Statuti Cluniacensi

Breve riassunto

Jean Leclercq O.S.B.

Estratto da “Pietro il Venerabile” – Jaca Book 1991

 

Pietro il Venerabile fa precedere gli Statuta da una «prefazione apologetica» in cui spiega perché ha modificato gli antichi costumi. Nell’esporre la sua opinione sull’evoluzione delle leggi monastiche, distingue tra ciò che è immutabile e ciò che deve cambiare. Quello che non può mutare sono le virtù, che tutte sono e devono restare subordinate alla carità; quello che invece può essere modificato sono gli «aiuti delle virtù»—adiumenta virtutum—: i digiuni, le veglie, il lavoro manuale, gli esercizi corporali, tutte pratiche utili, ma che devono adattarsi, secondo le circostanze, alle esigenze della carità. Segue poi una serie di sessantasei decreti, che non è altro se non una redazione delle decisioni prese durante tutto l’abbaziato di Pietro il Venerabile. Un primo gruppo riguarda la liturgia. Per garantire una maggiore uniformità nel canto, Pietro distingue diversi tipi di cesure e di pause nella salmodia. Cerca di risparmiare ai cantori la fatica e quindi di semplificare l’esecuzione dei brani melodici, per evitare la confusione delle voci così come quella degli spiriti: occorre che si recitino i salmi in modo che l’intelligenza possa seguirne il senso; l’ordine e la facilità nella recitazione hanno lo scopo di liberare l’attenzione da tutti i dettagli superflui, perché possa concentrarsi sull’essenziale. Dà poi alcune disposizioni riguardo al calendario. Per convincere e per suscitare l’approvazione delle sue decisioni, ne dimostra la fondatezza: persuade, indica le ragioni e fa così di questa raccolta di leggi un vero trattato di dottrina monastica.

Si giunge poi alle disposizioni riguardanti il regime alimentare. Per «aumentare, anche se di poco, la mortificazione», Pietro ripristina la regola dell’astinenza fissa dalla carne e stabilisce i giorni di digiuno; questi saranno frequenti e se ne sarà dispensati solo in occasione di alcune solennità; se qualche festa meno importante bastasse a togliere l’obbligo del digiuno, si rischierebbe di amare le feste non per i santi che vi si venerano, ma a motivo dei vantaggi materiali—come il riposo o un cibo migliore—che il volgo tanto apprezza e si affretta ad applaudire; i monaci non ignorano a tal punto i veri interessi delle loro anime.

Riguardo alle vesti, Pietro prescrive che siano nere: si eviteranno, anche nelle regioni fredde della Germania e dell’Inghilterra, le pellicce bianche o grige, perché questi colori attirano la curiosità; il nero piace meno alla natura e conviene di più ai monaci. In tutto ciò non vi è nulla che non sia conforme alle autentiche tradizioni del monachesimo antico. I vestiti foderati di pelliccia e chiari hanno del resto lo svantaggio di essere costosi; ma tra gli argomenti della loro esclusione, vi è in primo luogo una ragione mistica e non motivi di carattere pratico. Riguardo al silenzio, Pietro il Venerabile stabilisce che vi sarà solo una pausa al giorno; essa verrà soppressa in Quaresima, nelle vigilie e nei giorni di digiuno. Seguono i decreti che concernono gli effetti letterecci, la clausura, l’organizzazione dell’infermeria e la cura dei malati, le stoviglie, il bucato e la manutenzione della casa.

Su alcuni punti la tradizione si era cristallizzata in abitudine, e usi ormai privi di ogni ragione d’essere generavano un certo formalismo. Quando prescrive, per esempio, che non si puliscano più ogni sabato i calzari, l’abate di Cluny ne spiega il perché: al tempo in cui i monaci lavoravano nell’orto o nei campi, sotto il sole e sotto la pioggia—ricorda Pietro il Venerabile—, quando rientravano, lavavano le loro calzature impolverate o infangate, e questo rispondeva a una vera necessità; ora che i monaci stanno talvolta nel loro chiostro senza uscirvi per uno o due anni, non hanno più alcuna ragione di lavare i loro calzari; gli Statuta prescrivono di farlo «solo con la punta di due dita e versarvi due o tre gocce d’acqua». Pietro il Venerabile non esita a paragonare questa pratica a una forma di superstizione; per amore di verità, fa abrogare questa usanza.

Egli cerca di alleggerire la fatica in tutti i modi, quando gli è possibile farlo: per esempio riduce il peso dei vestiti che fino ad allora i fratelli che viaggiavano a cavallo erano obbligati a indossare, diminuisce il numero dei salmi che si aggiungevano alla recita delle ore. Ama che ci si limiti a ciò che è ragionevole, vuole che si eliminino i pesi inutili. Se riduce a tredici per anno quelli che chiama i giorni di «tonsura», di cui fissa le date, è perché la rasura troppo frequente era «importuna e molesta ai fratelli, soprattutto in inverno». Riformare, per lui, non consiste necessariamente nell’aggravare gli obblighi, ma, secondo i casi, nell’alleggerirli. Gli Statuta dunque non segnano sempre un aumento di severità; essi tendono talvolta a liberare i religiosi da abitudini assurde, ad aiutarli a sopportare fardelli diventati troppo pesanti. L’abate di Cluny restaura l’obbligo del lavoro manuale, al quale ci si dedicherà all’interno del chiostro e lontano dallo sguardo dei secolari, per evitare nello stesso tempo di andare a zonzo e di perdersi in chiacchiere. Fissa l’età della vestizione a non prima dei vent’anni, quella del sacerdozio ad almeno venticinque, secondo i decreti canonici: dopo la fondazione di Cluny, in effetti, la codificazione del diritto canonico si era sviluppata sotto forma di collectanea o di decreta che non avevano valore ufficiale, ma che erano seguiti ovunque; Pietro il Venerabile adatta le costituzioni della sua congregazione a questa nuova legislazione. Non permette che vivano in monastero quegli uomini che non erano né monaci né conversi, ma che, sotto il nome di familiares, non rendevano altro che servizi proporzionati alla dissipazione di cui essi stessi erano la causa. Poi, senza un ordine apparente, seguono alcune prescrizioni riguardanti diversi dettagli. Per evitare spese superflue nelle celebrazioni liturgiche, limita ad alcune grandi feste i giorni in cui si accenderà il grande lampadario posto in mezzo al coro di Cluny. Impedisce l’accesso dei secolari, laici o chierici, a una parte della chiesa, e la ragione che ne dà mostra con estrema chiarezza quale sia lo spirito di preghiera dei monaci: non restava ai fratelli nessun luogo dove potersi dedicare in segreto ad alcuni esercizi, come le lunghe preghiere, le continue genuflessioni, le flagellazioni e altre pratiche con cui si doma il corpo e si prega il Signore, ma che si devono poter compiere come in un deserto, al riparo dagli sguardi umani. Il fervore dunque non mancava; ma la cornice che avrebbe dovuto circondarlo della sua protezione, in difetto di disciplina, si era a poco a poco allentata.

Pietro il Venerabile ordina che si usino riguardi verso i fratelli anziani e deboli, come pure verso i fanciulli della scuola claustrale. Poi legifera sull’ufficio divino, ma lo fa di sana pianta: sostituisce a una prosa incerta o scorretta un testo nuovo. La sua legislazione liturgica si fonde qui con quella che riguarda il buon andamento del monastero. Nella liturgia come in altri campi, mette fine alla sopravvivenza di consuetudini ormai superate che nulla più giustifica. Per questo sopprime l’uso di raccogliere le briciole nel refettorio al termine dei pasti, sebbene un miracolo avesse un tempo legittimato questa abitudine, se dobbiamo credere alla leggenda secondo la quale le briciole che sant’Odone aveva in mano in una simile circostanza si erano tramutate in pietre preziose [1]; ma una tale pratica non rispondeva più ad alcuna necessità. Ora, l’abate di Cluny pensava che un rito privo di significato o di ragioni di ordine pratico è una sorta di ipocrisia che rischia di introdurre il farisaismo. Non ammette una tradizione senza fondamento; anche se una cosa è stata a lungo praticata, deve essere modificata nel momento in cui non è più giustificata. Pietro decide di eliminare alcune preghiere supererogatorie, la cui lunghezza e la cui complessità provocavano a volte il disgusto: non è favorevole a queste serie di antifone, di litanie e di versetti che si aggiungono alla fine dell’ufficio, quasi che si cominciasse a pregare solo quando si erano terminate le ore canoniche. Ripristina il divieto di ogni lusso nel vestiario, tanto per l’abate di Cluny quanto per gli altri superiori e per tutti i monaci dell’Ordine. Si preoccupa che le devozioni private non tengano mai i monaci lontani dal coro durante le funzioni liturgiche; vuole che tutti assistano alla messa solenne, e i suoi ultimi decreti riguardano il modo in cui alcune parti dell’ufficio devono essere recitate o cantate; a questo riguardo, insiste ancora una volta sulla funzione del canto sacro: il canto deve essere in armonia con il genere della festa, deve essere più solenne nei giorni delle grandi feste: questa varietà evita la monotonia, sostiene la devozione di quelli che cantano e di quelli che ascoltano. La piacevolezza dei testi e delle melodie mira a impedire che l’ufficio divino diventi noioso. Tutto ciò è profondamente umano. L’ordine sparso di questi decreti ci rivela il loro carattere: essi non sono stati creati a tavolino da un legislatore, ma sono stati suggeriti dalla vita e vogliono essere adeguati agli uomini ai quali devono giovare.

 


[1] Giovanni di Cluny, Vita Odonis, I, in Bibliotheca Cluniacensis, Màcon 1915, col. 28.

 


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25 febbraio 2025  a cura di Alberto "da Cormano"       Grazie dei suggerimenti          alberto@ora-et-labora.net