Regola di S. Benedetto

Prologo

1. Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, 2. in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza. ...10 "Se oggi udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!" 11 e ancora: " Chi ha orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!"

 


 

OBSCULTA, O FILI, PRAECEPTA

MAGISTRI (RB Prol 1)

G. Bunge

Capitolo VI del libro “Perfectio conversationis

Abbazia San Benedetto - Seregno 2003


 

«Ascolta, figlio mio,

 i precetti del maestro

 e piega l’orecchio del tuo cuore.

Accogli con docilità gli ammonimenti

di un padre amorevole

 e mettili in pratica» [1].

 

L’atteggiamento di fondo del monaco, come del credente in genere [2] è quello dell’ascolto (ob-scultare), da cui sorge l’obbedienza (ob-audire) che si attua nell’azione. In un modo del tutto simile a Benedetto aveva già scritto Evagrio a «monaci che vivono in cenobio o in comunità»:

 

«Ascolta, o monaco le parole di tuo padre   [3]

e non capovolgere le sue ammonizioni.

Ogni volta che egli ti invia

conducilo con te [4],

e, in spirito, viaggia con lui.

Infatti in tal modo sfuggirai ai cattivi pensieri

 e i cattivi demoni non potranno fare nulla contro di te. Se ti viene affidato dell’argento, non dissiparlo,

e se ne guadagni lavorando, consegnalo a lui» [5].

 

Coloro che nell’ambito della fede devono essere «ascoltati» sono il Signore e i suoi apostoli [6]; nell’ambito della vita di fede, del tramutare la fede in «vita spirituale», sono invece i «santi Padri».

 

«È necessario anche indagare sulle vie di quei monaci che ci hanno preceduti in una via retta e conformarsi ad essi. Infatti si trovano molte cose che sono state dette e fatte bene da loro...»[7].

 

Questo «indagare» su coloro «che ci hanno preceduti in una via retta» e, di conseguenza, il «conformarsi ad essi» ci garantisce che noi stessi non ci allontaniamo da questa «via».

 

«Si addice a coloro che vogliono camminare sulla “via” di colui che ha detto: “Io sono la via e la vita” (Gv 14, 16), l’imparare da coloro che, prima di loro, hanno camminato su di essa e il conversare con loro su ciò che è utile e l’ascoltare da loro ciò che può essere di aiuto, al fine di non introdurre qualcosa che sia estraneo al nostro cammino» [8].

 

Questo «indagare» deve essere inteso in modo molto concreto: ci si rivolge ad uno degli «anziani» e «si conversa» con lui sulla vita spirituale per «imparare» da lui. I «Detti dei Padri» sono nati proprio da queste conversazioni. Ma significa anche «indagare» sulle testimonianze scritte, cioè su quelle verbo seniorum e vitae Patrum che la Tradizione ci ha conservato: di ciò Evagrio ci trasmette molti esempi nei suoi scritti.

Nella lettera di Evagrio, citata sopra, la «via» della vita monastica e Cristo, nostra «Via» verso il Padre, vengono accostati in modo molto stretto. Chi scansa una di queste due vie sbaglia anche l’altra. Non fa meraviglia, quindi, se Evagrio nella stessa opera scrive:

 

«Beato il monaco che custodisce i comandi del Signore e santo colui che serba le parole dei suoi Padri» [9].

 

Un tale accostamento di «comandi del Signore» e «parole dei Padri» si trova spesso presso i «santi Padri» [10]: fatto che vede la relazione tra «Scrittura» e «Tradizione» in modo manifestamente diverso da come siamo noi oggi abituati a vederla. Così si esprimevano, per esempio, Barsanufio e Giovanni di Gaza — attenti all’ordine di successione! — a proposito delle Vitae Patrum, degli Evangeli, dell’Apostolo e dei Profeti [11] oppure a proposito dell’apertura alla Parola di Dio, per giungere, poi, a consigliare le Vitae Patrum [12], quantunque essi sapessero distinguere molto bene tra «Scrittura» e «Padri» [13]. Anche a Benedetto, malgrado la sua più alta considerazione per gli «scritti divini», risulta ancora estranea la tensione tra «Scrittura» e «Tradizione»: tensione che sarà determinante più tardi per la teologia occidentale e che durerà fino ad oggi. «Inoltrarsi sulle vie del Signore sotto la guida dell’Evangelo» [14] significa, ovviamente, nient’altro che «custodia degli insegnamenti dei santi Padri che conducono l’uomo fino all’altezza della perfezione» [15]. Un lettore occidentale moderno nota con un certo stupore che dopo questa lode degli «insegnamenti dei santi Padri» vengono poi elencati per primi gli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento, seguiti dai «santi Padri cattolici», per trovare poi, solo alla fine, gli scritti dei Padri del monachesimo [16] !

Un lettore ortodosso moderno troverebbe, invece, questo discorso del tutto «tradizionale» perché per lui gli «insegnamenti dei santi Padri» abbracciano tanto i Libri dell’Antico e del Nuovo Testamento quanto quelle «tradizioni» (paradoseis) che gli Apostoli e i loro successori ci hanno «insegnato» e «trasmesso» e che bisogna «tenere fissi» con la medesima fedeltà [17].

Infatti tanto la «Scrittura» quanto quelle «tradizioni», delle quali stiamo trattando, sono «spirituali»: la prima in quanto è ispirata dallo Spirito Santo» (theopneustos) [18], le altre in quanto non solo sono opera dello Spirito Santo [19], ma costituiscono anche quel «buon deposito» che può venire «custodito unicamente con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi» [20].

Tutto il resto, per quanto possa essere anche veneranda «tradizione dei Padri» [21], è semplice «tradizione di uomini» [22], che come tale non conduce affatto a Dio, anzi, separa da lui [23].

Ma, per quanto riguarda quei «santi Padri», i cui «insegnamenti» devono essere tenuti fissi per non «introdurre qualcosa che è estraneo al nostro cammino», essi sono quei «portatori dello Spirito» (pneumatophoroi) [24] che «posseggono il carisma dello Spirito» in misura particolare e, di conseguenza, sono capaci di «generare molti alla virtù e alla conoscenza di Dio» [25].

E questo fatto, a sua volta, li lega agli Apostoli e a coloro che agiscono per loro mandato. Infatti, il loro compito è proprio quello di «generare» sempre nuovi cristiani attraverso l’annuncio della Parola e l’amministrazione dei Sacramenti: proprio per questo motivo Paolo può, a ragione, qualificarsi come «padre» dei Corinzi [26].

In breve: i «santi Padri» che ci ungono per i combattimenti della vita monastica con l’olio della conoscenza e ci risanano dai morsi degli animali feroci, cioè i demoni, «devono essere onorati come gli angeli» [27], poiché essi, al pari di questi, compiono il medesimo servizio [28]. «Seguire loro», significa, «imitare Cristo» [29] di cui essi si sono messi alla sequela sulla «via apostolica»  [30], proprio come scrive Paolo che è in grado di esortare i Corinzi a diventare suoi «imitatori», poiché lui stesso è diventato «imitatore



[1] RB Prol 1.

[2] Cf. Rom 10, 17.

[3] Prov 19, 20.

[4] Prov 6, 22.

[5] Evagrio, Ad monachos 51.

[6] Cf. Lc 10, 16.

[7] Evagrio, Praktikos 91.

[8] Evagrio, Epist. XVII, 1.

[9] Evagrio, Ad monachos 92.

[10] Cf. RPS (Regola di Paolo e Stefano) 14, 5 (la sana e semplice dottrina degli Apostoli e dei nostri santi Padri); v. più avanti cap. VI, nota 10.

[11] Barsanufio e Giovanni, Epist. 584.

[12] Ibid. 706.

[13] Ibid. 469.

[14] RB Prol 21.

[15] RB 73, 2.

[16] RB 73, 3ss.

[17] Cf. 1 Cor 11, 1; 2 Tess 2, 15.

[18] 2 Tm 3, 16.

[19] Cf. Gv 16, 13.

[20] Cf. 2 Tm 1, 14.

[21] Gal 1, 14.

[22] Col 2, 8.

[23] Mc 7, ls.

[24] Palladio, Historia Lausiaca 11 (Butler 34, 11).

[25] Evagrio, Epist. LII, 7.

[26] 1 Cor 4, 15.

[27] Cf. Evagrio, Kephalaia Gnostica, VI, 90.

[28] Evagrio, Praktikos 100.

[29] Evagrio, De malignis cogitationibus 14.

[30] Evagrio, Epist. XXV, 3.

 


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1 maggio 2026                       a cura di Alberto "da Cormano" Grazie dei suggerimenti alberto@ora-et-labora.net