Capitolo IV - Gli strumenti delle buone opere (estratti):
1 Prima di tutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze; 2 poi il prossimo come se stesso... 8 onorare tutti gli uomini, 9 e non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi... 41 Riporre in Dio la propria speranza, 42 attribuire a Lui e non a sé quanto di buono scopriamo in noi, 43 ma essere consapevoli che il male viene da noi e accettarne la responsabilità.... 63 Adempiere quotidianamente i comandamenti di Dio... 74 E non disperare mai della misericordia di Dio.
INVENTARE L’AMORE
Giorgio Basadonna
Estratto da “Inventare
la vita” – Editrice Ancora Milano 1990
C’è una parola che può
comprendere e significare quelle qualità che abbiamo descritto come essenziali
alla vita dell’uomo e nelle quali dobbiamo inventare la nostra vita.
Questa parola è: amore.
Inventare la vita vuol
dire allora, inventare l’amore. Forse può sembrare inutile questa espressione,
si può pensare che l’amore non si inventa, ma lo si gode quando scoppia nel
cuore dell’uomo, quando assale la persona e la rende sensibile alla presenza
altrui.
E, d’altra parte, forse
può sembrare che anche l’amore non sia che una illusione, un sogno che prima o
poi svanisce come le nebbie mattutine.
Molta letteratura
attuale (narrativa, film, canzoni,...) tende a presentare l’amore come
l’illusione momentanea che serve a riempire gli spazi della disperazione, o
della moda, e rifiuta altre visuali.
Noi siamo persuasi di
ben altro.
Bisogno di espandersi
E un fatto essenziale
all’uomo la sua percezione di incompletezza, di vuoto, di mancanza, e quindi la
sua tendenza instancabile verso l’altro, verso qualcosa e qualcuno che in
qualche modo possa colmare quei vuoti e completare quelle zone ancora non
concluse.
Si potrebbe definire
l’uomo come la creatura incontentabile, il pellegrino senza fissa dimora, il
viandante mai arrivato.
Non per denigrarlo, né
per sottovalutare la sua realtà, ma è vero che l’uomo non riesce mai a sentirsi
definitivo: è la sua caratteristica specifica.
Nulla mai riesce a
riempire il cuore dell’uomo: la sua forza vitale lo spinge ad espandersi, a
uscire da sé, ad avventurarsi su strade sempre nuove, a cercare sempre nuovi
modi di essere e di trovarsi, a poter dare tutto quanto via via gli cresce nel
cuore.
E una necessità
irrefrenabile.
Non si può non amare.
Però, è vero che spesso
l’uomo non capisce questa sua realtà, e si lascia condurre da surrogati, si
lascia vincere da momenti contraddittori, e soprattutto non arriva a capire che
questo dono di sé è totale, è definitivo, ed esige sempre di essere rinnovato.
Succede invece, che chi
ama si illude di essere arrivato, di aver “conquistato” la persona amata, di
avere raggiunto il suo massimo, e si ferma: cosi l’amore intristisce e muore,
invecchia e si consuma.
È per questo che l’amore
coniugale si distrugge, e molte amicizie che sembrano a tutta prima immortali si
rompono facilmente e generano sofferenza: una specie di cinismo conduce ad
affermare che l’amore non esiste, o che è solo un sentimento passeggero.
L’amore bisogna
inventarlo sempre, bisogna sempre rinnovarlo, generarlo in continuità, senza
soste, traendo sempre da sé la capacità di cambiare, di trovare forme e modi
nuovi per espandersi e per raggiungere l’altra persona.
Nulla è più distruttivo
della monotonia, della ripetitività, della mancanza di fantasia, del chiudersi
in formule e in espressioni già collaudate.
Se non si inventa,
l’amore non è più amore.
In questa capacità
inventiva risiede la sincerità dell’amore: solo chi vuole esprimersi seriamente
e cerca dentro di sé la sua verità, la sua specificità da offrire, solo chi
scende nel profondo di sé può arrivare ad amare, altrimenti l’amore è solo una
apparenza che nasconde una forte dose di egoismo, e prima o poi questo appare e
delude e divide, e rivela la verità di un amore non vero.
Dal sentire al voler bene
C’è un’altra illusione
quando si parla d’amore e quando si crede di amare: si pensa che l’amore sia un
sentimento che nasce e cresce da sé, spontaneamente, che dura secondo la durata
delle simpatie e delle sintonie: come se nell’uomo l’amore fosse l’unica realtà
indipendente dalla persona.
Si pensa che l’uomo sia
solamente ricettore, quasi “vittima” dell’amore: non per niente la mitologia e
l’arte figurativa amano rappresentare l’amore come qualcuno che ferisce come e
quando vuole, come un dono o una maledizione della vita.
Oggi non si pensa a
quella divinità antica, però rimane la concezione di qualcosa di fatale, di
magico, di irresistibile, e quindi qualcosa di fronte a cui l’uomo è solo
passivo.
Anzi, sembra un voler
dissacrare l’amore parlare di volontà d’amore, di impegno d’amore, di scelta
d’amore: l’amore c’è o non c’è, indipendentemente dalla volontà dell’uomo.
In questo caso, l’uomo
non inventa più nulla: subisce, soffre o gode a seconda che l’amore si esprima o
no.
Si ha il coraggio di
passare anni e anni accanto a delle persone senza provare il minimo senso di
amore, di amicizia, senza nemmeno desiderarlo: si dà per scontato che sia così
che non si debba cercare nulla di più di un
semplice coabitare, come se non fosse molto meglio giungere a dei rapporti più
profondi.
Si ha il coraggio anche
di lasciare dissolvere l’amore matrimoniale col dissolversi della spinta
sentimentale dell’inizio, perché non si vede la necessità di una fedeltà perenne
sognata nei momenti migliori e che deve essere coltivata per sopravvivere e
crescere.
Non si inventano nemmeno
le amicizie: è solo l’interesse del momento, solo la simpatia improvvisa, solo
il costatare di stare bene insieme, solo l’utilità pratica, solo questi
meccanismi generano l’amicizia che dura quel tanto che durano queste cause.
E troppo illusorio
pensare di inventare le amicizie, cioè i rapporti profondi, inventare delle
relazioni che vadano al di là delle semplici convenienze (magari così
“sconvenienti” nella realtà!) e creare in noi e negli altri occasioni di
vitalità, di crescita, di ampiezze sempre maggiori?
Eppure è il destino
dell’uomo, è la sua capacità specifica, è il suo segreto per vivere e godersi
una vita di cui non conosce e non conoscerà mai i confini.
Amare senza limiti
Ma la tentazione più
grave e spesso la meno avvertita, è il pensiero di amare quelli che possono e
sanno di fatto rispondere e ricambiare.
Sembra che l’amore sia
un contratto: io ti dò se tu mi dai, e ti dò tanto quanto voglio ricevere da te.
Così si inventa non più
l’amore, ma un egoismo sempre più pesante e minaccioso, sempre più camuffato di
saggezza e persino di giustizia, ma non si inventa né l’amore né la vita.
Perché amare, se
dall’altra parte non c’è la risposta, e non c’è quella precisa risposta che ci
si attende, quel gesto, quella parola, quell’atteggiamento che darebbe
soddisfazione?
Entra in gioco non più
la fantasia che allarga e rende grande il respiro, ma la matematica che vuole
contare, la piccola regola del tanto quanto: entra in gioco la priorità che non
è mai dalla propria parte ma dall’altra. «Tocca all’altro», sembra essere la
grande spiegazione e il criterio di tutto: si aspetta, si chiede, e magari anche
si crede di essere in diritto di ricevere, ma non si pensa che forse è proprio
il contrario!
Il meccanismo della vita
è un altro: è il meccanismo del dono, dello straripare della realtà che non può
restare chiusa e ferma col pericolo di marcire e di disfarsi, è il meccanismo di
una superiorità che non viene da nessun diritto, ma soltanto dalla percezione di
“essere” qualcuno, e di “avere” qualcosa che non termina in se stessi.
Altrimenti, dove va la
gioia di poter inventare la vita?
Si diventa schiavi
dell’altro, delle risposte, delle proposte, della iniziativa che non viene da
noi: allora la vita è inventata non da noi ma da altre persone, e quando sono
gli altri che inventano mai raggiungono la nostra vera personalità, mai colgono
il nostro volto più genuino. Può sembrare di non essere molto furbi, e spesso si
sente ragionare in questo modo, con l’illusione di aver trovato la soluzione più
favorevole: se comincio sempre io, se non mi difendo, se faccio io il primo
passo, vado incontro a delle grosse delusioni, e resto più triste che mai,
deluso e insoddisfatto.
Meglio non aspettarsi
nulla, meglio stare a guardare, meglio rispondere, e sempre in termini
riservati, meglio non scoprirsi...
Sembrano ricette del ben
vivere, consigli infallibili per un godimento senza ombre: ma a ben vedere sono
tradimenti, sono falsità, sono scuse per coprire gli insuccessi, e non voler
riconoscere la propria aridità e sterilità, sono disperazione camuffata.
La scoperta più bella,
l’invenzione più piacevole, invece, sta nel comportamento contrario: siamo
troppo ricchi, abbiamo troppa vitalità dentro di noi, non possiamo aspettare che
qualcuno venga a scoprire le nostre ricchezze e ci inviti alla festa.
Donare per godere
La festa la inventiamo
noi, la festa è dentro di noi, continuamente, e non aspetta altro che di potersi
aprire a tutti, a quanti più troviamo.
La nostra vita è sempre
e solo un dono di amore: se tutto diventa così, se anche i momenti più neutri o
più noiosi, e persino i momenti negativi di fatica, di sofferenza, di sconforto
(càpitano, e spesso!) entrano nella festa, entrano a far parte della vitalità
che c’è in noi, tutto cambia, tutto diventa luminoso.
Che cosa pensiamo di
inventare di più e di meglio di un amore senza confini, un amore che mai potrà
essere smentito né tradito, un amore che cerca solo di potersi esprimere, senza
chiedere nulla?
Che cosa possiamo
chiedere al mondo se non che ci lasci amare, servire, soddisfare le necessità
più o meno vistose che abitano nel cuore dell’uomo?
La nostra vita di uomini
non ha nessun altro senso che questo: poter amare, potersi donare.
Contro ogni manìa di
potere, di accaparramento, di sfruttamento, contro ogni teoria che sotto diverse
forme tende a rendere l’uomo vittima dell’uomo, noi siamo di quelli che invece
affermano la gioia e la grandezza di poter amare, servire, di spendere la vita
per gli altri, di godere la vita come una festa con gli altri.
Oggi, tanta monotonia
del vivere, tanto appiattimento di esistenze senza ideali, nascono dalla paura
di perdere qualcosa se ci si mette ad amare per primi, se si rischia se stessi:
nonostante tanta ostentazione, c’è addosso una paura immensa, ci si difende, ci
si chiude dietro mura alte e spesse che però producono il soffocamento e non un
godimento di quello che si è e che si ha.
Se si vuole inventare la
vita, cioè se si vuole vivere se stessi e non condurre una esistenza all’insegna
delle abitudini generali, si deve avere il coraggio di amare.
Amare vuol dire «perdere
la vita», giocare il tutto per il tutto, donare senza contare.
In fondo, è il segno più
sicuro di avere qualcosa in mano, di essere qualcuno, di sapere che cosa si
vuole, è il segno di una capacità che ci rende protagonisti e non gregari.
Dopo tutto, se è vero
che siamo figli di Dio, creati a immagine e somiglianza di lui che è amore,
siamo esseri creati per amare, e tutta la nostra capacità fondamentale sta nel
saper amare.
Qui è la nostra gioia
più grande.
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