Capitolo LVIII - Norme per l'accettazione dei fratelli
1. Quando si presenta un aspirante alla vita monastica, non bisogna accettarlo con troppa facilità, 2. ma, come dice l'Apostolo: "Provate gli spiriti per vedere se vengono da Dio". 3. Quindi, se insiste per entrare e per tre o quattro giorni dimostra di saper sopportare con pazienza i rifiuti poco lusinghieri e tutte le altre difficoltà opposte al suo ingresso, perseverando nella sua richiesta, 4. sia pure accolto e ospitato per qualche giorno nella foresteria. 5. Ma poi si trasferisca nel locale destinato ai novizi, perché vi ricevano la loro formazione, vi mangino e vi dormano. 6. Ad essi venga inoltre preposto un monaco anziano, capace di conquistare le anime, con l'incarico di osservarli molto attentamente. 7. In primo luogo bisogna accertarsi se il novizio cerca veramente Dio, se ama l'Ufficio divino, l'obbedienza e persino le inevitabili contrarietà della vita comune. 8.Gli si prospetti tutta la durezza e l'asperità del cammino che conduce a Dio.
Capitolo II - L'Abate
33.Soprattutto si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza delle anime, di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà terrene, transitorie e caduche, 34.ma pensi sempre che si è assunto l'impegno di dirigere delle anime, di cui un giorno dovrà rendere conto 35.e non cerchi una scusante nelle eventuali difficoltà economiche, ricordandosi che sta scritto :"Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in soprappiù" 36.e anche: "Nulla manca a coloro che lo temono".
TI CONOSCEVO PER SENTITO
DIRE
Alla fine del capitolo 19° Giobbe sembrava aver messo a tacere i suoi saggi
amici. Aveva infatti proclamato la sua incrollabile speranza in Dio,
appellandosi a lui come al supremo e giusto giudice, testimone della sua
integrità. Questa poteva già essere una felice conclusione della storia di
Giobbe. Ma era solo una sfuggevole schiarita in un cielo ancora denso di nubi
oscure. Per arrivare allo scioglimento del dramma il cammino è ancora lungo e
l’alternanza luce-tenebre permane, anche perché si ripete l’intervento dei saggi
amici, che vogliono riportare ordine razionale nella mente di Giobbe.
Interviene infatti Zofar che gli fa eco con un’altra dissertazione sulla
giustizia uguale per tutti, senza eccezioni. Anche se Giobbe si crede giusto, la
sventura che gli è caduta addosso dimostra che non è tale. Viene affermato per
l’ennesima volta che il dolore è castigo e che il castigo è la spia della colpa
occulta.
Giobbe, ancor più esasperato, riprende con foga il discorso in difesa dei giusti
sofferenti e contro i ragionamenti avventati di chi non sperimenta il patire. Il
dolore è mistero, poiché i giudizi di Dio sono imperscrutabili.
Ascoltate bene la mia parola
e sia questo almeno il conforto che mi date.
Tollerate che io parli
e, dopo il mio parlare, deridetemi pure.
Forse io mi lamento di un uomo?
E perché non dovrei perder la pazienza?
Statemi attenti e resterete stupiti,
mettetevi la mano sulla bocca.
Se io ci penso, ne sono turbato
e la mia carne è presa da un brivido.
Perché vivono i malvagi,
invecchiano, anzi sono potenti e gagliardi?
Finiscono nel benessere i loro giorni
e scendono tranquilli negli inferi.
Eppure dicevano a Dio: « Allontanati da noi,
non vogliamo conoscere le tue vie.
Chi è l’Onnipotente, perché dobbiamo servirlo?
E che ci giova pregarlo? ».
Non hanno forse in mano il loro benessere? (21, 2-7. 13-16).
Se gli empi non sono puniti da Dio è forse giusto che egli punisca chi invece
gli è fedele? Giobbe lascia che ancora una volta i flutti della sua amarezza
rompano le dighe nel suo cuore e ne esca l’incontenibile sfogo. Mi lamento —
dice — non con un qualsiasi uomo; mi lamento con Dio, di Dio. Se egli è
veramente Dio, perché agisce così? E voi, perché lo difendete? E così evidente
che non è giusto il suo modo di agire! I fatti smentiscono che il comportamento
di Dio sia giusto nel modo che voi intendete.
Ecco subito — di rimbalzo e su vie parallele, incongiungibili — la risposta di
un altro saggio: Eppure Dio castiga solo chi è colpevole, perché egli è giusto.
Tu non hai dunque altro da fare che convertirti. Questo ti gioverà (cf c. 22).
Ti farà ritrovare il tuo benessere e la tua tranquillità.
Su, riconciliati con lui e tornerai felice,
ne riceverai un gran vantaggio.
Accogli la legge dalla sua bocca
e poni le sue parole nel tuo cuore.
Se ti rivolgerai all’Onnipotente con umiltà,
se allontanerai l’iniquità dalla tua tenda,
se stimerai come polvere l’oro
e come ciottoli dei fiumi l’oro di Ofir,
allora sarà l’Onnipotente il tuo oro
e sarà per te argento a mucchi.
Allora sì, nell’Onnipotente ti delizierai
e alzerai a Dio la tua faccia.
Lo supplicherai ed egli t’esaudirà
e tu scioglierai i tuoi voti.
Deciderai una cosa e ti riuscirà
e sul tuo cammino splenderà la luce (22,21-28).
Deciditi!
Giobbe ancora una volta protesta: No, no, perché non è così! La mia esperienza
mi dimostra che non è così!
Giobbe non vuole tanto cercare che Dio gli giovi, quanto invece trovare il senso
della propria e dell’altrui sofferta esistenza.
Ancor oggi il mio lamento è amaro
e la sua mano grava sopra i miei gemiti.
Oh, potessi sapere dove trovarlo,
potessi arrivare fino al suo trono!
Esporrei davanti a lui la mia causa
e avrei piene le labbra di ragioni.
Verrei a sapere le parole che mi risponde
e capirei che cosa mi deve dire.
Con sfoggio di potenza discuterebbe con me?
Se almeno mi ascoltasse!
Allora un giusto discuterebbe con lui
e io per sempre sarei assolto dal mio giudice (23,2-7).
Giobbe vuole dunque trovare il suo Dio: « Potessi sapere dove trovarlo! Potessi
arrivare fino al suo trono! ». Potessi esporgli faccia a faccia le mie ragioni!
Potessi farmi ascoltare da lui!
Ma se vado in avanti, egli non c’è,
se vado indietro, non lo sento.
A sinistra lo cerco e non lo scorgo,
mi volgo a destra e non lo vedo.
Poiché egli conosce la mia condotta,
se mi prova al crogiuolo, come oro puro io ne esco.
Alle sue orme si è attaccato il mio piede,
al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato;
dai comandi delle sue labbra non mi sono allontanato,
nel cuore ho riposto i detti della sua bocca (23, 8-12).
Perciò, essendo giusto, non devo essere riconosciuto tale da lui? Perché non
devo poter essere alla sua presenza, stare alla sua presenza in tutta la mia
dignità di uomo?
Gli amici gli ribadiscono: « Come può giustificarsi un uomo davanti a Dio? »
(25, 4). Interviene Bildad il Suchita. Perché sei così ostinato? Come può un
uomo apparire puro davanti a Dio? Nessun nato di donna è tale!
Ecco, la luna stessa manca di chiarore
e le stelle non sono pure ai suoi occhi:
quanto meno l’uomo, questo verme,
l’essere umano, questo bruco! (25, 5-6).
È
pur vero! Eppure Giobbe vuole trovarsi con tutta franchezza davanti al suo Dio;
non esita a sottoporlo a una critica spietata. L’uomo, l’essere umano, sì, è
come un bruco, come un verme, eppure se Dio l’ha creato ponendolo personalmente
in relazione con lui, deve avere ben più valore di un verme; se creandolo gli ha
messo nel cuore il desiderio di lui, il desiderio della sua amicizia, il
desiderio della comunione di vita con lui, non può finire così miseramente.
La disputa è giunta a tal punto da non trovare nemmeno più le parole da
controbattere, perché si continua a picchiare sullo stesso chiodo. Eppure Giobbe
riprende: Tutte le vostre teorie sono banalità. Io non posso rinunziare al mio
diritto di uomo onesto:
Lungi da me che io mai vi dia ragione;
fino alla morte non rinunzierò alla mia integrità.
Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere,
la mia coscienza non mi rimprovera
nessuno dei miei giorni (27,5-6).
Segue una lunga querela in cui l’uomo, l’uomo di sempre, davanti alle prove
schiaccianti della vita, anziché arrendersi, si ostina a chiedere ragione del
proprio tormento e attende che Dio ristabilisca la sua sorte. Giobbe — l’uomo
prostrato dal dolore — è come un cigno che ha sempre in serbo l’ultimo canto da
innalzare prima di morire. I capitoli 29-30 sono il suo canto finale, una
elegia, si può dire, in cui ricorda i giorni passati, quando era ancora felice,
e li contrappone all’angoscia presente: Un tempo... ora invece...!
Oh, potessi tornare com’ero ai mesi di un tempo,
ai giorni in cui Dio mi proteggeva,
quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo
e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre (29, 2-3).
Ecco che cosa in definitiva sta a cuore a Giobbe: il trovarsi alla presenza di
Dio, camminare alla sua luce, sentire lo sguardo di Dio su di sé come una
lucerna sopra il suo capo. E questo che gli manca, non tanto le cose che Dio gli
ha tolto! Nemmeno della salute sente la mancanza quanto dell’amicizia, della
compagnia di Colui che solo può dare senso ai giorni dell’uomo.
Potessi tornare com’ero ai giorni del mio autunno, al tempo della maturità, al
tempo dei frutti,
quando Dio proteggeva la mia tenda,
quando l’Onnipotente era ancora con me
e i miei giovani mi stavano attorno.
Quando uscivo verso la porta della città
e sulla piazza ponevo il mio seggio:
vedendomi, i giovani si ritiravano
e i vecchi si alzavano in piedi;
i notabili sospendevano i discorsi
e si mettevano la mano sulla bocca (29, 4-9).
Nessuno infatti gli stava alla pari per saggezza!
La voce dei capi si smorzava
e la loro lingua restava fissa al palato;
con gli orecchi ascoltavano e mi dicevano felice,
con gli occhi vedevano e mi rendevano testimonianza, perché soccorrevo il povero
che chiedeva aiuto,
l’orfano che ne era privo.
La benedizione del morente scendeva su di me
e al cuore della vedova infondevo la gioia.
Mi ero rivestito di giustizia come di un vestimento;
come mantello e turbante era la mia equità.
Io ero gli occhi per il cieco,
ero i piedi per lo zoppo.
Padre io ero per i poveri
ed esaminavo la causa dello sconosciuto.
Pensavo: « Spirerò nel mio nido
e moltiplicherò come sabbia i miei giorni ».
La mia radice avrà adito alle acque
e la rugiada cadrà di notte sul mio ramo (29, 10-19).
Gustiamo queste bellissime immagini che esprimono l’amore e il gusto della vita
quando è vissuta in piena armonia con le leggi del Creatore.
La mia gloria sarà sempre nuova
e il mio arco si rinforzerà nella mia mano.
Mi ascoltavano in attesa fiduciosa
e tacevano per udire il mio consiglio.
Dopo le mie parole non replicavano
e su di loro scendevano goccia a goccia i miei detti.
Mi attendevano come si attende la pioggia
e aprivano la bocca come ad acqua primaverile.
Sé a loro sorridevo, non osavano crederlo,
né turbavano la serenità del mio volto.
Indicavo loro la via da seguire e sedevo come capo,
e vi rimanevo come un re fra i soldati
o come un consolatore di afflitti (29, 20-25).
Ecco qual era il passato di Giobbe!
Ora invece si ridono di me
i più giovani di me in età,
i cui padri non avrei degnato
di mettere tra i cani del mio gregge.
Ora io sono la loro canzone,
sono diventato la loro favola!
Hanno orrore di me e mi schivano
e non si astengono dallo sputarmi in faccia!
Poiché egli ha allentato il mio arco e mi ha abbattuto
essi han rigettato davanti a me ogni freno.
A destra insorge la ragazzaglia;
smuovono i miei passi
e appianano la strada contro di me per perdermi (30, 1. 9-12).
«
Poiché egli ha allentato il mio arco e mi ha abbattuto ». Tutto ho perduto
perché egli mi ha lasciato, ha voltato altrove la sua faccia; tutto è perduto
perché egli non è più con me. Se ritrovo lui tutto è ritrovato. Qui sta la
ragione dell’amarezza che inonda il cuore di Giobbe. Perciò egli non può
rinunziare a ritrovare Colui che era il fondamento della sua speranza di vita.
Il passo in cui è descritta la situazione di Giobbe umiliato e abbandonato,
richiama tanto da vicino il passo del profeta Isaia, specialmente il c. 53 che
presenta la figura del Servo sofferente, come pure i salmi 21 e 68.
Ora mi consumo
e mi colgono giorni di afflizione.
Di notte mi sento trafiggere le ossa
e i dolori che mi rodono non mi danno riposo.
Mi ha gettato nel fango:
son diventato polvere e cenere.
Io grido a te, ma tu non mi rispondi (30, 16-17. 19-20).
Il frequente passaggio dal discorso indiretto a quello diretto rivela la
passione interiore di Giobbe, la sua irriducibile speranza in un “Tu” che gli
sta di fronte, duro, irremovibile, ma che egli cerca di colpire al cuore per
costringerlo a una risposta, a un intervento di salvezza:
Io grido a te, ma tu non mi rispondi,
insisto, ma tu non mi dai retta.
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti;
mi sollevi e mi poni a cavallo del vento
e mi fai sballottare dalla bufera.
So bene che mi conduci alla morte,
alla casa dove si riunisce ogni vivente.
Ma qui nessuno tende la mano alla preghiera,
né per la sua sventura invoca aiuto (30, 20-24).
Risuona in queste parole il lamento del Servo sofferente: « Ho atteso
compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati... » (Sai 69,21). Vi
si riconosce la voce stessa del Cristo: «La mia anima è triste fino alla morte;
restate qui e vegliate con me» (Mt 26, 38).
Eppure il giusto servo del Signore si è fatto solidale con ogni povero e
sofferente, è stato un consolatore per gli afflitti...
Non ho pianto io forse con chi aveva i giorni duri
e non mi sono afflitto per l’indigente? (30, 25).
È
questa la ricompensa? « Si rende forse male per bene? Poiché essi hanno scavato
una fossa alla mia vita! » (Ger 18, 20). E ancora il canto del Servo, di Colui
che non ha apparenza né bellezza, il cui volto è oscurato dall’angoscia, anzi,
così sfigurato da far voltare altrove la faccia a quelli che lo conoscevano, il
cui aspetto è così repellente da allontanare persino quelli che gli erano più
amici e intimi (cf Is 53).
Eppure aspettavo il bene ed è venuto il male, aspettavo la luce ed è venuto il
buio.
Le mie viscere ribollono senza posa
e giorni di affanno mi assalgono.
Avanzo con il volto scuro, senza conforto (30,26-28).
L’uomo dei dolori è irriconoscibile; senza conforto! Questo è l’aspetto più
drammatico, più tragico della sofferenza dell’uomo. « Nell’assemblea mi alzo per
invocare aiuto » — prosegue Giobbe — ma nessuno mi risponde: « Sono divenuto
fratello degli sciacalli e compagno degli struzzi » (v. 29). Nessuno, nessuno
dei miei simili è con me. « La mia pelle si è annerita, mi si stacca / e le mie
ossa bruciano dall’arsura ». Come non pensare alla passione del Cristo? « La mia
cetra serve per lamenti / e il mio flauto per la voce di chi piange» (30,29-31).
È
il “venerdì santo”. Non è stato pure scritto: « Cambierò le vostre feste in
lutto / e tutti i vostri canti in lamento » (Am 8,10; cf Tb 2, 6)? Ma perché
tale cambiamento punitivo coinvolge anche il giusto? Giobbe torna a ricordare
l’integrità della sua condotta morale e la generosità del suo agire verso tutti,
specialmente verso chi era nella necessità:
Se contro di me grida la mia terra
e se i suoi solchi piangono con essa (31, 38)
— vale a dire: se io ho sfruttato la terra
e la terra grida contro di me —
se ho mangiato il suo frutto senza pagare (chi lavorava)
e ho fatto sospirare dalla fame i suoi coltivatori,
in luogo di frumento, getti spine,
ed erbaccia al posto dell’orzo (31, 39-40).
Ma non è stato così! Non c’è proprio nessuno che voglia dare testimonianza della
mia vita?
Oh, avessi uno che mi ascoltasse!
Ecco qui la mia firma! L’Onnipotente mi risponda!
Il documento scritto dal mio avversario
vorrei certo portarlo sulle mie spalle
e cingerlo come mio diadema! (31,35-36).
Perché tale documento non potrebbe essere altro che il riconoscimento della mia
giustizia. E allora
Il numero dei miei passi gli manifesterei
e mi presenterei a lui come sovrano (31, 37).
Giobbe non cede davanti a ciò che gli appare ingiusto, non rinunzia a difendere
con fermezza la propria integrità, e sempre più esprime l’esigenza e
l’impazienza di trovarsi faccia a faccia con Colui che, unico, gli può e gli
deve rendere giustizia. Gli amici ormai si rimettono in silenzio, come avevano
fatto appena erano andati a visitare Giobbe non più nellà sua bella casa ma
sullo squallido letamaio.
Quando Giobbe ebbe finito di parlare, quei tre uomini cessarono di rispondere a
Giobbe, perché egli si riteneva giusto (32, 1).
Ancora un discorso
I
tre saggi non hanno più nulla da dire, ma ecco: «Allora si accese lo sdegno di
Eliu, figlio di Barachele il Buzita, della tribù di Ram» (32,2), un giovane che
fino a questo momento era rimasto là come muto spettatore.
(Eliu) si accese di sdegno contro Giobbe, perché pretendeva d’aver ragione di
fronte a Dio; si accese di sdegno anche contro i suoi tre amici, perché non
avevano trovato di che rispondere, sebbene avessero dichiarato Giobbe colpevole
(32,2-3).
Nella sua inesperta giovinezza ritenendosi più saggio degli altri, inizia una
lunga dissertazione teologica con la quale pensa di riuscire a confutare Giobbe
e anche chi ha parlato prima di lui.
Ascolta dunque, Giobbe, i miei discorsi,
ad ogni mia parola porgi l’orecchio.
Ecco, io apro la bocca,
parla la mia lingua entro il mio palato.
Il mio cuore dirà sagge parole
e le mie labbra parleranno chiaramente (33, 1-3).
Il discorso abbraccia diversi capitoli con accenti sempre più vivaci spesso
sfioranti la presunzione e l’insolenza:
Ti pare d’aver pensato cosa giusta,
quando dicesti: « Ho ragione davanti a Dio »?
O quando hai detto: « Che te ne importa?
Che utilità ne ho dal mio peccato »? (35, 2-3).
Abbi un po’ di pazienza e io te lo dimostrerò,
perché in difesa di Dio c’è altro da dire.
Prenderò da lontano il mio sapere
e renderò giustizia al mio creatore,
poiché non è certo menzogna il mio parlare:
un uomo di perfetta scienza è qui con te (36, 2-4).
Giobbe lo lascia parlare. Ormai è saturo di parole proprie e altrui. Oltre non
si può andare con i ragionamenti; le armi del combattimento con le parole si
sono tutte spezzate. Ormai il dramma va verso la soluzione: Giobbe comincia già
ad arrendersi interiormente non perché capisce, ma perché continua a battere la
testa contro il mistero.
Nel discorso di Eliu spicca come bagliore di intuizione un’affermazione che
trova conferma nell’esperienza di ogni vita umana: « Dio libera il povero con
l’afflizione, / gli apre l’udito con la sventura » (36, 15). Con l’afflizione lo
libera dalla superficialità che si accompagna a un facile benessere, e con la
sventura gli apre l’orecchio, cioè lo rende capace di ascoltarlo, di conoscerlo,
quindi di comprendere le cose più grandi e profonde della vita. Capace anche di
accettare la incomprensibilità di un Dio trascendente.
L’Onnipotente noi non lo possiamo raggiungere,
sublime in potenza e rettitudine
e grande per giustizia: egli non ha da rispondere.
Perciò gli uomini lo temono:
a lui la venerazione di tutti i saggi di mente (37, 23-24).
La conclusione di Eliu è chiara: Dio è giusto per se stesso. Non ha da
rispondere a nessuno. Agisce con assoluta libertà. Va temuto e accettato così
com’è!
Ecco però l’improvviso cambiamento di scena. Dio stesso interviene e dimostra di
non essere precisamente così come Eliu lo ha concettualmente presentato. È,
infatti, un Dio che ascolta e che risponde, che interroga e attende risposta. È
un Dio che vuole dialogare con gli uomini e viene loro vicino.
Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine:
Chi è costui che oscura il consiglio
con parole insipienti?
Cingiti i fianchi come un prode,
io t’interrogherò e tu mi istruirai.
Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?
Dillo, se hai tanta intelligenza!
Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai,
o chi ha teso su di essa la misura? (38, 1-5).
Giobbe in preda al dolore e alla tentazione si era chiesto: Chi è mai questo
Dio, che lascia imperversare il male e non soccorre i giusti che sono nella
sventura? Che cosa devo pensare di questo Dio che non si cura di me se non per
tormentarmi? Nel suo viaggio di fede — lottando contro la disperazione — Giobbe
era alla ricerca di un’immagine pura di Dio, ma si trovava sempre dentro un
groviglio di pensieri inestricabili.
Che cosa devo pensare di te, che ti dichiari il Dio della vita, mentre io
sperimento la vita come un gran male? Che cosa devo pensare di te e come posso
io vivere in relazione con te, se tu mi respingi e mi lasci morire?
Finalmente Dio stesso gli parla di sé e lo fa quasi prendendolo per mano — come
si prende un ragazzo che si ostina nelle sue idee e nelle sue voglie capricciose
— anzi, quasi prendendogli la testa fra le mani, e gli dice: Taci e ascoltami un
po’! Adesso ti conduco a fare un giro nell’universo, ti faccio vedere tutto, ti
faccio decifrare il senso delle cose, ti faccio constatare chi sono io in
rapporto ad ogni essere creato, come mi curo di tutto quello che io ho chiamato
all’esistenza, mi faccio conoscere e poi tu mi dirai se pensi ancora di valere
poco per me, se dubiti ancora che io ti abbia caro come un figlio diletto.
Chi ha chiuso tra due porte il mare,
quando erompeva uscendo dal seno materno,
quando lo circondavo di nubi per veste
e per fasce di caligine folta?
Poi gli ho fissato un limite
e gli ho messo chiavistello e porte
e ho detto: « Fin qui giungerai e non oltre
e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde ».
Da quando vivi hai mai comandato al mattino
e assegnato il posto all’aurora,
perché essa afferri i lembi della terra
e ne scuota i malvagi? (38, 8-13).
E
così, prendendo l’avvio dal cielo e dalle stelle, facendo passare l’universo: i
mari, i monti, i laghi, i campi... tutte le creature, ne mostra la bellezza, la
forza e l’armonia chiamando continuamente in causa la presuntuosa sapienza
dell’uomo: Sai tu come...? Dillo, se lo sai, dillo, se sai tutto questo! « Puoi
tu alzare la voce fino alle nubi / e farti coprire da un rovescio di acqua? »
(38, 34). Sei capace di produrre tu la pioggia? Di far venire il sole? « Chi
prepara al corvo il suo pasto, / quando i suoi nati gridano verso Dio / e vagano
qua a là per mancanza di cibo?» (38, 41). Conosci tu...? Sei tu che hai fatto
tutto questo?
Le bellissime immagini di questo passo lasciano trasparire l’immensa tenerezza
di Dio nel prendersi cura di tutte le sue creature sulle quali ha posto il suo
sigillo. Una legge sapientissima guida l’istinto di ogni essere, ed anche questa
è traccia della sapienza del divino creatore:
Forse per il tuo senno
si alza in volo lo sparviero
e spiega le ali verso il sud?
O al tuo comando l’aquila s’innalza
e pone il suo nido sulle alture? (39, 26-27).
Forse sei tu che hai dato agli uccelli migratori il senso della stagione, del
tempo in cui alzarsi in volo per dirigersi verso le regioni calde? Sei tu che
hai insegnato all’aquila a volare...?
Tutto supera l’umana capacità di sapere e di operare. Come osa, dunque, l’uomo
mettere sotto processo il suo Dio?
Il “censore”, questo Giobbe che come un ragazzo saccente invece di ascoltare
continua a parlare ponendo se stesso al centro di tutto e chiama giuste ragioni
le sue stoltezze, non imparerà finalmente a tacere? Vorrà egli continuare a
«contendere con l’Onnipotente»?
L’accusatore di Dio risponda!
Giobbe rivolto al Signore disse:
Ecco, sono ben meschino: che ti posso rispondere?
Mi metto la mano sulla bocca.
Ho parlato una volta, ma non replicherò,
ho parlato due volte, ma non continuerò (40, 2-5).
È
giunto il momento del vero discernimento; il tempo dell’umiltà e del sincero
pentimento.
Comprendo che puoi tutto
e che nessuna cosa è impossibile per te.
Ho esposto dunque senza discernimento
cose troppo superiori a me, che io non comprendo.
« Ascoltami e io parlerò,
io t’interrogherò e tu istruiscimi ».
Io ti conoscevo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti vedono.
Perciò mi ricredo
e ne provo pentimento sopra polvere e cenere (42,2-6).
«
Ecco, sono ben meschino: che ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca».
Finalmente la resa! Quando Giobbe ha cominciato ad ascoltare Dio e a
contemplare, in silenzio, l’opera sua, ha attinto alla fonte della sapienza.
Allora ha capito di essere ignorante: So di non sapere. Comprendo che non
comprendo, perché sono troppo piccolo... Comprendo che davanti a te devo
soltanto adorare, accogliere il tuo mistero; ed è così che ti conosco non per
sentito dire, non più per concetti astratti, ma per esperienza di fede e di
amore. E sono pieno di stupore perché tu, così grande, tu mi sei vicino e ti
degni di istruirmi, di farmi conoscere il tuo amore. Ora posso dire che ti
conosco davvero come Dio, perché accetto il tuo mistero e non ho più paura di
te. Sento, infatti, che tu sei l’amore, sei il “Tu” che mi salva dalla mia
solitudine, che mi trae fuori dal mio egocentrismo, e mi libera da me stesso.
Ora il centro della mia vita sei Tu, solo Tu, e la mia gioia è stare con te; la
mia gioia è che tu, Dio, sia veramente il mio Dio da sempre e per sempre!
È
stato necessario compiere un lungo cammino, un cammino nel buio, nella più
desolata solitudine per arrivare a questo approdo di fede e di fiducia. Giobbe è
ormai giunto a un retto concetto di Dio, a una conoscenza di Dio non più in
misura di uomo razionale, ma di uomo credente. La sua fede si è purificata nel
crogiuolo dell’umiliazione e del dolore e il suo rapporto con Dio è diventato
gratuito. Giobbe conosce Dio ormai al di là di ogni immagine che prima si faceva
di lui; al di là di ogni categoria mentale. «Altro è credere che Dio esiste —
diceva il monaco Silvano del Monte Athos — altro è conoscere Dio ».
L’uomo-Giobbe arriva a tale conoscenza attraverso il tormento, e proprio perché
ha l’intuizione profonda del Dio trascendente e vicino, ora tace e contempla.
Ignaro di sé, estasiato di lui.
L’approdo al lido sereno della pace sta proprio nel superamento di sé.
Perdendosi Giobbe si ritrova, ritrova in Dio il senso della propria vita. Ormai
può dire: Sia che io viva, sia che io muoia, sia che io sia ricco o che io sia
povero, sano o malato, io valgo qualcosa unicamente in relazione a te che sei il
mio Dio.
La comunione con Dio vale più di tutto il resto. Mentre tutto passa, Dio rimane
e la vita dell’uomo riceve consistenza proprio da questa relazione vitale e
indistruttibile che ha con Colui che è.
Siamo giunti alla conclusione dell’itinerario quaresimale che abbiamo voluto
fare insieme con Giobbe. Fin dall’inizio noi tutti ci siamo riconosciuti in quel
piccolo uomo provato dalla sofferenza e alla ricerca del senso della vita, alla
ricerca di una chiave per aprire la porta del grande segreto e incontrarsi
faccia a faccia con il Tu verso il quale tende con struggente desiderio il
nostro cuore. In questo itinerario il nostro “Giobbe” interiore si è incontrato
non solo con il Dio della trascendenza, ma anche con il Dio incarnato, venuto a
portare su di sé il nostro peccato di empietà e a patire il nostro tormento, la
nostra solitudine, la nostra mortale angoscia. L’abbiamo incontrato — uomo dei
dolori — sui nostri consueti sentieri irti di sassi e di spine, ma con lui
abbiamo scoperto la strada che porta all’oriente della vita, là dove tutte le
spine fioriscono in gioia.
Il dolore umano è entrato tutto nell’agonia e nella morte di Gesù — il solo
Giusto che si è caricato di tutte le nostre ingiustizie — e l’agonia di Gesù
continua nei secoli, fino a che tutta l’umanità e tutto il cosmo ne escano
rinnovati. È la Pasqua, è la nuova creazione riconciliata con Dio. Credere che è
già così mentre ancora ci sono le tenebre, mentre è ancora notte fonda, mentre
camminiamo ancora nel deserto, sembra un’utopia, una cosa impossibile; ma è
proprio qui che si misura la nostra fede; è proprio in questo cammino
impossibile — che consiste nell’accettare il mistero dell’amore di Dio quale si
va manifestando nella kenosi della sofferenza — è proprio qui che la fede si
rafforza e riporta la vittoria sul mondo, cambia in nuovo principio tutto ciò
che arriva alla fine. Non è altro che il mistero della Pasqua celebrato ogni
giorno nella nostra vita.
Giobbe è l’uomo di ieri, è l’uomo di oggi, è l’uomo di sempre; è ciascuno di
noi, è anche il Cristo in noi crocifisso fino alla fine dei secoli.
Concedici, Signore, il dono del silenzio per tacere e adorare davanti al tuo
mistero, poiché nel combattimento della fede è vincitore chi a te si arrende,
vinto dal tuo amore. Amen.
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8 aprile 2023 a cura di Alberto "da Cormano" alberto@ora-et-labora.net