San
FELICE di
Valois
Di Ignazio del SS.
Sacramento O.SS.T
Estratto da “Bibliotheca
Sanctorum”, vol. 5, Società Grafica Romana 1964
FELICE di
Valois, santo. Della sua vita si hanno soltanto notizie
frammentarie e piuttosto generiche, contenute in brevi relazioni sulle
origini dell’Ordine della S.ma Trinità. Non si conosce infatti alcuna
biografia diretta del santo anteriore al sec. XVII.
I due scrittori del
sec. XIII — Alberico delle Tre Fontane e Tommaso d’Eccleston — che,
accennando alla fondazione dell’Ordine Trinitario, menzionano Giovanni di
Matha, non parlano di Felice. Un documento anonimo (Bibl. Naz. di Parigi,
ms. lat. 9753) databile, quasi certamente, verso la prima metà del sec.
XIII, parla di quattro eremiti trovati da Giovanni di Matha a Cerfroid, che
ne accolsero i progetti e si unirono entusiasticamente a lui; ma non dice
che uno di essi si chiamasse Felice. Quasi dello stesso periodo è un
racconto in versi, copiato dal Muguet nel 1444 (Bibl. Naz. di Parigi, ms.
lat. 9753, f. 12v), in cui si narra che due personaggi, di cui non è detto
il nome, si recarono da Cerfroid a Roma per chiedere al papa l’approvazione
della regola.
Del sec. XV sono
pervenute due narrazioni sull’origine dell’Ordine Trinitario, ambedue di R.
Gaguin (m. 1501), ministro generale e uno dei pochi che, attenendosi ai
documenti, si occupa in quel tempo della storia dell’Ordine stesso. La prima
è contenuta nell’opera
De Francorum gestis Annales (Parigi 1497); l’altra in una
relazione più ampia, pubblicata per la prima volta nel Breviario dell’Ordine
stampato nel 1519 a Valencia. Tra gli autori di cui ci sono pervenuti gli
scritti, Gaguin è il primo che abbia affermato esplicitamente che l’Ordine
della S.ma Trinità «auctoribus Joanne de Matha et Felice anachorita initium
cepit». Si sa però che egli ebbe sott’occhi il dipinto collocato sull’altare
maggiore della chiesa di Cerfroid da Thomas Locquet (ca. 1350), nonché il
suaccennato racconto in versi di epoca anteriore al dipinto. Inoltre
l’appellativo di anacoreta, riferito a Felice, s’inquadra bene con i dati
dell’altro ricordato documento anonimo, che parla di quattro eremiti
incontrati da Giovanni a Cerfroid, uno dei quali, anzi il loro capo, secondo
la tradizione, era Felice.
Dopo il Gaguin
abbondano sempre di più le narrazioni sull’origine dell’Ordine che, però,
per tutto il sec. XVI non fanno che ripetere le sue notizie, salvo qualche
particolare, quale quello della discendenza di Felice dalla stirpe reale dei
Valois, apparso per la prima volta nel Breviario dei Trinitari, stampato a
Parigi, nel 1514.
Soltanto verso
l’anno 1630 ha inizio la serie di biografie particolari, nelle quali la vita
del santo è arricchita di fatti straordinari e di episodi leggendari,
ignorati dagli scrittori precedenti.
Si ha infine la
reazione critica degli scrittori del sec. XX, meritamente severa contro le
tante invenzioni dei secc. XVII-XIX, ma che esce dai giusti confini là dove
ignora i dati dei secc. XIII-XV, e arbitrariamente qualifica come sospetti
tutti gli scrittori posteriori al sec. XIV che parlano di Felice cofondatore
dell’Ordine dei Trinitari, o giunge addirittura a negarne l’esistenza
storica come fanno le
Vies des Saints (citt. in bibl.).
Tale il quadro
generale delle fonti e della letteratura esistente sull’argomento.
Messe da parte sia
le biografie fantasiose dei secc. XVII-XIX, sia le arbitrarie riserve o
negazioni di alcuni moderni, la vita di s. Felice di Valois può
ricostruirsi, nelle sue linee generali, su dati provenienti dai primi secoli
dell’Ordine. Alcuni fatti, dei quali non si ha la data precisa, vengono
datati approssimativamente in base ad altri avvenimenti ad essi collegati di
cui si conosce il tempo. Parimenti qualche notizia, non contenuta
esplicitamente nei documenti esistenti, vien data perché ovvia o necessaria
deduzione di altri fatti sicuri.
Felice dovette
nascere nella prima metà del sec. XII nella Francia settentrionale, nella
contea di Valois, corrispondente agli odierni dipartimenti Aisne-Oise. La
sua discendenza dai conti di Valois imparentati con la famiglia allora
regnante, anche se accolta come possibile da qualche illustre storico
francese, difetta di argomenti veramente probativi, e resta quindi avvolta
nel silenzio della storia.
In quel tempo,
rifioriva in Europa, e particolarmente in Francia, l’ascetismo degli
anacoreti, attirando nella sua orbita persone di ogni ceto sociale e facendo
rivivere, qua e là, in seno alle cristianità dell’Occidente, gli eroismi di
virtù che, nel sec. IV, resero celebri i deserti delia Tebaide. In tale
movimento religioso dovette entrare Felice in età ancor giovane,
probabilmente reduce dalle Crociate se, a titolo ipotetico, si può
identificare col Ruggero crociato, scampato miracolosamente ad Aleppo, che,
secondo Alberico delle Tre Fontane, monaco delle Fiandre, donò a Giovanni di
Matha il suo fondo di Cerfroid
(Chronicon Alberici, in
Rer. Gall. et Franc. script.,
XVIII, Parigi 1879, p. 744), dopo aver, forse, abbracciato il sacerdozio.
Le foreste e le
radure tra Gandelu e Montigny-Lallier, al confine sud-ovest della diocesi di
Meaux, dove sembra che egli avesse qualche possedimento, nella località
detta Cerfroid
(Cervus
frigidus) divennero la sua dimora di elezione; e gli esercizi
della vita eremitica furono la quotidiana palestra del suo spirito per la
conquista della perfezione evangelica. Perseverò in tal genere di vita per
vari decenni. Intorno a lui, con l’andar del tempo, si raggruppò un manipolo
di discepoli che, presi dagli stessi ideali, gli si affidarono
spontaneamente come a maestro e guida, pur continuando a vivere isolati
nelle vicinanze.
La reputazione
delle sue virtù non rimase circoscritta alla cerchia dei discepoli, se
nell’estate del 1194, si presentò a Cerfroid Giovanni di Matha, detto anche
Giovanni di Provenza, quarantenne, professore di teologia nell’università di
Parigi e da alcuni mesi ordinato sacerdote, che stava progettando
l’istituzione di un ordine religioso destinato alla liberazione degli
schiavi cristiani. Messi a parte dei disegni di Giovanni, Felice e i suoi
tre compagni di eremo l’approvarono entusiasticamente, offrendosi per la
loro realizzazione : «Qui, laetantes de tali rumore — così il ricordato
Anonimo — si causam et Ordinem ad effectum perducere posset, se subiectos et
sua Deo et Ordini obtulerunt».
Sì entusiastica
adesione al progetto di un nuovo Ordine religioso a carattere così attivo, i
cui membri avrebbero dovuto organizzare e portar soccorso a prigionieri di
oltremare, è indubbiamente assai strana e in pieno contrasto con le
condizioni fisiche e psicologiche di uno uomo ormai nel declino dell’età e
da lungo tempo assuefatto al silenzio, alla segregazione, alle dure pratiche
e alle tranquille dolcezze della vita eremitica. Se, però, i discorsi e le
idee del visitatore venuto da Parigi evocarono nel solitario il ricordo di
fatti lontani, di calamità vedute, di peripezie e rischi personalmente corsi
e fortunatamente scampati prima di ritirarsi nell’eremo, il fatto ne sarebbe
logica conseguenza. In breve, l’esperienza delle Crociate, vissuta da Felice
nella sua prima giovinezza, sembra la spiegazione più ovvia dell’entusiasmo
con cui offre ciò che ormai gli resta di forze e di averi all’opera per il
riscatto degli schiavi. L’ipotesi riferita poc’anzi, dell’identificazione,
cioè, di Felice col Ruggero della
Cronaca
di Alberico, appare perciò quanto mai interessante. Si verrebbe allora a
capire anche meglio la notizia di Alberico secondo cui Giovanni istituì la
prima casa del suo Ordine a Cerfroid, presso Gandelu, nel possedimento di
Ruggero.
Comunque, l’arrivo
di Giovanni di Matha a Cerfroid segnò l’ultima importante svolta nella vita
di Felice anacoreta. Il suo amore per la vita interiore, per le prolungate
preghiere e per le severe austerità, si arricchì di un nuovo stimolante
sentimento: l’ansia per i fratelli in cattività da soccorrere e riscattare.
Durante il triennio 1194-1197, mentre il gruppo dei primi aderenti da lui
procurati all’Ordine si andava accrescendo di nuove reclute provenienti
dalla cerchia parigina degli ammiratori di Giovanni, insieme a quest’ultimo
Felice attese a comporre e sperimentare la Regola. Bisognava completare e
armonizzare le norme della vita religiosa tradizionale con le esigenze
dell’azione caritativa e apostolica verso la quale il nuovo Ordine si
orientava. Esso, infatti, primo caso nella storia, si scostava dal binario
seguito fino allora dagli Ordini religiosi clericali. Avvalendosi dei
consigli e suggerimenti del vescovo di Parigi e dell’abate di S. Vittore,
Giovanni e Felice misero a profitto la perizia canonico-teologica dell’uno e
l’esperienza ascetica dell’altro, nell’importante lavoro, per il quale
certamente non risparmiarono preghiere e digiuni onde implorare guida
dall’alto. Verso la fine dell’anno 1197, il testo delia Regola era
sostanzialmente redatto e, per la parte riguardante la vita conventuale, già
sperimentato. (Per un’idea delle sue linee generali: v.
Giovanni di Matha, santo).
Dopodiché Giovanni
si recò a Roma per chiedere al papa l’approvazione della Regola. Vi si recò
anche Felice? Nei documenti ufficiali del tempo non ve n’è traccia. Il fatto
però è ammesso dalla tradizione orale e scritta dei primi secoli
dell’Ordine. Infine, con la Bolla del 17 dic. 1198, Innocenzo III ratificò
l’istituzione del nuovo Ordine e ne approvò solennemente la Regola.
Sicuri ormai che
l’Istituto era conforme ai disegni di Dio, i fondatori si divisero, secondo
le forze e le attitudini di ciascuno, i compiti per l’attuazione del
programma sia all’esterno sia all’interno. Nei quindici anni che seguirono,
mentre Giovanni percorreva ripetutamente la Francia, la Spagna e l’Italia
per la diffusione dell’Ordine e l’organizzazione delle opere ausiliarie,
Felice si sarà occupato principalmente della formazione di coloro che
entravano nell’Istituto, rimanendo a Cerfroid, casa madre, dove si formò la
prima generazione dei Trinitari, e dove ogni anno, nella settimana di
Pentecoste, tornavano per il capitolo generale i superiori delle case vicine
e lontane.
Due documenti
recentemente scoperti, relativi alla casa dei Trinitari di Marsiglia, uno
del 1208 (donazione di un ospedale alla Casa) e uno del 1203 (transazione di
s. Giovanni di Matha col vescovo di Marsiglia), menzionano un Felice. Nella
donazione egli è intestatario come ministro del convento marsigliese; nella
transazione è testimone
(Frater Felicius). Mancano però elementi per vedervi il nostro
santo, come hanno supposto alcuni.
La tradizione ne
colloca la morte nel convento di Cerfroid, ad oltre ottant’anni, il 4 nov.
del 1212.
Fino al sec. XVII,
il santo non ebbe culto liturgico, né consta che i Trinitari, prima di tale
epoca, abbiano promosso la sua canonizzazione. In risposta però a certi
critici moderni i quali hanno creduto di trovare in tale lacuna un buon
argomento per le riserve da essi avanzate riguardo a Felice cofondatore,
facciamo osservare che la stessa cosa si è verificata riguardo a s. Giovanni
de Matha. Quindi la ragione occasionale del fatto deve cercarsi altrove. Con
i documenti che si conoscono, è difficile far piena luce sulle cause di tale
omissione. Tuttavia un dato di fatto, abbastanza significativo al riguardo,
è il seguente: i Trinitari, fin dalle loro origini (cf.
Atti del capitolo
generale del 1247; Martirologi e Ordinari dei loro conventi di Parigi,
Chateaubriand, Châlons, Avignone, ecc. dei sec. XIII-XIV; loro Breviari, del
1515, Parigi, e 1519, Valencia) costumarono di celebrare solennemente e con
ottava la festa di s. Agostino «in festo S. Augustini Patris nostri». Tale
uso entrò fra loro forse casualmente, a seguito di un articolo della loro
regola primitiva che diceva: «In regularibus horis morem beati Victoris
observent» — si tratta, nel caso, dell’abbazia parigina di S. Vittore, dei
Canonici Regolari di s. Agostino, dalla quale i Trinitari, agli inizi,
presero, i loro primi libri liturgici manoscritti. Comunque, il fatto di
solennizzare liturgicamente come patriarca s. Agostino, poté essere
occasione, se non causa, di non pensare a promuovere il culto liturgico dei
loro fondatori.
A parte il culto
liturgico, la venerazione per i fondatori e il ricordo della loro santa
vita, appaiono sia nelle brevi narrazioni sull'origine dell’Ordine, sia
nelle immagini e statue poste nelle loro chiese: si sa, ad esempio, di
quella collocata sull’altare maggiore della chiesa di Cerfroid verso l’anno
1350, e di altre, in alcuni tra i più antichi conventi trinitari, che furono
oggetto di esame in occasione dei processi per il culto
ab immemorabili, che ebbero luogo nel periodo 1630-1665. Verso
la fine del sec. XV, forse dal confronto con ciò che vedevano farsi da altri
Ordini per i rispettivi fondatori, i Trinitari si resero conto di essere
rimasti in questo campo al di sotto del proprio dovere. In una lettera del
p. Andrea Sedati, provinciale di Castiglia, diretta in quell’epoca al
ministro generale dell’Ordine, si nota tra le righe questo disagio dei
religiosi. E durante il sec. XVI si rileva nei vari conventi un aumento di
zelo per la memoria dei due santi e per le manifestazioni esterne del culto:
esposizione delle immagini, processioni e feste in loro onore.
Finalmente, in
seguito ai decreti di Urbano VIII che proibirono il culto pubblico e
l’esposizione delle immagini di santi non canonizzati dalla Santa Sede, i
Trinitari promossero la causa per la beatificazione e canonizzazione dei due
fondatori. I processi per il culto
ab immemorabili, iniziati verso il 1630, si chiusero col
decreto della S. Congregazione dei Riti approvato da Alessandro VII il 20
ott. 1666. Clemente IX, il 12 apr. 1669 concesse all’Ordine Trinitario
l’indulto dell’Ufficio e Messa in onore dei due santi; il 6 dic. 1670,
Clemente X approvò l’inserzione del loro elogio distinto nel
Martirologio Romano
(per Felice al 4 nov., per Giovanni al 17 dic.); Innocenzo XI, il 6 magg.
1679, ne trasferiva le feste, rispettivamente, al 20 nov. e all’8 febb. Il
19 magg. 1694, l’Ufficio e la Messa in loro onore furono da Innocenzo XII
estesi a tutta la Chiesa.
Bibl.: [Anonimo],
Racconto in prosa sull’origine dell’Ordine della SS. Trinità, (prima metà sec.
XIII); [Anonimo],
Racconto in versi o ” Sequenza ” sullo stesso argomento (sec.
XIII-XIV); R. Gaguin,
De origine et gestis Francorum, Parigi 1497, fol.
XLV ; M.A.C. Sabellico,
Rapsodiae Historiarum Enneadum, ibid. 1509,
pars posterior, fol.
CCLII;
Breviarium Fratrum Ordinis SS.
Trinitatis, ibid. 1514,
Psalt. fol. LXIII;
Breviarium Ord. SS. Trin., Valencia 1519, fol. 16 non numerato; ristampe: Cambra 1528,
Salamanca 1537, Siviglia 1545; M. Borrell,
Reformatorium Fratrum Ord. SS. Trinitatis, Barcellona 1563, foll. 8-11; G. Martinez,
Institutio... Ordinis SS. Trinitatis, Saragozza 1584, fol. 3; G. Bourgeois,
Regula et Statua Ord. SS. Trinitatis, Douai 1586, pp. 1-4; Bernardino da S. Antonio,
Epitome Ceneralium Redemptionum, Lisbona 1623, p. 14; B. Gononio,
Vitae et sententiae Patrum Occidentis, Lione 1625, p. 371;
Romana -
Canonizationis Servorum Dei Joannis de Matha et Felicis de Volois Fundatorum
Ord. SS.
Trinitatis,
Summarium, Roma 1666; J. M. Prat,
Histoire de S. Jean de Matha et de S. Félix de Valois, Parigi 1846; P. Deslandres,
L’Ordre des Trinitaires, Tolosa 1903, II, capp. I-II, e appendice V, pp. 141-47;
Antonino dell’Assunta,
Les Origines de l’Ordre de la T. S. Trinité d'après les documents, Roma 1925;
Comm.
Martyr. Rom., pp. 496-98 n. 12; 534-35, n. 1;
Vies des Saints,
XI, pp. 669-71; P. Angelo (Romano) di S. Teresa,
S. Giovanni di Matha Fondatore dell’Ordine della SS. Trinità, Vicenza 1961,
pp. 100-106; appendici I e II.
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9 luglio 2022 a cura di Alberto "da Cormano" alberto@ora-et-labora.net