale, il problema della violenza nella Scrittura) chiedono che Dio intervenga violentemente e senza pietà contro i nemici. La spiegazione che si tratta di un linguaggio iperbolico e paradossale, tipico della mentalità semitica, non è sufficiente. In ogni caso i salmi imprecatori mettono in luce una realtà tragica: quella della violenza e dell’ingiustizia, una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Si tratta di un linguaggio di carattere poetico, un linguaggio che chiama in causa le nostre emozioni - positive o negative - di fronte al male e alla sofferenza. Così i salmi imprecatori sono come un granello di sabbia che inceppa la ruota ben oliata di un mondo ingiusto e violento (Erich Zenger).

b.                  L’esistenza del male mette in questione l’esistenza stessa di Dio e del suo popolo; Dio deve intervenire. Da questo punto di vista i salmi imprecatori sono come una sfida posta a Dio: tua res agitur! Qui si parla di te, ne va della tua stessa esistenza! Tu non puoi, non devi tacere (cf. in particolare il testo di Sal 109,1!).

c.                   Manca in tutti questi salmi ogni prospettiva di sanzione ultraterrena, così che si chiede a Dio di far vendetta qui ed ora. Non è un caso che il NT riprenderà molte parti dei salmi imprecatori in chiave escatologica: cf. la rilettura del Sal 137 nel libro dell’Apocalisse. In chiave cristiana, pregare i salmi imprecatori significa in questo modo affrettare il giudizio di Dio che deve venire.

d.                  Occorre ancora tener conto di una certa spiritualizzazione dei nemici che talora assurgono a figure tipiche di tutto ciò che si oppone a Dio; non si tratta dunque della semplice condanna di nemici personali. Si tenga presente che quando il Salterio assunse la sua forma attuale le parti imprecatorie furono lasciate molto probabilmente proprio grazie a questa stilizzazione e generalizzazione del «nemico» che assume così un valore simbolico e va oltre il nemico storico. Gesù dirà che il nemico è satana (cf. Mt 13,39), contribuendo a questo tipo di lettura. E tuttavia, nonostante il loro simbolismo, i salmi imprecatori non riducono mai del tutto i «nemici» a pure immagini dal valore appunto simbolico, ma conservano sempre un aggancio reale con il mondo in cui viviamo, come è evidente nel Sal 137. Una eccessiva spiritualizzazione di questi salmi li priverebbe della loro fortissima sensibilità verso la sofferenza umana.

e.                   Per l’esegeta cristiano, un ulteriore principio è il saper leggere la Scrittura nella sua globalità; «Babilonia» del Sal 137, ad esempio, è illuminata anche dalla Babilonia dell’Apocalisse come simbolo di tutto ciò che è male. Da questo punto di vista, le imprecazioni del Sal 137 sono una richiesta a Dio perché intervenga a salvare il mondo da ogni forma di potere «babilonico».

f.                   In chiave profetica il NT interpreta alcune parti di Salmi imprecatori come la profezia delle sofferenze di Cristo (cf. i Salmi 68; 108-109). In questa chiave, i salmi imprecatori divengono essenziali in relazione alla comprensione della morte di Gesù in croce intesa come morte vergognosa di un uomo «maledetto da Dio» (cf. Gal 3,13). La lettura profetica di questi salmi sarà tipica dei Padri: v. il principio agostiniano che «le imprecazioni non sono preghiere ma profezie» (contra Faustum).

g.                  La maledizione affida così a Dio il compito di punire il malvagio ed esclude ogni forma di vendetta personale; esclude in particolare la tentazione di rispondere al male con il male. A Dio, YHWH, viene affidato il giudizio e non a un Dio crudele e tirannico, ma a un Dio ritenuto sommamente giusto. Il Dio biblico non è estraneo al male e non resta indifferente di fronte alle più radicali ingiustizie; la sua collera e la sua vendetta sono modi espressi in linguaggio umano di manifestare questa sua partecipazione attiva ad una necessaria giustizia umana.

h.                  L’imprecazione presente in questi salmi, poi, esprime il desiderio di una lotta radicale contro ogni forma d’ingiustizia, esprimendo così allo stesso tempo un rifiuto totale del male; la connivenza con il male, alla luce di questi salmi, diviene impossibile. Si tratta di salmi molto realisti che ci pongono davanti alla realtà terribile ed attuale della violenza e insieme di fronte alla protesta dell’innocente perseguitato. Inoltre, i Salmi imprecatori esprimono con forza la fede nell’intervento di Dio nella storia dell’uomo oppresso e perseguitato. A riguardo del Sal 137, Gesù, in Lc 19,4344 utilizza le stesse parole di Sal 137,9 a proposito di Gerusalemme: i perseguitati possono così facilmente diventare a loro volta persecutori, attirando così su se stessi il giudizio che essi attendono per i malvagi.

i.                    I Salmi imprecatori pongono l’essere umano di fronte all’orrore della violenza, smascherano senza appello la realtà del male che è in noi, ci rendono realistici e non ingenui di fronte al male presente nel mondo, danno voce alla sofferenza e al dolore degli innocenti e soprattutto trasferiscono in Dio quella violenza che, altrimenti, l’essere umano avocherebbe a sé. Esprimono in modo drammatico la sofferenza di chi è colpito da una violenza inaudita, alla quale non sembra esserci alcun rimedio di carattere umano. Questi salmi esprimono anche la dolorosa realtà di chi si accorge che la giustizia umana da sola non è da sola sufficiente. Solo di fronte a Dio la giustizia acquista il suo volto più autentico e definitivo.

l.                    Se tutto ciò non basta a rendere «pregabili» questi Salmi per un cristiano, sono forse sufficienti le osservazioni peraltro profonde di D. Bonhohffer, il quale considera questi salmi come espressione della «vendetta» di Dio che è placata solo dalla croce di Cristo? «Anche oggi posso credere all’amore di Dio e perdonare ai nemici solo passando per la croce di Cristo, per l’esecuzione della vendetta di Dio». E tuttavia una così eccessiva «cristianizzazione» di questi salmi, secondo determinate visioni (o precomprensioni) teologiche, non rischia di togliere loro ogni forza?

m.        Giovanni Crisostomo vedeva in questi Salmi il segno della sugkata,basij della condiscendenza di Dio (cf. il principio ermeneutico di DV (Dei Verbum) 13!) che assume linguaggio e mentalità degli uomini, accettandone anche le limitazioni (cf. le osservazioni di Giovanni Paolo II, Discorso alla PCB (Pontificia Commissione Biblica), 23 Aprile 1993, 8). Da questo punto di vista, possiamo ad esempio riconoscere che il mondo del salmista è un mondo in bianco e nero, un mondo di buoni e cattivi, in cui rischiamo inconsciamente o meno di metterci dalla parte che a nostro giudizio è quella «buona». A questo proposito, questi salmi hanno il merito di denunciare l’implacabile realtà del male senza mezzi termini, mettendo in luce i meccanismi subdoli che il male utilizza per disseminare sventura e morte, a volte senza che chi lo commette se ne renda conto.

Appare infine senz’altro auspicabile un ritorno a queste forme di preghiera di lamento anche all’interno delle nostre liturgie, per dar voce alla sofferenza dell’intera umanità e chiamare in causa Dio stesso: cosa è rimasto, ad esempio, nella liturgia cristiana dei lamenti di Giobbe? Non dovremmo allora parlare non più di «salmi imprecatori», ma di «salmi per chiedere (a Dio) giustizia»? Ovvero: liberaci dal Male!

 


Ritorno al testo dei "Salmi"


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25 aprile 2026                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net