Regola di S. Benedetto

Capitolo XLVIII - Il lavoro quotidiano: "Ma se le esigenze locali o la povertà richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino, perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli. Tutto però si svolga con discrezione, in considerazione dei più deboli."

Capitolo LXIV - L'elezione dell'abate: "Non sia turbolento e ansioso, né esagerato e ostinato, né invidioso e sospettoso, perché così non avrebbe mai pace; negli stessi ordini sia previdente e riflessivo e, tanto se il suo comando riguarda il campo spirituale, quanto se si riferisce a un interesse temporale, proceda con discernimento e moderazione, tenendo presente la discrezione del santo patriarca Giacobbe, che diceva: "Se affaticherò troppo i miei greggi, moriranno tutti in un giorno". Seguendo questo e altri esempi di quella discrezione che è la madre di tutte le virtù, disponga ogni cosa in modo da stimolare le generose aspirazioni dei forti, senza scoraggiare i deboli."


 

Capitolo X

SUL DISCERNIMENTO

Estratto da “I Padri del deserto – Detti

A cura di Luigi d'Ayala Valva della Comunità di Bose

Edizioni QIQAJON 2013

(Dal sito: monasterodibose.it – Il testo originale comprende molte note esplicative)

 

1. Abba Antonio disse: “Vi sono persone che hanno logorato il proprio corpo nell’ascesi e che, non avendo avuto discernimento, hanno finito per allontanarsi da Dio”.

2. Alcuni fratelli vennero a visitare abba Antonio per riferirgli di alcune visioni che avevano avuto e per sapere da lui se erano autentiche o venivano dai demoni. Costoro avevano un asino che morì lungo il cammino. Quando dunque giunsero dall’anziano, egli, prevenendoli, disse loro: “Com’è morto l’asinello per strada?”. Quelli gli dissero: “Da dove lo sai, abba?”. Ed egli disse loro: “Me lo hanno mostrato i demoni”. Gli dissero: “E proprio per questo che siamo venuti da te, per interrogarti sul fatto che abbiamo visioni e spesso si rivelano vere: per caso siamo vittime di un inganno?”. E l’anziano attraverso l’esempio dell’asino li convinse che esse venivano dai demoni.

3. Un tale, che cacciava bestie selvatiche nel deserto, vide abba Antonio che scherzava con i fratelli e ne fu scandalizzato. Ma l’anziano, volendo convincerlo che di tanto in tanto bisogna accondiscendere ai fratelli, gli disse: “Metti una freccia sul tuo arco e tendilo”. E così fece. Gli disse di nuovo: “Tendilo”; e lo tese. Gli disse di nuovo: “Tendilo”. Il cacciatore gli disse: “Se lo tendo oltre misura, l’arco si spezza”. Gli disse abba Antonio: “Così anche nell’opera di Dio. Se estenuiamo i fratelli oltre misura, si spezzano presto. Bisogna dunque accondiscendere a loro”. All’udire queste parole, il cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato dall’anziano. E i fratelli, fortificati, fecero ritorno al luogo dove abitavano.

4. Un fratello disse ad abba Antonio: “Prega per me”. E l’anziano gli disse: “Non posso aver misericordia di te e neppure Dio, se tu non hai misericordia di te stesso e non cerchi di piacergli”.

5. Disse ancora abba Antonio: “Dio non permette le guerre del Nemico contro questa generazione come contro gli antichi. Sa infatti che [ora gli uomini] sono deboli e non sono capaci di sopportarle”.

6. Un fratello interrogò abba Arsenio dicendo: “Perché vi sono uomini buoni che nel morire cadono in grande tribolazione, colpiti nel loro corpo?”. E l’anziano rispose: “Perché, dopo essere stati salati quaggiù come nel sale (cf. Mc 9,49-50), vadano puri di là.

7. Un anziano disse al beato Arsenio: “Come mai noi, con tanta cultura e sapienza, non otteniamo nulla, mentre questi zotici egiziani hanno acquistato tante virtù?”. Gli disse abba Arsenio: “Noi con la nostra cultura mondana non otteniamo nulla, mentre questi zotici egiziani hanno acquistato le virtù con le proprie fatiche”.

8. Il beato Arsenio diceva: “Un monaco straniero [che vive] in un’altra terra non s’intrometta in nulla, e così avrà riposo”.

9. Abba Macario interrogò abba Arsenio dicendo: “È bene non avere alcun conforto nella propria cella? Ho visto infatti un fratello che aveva dei piccoli ortaggi e li ha strappati”. E abba Arsenio disse: “Sì, è bene, ma dipende dalla capacità dell’uomo, perché se non ha la forza per una tale condotta di vita, ne pianterà altre”.

10. Abba Daniele diceva: “Quando abba Arsenio stava per morire, ci diede quest’ordine: ‘Non preoccupatevi di imbandire agapi per me, perché se io stesso mi sono preparato un’agape, la ritroverò’”.

11. Abba Lot raccontò: “Un giorno ero nella cella di abba Agatone, e un fratello venne a dirgli: ‘Voglio abitare con dei fratelli: dimmi dunque come devo vivere con loro’. Gli disse l’anziano: ‘Custodisci la tua condizione di straniero tutti i giorni della tua vita, come il primo giorno in cui ti sei unito a loro, per non avere mai troppa familiarità’. Gli disse abba Macario: ‘Ma che cosa fa mai la troppa familiarità? Gli disse l’anziano: ‘Essa è simile a un violento vento caldo che, quando arriva, tutti lo fuggono e distrugge i frutti degli alberi’. Gli disse abba Macario: ‘È dunque così dannosa la troppa familiarità?’. E abba Agatone: ‘Non c’è passione più dannosa della troppa familiarità, perché è la madre di tutte le passioni. E bene dunque che il [monaco] operoso non abbia troppa familiarità, anche se è solo nella sua cella!’”.

12. Dicevano di abba Agatone che alcuni andarono da lui perché avevano sentito dire che aveva molto discernimento. E volendo metterlo alla prova per vedere se si adirava gli dissero: “Sei tu Agatone? Abbiamo sentito dire di te che sei un fornicatore e superbo”. Ed egli disse: “Sì, è proprio così”. E quelli gli dissero di nuovo: “Sei tu Agatone, il chiacchierone e il pettegolo?”. Ed egli disse: “Sono io”. Gli dissero di nuovo: “Sei tu Agatone, l’eretico?”. Ed egli rispose: “Non sono eretico”. Allora gli domandarono: “Dicci, perché quando ti abbiamo accusato di tante cose le hai accettate, ma quest’ultima parola non l’hai sopportata?”. Disse loro: “I primi difetti me li attribuisco io stesso, perché è utile per la mia anima, ma sentirmi dare dell’eretico vuol dire essere separato dal mio Dio, e io non voglio essere separato dal mio Dio”. E quelli, all’udire ciò, rimasero ammirati del suo discernimento e se andarono edificati.

13. Fu chiesto allo stesso abba Agatone: “Che cosa è più grande: la fatica del corpo o la vigilanza interiore?”. E l’anziano disse: “L’uomo somiglia a un albero: la fatica del corpo sono le foglie, e la custodia interiore è il frutto. E poiché, come sta scritto, ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco (Mt 3,10; 7,19), è evidente che tutto il nostro impegno deve essere per i frutti, ossia per la vigilanza della mente. Ma c’è bisogno anche della protezione e dell’ornamento delle foglie, cioè della fatica del corpo”.

14. Abba Agatone era sapiente nel suo modo di pensare e autosufficiente in tutto (cf. Fil 4,11): nel lavoro manuale, nel cibo e nel vestito.

15. Lo stesso abba Agatone, una volta che a Scete si tenne un consiglio e fu presa una decisione, venne e disse agli altri: “Non avete deciso bene questa cosa”. E quelli gli dissero: “E tu chi sei mai per parlare?”. Ed egli disse: “Un figlio d’uomo. Sta scritto infatti: Se davvero parlate di giustizia, giudicate rettamente, o figli degli uomini (Sal 57,2)”.

16. Abba Agatone disse: “Un uomo irascibile, se anche risuscitasse un morto, non è gradito a Dio”.

17. Fu chiesto ad abba Atanasio: “In che modo il Figlio è uguale al Padre?”. Ed egli rispose: “Come la vista è unica nei due occhi”.

 


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23 giugno 2026                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net