Regola di S. Benedetto
Capitolo XXXVIII - La lettura in refettorio: 2. Dopo la Messa e la comunione, il lettore che entra in funzione si raccomandi nel coro alle preghiere dei fratelli, perché Dio lo tenga lontano da ogni tentazione di vanità; 3. e tutti ripetano per tre volte il versetto: "Signore apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode", che è stato intonato dal lettore stesso, ...
10.Prima di iniziare la lettura, il monaco di turno prenda un po' di vino aromatico, sia per rispetto alla santa Comunione, sia per evitare che il digiuno gli pesi troppo, 11. e poi mangi con i fratelli che prestano servizio in cucina e in refettorio.
Capitolo LIX - I piccoli oblati: 1 Se qualche persona facoltosa volesse offrire il proprio figlio a Dio nel monastero e il ragazzo è ancora piccino, i genitori stendano la domanda di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente 2 e l'avvolgano nella tovaglia dell'altare insieme con l'oblazione della Messa e la mano del bimbo, offrendolo in questo modo.... 8 Quanto a coloro che non possiedono proprio nulla, facciano semplicemente la domanda e offrano il loro figlioletto con l'oblazione della Messa, alla presenza di testimoni.
Capitolo LXII - I sacerdoti del monastero: 1. Se un abate desidera che uno dei suoi monaci sia ordinato sacerdote o diacono per il servizio della comunità scelga in essa un fratello degno di esercitare tali funzioni. 2. Ma il monaco ordinato si guardi dalla vanità e dalla superbia ...
5.Conservi sempre il posto che gli spetta in corrispondenza del suo ingresso in monastero, 6. tranne che per il ministero dell'altare, oppure nel caso che la scelta della comunità o la volontà dell'abate l'abbiano promosso in considerazione della sua vita esemplare.
Pane e vino sulla tavola di Gesù
Enzo Bianchi
Estratto da “Spezzare il pane – Gesù a tavola e la sapienza del vivere” – Ed. Einaudi 2015
Una tavola con sopra del pane e una bottiglia di vino è per me un’immagine impressa nella memoria, una visione indelebile, magisteriale, venerabile. Chi entrava nelle case della mia terra dopo la Seconda guerra mondiale vedeva regnare al centro della stanza una tavola di legno massiccio: grande, perché destinata a molti commensali; solida, perché doveva indicare la stabilità di una famiglia che la lasciava in eredità alle nuove generazioni; ornata da una tovaglia al centro, come se fosse un altare. Su questa tovaglia erano sempre presenti una forma di pane e una bottiglia di vino, per dire all’ospite che c’era da mangiare anche per lui. Come ho raccontato e scritto più volte, a casa mia su quella nappa mia madre aveva ricamato a punto croce la frase: «Il pane, il vino e l’olio siano lezione e consolazione». Quando entravo in casa, guardavo sempre quella tavola (abbellita da un vaso di fiori dalla primavera fino all’autunno) con venerazione. Una tavola, il pane e il vino: una presenza che si imponeva e che non poteva non dare da pensare anche a un ragazzo distratto dalla sua adolescenza... Solo più tardi scoprii con grande meraviglia nella Bibbia, di cui ero divenuto un assiduo lettore, che nel tempio di Gerusalemme, luogo di incontro tra Dio e il suo popolo, proprio davanti al Santo dei santi, dove la Shekinah, la Presenza di Dio, aveva il suo trono e il suo sito, c’era una tavola coperta di oro, preziosa e splendente. Una tavola per Dio? Certo, Dio non mangiava, ma in quel modo si testimoniava che ogni tavola può diventare un pasto al quale Dio è presente. Su questa tavola erano deposti «i pani del volto», cioè dodici pani posti l’uno sull’altro in due pile da sei, che venivano mangiati ogni sabato dai sacerdoti. Questi pani stavano dinanzi a Dio, quale unica realtà visibile davanti alla tenda che chiudeva il Santo dei santi, dunque testimoniavano la sua Presenza: non il pane era Dio, né stava al suo posto, ma si mangiava il pane davanti a Dio per avere comunione con lui. Chi andava al tempio e cercava la Presenza di Dio per contemplarla e adorarla, vedeva quei pani, nient’ altro che quei pani. Questa consapevolezza mi ha sempre fatto trasalire, commosso, toccato: cerco Dio e vedo pane, il pane del suo volto! E resto convinto che ci sia un filo che collega questi pani del volto al pane eucaristico conservato nelle nostre chiese: purtroppo quest’ultimo non è pane, e sovente è interpretato in modo magico, ridotto a un Cristo «cosificato»... eppure è il pane del volto del Signore.
Il pane.
Perché il pane? Perché era il cibo del Mediterraneo, nato in Egitto nel II millennio a.C., ma poi cotto nel forno a legna dai Greci e diffusosi presto in tutto il Medio Oriente e quindi nel Mediterraneo. Nella terra di Israele il frumento, la vite e l’olivo erano le colture che regnavano, e il pane era considerato il nutrimento base, il cibo per eccellenza: «pane dalla terra», pane frutto della terra, dunque dono del Creatore, ma anche frutto del lavoro dell’uomo, il quale deve guadagnarlo con la fatica e il sudore del volto. Confezionato con farina e acqua, cotto dal fuoco, il pane è sì un alimento specifico, ma è diventato l’equivalente di ogni cibo, tant’è vero che nel linguaggio comune non avere pane significa non avere nulla da mangiare, condurre un’esistenza precaria. Il pane esprime il bisogno, ciò che è necessario per vivere, e perciò diventa anche simbolo della vita. Mancanza di pane significa fame, quindi malattia e morte! Proprio perché il pane è «necessario», è un bisogno, esso è anche «quotidiano», nutrimento di ogni giorno, perché questo è il ritmo del cibarsi da parte dell’essere umano.
Il pane: basta guardarlo nella sua realtà e materialità per accogliere un linguaggio, uno zampillare di simboli e significati, una messe di trasposizioni e metafore.
Il pane: basta sentirne il profumo quando è appena sfornato, passando accanto a un forno o a una panetteria, per percepire un sentimento di vita.
Il pane: basta spezzarlo - tagliarlo un tempo era proibito! - per sentire nei nostri orecchi quel sonoro frantumarsi di crosta che risuscita in noi l’immagine del pane nel forno, avvolto dal fuoco.
Il pane: basta toccarlo per sentire le forme diverse, la sua croccantezza quando è appena uscito dal forno, la sua pienezza quando è il pane di ieri.
Il pane: basta metterlo in bocca e gustarlo per dire che è buono; fino a dire di un’altra cosa o persona: «È buona come il pane!»
Gustare il pane da solo, o intinto in un bicchiere di vino, o insaporito da un velo di olio, è operazione ormai rara, eppure quando qualcuno la compie gli si riempie più il cuore dello stomaco: si riempie di gioia, di semplicità consapevole, di essenzialità ritrovata. In ogni caso, il pane chiede sempre rispetto, venerazione, attenzione per ogni singolo pezzo; oggi invece lo si spreca, lo si rende uno scarto, ma questo comportamento è una bestemmia, segno di profonda ingratitudine e di non sapere quello che si fa!
Nella Bibbia il pane è presente dalla prima all’ultima pagina, perché non si può descrivere e leggere l’uomo, creatura mortale, senza menzionare la sua qualità di creatura bisognosa, innanzitutto del cibo, di cui il pane è immagine. Il pane è per il bisogno dell’uomo, lo nutre e gli dà la vita, e il collegamento tra l’umanità e il pane è essenziale. Per questo il pane è dono di Dio, affinché gli umani vivano: Dio lo dona per amore e gratuitamente, ai buoni e ai cattivi, ai giusti e agli ingiusti, così come dona il sole, creatura all’origine delle origini della vita. «La terra è mia e voi siete presso di me come pellegrini e forestieri» (Lv 25,23), dice il Signore. Gli esseri umani sono abitanti, ospiti, ai quali è fatto dono della terra e di quanto contiene, perché abbiano vita in abbondanza. Il pane è il dono che rappresenta tutti i doni materiali, rappresenta la terra stessa, e per questo il credente nella preghiera insegnata da Gesù invoca il dono del «pane di ogni giorno»; e vivendo nella mitezza, che è umiltà e bontà verso tutti, può ereditare la terra.
Proprio da questa sua qualità di dono gratuito, scaturisce la necessità che il pane non sia «mio» o «tuo», ma «nostro». Come «nostro» è il Padre che è nei cieli, così «nostro» è il suo dono primo: il pane quotidiano. Dono di Dio a noi, affinché noi aiutiamo questo dono a raggiungere quelli che non vi possono accedere, o perché alcuni se lo accaparrano per se stessi, oppure perché a volte viene a mancare. Come Dio ci dona il pane, il nostro primo compito è donarlo a nostra volta, condividerlo. La Legge che il Signore dona a Mosè è martellante sull’esigenza del donare il pane all’affamato, del condividerlo con chi non ne ha, dell’offrirlo all’ospite, anche allo straniero. Ciò non è altro che collaborazione all’azione di Dio, che «dona il pane a ogni vivente», «dona il pane agli affamati», «sazia di pane i poveri», assicura il pane quotidiano ai giusti. Ma può farlo solo se gli umani non impediscono questo dono, frapponendosi tra Dio e i bisognosi, arraffando tutto per loro stessi, ma preparandosi così una caduta mortifera.
Il messaggio biblico è inequivocabile sulla destinazione universale della terra, delle sue risorse, e dunque del pane che tutte le riassume e le significa, al punto da affermare che dare il pane all’affamato è condizione di salvezza. Non è un caso che nella tradizione rabbinica si attesti che Mica, colui che fece fondere una statua di metallo prezioso per darsi al culto idolatrico, avrà parte al mondo di Dio perché aveva donato il pane ai poveri affamati. Altrove si dice che rabbi Huna spezzava il pane all’inizio del pasto, come nel seder pasquale, poi apriva la porta di casa dicendo: «Chi è bisognoso, venga e mangi». Sì, il pane va condiviso sempre e con tutti i bisognosi, con gli affamati, che non sono mai da definire fratelli, parenti, residenti o stranieri, vicini o lontani, ma semplicemente «affamati», uomini e donne che, se non sono sfamati, vanno verso la morte.
Abbiamo visto come per i profeti
[...] il vero digiuno che Dio gradisce [...] consiste nel condividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa, alla propria tavola, i miseri [cfr. Is 58,6-7],
perché si deve arrivare a mangiare meno o poco, se ciò è necessario per condividere il pane. Comprendiamo come, in questa scia profetica, Gesù abbia voluto «moltiplicare» il pane per inaugurare l’era messianica come sconfitta della fame: pane donato, condiviso fuori della logica dello scambio e del mercato; pane sempre poco per tutti ma che, condiviso, diventa abbondante; pane che non è solo ciò che si ha ma ciò che si è, e che può essere donato agli altri spendendo la vita per loro. Per questo - come già si è evocato, ma vale la pena ripetere ancora - nel giorno del giudizio chi ha dato da mangiare all’affamato entrerà, benedetto, nel regno; mentre chi non lo avrà fatto se ne andrà, maledetto, fuori del regno della vita.
Certo, «non di solo pane vive l’uomo»; ovvero, il pane necessario per vivere non basta a far vivere gli umani. Ed è a tavola che si impara e si sperimenta questa verità, perché da piccoli abbiamo bisogno che qualcuno ci dia da mangiare, da adulti di qualcuno che ci prepari il cibo con amore e con il cibo esprima il suo amore; abbiamo bisogno di dire grazie e di capire che ciò che mangiamo non è solo l’unione di natura e cultura ma è anche dono che ci viene fatto. A tavola ci esercitiamo, o meglio dovremmo esercitarci, a condividere e a fare della tavola stessa un luogo in cui accogliamo e invitiamo l’altro. La tavola non è mai per uno solo, è per l’altro, per gli altri, per la fraternità, l’amore, l’umanizzazione.
È dunque necessario qualcosa oltre il pane, qualcosa di cui il pane è umile segno, qualcosa che come il pane sappia portare la vita, una vita altra rispetto a quella meramente biologica, ma che tuttavia non la nega né la disprezza. Nell’uomo ci sono una fame, un desiderio, una ricerca che non si fermano al cibo. Il cibo è assolutamente necessario: dove non c’è cibo, non c’è corpo umano; dove non c’è corpo umano, non c’è uomo né donna, non c’è essere vivente. E tuttavia per umanizzarsi non basta il pane: occorre la presenza dell’altro, degli altri, dei quali ognuno di noi ha «fame» e «sete». Essere umani significa essere affamati e assetati: non avere fame né sete è già essere morti! Se siamo umani, siamo sempre tesi alla comunione, comunione con gli altri, comunione con la terra, comunione con chi sempre ci precede e ancora ci segue, che osiamo chiamare Dio e Padre! Proprio per questa tensione, il pane frutto della terra e della nostra cultura, il pane condiviso e dunque capace di renderci compagni (da cum-panis), il pane che ci fa vivere, diventa la presenza, la res venerabile, che narra l’umanità, la accompagna e la fa vivere.
Il vino.
Nel Mediterraneo accanto al frumento cresce la vite: il frumento nei campi e a valle, la vite sui pendìi e sulle alture. La terra di Israele, terra «promessa», è così definita nelle benedizioni pronunciate da Mosè prima di morire: «Terra di frumento e di mosto, dove il cielo stilla rugiada» (Dt 33,28). Quando Mosè inviò alcuni uomini dal deserto di Paran, dove si trovava il popolo uscito dall’Egitto, nella terra di Canaan promessa dal Signore, questi dopo la ricognizione fecero ritorno con un tralcio di vite cui era attaccato un grappolo d’uva talmente grande che dovette essere portato da due uomini appeso a una stanga. Dunque si tratta di una terra resa feconda dalla presenza della vigna, e non è un caso che il popolo di Israele sia paragonato proprio a una vigna, la vigna del Signore: Osea lo paragona a una «vite rigogliosa»; Isaia compone il «canto della vigna»; il salmo 80 piange la vigna un tempo strappata all’Egitto, trapiantata nella terra di Canaan, cresciuta ed estesasi, e ora devastata e bruciata dai nemici del popolo; e Gesù, secondo la visione «altra» del quarto Vangelo, arriva a paragonarsi a una vigna, alla «vite vera».
Tra i doni che Dio aveva fatto al suo popolo donandogli la terra, il vino - in ebraico jajin, in aramaico chamar, letteralmente «il rosso», in greco oínos - è quello più benedetto insieme al pane. La convinzione di Israele è che Dio abbia creato tutto «buono e bello» e che sia stato Noè il primo a piantare una vigna e a produrre il vino, come consolazione sua e degli scampati al diluvio che aveva devastato la terra. Di più, il Targum attesta che
Noè cominciò a essere un uomo coltivatore della terra, quando trovò un ceppo di vite che il fiume aveva strappato al giardino dell’Eden. Lo piantò per avere un pergolato e la vite germogliò, fiorì e fece maturare dei grappoli d’uva che Noè pigiò [Targum Neofiti a Gen 9,20].
E vero che Noè bevve troppo vino, fino a ubriacarsi, ma non aveva ancora imparato a prendere le misure; e poi il disastro era stato tale che egli aveva bisogno di dimenticare... Sappiamo che la coltura della vite, atta a produrre vino, risale a quasi diecimila anni fa, nella regione dell’Armenia; per questo la tradizione leggendaria colloca Noè tra i patriarchi e fa approdare l’arca sulle pendici del monte Ararat, in Armenia, dove ancora oggi permangono tecniche di vinificazione arcaiche ma in grado di produrre straordinari prodotti enologici. In ogni caso, il vino all’indomani del diluvio, così come quello prodotto dopo l’ingresso nella terra promessa, sono il segno di una consolazione, di una ri-creazione, di una novità donata da Dio alla terra.
In Israele il vino era prodotto, bevuto, amato e cantato, fino a essere introdotto nel culto del tempio. Erano infatti previste offerte quotidiane di vino che, sparso sulle carni degli animali immolati e messi al fuoco, diffondeva insieme a esse un soave profumo. Neppure nel pasto dei sacrifici di comunione mancava il vino, che nell’esistenza quotidiana di ogni ebreo era pensato come scaturigine della vita. Per questo i sapienti si domandano: «Che vita è quella dove manca il vino, creato fin dall’inizio per la gioia degli umani?» (Sir 31,27). Questo paragone tra vino e gioia, tra vino e vita in pienezza, è fortemente attestato e sottolineato in tutta la Bibbia ebraica. Nel famoso apologo di Iotam, per esempio, quando gli alberi chiedono alla vite di regnare su di loro, essa rifiuta, dicendo: «Rinuncerò al mio mosto, che allieta Dio [sic!] e gli uomini?» (cfr. Gdc 9,12-13). Il vino è davvero creato per la gioia degli umani, per alleviare le loro sofferenze, per far dimenticare le pene e le fatiche, e soprattutto per consentire la celebrazione dell’amore. Ecco perché nel Cantico dei cantici il vino è espressione dell’amore, della passione erotica: solo le carezze dell’amante, più dolci del vino, possono essere ricordate più del vino; il luogo della liturgia dei corpi, nell’amplesso amoroso, è detto «cella vinaria» e la bocca dell’amante è per l’amata vino squisito. Non a caso i due amanti celebrano l’amore con «vino aromatico»... Qui il più bello tra i cantici ha i suoni di tutte le letterature del Mediterraneo (fenicia, egiziana, greca, romana): vino e amore sono indissolubili! Del resto anche l’islam, che pure vieta ai credenti l’uso del vino, attraverso i suoi mistici canta il vino forse meglio di altre creature. Poeti come Hàfez, Khayyàm e Rumi, intersecano vino e amore, e non li cantano mai l’uno senza l’altro, perché l’amore chiede al vino la sua glorificazione e il vino chiede all’amore la sua epifania.
I profeti di Israele hanno sognato i tempi messianici come distesa di giorni con banchetti festosi, in cui non mancano «vini eccellenti e vini raffinati»; hanno sognato «monti che stillano vino nuovo», aie piene di grani e tini traboccanti di vino e di olio. Pane in abbondanza, cioè fine della fame; vino in abbondanza, cioè fine del lutto e del dolore! Nella visione dei profeti si avvererà l’antica benedizione data da Giacobbe al figlio Jehudà, la tribù da cui viene il Messia: questi legherà alla vite il suo asinello, a una vite scelta il figlio della sua asina, laverà nel vino la sua veste e nel sangue dell’uva il sue mantello, avendo gli occhi lucidi per il vino gustato e i denti bianchi per il latte bevuto.
Il vino è un segno biblico imponente: segno salvifico, segno di gioia e consolazione, segno di «amore» folle, «forte come la morte», segno di ebbrezza per la presenza di Dio, segno di alleanza. Con un bicchiere di vino innalzato dalla sua mano il credente può dire che «il sue calice trabocca, è inebriante», che «il sangue del grappolo» celebra la sua alleanza con il Signore, che il vino della sapienza divina è gratuito, non deve essere acquistato ma solo accolto con stupore e gratitudine. Togliete dal messaggio biblico il vino, e non vi saranno più celebrazione, festa, canto... Certo, i sapienti ricordano che occorre bere con misura, condannano l’eccesso, perché l’ubriachezza dà la vertigine e porta alla dissolutezza. Ma questa esortazione è necessaria solo per chi è stolto, dunque non è neppure capace di bere «bene» e vino «buono», che «fa bene» a chi lo beve.
Quando viene la pienezza dei tempi e il Messia Gesù visita il suo popolo, egli inaugura i tempi in cui il vino nuovo deve stare in otri nuovi e gli otri di acqua per la purificazione devono riempirsi di vino nuovo, straordinariamente buono: è il segno delle nozze di Cana, già commentato. Qui vorrei solo aggiungere un particolare che mi pare importante: Gesù non è venuto solo a dare il pane a quelli che lo seguono e che egli vede affamati, ma anche a dare il vino della gioia messianica. Pane e vino sono gli elementi del banchetto presente, di questo mondo, così come lo saranno, trasfigurati, nel banchetto del mondo futuro. Nei cieli nuovi e nella terra nuova ci saranno pane nuovo e vino nuovo, che noi possiamo solo nominare, fondandoci sulla nostra esperienza del pane della necessità e del vino della gratuità, che conosciamo in quanto pellegrini e ospiti sulla terra. Saranno vita, gioia, pace, comunione; quella vita piena di cui oggi è anticipazione «la sobria ebbrezza dello Spirito» (Ambrogio di Milano, Inni 11,23-24), la sobria ebbrezza degli amanti del Signore. Altro non possiamo dire...
Gesù è stato un uomo umanissimo: ha mangiato e bevuto in mezzo a noi, non è stato un asceta che si vietava il pane e il vino. Ha mangiato e bevuto in compagnia di tutti quelli che lo invitavano e che egli andava a incontrare, e per questo è stato chiamato con disprezzo «mangione e beone» dagli uomini religiosi, dai legalisti e dai letteralisti. In questo modo ha mostrato di non essere un’apparizione divina tra noi ma di essere pienamente «carne», e ci ha confermato che Dio ama questa terra, ama ciò che ha creato, ama ciò che la cultura dell’uomo ha con-creato con lui, tutte le creazioni di cui pane e vino sono segno e narrazione. Il vino non è, come il pane, una necessità, non sta nello spazio del bisogno ma nello spazio della gratuità. Il pane serve a vivere, il vino a celebrare la vita. Il vino è l’eccedenza sul bisogno, è la gioia e il canto che entrano in un pasto e lo trasformano in banchetto, rendendo i «com-pagni» anche «con-vigni» (!): «Il pane dà forza, il vino rallegri il cuore umano» (Sal 104,15).
Al termine di questa contemplazione del pane e de vino fatta ascoltando il messaggio delle sante Scritture si dovrebbe aprire una riflessione più sistematica sull’eucaristia, di cui in queste pagine abbiamo più volte parlato per allusioni più o meno fugaci. Nell’eucaristia pane e vino sono i segni del corpo e del sangue del Signore, segni di una vita offerta e consumata nel servizio degli altri, i segni di una comunione profonda tra il Signore crocifisso e risorto e i credenti in lui.
Quando Abramo, il padre dei credenti, il primo uomo a cui il Dio vero e vivente si è rivelato, incontrò le genti pagane ma credenti nel Dio El ‘Eljon, il Dio Altissimo, Melchisedek re di Salem gli offri pane e vino e lo benedisse. E Gesù, volendo lasciare ai suoi discepoli venuti da tutte le genti il segno del suo amore, diede loro pane e vino da mangiare e da bere in sua memoria fino al suo ritorno. L’eucaristia celebrata dai cristiani è questa memoria, banchetto di alleanza, segno di comunione; e il pane e il vino sui quali la Chiesa rende grazie annunciando la morte del Signore e proclamando la sui resurrezione finché egli venga, sono il cibo della necessità e la bevanda della gratuità che, mangiato e bevuta dai credenti, li rendono un solo corpo vivo, in Cristo vivente per sempre.
Il modo in cui Gesù di Nazareth ha vissuto la sua esistenza quotidiana e, in particolare, l’approccio che ha avuto con la tavola, continua a interrogarci sul nostre atteggiamento verso il cibo, sull’uso che ne facciamo, sul rapporto con gli altri, sull’incidenza nella nostra vita, nei giorni di gioia come in quelli di sofferenza. I pasti di Gesù erano percepiti, almeno da parte degli uomini religiosi del suo tempo, come affronti alla loro sensibilità e alle norme rituali che si erano sviluppate a partire da consolidate interpretazioni della Legge mosaica. Ma ancora oggi in molte menti delle persone religiose permane una diffidenza verso il mangiare, il bere, il godere, la gioia dello stare insieme: forse perché, come per alcuni interlocutori di Gesù, il loro sguardo non è puro e trasparente. Avendo una concezione malata del peccato che li porta a vedere ovunque proibizioni, finiscono non solo per focalizzarsi ossessivamente sul peccato degli altri, ma anche per condannare comportamenti naturali che loro non sono capaci di compiere per paura o per impotenza; è questa loro impotenza nel vizio che li rende proclivi alla virtù e quindi la loro religione è quella stigmatizzata già nella Lettera ai Colossesi (2,21): «Non prendere, non gustare, non toccare». È una visione cinica e angosciata di tutto ciò che è pienezza di vita, shalom, vita piena.
Sulla tavola del Signore, invece, c’è la convivialità, raccolta e manifestata nel pane e nel vino: questo è per noi un magistero silenzioso, per insegnarci a vivere e dunque a mangiare e a bere in questo mondo, in una logica eucaristica che rende grazie e in una logica comunionale che condivide cibo e bevanda con tutti... primizia del cosmo trasfigurato, profezia del regno che viene!
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