Regola di S. Benedetto

Capitolo XVI - La celebrazione dei divini Offici durante le ore del giorno: " "Sette volte al giorno ti ho lodato", dice il profeta. Questo sacro numero di sette sarà adempiuto da noi, se assolveremo i doveri del nostro servizio alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e Compieta, perché proprio di queste ore diurne il profeta ha detto: "Sette volte al giorno ti ho lodato". Infatti nelle Vigilie notturne lo stesso profeta dice: "Nel mezzo della notte mi alzavo per lodarti". Dunque in queste ore innalziamo lodi al nostro Creatore "per le opere della sua giustizia" e cioè alle lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta e di notte alziamoci per celebrare la sua grandezza. "

Capitolo XVIII - L'ordine dei salmi nelle ore del giorno: "Ci teniamo però ad avvertire che, se qualcuno non trovasse conveniente tale distribuzione dei salmi, li disponga pure come meglio crede, purché badi bene di fare in modo che in tutta la settimana si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi e con l'Ufficio vigiliare della domenica si ricominci sempre da capo. Infatti i monaci, che in una settimana salmeggiano meno dell'intero salterio con i cantici consueti, danno prova di grande indolenza e fiacchezza nel servizio a cui sono consacrati, dato che dei nostri padri si legge che in un sol giorno adempivano con slancio e fervore quanto è augurabile che noi tiepidi riusciamo a eseguire in una settimana."

Capitolo XIX - La partecipazione interiore all'Ufficio divino: "Sappiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che "gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi", ma dobbiamo crederlo con assoluta certezza e senza la minima esitazione, quando prendiamo parte all'Ufficio divino. Perciò ricordiamoci sempre di quello che dice il profeta: "Servite il Signore nel timore" e ancora: "Lodatelo degnamente" e ancora: " Ti canterò alla presenza degli angeli". Consideriamo dunque come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli e partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce."


LA LITURGIA DELLE ORE

Edward McNamara

Estratto da “Quaderni del Concilio – Giubileo 2025”

a cura del Dicastero per l’Evangelizzazione – Editrice Shalom 2022

(Scaricato in parte dal sito https://www.editriceshalom.it/)

 

INTRODUZIONE

Nella lettera apostolica Desiderio Desideravi del 2022 Papa Francesco ha delineato una mirabile sintesi degli scopi che il concilio Vaticano II voleva raggiungere con la riforma liturgica. Ispirandosi a Romano Guardini, il Santo Padre distingue due aspetti della formazione liturgica nella Chiesa: «la formazione alla liturgia e la formazione dalla liturgia. Il primo è funzionale al secondo che è essenziale» (DD 34).

Possiamo applicare questi principi all’intera liturgia, specialmente alla celebrazione eucaristica, ma hanno svolto un ruolo molto importante anche nei tentativi di rinnovare la Liturgia delle Ore o Ufficio Divino, offrendo di nuovo a tutta la Chiesa questo eccezionale strumento per la formazione liturgica integrale dei fedeli.

Prima del concilio l’Ufficio Divino era soprattutto il libro della preghiera ufficiale della Chiesa, utilizzato ogni giorno in latino come obbligo solenne e grave da tutti i presbiteri, monaci e da molte famiglie religiose maschili e femminili.

Anche se sostanzialmente sconosciuto e inutilizzato da parte dei fedeli laici, nei decenni precedenti il concilio, ci fu una forte spinta ad aprire l’Ufficio Divino al laicato, come parte di un più ampio movimento liturgico che si batteva per la formazione dei fedeli perché la liturgia divenisse nuovamente il cuore e il centro della loro vita religiosa.

Questi tentativi hanno ricevuto vari stimoli. Uno è venuto dalla riflessione teologica, durata decenni, sulla natura del sacerdozio comune o regale che i fedeli ricevono con il Battesimo e la Confermazione. Applicando queste riflessioni all’Ufficio Divino, divenne chiaro che la possibilità della partecipazione del laicato alla Liturgia delle Ore era fondata sul fatto di aver ricevuto il Battesimo e non - come era opinione comune - di aver ricevuto un mandato o una delega da parte dell’autorità ecclesiastica per pregare l’Ufficio interamente o in parte.

Molto vicino a questa riflessione, vi fu anche un approfondimento del concetto di Chiesa come corpo mistico di Cristo e, in modo conseguente, della liturgia come preghiera comune di Cristo sommo sacerdote insieme a tutti i membri della Chiesa. Alla luce di questo, il concilio potè sostenere che l’Ufficio Divino era la strada principale nella quale Cristo continua la sua opera sacerdotale cantando le lodi di Dio tramite l’azione della Chiesa (cfr. SC 83).

Riflessioni simili ispirarono in molti un diffuso desiderio di aprirsi ai tesori spirituali dell’Ufficio Divino, che si era sviluppato durante molti secoli, a beneficio del maggior numero di cattolici in tutta la Chiesa. Per raggiungere questi obiettivi erano necessarie alcune riforme liturgiche, come la possibilità di utilizzare le lingue locali e non solamente il latino.

Per esempio, proprio all’inizio del concilio, un noto scrittore di spiritualità italiano, don Divo Barsotti (1914-2006), di cui è in corso la causa di beatificazione, scrisse una Introduzione all’Ufficio Divino per avviare le persone alla sua spiritualità e incoraggiare a prendervi parte. Queste aspirazioni non erano legate solamente a chierici europei, ma muovevano anche entusiasti fedeli laici.

Ne troviamo un notevole esempio in un laico di Puerto Rico, il beato Carlos Manuel Rodnguez Santiago (1918-1963), instancabile promotore della formazione liturgica dei laici e della riforma della liturgia stessa. Si pose il compito di ottenere che tutti i rituali della Chiesa venissero tradotti in spagnolo, utilizzando anche proprie risorse, in modo da poter insegnare a giovani e adulti il significato delle parole che preghiamo. Nel 1959, scriveva: «Non mi si dica che la gente non può capire, perché la liturgia è per il santo popolo di Dio e non per un gruppo selezionato di studiosi ed esteti. Nella Chiesa primitiva, la gente capiva; come mai? Se nell’educazione liturgica del popolo fossero stati impiegati lo stesso interesse e la stessa sollecitudine che ordinariamente vengono utilizzati nella propaganda di molte devozioni e pratiche di pietà (alcune molto buone, altre molto meno), oggi la liturgia sarebbe devozione popolare, come era nel passato». Egli morì di cancro a 44 anni proprio quando prendeva le prime mosse il concilio che avrebbe realizzato alcuni suoi sogni. Fu beatificato da San Giovanni Paolo II nel 2001.

Molti padri conciliari condividevano con Carlos Rodnguez la convinzione che la liturgia fosse per il popolo di Dio e che, proprio come era stato nella prima cristianità, il laicato potesse ancora rendere la liturgia la propria devozione principale. Tuttavia, nell’intraprendere la riforma della Liturgia delle Ore, è stato necessario trovare un equilibrio, tra il desiderio di aprirla a tutti e il rispetto della struttura generale che era stata elaborata attraverso molti secoli.

Per comprendere questa situazione, dobbiamo prima di tutto fare un passo indietro e presentare brevemente lo sviluppo storico dell’Ufficio Divino e degli elementi che lo compongono.

 

CAPITOLO 1

LO SVILUPPO

DELL’UFFICIO DIVINO

 

Fin dagli inizi della cristianità, il comando di Cristo di pregare senza stancarsi (Lc 18,1; 21,36), insieme a simili richiami da parte di San Paolo - «Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie» (Col 4,2; cfr. 1Ts 5,17; Ef 6,18) hanno spinto i cristiani ad adempiere questa esortazione e a cercare di pregare sempre. Per farlo, la maggior parte adottò la pratica giudaica di pregare mattina e sera, durante il tempo del sacrificio, e l’indicazione di pregare sette volte al giorno che si trova in Sal 119,164. Accanto ai salmi, e ad altre semplici formule, i cristiani aggiunsero la pratica di recitare il Padre Nostro tre volte al giorno ad ore specifiche. Questo uso integrava quell’importantissimo atto di culto che è la celebrazione eucaristica, estendendola e portandola fin dentro la vita quotidiana.

Dato che all’epoca il calcolo del tempo era meno preciso, i giorni erano generalmente divisi in varie ore diurne e veglie notturne. Così la pratica di pregare in orari stabiliti divenne via via più strutturata e ordinata e fu definitivamente fissata nel IX secolo. Le ore principali erano il mattutino (durante la notte), le lodi (celebrate il mattino presto) e i vespri (la sera verso il tramonto). Tra le lodi e i vespri venivano celebrati quattro uffici minori: l’ora prima (all’alba), terza (all’ora terza), sesta (a mezzogiorno), nona (all’ora nona). Infine, per chiudere il giorno, vi era il breve ufficio di compieta.

Come accennato, gli uffici più importanti e più strutturati erano lodi e vespri. Spesso erano la preghiera di tutta la comunità e già presto, attorno all’anno 225, la Tradizione apostolica, al nr. 35, raccomanda ai cristiani di frequentare l’incontro del mattino: «Chi prega in chiesa sarà in grado di sfuggire al male del giorno».

 

Ufficio della cattedrale e ufficio monastico

Circa un secolo più tardi, queste istruzioni si svilupparono in quello che talvolta viene chiamato l’“ufficio della cattedrale”, perché la cattedrale episcopale era il centro della vita liturgica della comunità. Dato che era un ufficio popolare, con la partecipazione di fedeli, molti santi vescovi gradualmente lo organizzarono in modo pastorale per aiutare la partecipazione del popolo. A tale scopo, Sant’Ambrogio di Milano (339-397) selezionò salmi appropriati all’ora del giorno e alla natura della celebrazione e incoraggiò la gente a cantarli in vari modi, per esempio a cori alterni o ripetendo un’antifona tra le strofe. Furono composti anche originali inni in rima e ritmo: divennero molto popolari e in forma poetica furono canali di trasmissione delle verità di fede e di un profondo atteggiamento religioso. Oltre al canto, l’ufficio della cattedrale gradualmente sviluppò cerimonie più elaborate, eseguite da vari ministri con candele, incenso e processioni.

Un primo testimone di questa forma è il vescovo e storico Eusebio di Cesarea (263-339); egli scrive: «E certamente è segno non piccolo del potere di Dio che in tutto il mondo nelle chiese di Dio al mattino, al sorgere del sole e nelle ore serali si offrano a Dio inni, ringraziamenti e preghiere, delizie veramente divine. Davvero delizie di Dio sono gli inni innalzati da ogni dove sulla terra nella sua Chiesa durante il mattino e la sera». Vi sono molte altre testimonianze di “uffici della cattedrale” in Egitto, in Cappadocia nella moderna Turchia, a Cipro, in Antiochia di Siria, a Costantinopoli, Gerusalemme, in Nord Africa, Spagna, Francia, Milano e Roma.

Nello stesso tempo, un’altra forma di Liturgia delle Ore, chiamata solitamente “ufficio monastico” si sviluppò tra i monaci che vivevano nel deserto egiziano; più tardi si diffuse in differenti forme in tutto il mondo cristiano. Dato che i monaci dedicavano molta parte del loro tempo ad adempiere l’ideale di «pregare senza cessare», svilupparono uffici più semplici, ma più ampi, distribuendo la recita dei salmi in ore fisse del giorno e della notte.

Vi erano vari sistemi monastici, tra loro diversi, per pregare l’Ufficio Divino, ma il più influente fu sviluppato dai monaci di San Benedetto da Norcia (480-547), che fu una sintesi tra l’ufficio monastico, nel quale tutti e 150 salmi erano recitati nel corso di una settimana, ed elementi presi dall’ufficio della cattedrale di Roma, come le letture bibliche, gli inni e i responsori. Dopo la morte del Santo, i monaci della sua osservanza si diffusero in tutta l’Europa occidentale. Insieme alla loro missione essenzialmente spirituale, questi monasteri sostennero il progresso della formazione e della cultura, dell’arte, dell’architettura, e miglioramenti in agricoltura, medicina e altre scienze. Per la sua importanza, la Liturgia delle Ore benedettina pian piano prese il posto di tutti gli altri uffici locali e divenne l’ufficio standard, che servì da base all’Ufficio Divino in uso fino al tempo del concilio Vaticano II.

 

Dall’Ufficio al breviario

Nello stesso tempo, comunque, l’Ufficio perdeva il carattere popolare caratteristico di quello della cattedrale. Dato che era sostanzialmente pensato per i monaci, durava più tempo di quanto i laici potevano riuscire a dedicare. Inoltre, si deve dire che pochi sapevano leggere e, nel parlare quotidiano, il latino o fu sostituito dalla lingua degli invasori o iniziò a evolversi verso le moderne lingue romanze. A causa di questo, l’Ufficio Divino divenne territorio di chierici e religiosi. Già a partire dal V secolo, era obbligo per tutti i chierici la recita dell’Ufficio, sebbene la legislazione formale nella Chiesa occidentale non trovò la propria struttura finale fino al Lateranense IV nel 1215, che impose a tutti i chierici la recita dell’Ufficio Divino tutti i giorni.

Dato che il canto dell’Ufficio quotidiano non era agevole per tutti i chierici, per esempio per quelli impegnati in parrocchia, per i vescovi e gli officiali della curia romana, l’Ufficio pubblico fu gradualmente sostituito dalla recita privata dell’Ufficio, abbreviato in un unico volume; da qui viene il nome: “breviario”. Questo libro pratico fu adottato e reso più popolare dai nuovi ordini mendicanti, come i francescani e i domenicani, i cui predicatori itineranti dovevano assolverne l’obbligo mentre viaggiavano a piedi percorrendo lunghe distanze. Questo libro abbreviato, così, divenne il testo ufficiale comune per la Chiesa.

Seguendo le indicazioni del concilio di Trento nel 1568, San Pio V promulgò una nuova edizione del Breviario Romano per tutta la Chiesa. Sebbene questo testo sia stato rivisto e riformulato molte volte lungo i secoli, special- mente da San Pio X nel 1911, la sua struttura base era ancora in vigore agli albori del concilio Vaticano II.

Durante tutto questo tempo, a partire dal secolo Vili, un nuovo Ufficio devozionale in onore della Beata Vergine Maria fu sviluppato nei monasteri benedettini e lentamente fu adottato dalla maggioranza del clero in aggiunta all’Ufficio Divino. Come il breviario, questo Ufficio, spesso chiamato le “Ore della Vergine” o “Piccolo Ufficio della Vergine”, conteneva una serie di preghiere in otto sezioni che dovevano essere recitate durante il giorno a orari fissi. Era molto più semplice dell’Ufficio e, in tal modo, lungo i secoli venne adottato da molte congregazioni e associazioni in sostituzione della Liturgia delle Ore completa.

 

I Libri delle Ore

Sebbene il laicato avesse perso contatto con l’Ufficio Divino ufficiale, molti cristiani pii e devoti cercavano di adempiere all’ingiunzione paolina di «continuare fermamente nella preghiera», cercando forme di sequela attraverso di essa.

Una delle modalità con cui laici cristiani, i più ricchi e istruiti, hanno dato seguito alla chiamata a pregare costantemente, fu attraverso la recita del già ricordato Ufficio della Vergine insieme ad altre preghiere. Ciò ha portato alla produzione di libri di preghiera pratici, appositamente realizzati, chiamati “Libri delle Ore”, accessibili ai laici dell’alta borghesia. I Libri delle Ore contenevano anche un calendario liturgico e altri testi devozionali in accordo con le esigenze devozionali della persona che aveva commissionato il libro. Questo ulteriore materiale comprendeva salmi, riflessioni sulla passione, preghiere penitenziali, invocazioni e intercessioni dirette ai santi.

Dal periodo tra il 1225 e il 1700 ci restano migliaia di Libri delle Ore, manoscritti o - più tardi - stampati. Addirittura, tra il 1300 e il 1550 furono prodotti più libri di questo tipo che qualsiasi altro, compresa la Bibbia. Le pagine dei più prestigiosi di questi manoscritti miniati riportano anche alcuni dei più ricchi esempi di miniatura medievale e del primo Rinascimento, intesi a far riflettere e ispirare devozione in chi leggeva.

Tuttavia, l’arrivo della stampa e l’influsso della Riforma portarono a una proliferazione di testi delle Ore che in alcuni casi aggiungevano preghiere dubbie dal punto di vista dottrinale e false promesse di indulgenza. Così, nel 1571, Papa San Pio V vietò questi accrescimenti e prescrisse un testo latino obbligatorio uniforme dell’Ufficio della Vergine.

Mentre chi era benestante poteva corrispondere al crescente bisogno di devozione cristiana privata e personale attraverso i Libri delle Ore, anche i poveri e quanti non avevano istruzione trovarono modalità di pregare che erano in qualche modo collegate con la Liturgia delle Ore. Il santo rosario, per esempio, sostituiva i 150 salmi, dapprima con 150 Padre Nostro e più tardi con l’Ave Maria. L’uso di recitare l’Angelus al mattino, al pomeriggio e la sera venne in parte ispirato dalle campane dei monasteri, che richiamavano i monaci all’Ufficio di prima, di sesta e di nona. Benché ispirate all’Ufficio Divino, le devozioni menzionate divennero gradualmente parte del patrimonio spirituale della Chiesa con un proprio ruolo nella crescita dei fedeli nella loro relazione con Dio e con Maria.

 

La riforma conciliare

Il concilio Vaticano II, perciò, volendo essere fedele alla tradizionale struttura complessiva dell’Ufficio e allo stesso tempo desiderando aprirne i tesori spirituali a tutti i fedeli, al clero, alle anime consacrate e ai laici, ha affrontato la questione della riforma dell’Ufficio Divino affermando: «Nel compiere poi la riforma, il venerabile tesoro secolare dell’ufficio romano venga adattato in modo tale che possano usufruirne più largamente e più facilmente tutti coloro ai quali è affidato» (SC 90).

Per prima cosa, ha riconosciuto la necessità dei fedeli di una adeguata formazione liturgica e, quindi, ha iniziato a delineare le caratteristiche essenziali di una teologia dell’Ufficio Divino. Nello stesso tempo, se anche i fedeli dovevano essere formati dalla liturgia, era necessario renderla accessibile a un’ampia maggioranza come preghiera ordinata alla santificazione del giorno. A questo scopo, come anche per incoraggiarne l’uso in quanto preghiera dell’intera comunità e non solo come devozione personale, il concilio ha indicato una serie di considerazioni pratiche. Tra queste, l’abbreviazione della lunghezza di ciascun Ufficio, distribuendo i 150 salmi non su una settimana, ma su un ciclo più lungo, suggerendo la possibilità di usare traduzioni nelle lingue locali e di arricchire i testi con una più ampia selezione di letture dalla Scrittura e dai santi.

Dopo il concilio, San Paolo VI stabilì una speciale commissione per portare a termine questa riforma, utilizzando il progetto conciliare come guida, ma allo stesso tempo aprendo a nuove possibilità come quella di prevedere un uso delle lingue locali più ampio di quanto originariamente previsto dal concilio. Il 1° novembre 1970 pubblicò la costituzione apostolica Laudis Canticum con la quale approvava e promulgava la versione latina della Liturgia delle Ore rivista. La versione a stampa dei nuovi libri fu pubblicata l’anno successivo; seguirono le traduzioni, man mano venivano completate in ciascun paese.

Tuttavia, come ci ricorda Papa Francesco, non è sufficiente preparare dei testi, se non ci impegniamo anche in un processo nel quale i fedeli siano formati alla liturgia in modo da essere formati dalla liturgia. Formare i fedeli, chierici e laici, alla Liturgia delle Ore richiede l’assimilazione dei principi generali della teologia liturgica enunciati nella Sacrosanctum Concilium e sviluppati nel Catechismo della Chiesa Cattolica.

Coloro che vogliano essere formati alla preghiera dell’Ufficio Divino avranno gran beneficio se ricevono sufficienti elementi di formazione pratica sulla storia, sulla struttura e sulle concrete regole per pregare l’Ufficio e alcune informazioni di base sulla natura dei testi biblici (salmi e letture), sulla spiritualità dei Padri della Chiesa e su altri elementi che compongono le diverse ore dell’Ufficio.

Come dice San Paolo VI in Laudis Canticum: «Perché questa caratteristica della nostra preghiera risplenda più chiaramente, è indispensabile che quella soave e viva conoscenza della Sacra Scrittura, che emana dalla Liturgia delle Ore, rifiorisca in tutti, in modo che la Saera Scrittura diventi realmente la fonte principale di tutta la preghiera cristiana. Soprattutto la preghiera dei salmi, che senza interruzione accompagna e proclama l’azione di Dio nella storia della salvezza, deve essere compresa con rinnovato amore dal popolo di Dio. Perché sia raggiunto più facilmente questo scopo è necessario che il significato inteso dalla Chiesa, quando canta i salmi nella liturgia, sia studiato più assiduamente dal clero e sia comunicato anche ai fedeli mediante opportuna catechesi. Questa più estesa lettura della sacra Bibbia, non solo nella messa ma anche nella nuova Liturgia delle Ore, farà sì che venga continuamente ricordata la storia della salvezza e annunziata con grande efficacia la sua continuazione nella vita degli uomini».

Questi principi pratici e teologici riceveranno successivamente una concreta applicazione all’Ufficio Divino. Così è necessario studiare la teologia delle Ore, vedendo come i diversi elementi possano formare la vita spirituale dei fedeli.


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10 febbraio 2026                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net