Pier Damiani

UN CENOBIO MODELLO: CLUNY

- Epistola IV - A Don Ugo arcangelo di monaci

- Epistola V - Ai fratelli del monastero di Cluny

 

 Lib. VI Epistolarum


(Testo estratto da: "S. Pierdamiano - Scritti monastici" Vol. 1, a cura del P. D. B. Ignesti Camaldolese O.S.B.

Edizioni Cantagalli - Siena 1959)

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A Don Ugo arcangelo di monaci, e alla sua santa comunità, Pietro monaco peccatore, ogni ossequio di servitù.

 

Traduciamo le due seguenti lettere ai monaci cluniacensi, anche per la bella dottrina che contengono, ma principalmente per far vedere come S. Pierdamiano eremita, malgrado ogni apparenza in contrario, sa ben apprezzare e venerare anche i cenobiti, quando questi vivono sul serio lo spirito della Regula sancta. A parte poi lo stile che è sempre immaginoso e turgido, esse sono pure un bel documento della sua anima ardente, nonché di quell’umiltà che gli fa sentire bisogno estremo di fraterna preghiera, fino a minacciar di scomunica quei cari confratelli se gliela rifiutano!

E sullo stesso tono scriveva pure ai Pomposiani e agli angeli” di Montecassino. S. Pierdamiano era fatto così.

Nominato Legato Apostolico da Alessandro II per tutto il reame di Francia, era andato a Cluny nel 1062 per rivendicare i diritti di esenzione di quell’abbazia su cui pendevano i colpi ”della clava di Ercole”: le invasioni di Drogone vescovo di Mâcon.

Le due lettere sono della fine del 1063.

 

Il cacciatore che ha preso al laccio una fiera si diverte talvolta a metterle una corda al piede e poi la lascia vagare senza paura che più gli sfugga. Anche l’uccellatore lega per un piede l’uccellino e lo lascia svolazzare liberamente, fingendo di avergli ridato la libertà: la bestiola tenta di volare librandosi secondo il suo costume sul remeggio delle ali, ma appena tenta di prendere il largo, il cacciatore subito ritira la cordicella e il volatile è costretto a ridiscendere al suolo.

Anche voi mi avete rimandato libero a casa mia, ma intanto mi ritenete stretto indissolubilmente col vincolo del vostro amore. Potei bene allontanarmi col corpo, ma con l’anima sono sempre nelle vostre mani. Sono rimasto sì preso dalla vostra meravigliosa regolarità, la vostra vita angelica mi ha così affascinato e il laccio del vostro sincero affetto sì avvinto, che è più facile che la mia anima si scordi di sé che mai più sia divelta dal ricordo di Cluny.

Oh sì! Io vidi costà il paradiso irrigato dai quattro ruscelli dei santi Vangeli, anzi inondato da altrettanti rivi di sante virtù. Vidi il giardino delle delizie, fertile di rose e di gigli dei più svariati colori, olezzante dolcissimamente dei più soavi odori degli aromi e degli unguenti, così che di esso può veramente dire Iddio: «Ecco, l’odore del figlio mio come l’odore di un campo ubertoso benedetto dal Signore» (Gen. 27, 27). Infatti come potrei io chiamare il monastero di Cluny se non il campo fertile del Signore, dove un coro sì numeroso di monaci, a guisa di un cumulo di celesti covoni, si stringe e vive nella carità? Campo solcato ogni giorno col vomere della santa predicazione e sparso del seme della parola di Dio. Quivi si accumulano i prodotti delle semine spirituali per esser poi riposti nei granai celesti. E però quando io considero te, o felice Cluny, penso che non senza divino presagio tu porti il tuo nome: esso designa il lavoro dei bovi che arano ([1]). Si stimolano i bovi da tergo acciocché tirino l’aratro e rompano le stoppie; e a Cluny pure si coltiva il campo del cuore umano, dal quale poi si raccoglie la messe che vien riposta nei magazzini del cielo. Ivi si stimolano i bovi con quel pungolo usato contro Saulo, cui si dice: «Dura cosa è per te ricalcitrare allo stimolo» (At. 9, 5). Saulo invero, come un toro superbo e ancor fiero, devastava coi corni della superbia l’aia del Signore, cioè la Chiesa: a un tratto però dovette piegarsi al giogo della fede e tirare l’aratro nel campo del Signore; ond’è che poi egli chiamava i predicatori aratori, e diceva: «Deve chi ara arare per la speranza, e chi trebbia trebbiare per la speranza di raccogliere il frutto» (1 Cor. 9, 10). E di quest’aratro così dice il Signore: « Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volta indietro è adatto pel regno di Dio» (Lc. 9, 62). Tirava l’aratro della legge il popolo israelitico nel deserto, mentre alle spalle lo pungeva il Faraone con lo stimolo di durissima servitù, e davanti lo tirava Mosè, come con funi, coi precetti celesti. Il Faraone costringendolo a fabbricare le sue città coi mattoni e col fango lo percoteva in certo modo da tergo: Mosè andando innanzi lo tirava mostrandogli una terra scorrente latte e miele. Così noi che siamo, come dire, i bovi del Signore posti a lavorare nel campo della Chiesa, quando ci atterrisce il pensiero dell’estremo giudizio, siamo stimolati a tergo dal pungolo: dal pungolo del timore siamo stimolati a tergo, affinché il nostro collo sfregato dal giogo della divina legge non si stanchi nel suo lavoro.

Ben a proposito dunque io posso appellare Cluny un campo: campo nel quale i bovi del Signore stanno tirando infaticabilmente l’aratro, mentre lo stimolo del timor di Dio li sprona, e a guisa di pungolo li trafigge a tergo il pensiero dell’estremo giudizio. Ci si punge di dietro perché cl spingiamo in avanti: il pensiero della vita passata atterrisce il nostro cuore col timore dell’ultimo esame. Era questo il pungolo da cui si sentiva trafiggere Paolo e spingere innanzi, quando diceva: « O fratelli, non ancora credo di aver io afferrato, ma questo solo: dimenticando quel che mi è di dietro le spalle e slanciandomi alle cose davanti, vo dietro al segno per raggiungere il premio della superna vocazione » (Filip. 3, 13).

A lui infatti era stato dato lo stimolo della carne, non perché soccombesse ma perché arasse instancabilmente nel campo di Dio. Egli era veramente bove nobilissimo, fornito di due corni meravigliosi: i due Testamenti che spiegava nella sua predicazione: diceva infatti ai Galati: «Due figli ebbe Abramo: uno nato di schiava, l’altro libero, frutto di legittima unione», e subito aggiungeva; «Questi sono i due Testamenti» (Gal. 4, 22-24). Egli legato a guisa di bove tirava il suo aratro, poiché spesso rammenta i suoi legami e le sue catene. Non arava egli legato all’aratro quando dalla prigione scriveva a Filemone: «Ti prego per Onesimo, la mia creatura che ho generato tra le mie catene?» (Filip. 1, 10). Non basta: egli come bove eccellente era menato al sacrificio, quando diceva: « Io sono ormai alla fine e il tempo della mia dissoluzione è imminente» (2 Tim. 4, 6).

Quadra dunque in modo perfetto l’appellativo dato a cotesto luogo, dove adesso stanno arando cotesti bellissimi bovi spirituali e dove si ammucchiano le belle biche di grano intorno a quell’unico grano che è Gesù Cristo, il quale dice: « Se il grano di frumento caduto in terra non muore, resta solo; ma se muore produce gran frutto» (Gv. 12, 24).

Inoltre Cluny è una specie di arena spirituale dove vengono a prova il cielo e la terra, è una palestra di anime dove la fragile carne scende a battaglia contro le potestà dell’aria: « poiché noi non abbiamo da combattere contro la carne e il sangue, ma contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria » (Ef. 6, 12). Ivi è Giosuè: non il figlio di Nun, ma il condottiero della milizia celeste, l’istruttore dei combattenti spirituali, il quale insegna ai suoi soldati il modo di calpestare le cervici superbe dei cinque re; su cui evidentemente riportan vittoria coloro che con rigida disciplina raffrenano i cinque sensi del corpo. Quivi allo squillar delle trombe rovinano le mura di Gerico e i suoi abitatori sono passati a fil di spada dagli Israeliti. Quivi Giosuè lancia la terribile imprecazione: «Maledetto davanti a Dio chi risusciterà e riedificherà la città di Gerico! Egli ne getterà le fondamenta a prezzo della vita del suo primogenito e ne collocherà le porte con la morte dell’ultimo dei suoi figlioli» (Gios. 6, 26).

Chi predilige questo mondo, già crollato al suono della predicazione apostolica, riedifica sul suo primogenito la città di Gerico: al contrario ne colloca le porte sull’ultimo dei suoi figli chi disprezzando il mondo non ne tien conto, chi lo pospone a tutte le cose veramente degne di amore. Chi si serve del mondo solamente per uso, non lo ha in amore, laddove nutrendo come erede primogenito l’amore delle cose celesti, il mondo tiene in dispregio e lo lascia vagire in culla come sordido aborto: «Prima di tutto, dice il Signore, cercate il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in di più » (Mt. 6, 33), volendo farci intendere che nel nostro cuore il regno di Dio dev’essere il primogenito, e il mondo l’ultimo, come un vile soprappiù.

Quivi altresì sono amputate le estremità delle mani e dei piedi di Adonibezech, essendo tolta al maligno spirito la libertà di bazzicare tra le anime sante: ben meritato supplizio per colui che si gloriava di aver fatto così agli altri, dicendo la Scrittura che ben settanta re, ai quali egli aveva amputate le mani e i piedi, raccoglievano sotto la sua tavola gli avanzi del suo pasto: sicut feci, ita reddidit mihi Dominus (Giud. 1, 7).

Quei settanta re rappresentavano settanta nazioni diverse, alle quali l’antico nemico fino alla venuta di Cristo aveva tolto ogni possibilità di camminare diritto e preclusa la via a fare il bene. Ad ambedue queste mutilazioni reca rimedio il medico delle anime Paolo, dicendo: «Rilevate le vostre braccia cascanti e le ginocchia sciolte, e tracce diritte fate per i vostri piedi, affinché lo zoppo non si svii ma anzi risani » (Ebr. 12, 12). Adonibezech s’interpreta « Signore del fulmine », od anche «signore pago di vanità»: per il primo si può intendere il popolo giudaico, il quale dà un lampo allorché dice: «Tutto ciò che ci comanda il Signore noi lo faremo » (Deut. 5, 27), ma subito la sua luce dilegua, ed egli sottomette la sua dura cervice ai demoni tenebrosi. Nell’altro significato poi di «signore pago di vanità», Adonibezech può adombrare i gentili, che paghi dei loro idoli materiali non si curavano di tornare tra le braccia misericordiose del loro Creatore: ignoranti del culto di verità, stavano attaccati unicamente ai riti della vanità. E di essi parla l’Apostolo quando dice: « Essi non glorificarono Dio né lo ringraziarono, ma infatuarono nei loro ragionamenti » (Rom. 1, 21). Sopra questi due popoli dunque in massima parte aveva dominato Adonibezech, cioè lo spirito reprobo del male. Infatti il popolo ebraico guizzò lì per lì come un lampo, ma poi si spense; e il popolo gentile finché si appagò del vano culto idolatrico, non si curò affatto dell’aiuto di Dio.

Tornando al nostro discorso, diciamo che quivi per il pugnale del fortissimo Aod è trapassato il ventre di Eglon, laida immagine di lussuria; quivi col piolo del tabernacolo si trafigge la tempia superba di Sisara; quivi sotto un monte di pietre si seppellisce Acan figlio di Carmi, sozza immagine di avarizia; quivi la peste di tutti i vizi, nemici sempre indomiti e ribellanti, non sfugge al ferro dei forti d’Israele; quivi il vero David, fermo in cima alla rocca di Sion, con la spada a due tagli che gli esce di bocca, uccide i nemici che lo circondano da ogni parte, troncando la testa a tutti i ribelli. In questa nuova Galgala — la quale s’interpreta rivelazione — sono sottratti all’ignominia di Egitto i veri Israeliti e con coltelli di pietra si compie la seconda circoncisione; si celebra la Pasqua, si passa dalla legge mosaica alla luce della rivelazione evangelica ([2]).

Voi però, o miei dilettissimi fratelli, sapete pure a quante fatiche io mi sobbarcai per correre in difesa della vostra libertà, quando per amor vostro io povero vecchio cadente non temetti di avventurarmi tra dirupi e montagne e di attraversare i gioghi spaventosi delle Alpi. Io soffersi travagli di morte, insomma, unicamente per vostro amore, perché voi poteste vivere in pace: misi a repentaglio la mia vita, e con l’aiuto del Signore vi liberai dalle mani dei vostri nemici. È per questo che voi, radunati tutt’insieme a capitolo, con voto unanime deliberaste e faceste registrare nei vostri libri che tanto voi che i vostri successori in perpetuo, ogni anno nell’anniversario della mia morte avreste fatto speciali suffragi; avreste sonate tutte le campane a gran festa, e tutti i monaci avrebbero offerto orazioni e sacrifici solenni come per un loro fratello. Questo decreto da voi fissato sta scritto in margine ai vostri cuori, acciocché non lo possa cancellare l’oblio. Dunque, o miei cari, io supplico con le lacrime agli occhi la vostra carità, io mi getto e mi prostro col cuore e con l’anima ai vostri piedi e vi scongiuro che non appena vi giungerà notizia del mio trapasso, subito adempiate la promessa che già faceste a questo povero vostro servo. Ed anche il mio signore, il venerabile vostro padre abate Ugo, si rammenti di quello che mi promise, e faccia proclamare a voce questo decreto nei monasteri dipendenti da voi, e lo faccia trascrivere nei loro libri capitolari; e si dimostri così discepolo fedele della verità, e non infranga la cauzione di un patto così solennemente stipulato.

Io vi scongiuro per quel Gesù che rese testimonianza alla verità sotto Ponzio Pilato, vi scongiuro per il terribile giudizio nel quale egli giudicherà i vivi e i morti; per gli angeli e gli arcangeli; per Pietro e Paolo e per tutti gli apostoli e per tutti i santi martiri; pel Nome consustanziale della Santa Trinità: rammentatevi di me nelle vostre orazioni, voi e i vostri posteri: adempite quello che mi prometteste sotto pena di anatema. Vi ho messo tutti questi scongiuri, perché mi atteniate la vostra parola: se non la terrete, ecco, io non oserò di lanciare il fulmine della terribile sentenza contro la milizia degli angeli cluniacensi, sebbene potessi farlo per l’autorità dell’Apostolica Sede: mi contenterò di dire che chi disprezzerà di aiutarmi nella mia domanda sia reo di menzogna, sia in debito di violata promessa nel dì del giudizio: avrei anche voglia di aggiungere, sia cancellato dal libro della vita, ma per la vostra riverenza non oso proferire quello che il cuore suggerirebbe.

Se non rigetterete la mia domanda, se dopo la mia morte mi porgerete l’aiuto delle vostre sante preghiere secondo fu convenuto e prescritto, la protezione di Dio onnipotente sia sempre sul vostro monastero! Essa vi difenda da tutte le insidie dei nemici invisibili e protegga i vostri poderi e i vostri beni dalle avversità esteriori: lo Spirito Santo possieda i vostri cuori e vi accenda incessantemente il fervore della sua dilezione, faccia dei vostri petti il suo tempio, e dopo questa vita vi introduca nel recinto della Gerusalemme superna. Amen.

 

Epistola V

Ai fratelli del monastero di Cluny, veramente santi e di angelica venerazione degni, Pietro monaco peccatore: perpetua servitù in Cristo.

Carissimi, non voglio nascondervi che appena fui partito da voi, grave tristezza e noia m’invase: oppresso da un nuvolo di caliginosi pensieri, il mio cuore impaziente si sentiva rodere. Mi paragonavo a un bambino che si lasciò sedurre dalla mostra di un pomo ([3]): anch’io infatti m’ero lasciato accalappiare con dolci parole, quasi con nastri di porpora o bende di delicato giacinto, ma poi vedendo la realtà del tutto diversa dalle promesse, mi bolliva una gran tempesta nell’anima. Vi confesso francamente che mai come allora sentii più disgusto di chi non dice la verità chiara e tonda. Ma perché vi facciate un’idea di tutto il resto, basti dirvi che mi s’era promesso che sarei stato di ritorno al mio monastero pei primi di agosto; invece passarono quasi tre mesi, e appena il ventotto ottobre potei risalire a Fonte Avellana donde ero partito.

Così camminavo tutto sospettoso e incerto attraversando impetuosi torrenti, tra scogliere e precipizi e montagne coperte di neve e quel ch’è peggio, tra mille insidie conglobatemi contro dal furore di Cadalo ([4]); e il mio spirito era costretto a soffrire insieme, per così dire, una fitta gragnuola di lotta intestina. Cercavo sì di tenerlo sempre immobile e rigido che non rendesse male per male, come mi ero prefisso, ma pure per quanti sforzi facessi non riuscivo a fargli dimenticare interamente l’ingiuria.

Giunsi finalmente alla mia celletta; meglio, rientrai finalmente dentro il mio cuore donde ero stato cacciato; ed ecco subito spento tutto il ribollimento dell’anima, sopita ogni contesa e litigio, deposto all’istante ogni sdegno e clamore, addolcito dal cielo tutto l’amaro che mi aveva avvelenato le viscere. Come un litigante testardo condotto al tribunale del giudice, non osai più di sporgere inutile querela, davanti alla maestà dell’austera mia cella. Come quando un ammalato al solo entrare in una spezieria e prima ancora di ricever l’antidoto depone ogni languore e riprende le forze, così anch’io appena toccata la soglia della mia cella, pur senza avere aperto un libro, oh miracolo! ecco, quasi per la sola virtù del luogo, mi sentii subito sano, libero e guarito da tutte le dolorose ferite dell’anima. Al solo rivedere i divini volumi che stavano ancora chiusi, come davanti al bicchiere della medicina, ripresi salute per il semplice effluvio degli odorosi unguenti.

Bene, dunque: al vostro signor Abate che mi procurò tutti questi guai, dite pure che io non solo non gli ricambio l’offesa, ma anzi per amore vostro io lo ristabilisco di tutto cuore nei diritti dell’antica amicizia. Quando chiediamo con la remissione del peccato la divina grazia, non diciamo in modo assoluto dimitte nobis debita nostra, ma dobbiamo aggiungere sicut et nos dimittimus: è giusto dunque che anche noi, dopo aver perdonato l’offesa ai nostri nemici, li riammettiamo nell’amicizia di prima. Certo è peccato grave la dimenticanza dei comandamenti di Dio, ma altrettanto è virtù non piccola dimenticarsi del danno che ci fu fatto. Non solo, ma bisognerà pure ch’io renda grazie a colui che mi stroncò le ossa con tanti travagli e fatiche; infatti per grazia di Dio che sa ben servirsi dei nostri mali, per tale offesa io ebbi la fortuna di conoscere di persona la vostra santa comunità; tanto più volentieri ne godo, in quanto le mie fatiche procurarono a voi pace e gioconda sicurezza, i miei travagli, dolce sollievo al vostro laborioso riposo.

In tal maniera io potei prender parte ai vostri devoti esercizi, e se non valsi a soppiantarvi nel vivere santamente, pure affinché poteste vivere santamente vi diedi di braccio. Allo stesso modo quell’Abdia maggiordomo della casa di Acab, per aver nascosto cinquanta profeti in una spelonca e cinquanta in un’altra, i quali fuggivano dalle spade di Jezabel, si ebbe anch’egli in glorioso contraccambio lo spirito di profezia; e così per avere allora somministrato pane ed acqua a degli affamati, oggi può nutrire la Chiesa coi dolci alimenti del cibo spirituale. Eliseo purè ottenne duplicata la virtù dei miracoli per aver servito fedelmente il suo maestro Elia. Così Raab, avendo nascosto dalla faccia di un furioso tiranno gli esploratori d’Israele, scampò alle spade dell’eccidio di Gerico, e dal postribolo della gentilità poté passare alla cittadinanza israelitica, in premio di aver fornito scampo ai messi d’Israele.

Anch’io dunque spero di esser entrato a parte dei vostri santi meriti, poiché respinsi da voi il giogo, che si tentava d’imporvi, della chiesa di Mâcon; e credo che per voi sarò difeso dalle insidie dei diavoli, avendo strappato di mano ai chierici la clava di Ercole vibrata contro di voi, avendo percosso quella specie di Jesbibenob scagliantesi contro David, essendo accorso in aiuto affinché non si estinguesse la lampada d’Israele.

D’altra parte quando ripenso all’ordine così regolato e pieno della vostra santa regola, mi pare di vedere in esso non tanto un’invenzione umana quanto piuttosto il magistero stesso dello Spirito Santo. Tanti e così prolissi e continui erano gli esercizi di pietà, tanta specialmente l’insistenza nei divini uffizi della chiesa che perfino nel periodo del cancro e del leone quando le giornate sono più lunghe, appena rimaneva ai monaci una mezz’ora per poter scambiare due parole nel chiostro ([5]).

Credo che un esercizio così laborioso e continuo sia stato introdotto a bello studio e molto accortamente per reprimere la fragilità dei monaci deboli e leggeri, e toglier loro ogni occasione, in modo che anche volendo difficilmente potrebbero sgarrare per inavvertenza. Si cerca insomma di venire incontro alla debolezza umana, impiegando tutto lo spazio diurno e notturno nello svolgimento ininterrotto degli esercizi spirituali.

Del resto lo stesso Dio onnipotente non disdegnò, per la salvezza degli uomini, di servirsi di un mezzo simile, quando al suo popolo che pellegrinava nel deserto prescrisse un sì gran numero di precetti: la complicata e laboriosa fabbrica del tabernacolo, l’oblazione dei vari sacrifici con tanti riti e cerimonie, l’ordine degli accampamenti sia durante il cammino che nelle soste, con molte distinzioni complicate e piene di mistero: tutto ciò affinché quel popolo carnale non avesse modo di rivolgersi all’adorazione degli idoli. E veramente, mentre quel popolo non era in grado né di esercitare la tessitura né l’arte muraria e nemmeno di darsi alla coltivazione dei campi o di affaticarsi in alcun lavoro per provvedere alle proprie necessità, era di mestieri tenerlo occupato con molti precetti promulgati da Dio, affinché lavorando all’adempimento di questi non si dissolvesse nell’ozio e non cadesse nell’idolatria. Niente meraviglia del resto: anche il Faraone si studiava di far così quando diceva: «Voi ve ne state in ozio e perciò dite: Andiamo a sacrificare al Signore» (Es. 5, 11). E che non avessero da fare nessun lavoro materiale ma solo osservare i precetti della legge loro imposta, ce lo attesta Mosè che parla loro dicendo: «Il Signore ti diede in cibo la manna, che tu e i padri tuoi non conoscevate, per mostrarti come l’uomo non vive di solo pane ma di ogni parola ch’esce dalla bocca di Dio ». Ed ivi subito soggiunge: «La veste con la quale tu eri coperto non s’è consunta per vecchiezza, né la pianta del tuo piede s’è logorata: e son quarant’anni. Ripensa dunque in cuor tuo che come un uomo ha cura del suo figliolo, così ha avuto cura di te il Signore Dio tuo: osserva perciò i comandamenti del Signore Dio tuo, cammina sulle sue vie e temilo» (Deut. 8, 3). Da notare particolarmente quelle parole: « ti diede in cibo la manna, per mostrarti come non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola ch’esce dalla bocca di Dio »: dove è più chiaro della luce che quella manna di cui essi si nutrivano materialmente significava il pascolo spirituale della parola divina con cui ora noi ci ricreiamo nell’anima. Si noti ancora ciò che si legge di questa manna nel libro dell’Esodo: « Avendola vista, dice, i figli di Israele si dicevan l’un l’altro: Man hu?, che vuol dire: quid est hoc? che cosa è questo?» (Es. 16, 13).

Mangiano veracemente la manna, cioè il quid est hoc?, quelli che mentre leggono o ascoltano, ricercano diligentemente il senso nascosto della divina parola, quelli che sotto l’involucro della paglia letterale si studiano di sceverare la dolce midolla dell’intelligenza spirituale. Certamente mangia il quid est hoc? con verità chi attentamente s’impiega nell’assidua inquisizione della sacra Scrittura. Quando infatti si veglia a penetrare i misteri delle Scritture, quando si ruminano sottilmente i cibi della parola celeste, allora in certo modo con l’avida bocca del cuore si mangia questo misterioso man hu?

E vedete come si conforma bene la nostra professione monastica a quel popolo israelitico: il cibo che allora nutriva gli Israeliti nel deserto, nutrisce ora noi nel chiostro. Del resto che cosa significa deserto se non solitudine segregata da ogni umano consorzio? e che cos’è il nostro chiostro se non clausura da tutte le attività del secolo? Inoltre come agli occhi degli Israeliti camminanti nel deserto splendeva nella notte una colonna di fuoco, così sovente anche agli occhi degli abitatori dei chiostri risplendono i raggi della luce superna, che dissipando le tenebre delle passioni carnali li immergono nel candore dell’intima contemplazione. Fuggiamo dunque dal mondo che partorisce tenebre; cerchiamo il ritiro dove, come nel deserto, risplende la vera luce. Dobbiamo rifiutare assolutamente la nostra amicizia a quel mondo che volendo infonder la notte in cui giace, spenge la luce nei cuori che gli consentono e lo seguono: anzi dobbiamo combattere sempre guerra implacabile contro un nemico che acceca gli occhi al proprio nemico.

Apprendiamo dalla sacra Storia dei Re che quando Naas l’ammonita salì per espugnare con le sue schiere Jabes di Galaad, tutti gli uomini di Jabes dissero a Naas: «Consideraci alleati e ti serviremo. Naas rispose loro: Io farò alleanza con voi a questa condizione: che io cavi a ciascuno di voi l’occhio destro e renda così voi l’obbrobrio di tutto Israele. Gli risposero i seniori di Jabes: Accordaci sette giorni per mandar messi in tutto il territorio d’Israele; e se non vi sarà chi ci difenda, ci arrenderemo a te. Udite queste cose Saul raccolse una gran moltitudine di soldati, prese le armi, e percossi con grandissima strage gli Ammoniti, ne riportò glorioso trionfo» (1 Re, 2, 1).

Chi dobbiamo ravvisare in quel superbo Naas, se non il mondo ribelle al suo Creatore ovvero il diavolo che ne è il principe, onde dicesi appunto che «egli è re su tutti i figli di superbia?» (G6. 41,25).

E siccome Naas s’interpreta serpente, giustamente sotto un tal nome si designa il velenoso e lubrico rettile antico. Sotto il nome di Jabes poi, che era città israelitica, si deve vedere l’anima cristiana intenta a Dio nello studio della contemplazione. Siccome poi Jabes si interpreta «essiccata» o «siccità», col tal nome giustamente s’intende l’anima che abbandona il succo della grazia superna e inaridisce nell’arsura della concupiscenza carnale. Cessando di anelare verso la rugiada divina, si secca, mentre prima quando ne era irrigata verdeggiava piena di vigore, come dice appunto il Signore per mezzo d’Isaia: «Spanderò acque su la terra sitibonda e ruscelli sopra l’arido suolo » ( Is. 44, 3).

Ma Naas non si piega ad allearsi con Jabes, se non a patto di strapparle l’occhio destro, perché chiunque si prostituisce al nemico nelle sue perfide suggestioni o s’immerge nelle agitazioni mondane, in certa guisa alleandosi turpemente con un re superbo, perde di necessità l’occhio destro, cioè il lume della contemplazione. E così diventa l’obbrobrio di Israele, perché cadendo dall’arce della contemplazione in ogni specie di occupazioni terrene e- immonde, ne viene di conseguenza che essa diventi nella Chiesa un oggetto di derisione e di vituperio.

Chiedono gli abitanti di Jabes sette giorni di tregua: ora poiché si legge che Dio si riposò dalle sue opere il settimo giorno, che cosa si vuole indicare con questo numero di sette se non il riposo? Questo numero lo ignorò Saul, disubbidendo alle parole di Samuele quando gli disse: «Tu aspettami per sette giorni, finché io ritornerò da te e ti dirò quello che dovrai fare» (1 Re, 10, 8). E siccome quell’uomo reprobo non tenne conto del riposo spirituale, uno spirito maligno lo prese a tormentare.

Per questo numero settenario dunque la città di Jabes rimase libera dall’iniquo re: un’anima, quando il mondo con suggestione diabolica vuole tirarla a e accecarla con le tenebre delle faccende del secolo, conserva illeso l’occhio della contemplazione se resiste a tutto potere e persevera nel proposito della sua pace. Il nostro Redentore la libera, quando la trova tutta appartata è quieta nel suo ritiro. Perciò sta scritto: «Quando venne l’indomani, Saul divise l’esercito in tre schiere, e penetrato nel campo del nemico al primo spuntare dell’alba, percosse Ammon fino alle ore calde del giorno» (1 Re, 2, 2). In Saul, che era chiamato il Cristo del Signore, ci viene insinuato colui che è il vero Re d’Israele, il Mediatore di Dio e degli uomini.

E che cosa indica l’aver diviso il popolo in tre schiere, se non che tre sono le principali virtù dell’anima: fede, speranza e carità? Con tre schiere di combattenti dunque si ottiene vittoria; con queste tre virtù, sotto il vessillo di Cristo, si vince ogni tentazione.

Eppoi non manca nemmeno di significato il numero dei combattenti specificato dalla Scrittura: trecentomila i figli d’Israele e trentamila quelli di Giuda. I numeri di mille e di dieci essendo numeri perfetti, significano la divina Trinità. Dunque nei trecentomila e nei trentamila combattenti si indicano i santi dottori della Chiesa, ortodossi nella fede e perfetti nelle opere, coi quali Saul sconfigge il campo nemico del re Naas: Cristo cioè coi dottori della Chiesa trionfa delle subdole macchinazioni del serpente. Quando infatti si meditano sottilmente le loro dottrine ed esempi, i cuori intiepiditi tosto si riscaldano e l’animo impugnando la spada dello spirito si lancia allo sbaraglio delle passioni che ci combattono ([6]).

Ed ecco anche il perché della risposta data ai nunzi dai combattenti di Israele e di Giuda: « domani, quando il sole comincerà a farsi sentire, sarete salvi» (ivi). Infatti quando la mente, prima svigorita a cagione della sua inerzia, rientrando in sé si riaccende nel desiderio del suo Creatore, quando lascia la sua torpida neghittosità e ravviva la sua insensibilità con la fiamma del santo amore, come sotto il dardeggiare del sole si vincono i nemici, e la città assediata si libera dalle mani del re superbo. Così parimente leggesi in Abramo che « il Signore gli apparve nella valle di Mambre nel bollore del mezzogiorno », Come pure di Lot che, « levatosi il sole su la terra, entrò nella città di Segor» (Gen. 18, 1; 19, 23).

Noi dunque disdegniamo l’amicizia del mondo e quella del principe del mondo, e non vogliamo fare alleanza con loro, per non rimaner ciechi alla luce associandoci con le tenebre.

Da notare poi come il re iniquo non chieda di strappare agli avversari tutt’e due gli occhi ma uno solo, per renderli il vituperio del popolo: spesso infatti il maligno toglie alla triste sua preda il meglio della santità e dell’opera luminosa, lasciandogli a bella posta il meno per spingerlo alla dannazione con ciò che gli toglie e dargli motivo a mala presunzione con quel che gli lascia, sì che egli non fa penitenza, ma, come lo zoppo sul bastone, appoggiandosi sui resti della santità perduta diventa l’obbrobrio di chi lo conosce e sa quello che era prima e quello che è adesso. Così la rovina dell’opera buona diventa l’oggetto di ben meritata derisione.

Caso non dissimile occorse agli ambasciatori di David, quando morto Naas, il figlio di questo, Anon, prese il governo degli Ammoniti. « Mostrerò la mia benevolenza ad Anon figlio di Naas, disse David, come il padre suo fece con me » (2 Re 10, 2). Mandò dunque David i suoi servi a consolarlo per la morte del padre suo, ma Amon (per riassumere in breve la storia) prese i servi di David e fece loro tagliare la barba per metà e decurtare le vesti fino a mezzo le natiche, e li rimandò. Cos’è quest’Anon se non lo spirito maligno? e che cosa indica la barba, che è propria degli uomini, se non la fortezza delle sante virtù? Anon taglia metà della barba ai messi che vengono a ridomandare alleanza, e l’antico nemico a volte dimezza il vigore di chi opera gagliardamente, ma dopo rasagli la barba gli taglia anche il vestito, perché non appena lo spirito maligno ci sottrae la forza, ci spoglia anche dell'onestà esteriore della buona vita. Tagliar le vesti fino alle natiche significa denudare gli uomini del manto di giustizia dato loro da Cristo, fino alla turpitudine di atti osceni e inverecondi.

Oda pur questo quel tale Andrea che lasciata or non è molto la vostra santa compagnia ha stretto un patto di amicizia col re degli Ammoniti, ed ora tra le mura di Roma, rasato di barba e decurtato di tonaca, si aggira non senza gran vergogna di David ([7]).

Odano pure quelli che forse tuttora desiderano di uscire in pubblico, e mentre bramano di rimirare con occhi liberi la vanità del mando, spengono l’occhio destro, cioè la forza visiva della contemplazione. Non facciano come quel popolo carnale: la loro gola non abbia prurito di cipolle, di porri e di agli, la cui forte acrimonia fa male agli occhi e provoca le lacrime, giacché l’attività del secolo stretta tra molte pressure ed angustie, vessata da un monte di agitazioni e di faccende urgenti, spesso, malgrado le molte promesse di riso, fa piangere. « Va’, dice il Signore a Mosè, e dì loro: Ritornate alle vostre tende: tu poi rimani qui con me, ed io ti dirò tutti i comandamenti e le cerimonie e le leggi » (Deut. 5, 30).

Dunque mentre gli altri si riposano voluttuosamente nella tenda della loro carne, al servo di Dio si comanda di stare col Signore: più fugge e si allontana dalle fatiche mondane, più il santo fervore vigila e si esercita nella divozione del santo riposo.

Ora però io ritorno a me: ora mi getto ai vostri santi piedi, e vi prego e vi supplico di porgere il braccio della vostra fervente orazione a questo infelice immerso nella voragine spalancata dei suoi peccati. Voi me lo prometteste unanimi prima di partire da voi. Se io non potetti fissare tra voi la mia dimora, procurai però sicurtà e quiete alla vostra dimora. Scendendo da Rogelim, il vecchio Barzellai Galaadita offerse del cibo a David che fuggiva dal cospetto di Assalonne. Il Re dopo la sua vittoria invitò il vecchio a venire a riposarsi con lui in Gerusalemme, ma quegli non ne volle sapere, e in luogo suo gli raccomandò il proprio figliolo: «Ti prego, gli disse, che io tuo servo me ne ritorni a morire nella mia città per essere seppellito nel sepolcro di mio padre e di mia madre. C’è qui però il tuo servo Camaan: venga egli con te, o re mio signore, e fa tu a lui quello che ti parrà bene» (2 Re 19, 37). Anch’io posso paragonarmi a Barzellai: venni in vostro aiuto alla guerra, ma ora poiché Iddio ci concesse la vittoria, sono ritornato a casa mia, e dico ai Cluniacensi quello che Paolo diceva ai Colossesi: « Anche se sono lontano da voi col corpo, con lo spirito sono con voi, e godo vedendo l’ordine vostro» (Colos. 2, 5).

Ora, come Berzellai raccomandò al re il suo figliolo, così anch’io raccomando a voi e vi consegno l’anima mia, e vi supplico che sia nutrita alla mensa delle vostre orazioni. La legge di Dio ci comanda di render bene per male; quanto più bene per bene? Nessuna meraviglia del resto se ciò fa l’umana ragione illuminata anche dal comandamento di Dio, quando a volte lo fanno anche gli animali bruti che non hanno legge. Ecco ciò che mi consta per relazione avutane da un fratello: certi mercanti veneziani solcavano a forza di remi i perigliosi campi del mare, quando venuti a piaggia scorsero non lungi dallo stesso arenile di approdo un pauroso portento: un leone preso tra le spire avvolgenti di un immane serpente! Ora mentre il drago da una parte si sforza violentemente di tirare la belva nella sua tana, e questa a sua volta resiste con ogni sua forza, finalmente il leone comincia a cedere: più questo si rilascia nel disperato suo sforzo, più il drago stringendo i suoi nodi s’inanima alla vittoria. Improvvisamente ecco arrivare alcuni albergatori, i quali commossi della sorte del misero leone, prendono le armi con gran coraggio, uccidono il drago e strappato il leone alle fauci di morte, lo mandano libero pei fatti suoi. Questo però, mostrandosi veramente il più nobile degli animali, volle attestare la sua gratitudine agli autori della sua vita, e tutto il tempo ch’essi si trattennero lì, seguitò ogni giorno a portar loro una pelle di animale da lui catturato.

Dunque nessuna meraviglia se gli uomini santi e istruiti nella divina legge ripagano con grato contraccambio il beneficio ricevuto, quando sembrano averlo fatto anche gli animali bruti. Direi anzi che sotto un certo aspetto questo esempio si attaglia proprio a voi altri: non senza motivo voi siete i leoni, i quali dormite al mondo ma avete sempre gli occhi desti al Signore, potendo cantare con la Sposa: «Io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant. 5, 2). «Voi camminate sopra l’aspide e il basilisco e calpestate il leone e il dragone » (Salm. 90, 13). Voi finalmente siete arditi ed impavidi come leoni e non temete gli assalti di contrarie nequizie. Micol adattò una pelle al capezzale di David, e così questi scampò alle spade di Saul; con tuniche di pelli vestì il Signore Iddio i nostri primi parenti, dando loro in tal modo come l’impronta della loro mortalità meritata con la disubbidienza. Ebbene, voi che foste liberati per mezzo mio dalle spire del dragone, pel beneficio rendetemi pelle, impetrandomi mortificazione vitale con le vostre orazioni. Che d’ora innanzi il mondo non viva più per me; ma se ancora un poco mi rimane da viverci, ch’io lo spenda tutto in far lucro di eterna salute.

E per ultimo, sebbene l’Apostolo dica che « incontestabilmente è l’inferiore che riceve la benedizione dal superiore » (Ebr. 7, 7), pure, poiché. la carità mi spinge, non posso non benedirvi: l’Onnipotente Iddio vi protegga da tutte le infestazioni dell’improbo satana ed asterga da voi tutti gli inquinamenti della carne e dello spirito. Amen. Estingua in voi il fomite delle brucianti passioni e vi faccia fiorire nel decoro delle verdeggianti virtù. Amen. Per l’intercessione dei suoi santi apostoli Pietro e Paolo vi assolva da tutti i peccati e vi faccia concittadini dei suoi eletti che regnano seco senza fine. Amen. La benedizione di Dio Padre, Figliolo e Spirito Santo discenda e rimanga sopra di voi. Amen.



[1] Cluniacus: da clunes ed acus! Etimologia bizzarra, a orecchio, come si usava allora. 

[2] Circa questi fatti e personaggi biblici, dai quali il Santo secondo il suo stile trae gli insegnamenti morali, si veda, per Adonibezech: Giudici 1.; per Eglon: Giudici 3.; per Sisara: Giudici 4.; per David: 2 Re. 5; per Galgala: Giosuè, 5. 

[3] Allude evidentemente alle premure che i Cluniacensi gli avevano fatto per trattenerlo tra loro assicurandogli che avrebbe ripercorso in breve la via del ritorno: forse ai dolci inviti di s. Ugo e alle sollecitazioni di Papa Alessandro per indurlo al lungo viaggio. Ugo gli aveva scritto lettere supplichevoli, ma il Damiano resisteva; scrisse anzi quasi motteggiando alcuni curiosi versi contro di lui. Allora intevenne il Papa col suo comando, senza badare « alla vecchiezza cadente, al corpo infralito, alle ginocchia tremanti dell’eremita. « Vi mando. Pierdamiano, scriveva il Papa ai vescovi francesi, uomo di cui non c’è altri che abbia maggiore autorità nella Chiesa dopo di Noi ».

[4] Il famoso antipapa, contro cui ebbe a lottare il Santo. Non sappiamo quali insidie gli tendesse quel ribaldo in questa circostanza, ma poco mancò che non l’avesse nelle mani.

[5] S. Pierdamiano vide giusto, e sebbene sembri il contrario, non loda. L’esagerato sviluppo dato alle salmodie e alle funzioni liturgiche che presso quei monaci avevano sostituito per intero il lavoro manuale non lasciando al monaco mezz’ora libera in tutta la giornata, potevano apparire cosa grandiosa e quasi dare l’immagine del paradiso, ma in realtà erano una deviazione dalla Regola e un indice di debolezza: « un mezzo per ovviare alla fragilità dei monaci deboli e toglier loro ogni occasione di peccare, come aveva fatto Dio con gli Ebrei perché non stessero in ozio e non cadessero in idolatria ». Un anonimo cluniacense mentre celebra con grandi elogi la virtù del Damiano, dice ch’egli non poté seguire per otto giorni le austerità di Cluny. « No: chi veniva da Fonte Avellana, annota giustamente il Capecelatro, ben si poteva acconciare alla vita di Cluny, la quale per quanto rigida, doveva parere più che agevolissima a quel miracolo di penitenza che si chiamava Pierdamiano ». 

[6] S. Pierdamiano, come frequentemente nei nomi, così talvolta si compiace di trovare significati tropologici anche nei numeri, seguendo anche in questo la tradizione patristica, specialmente di S. Agostino e di S. Gregorio. Una simile maniera a noi sembra strana: bisogna dire però che non sono affatto strani, ma veri e spesso bellissimi gli insegnamenti che ne deducono. E questi devono contare; il metodo poco importa. 

[7] Non sappiamo nulla di questo Andrea, evidentemente un monaco apostata di Cluny.

 


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15 aprile 2022        a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net