LA MISSIONE DI SAN BENEDETTO

John Henry Newman

Dalla rivista Atlantis,gennaio 1858

Estratto da “Benedetto Crisostomo Teodoreto – Profili Storici” (Pagg. 141-157)

Jaca Book 2007

 

I

 

Come l’universo fisico è sostenuto e portato avanti in dipendenza da alcuni centri di forza e leggi operative, così il corso del mondo sociale e politico, e di quella grande organizzazione religiosa chiamata Chiesa cattolica, si trova a dipendere prevalentemente dalla presenza o dall’azione di persone, luoghi, eventi, e istituzioni particolari, che sono la causa visibile del tutto. C’è stata una sola Giudea, una sola Grecia, una sola Roma; un solo Omero, un solo Cicerone; un solo Cesare, un solo Costantino, un solo Carlo Magno. E così, quanto alla rivelazione, c’è stato un solo san Giovanni il Teologo, un solo Dottore delle Genti. Il dogma scorre lungo la linea di Atanasio, Agostino, Tommaso. La conversione dei pagani è attribuita, dopo gli apostoli, a campioni della verità che sono così pochi che quasi possiamo contarli, come Martino, Patrizio, Agostino, Bonifacio. Poi c’è sant’Antonio, il padre del monachesimo; san Girolamo, l’interprete della Scrittura; san Crisostomo, il grande predicatore.

La cultura segue la stessa regola: ha la sua storia nel Cristianesimo, e in quella storia ha i suoi dottori o maestri. Ha avuto tre periodi: l’antico, il medievale e il moderno; e in quei tre periodi ci sono rispettivamente tre ordini religiosi che si succedono sulla pubblica scena l’uno all’altro, e rappresentano l’insegnamento impartito dalla Chiesa cattolica nel periodo della loro egemonia. Il primo periodo è quella lunga serie di secoli durante i quali la società si stava frantumando o già si era frantumata, per poi tentare piano piano la propria ricostruzione; il secondo può essere chiamato il periodo della ricostruzione; e il terzo prende il via con la Riforma, quando cornili ciò quel particolare movimento della mente il cui esito è ancora da venire. Ora, Benedetto ha ricevuto la formazione intellettuale ami ca, san Domenico quella medievale e sant’Ignazio quella moderna E nel dire questo, non manco affatto di rispetto agli agostiniani, ai carmelitani o ai francescani, e alle altre grandi famiglie religiose che potrebbero essere nominate, o ai santi patriarchi che le fondarono; non sto passando in rassegna l’intera storia del Cristianesimo, ma ne sto scegliendo un aspetto particolare.

Forse tutto questo me lo si concederà senza troppe esitazioni. Pas so quindi a mettere a confronto tra di loro questi tre grandi maestri del pensiero cristiano. A san Benedetto allora, che a ragione si può dire che rappresenti le varie famiglie di monaci che precedettero la sua epoca e quelle che da lui sorsero (in quanto formano pressoché un’unica scuola), a questo grande santo lasciatemi assegnare, come suo tratto distintivo, l’elemento della poesia; a san Domenico l’elemento della scienza; e a sant’Ignazio quello pratico.

Queste caratteristiche, che appartengono rispettivamente alle scuole dei tre grandi maestri, scaturiscono dalle circostanze nelle quali intrapresero la loro opera. Benedetto, cui venne affidata la sua missione quando era ancora quasi un ragazzo, vi infuse la semplicità romantica della gioventù. Domenico, un quarantacinquenne laureato in teologia, prete e canonico, portò nella religione la maturità e la completezza che aveva acquisito nelle scuole. Ignazio, uomo di mondo prima della conversione, ai suoi discepoli lasciò in eredità quella conoscenza dell’umanità che non può essere appresa nei chiostri. E così i tre diversi ordini diedero (per così dire) nascita alla poesia, alla scienza e al senso pratico.

E qui si propone un’altra coincidenza. Fio attribuito queste tre qualità ai tre patriarchi che ho elencato separatamente, guardando in buona fede alla loro storia, e senza che io abbia una qualche teoria filosofica. Ma, dopo averli così descritti, mi ha colpito il fatto che, senza intenzione, avevo illustrato una concezione della storia oggi abbastanza popolare, qual è quella che viene attribuita ad autori verso cui non nutro stima maggiore di quella che avrei nei confronti di una qualsiasi persona di cui si possa fare il nome. Secondo questi speculatori la vita, che sia di una razza o di un individuo della gran ile famiglia umana, si divide in tre tappe, ognuna della quali ha il proprio principio regolatore e le proprie caratteristiche. Il giovane fa la sua apparizione nella vita con la «speranza alla prora e l’immaginazione al timone»; non ha altro che queste facoltà a spingerlo o a dirigerlo; non ha vissuto abbastanza per esercitare la ragione o per poter raccogliere una serie di fatti; e, poiché non può fare altrimenti, vive in un mondo che si è creato da solo. Inizia con le illusioni. Poi, quando alla fine cerca intorno a sé degli appoggi più sicuri di quelli che può dargli l’immaginazione, può fare ricorso alla ragione o può fare ricorso ai fatti; ora, i fatti gli sono esterni, ma la sua ragione è proprio la sua: delle due sarà quindi più facile che egli eserciti la ragione, piuttosto che accerti i fatti. Di conseguenza la sua prima rivoluzione mentale, messa da parte la vita di aspirazioni e di affetti che lo ha deluso e i sogni dei quali è stato lo zimbello e la vittima, consiste nell’abbracciare una vita di logica: ecco quindi il suo secondo stadio, quello metafisico. Ora agisce in base a un progetto, pensa secondo un sistema, è cauto quanto ai modi equivoci e si fida solo di ciò che assume una forma scientifica. Il suo terzo stadio lo ha quando ormai ha fatto piena esperienza della vita; quando ha scoperto che le sue teorie sono franate sotto il peso dei fatti, e che l’esperienza ha falsificato i suoi calcoli più promettenti. Alla fine l’anziano riconosce che è degno di fede solo ciò che può gustare, toccare e manipolare, e null’altro. Percorre così i suoi tre stadi: dell’immaginazione, della ragione e dei sensi; per giungere quindi a una fine, e non essere più; conclusione che più debole e malinconica non si può [1].

Un cattolico indubbiamente non nutre alcuna simpatia nei confronti di una prospettiva della vita così crudele, anche se sembra concordare con quanto ho detto finora dei tre grandi patriarchi della dottrina cristiana. E certo in essa c’è qualcosa di vero a renderla plausibile. Tuttavia, in questa sede non intendo fare altro che indicare il punto in cui mi allontano da essa, sia in ciò che finora ho detto, sia in ciò che sul loro conto devo dire. E dunque vero che la storia, vista attraverso questi tre santi, in qualche modo si presenta secondo la linea predicata dalla teoria che ho citato; dalla poesia passa per la scienza e giunge al senso pratico, ossia alla prudenza; al tempo stesso si deve però tenere a mente l’importante proviso che la Chiesa cattolica non ha mai smarrito quanto ha avuto una volta. Non ha mai rimpianto il passato, né lo ha mai odiato. Invece di passare da uno stadio della sua vita a un altro, ha portato con sé fino al suo più recente periodo la propria gioventù e la propria età di mezzo. Non ha mai mutato le proprie proprietà, ma le ha accumulate, e dal suo forziere ha tirato fuori cose nuove e antiche, secondo l’occasione. Non ha perduto Benedetto nel trovare Domenico; e ha ancora con sé sia Benedetto sia Domenico, sebbene sia diventata la madre di Ignazio. Immaginazione, scienza, prudenza, tutte sono buone, e lei le possiede tutte. Aspetti incompatibili in natura, in lei coesistono; la sua prosa è per un verso poetica, per l’altro è filosofica.

Venendo ora alla prova storica del contrasto che ho istituito, ho fondato motivo di pensare che una sua parte sia stata già accolta dal consenso del mondo; sono ottimista, ed è innegabile. Per consenso comune, la palma della prudenza religiosa, nel senso complessivo che questa parola ha in Aristotele, appartiene alla scuola religiosa di cui sant’Ignazio è il fondatore. Quel grande ordine è la classica fonte (nel pensiero religioso e nella condotta di vita, perché di politica ecclesiastica non parlo), la scuola e il modello di discernimento, di senso pratico e di saggio governo. Concezioni più sublimi o più profonde speculazioni possono essere state create o elaborate altrove; ma sia che consideriamo l’illustre Compagnia nella sua costituzione, oppure nelle regole di istruzione e direzione, vediamo che la sua peculiarità consiste nel preferire questa eccellentissima prudenza ad ogni altro dono, e nel curarsi poco della poesia o della scienza, a meno che non accada che le tornino utili. È vero che, nel lungo elenco dei suoi membri, figurano i nomi dei più profondi teologi e degli studiosi più eleganti e raffinati; ma qui stiamo parlando non di individui, bensì della Compagnia. È chiaro che la Compagnia non è gelosa delle proprie tradizioni teologiche, o certamente non vorrebbe vedere Suarez controvertere con Molina, Viva con Vasquez, Passaglia con Petavio, e Faure con Suarez, de Lugo e Valentia. Di questa libertà intellettuale i suoi membri giustamente vanno fieri, dal momento che hanno fissato i propri affetti non sulle opinioni delle scuole, ma sulle anime degli uomini. Ed è la stessa nobile motivazione che li fa rinunciare alla poesia della vita, alla poesia delle cerimonie - della tonaca, del chiostro, e del coro -, e ad accontentarsi dell’architettura più austera, purché opportuna, e delle regioni più povere, purché popolose. Non occorre quindi che mi soffermi oltre su questo meraviglioso ordine religioso, ma potrei limitare le considerazioni seguenti ai due ordini religiosi che storicamente lo precedettero: quello benedettino e quello domenicano [2].

Un’ulteriore nota introduttiva, suggerita da un’analogia puramente fantasiosa: se così come sulla grande strada e sulla pubblica via dell’educazione cristiana ci sono tre grandi patriarchi, così nell’antica alleanza del popolo eletto ci furono tre grandi Patriarchi. Tralasciando Noè e Melchisedek, e Giuseppe e i suoi fratelli, riconosciamo tre venerabili padri, Abramo, Isacco e Giacobbe; e quali sono le loro caratteristiche? Abramo, il padre di molte nazioni; Isacco, l’intellettuale che visse nella semplicità della solitudine e della contemplazione d’amore; e Giacobbe, il perseguitato e l’indifeso, oggetto di meravigliosi interventi divini, cacciato via da un luogo a un altro, umiliato e glorificato, maltrattato da coloro che erano suoi debitori, sospettato per la sua sagacia e tradito dalla sua fede viva, eppure perseverante nelle difficoltà fino al trionfo, per mezzo del suo potente e fedele arcangelo custode.

 

II

San Benedetto quindi, come il grande Patriarca ebreo, fu il «padre di molte nazioni». È stato definito «il Patriarca dell’Occidente», un titolo che gli va attribuito per molti motivi. Non solo fu il primo a fondare un ordine perpetuo di regolari nella Cristianità occidentale; non solo, in quanto primo, ha avuto una serie di secoli più lunga per la moltiplicazione dei suoi figli; ma la sua Regola, come quella di san Basilio in Oriente, è la regola normale della prima età della Chiesa, e nel corso del tempo fu generalmente accolta anche in comunità che in nessun modo dovevano a lui le proprie origini. Inoltre dal suo ordine sorsero, nel corso del tempo, diverse nuove famiglie monastiche che si sono affermate come istituzioni indipendenti, e che a loro volta possono vantarsi per il numero delle loro case e per la santità e l’importanza storica dei loro membri. Benedetto è il rappresentante del monachesimo latino per sei lunghi secoli, quando il monachesimo era unito; e anche quando alla fine sorsero differenze e ad esse vennero assegnati distinti titoli, il cambiamento scaturì da lui; non l’atto di estranei che gli erano rivali, bensì dei suoi stessi figli, i quali non fecero che far sorgere un nuovo inizio, con piena devozione e lealtà nei suoi confronti. Benedetto morì nella prima metà del sesto secolo; all’inizio del decimo, da alcuni dei suoi monasteri francesi, sorse la famosa Congregazione di Cluny, illuminata da san Majolo, sant’Odilone, Pietro il Venerabile, e altri considerevoli personaggi, tra cui Ildebrando, in seguito Papa Gregorio vii. Poi vennero, in lenta successione, gli ordini o le congregazioni di Camaldoli sotto san Romualdo, di Vallombrosa, di Citeaux, alle quali san Bernardo ha dato il proprio nome, di Monte Vergine, di Fontvrault; gli ordini o congregazioni di Inghilterra, di Spagna e delle Fiandre; i Silvestri- ni, i Celestini, gli Olivetani, gli Umiliati, oltre a una moltitudine di istituti femminili, come le Gilbertine e le Oblate di santa Francesca, e infine, per non citarne altre, nell’età moderna, la congregazione di san Mauro, così ben conosciuta per le sue opere bibliche, patristiche e storiche, e per i suoi dotti membri, Montfaucon, Mabillon, e i loro compagni. I panegiristi di questo illustre ordine normalmente gli rivendicano, in tutti i suoi rami, non meno di 37.000 case, e, inoltre, 30 papi, 200 cardinali, 4 imperatori, 46 re, 51 regine, 1.406 principi, 1.600 arcivescovi, 600 vescovi, 2.400 nobili e 15.000 abati e uomini dotti [3].

E gli ordini religiosi che sorsero da san Benedetto non sono affatto tutto quello che ha compiuto, come già è stato osservato. La sua Regola si fece gradualmente strada nei diversi monasteri di precedente o indipendente fondazione. In un primo momento si unì, per poi porre fine, alla regola irlandese di san Colombano in Francia, e a quelle istituzioni ancora più antiche che erano state importate dall’Oriente da sant’Atanasio, sant’Eusebio e san Martino. All’inizio del nono secolo venne formalmente adottata in tutto il dominio di Carlo Magno. Pura, o con qualche commistione, venne portata in Inghilterra da sant’Agostino; e quella commistione, se mai esistette, venne gradualmente abolita da san Wilfrid, san Dunstan e Lanfranco, finché alla fine fu accolta, nel nome e nell’obbedienza di san Benedetto, in tutti i monasteri delle cattedrali[4] (per non citarne altri), ad eccezione di Carlisle. E un simile cambiamento non dovette costare uno sforzo eccessivo a questi ordini regolari, anche se storicamente assai lontani da san Benedetto; poiché il santo aveva raccolto in massima parte ciò che trovava, e la sua Regola non era che il genio del monachesimo di quei primi tempi della Chiesa, con un adeguamento alle loro necessità più preciso di quello che poteva trovarsi altrove.

Prima del suo tempo l’ideale monastico era stato così conforme, e così leggero il peso che veniva dato dalle singole comunità alle loro rispettive peculiarità, che i religiosi passavano a piacere da un ordine a un altro [5]. Nella sua Regola san Benedetto contempla il caso di estranei che giungano in una delle sue case desiderando rimanervi. Se una persona del genere veniva da un qualsiasi monastero con il quale i monaci avevano dei rapporti, senza una lettera del suo abate non doveva essere accolto. Ma nel caso in cui «un monaco forestiero», che desiderava rimanere con loro come ospite, si trovava bene con loro e si conformava loro, nel caso in cui non dava fastidio ma «alla fine desiderava rimanere con loro per sempre - dice san Benedetto - [...] che non lo si rifiuti [...], soprattutto perché nel tempo in cui è stato ospite si è potuto ben conoscere la sua condotta. [...] Anzi, lo si persuada a restare, perché gli altri siano edificati dal suo esempio, e perché in ogni luogo si serve un unico Signore e si milita sotto un unico re» [6].

 

III

L’unità dell’ideale che, come implicano queste parole, si trova in tutti i monaci in ogni parte della Cristianità, può essere descritto come unità di oggetto, di stato, di occupazione. Il monachesimo fu dappertutto uno solo e identico a se stesso, perché fu una reazione alla vita secolare che in ogni luogo ha la medesima struttura e le medesime caratteristiche. E dal momento in cui la vita secolare conteneva al suo interno molti oggetti, stati e occupazioni, c’era una ragione speciale, quasi una questione di principio, perché la reazione contraria dovesse portare l’insegna dell’unità, e dovesse persino nell’aspetto esteriore essere dappertutto l’unica e identica realtà.

Inoltre, dal momento che al sorgere del monachesimo quella stessa vita secolare era caratterizzata più del normale da instabilità, agitazione e confusione, sembrò giustificare proprio per questo un’insurrezione e una rivolta contro se stessa, e un ricorso a uno stato che fosse, al contrario, costante e inalterabile.

Quello in cui era stata gettata la Cristianità era infatti un mondo vecchio, decadente e moribondo. Il tessuto sociale era corrotto da dissolutezze millenarie, ed era tenuto insieme non tanto da qualche principio comune, quanto dalla forza del possesso e dalla tenacia delle abitudini. Era troppo ampio perché vi fosse spirito pubblico, troppo artificiale perché vi fosse patriottismo, e le sue numerose religioni non facevano che alimentare nella mentalità comune divisione e scetticismo. La mancanza di reciproca fiducia portava ad avvilimento, a inattività, a egoismo. La società veniva lentamente consumata da una febbre che la rendeva tanto inquieta quanto debole. Era potente, certo, quanto a capacità di seduzione e depravazione; né c’era alcun locus standi dal quale combatterne i mali; e l’unico modo per andare d’accordo con lei era quello di abbandonare principi e doveri, di prendere le cose così come venivano, e di comportarsi come si comportava il mondo. La cosa peggiore di tutte era che questo stato di cose, soffocante e confuso era, nel tempo di cui stiamo parlando, la sede e lo strumento di un paganesimo, e poi di eresie, che erano non semplicemente contrari, ma fortemente ostili alla professione cristiana. Gli uomini seri avevano non solo una chiamata, bensì ogni sollecitazione, che poteva loro giungere dall’amore per la vita e per la libertà, a sottrarsi alla sua presenza e al suo potere.

La sola idea che avevano, il loro unico proposito era di liberarsene; troppo a lungo li aveva tenuti in schiavitù. Non era questione di questa o quella vocazione, o di quale fosse l’azione migliore, o di quale stato di vita fosse più nobile; era questione di vita o di morte. In tempi più recenti potevano presentarsi alla devozione una pluralità di santi propositi tra cui poter scegliere, come la cura del povero, dell’ammalato, del giovane, la liberazione dei prigionieri o la conversione dei barbari; ma il monachesimo più antico fu fuga dal mondo, e null’altro. Il cuore agitato, affaticato, stanco e la coscienza ferita e oppressa cercavano una vita libera dalla corruzione nel lavoro quotidiano, libera dalla distrazione nella preghiera quotidiana; cercava occupazioni opposte il più possibile a quelle del mondo, occupazioni fine a se stesse, in cui ogni giorno, ogni ora fossero in sé compiuti; nessun’impresa elaborata, nessun obiettivo difficile, nessun rischio inquietante, nessun’incertezza da far battere il cuore o da far fremere le tempie, nessuna dolorosa somma di sforzi, nessun complesso piano di operazioni, nessuna molteplicità di dettagli, nessun calcolo impegnativo, nessuna prolungata macchinazione, nessun’ansia, nessuna vicissitudine, nessun momento critico o catastrofe; né ancora alcuna sottile investigazione, nessuna perplessità nelle prove, nessun conflitto tra intelletti rivali che agitassero l’anima, la molestassero, la deprimessero, la logorassero, la sfinissero o la intossicassero.

Fin qui, per descrivere quello che cercavano i primi monaci ho utilizzato termini negativi; in verità nei confronti della vita secolare e di ciò che essa comporta il monachesimo fu, bisogna sottolinearlo con forza, una negazione, o per usare un’altra parola una mortificazione, mortificazione dei sensi e mortificazione della ragione. Qui è necessaria una parola di chiarimento. I monaci erano cattolici troppo buoni per negare che la ragione fosse un dono divino, e avevano troppo buon senso per pensare di farne a meno. Ciò che negavano a se stessi erano i molti e diversi esercizi della ragione; e con questa ragione: tali esercizi erano delle agitazioni. Quando si coltiva la ragione, essa comincia subito a combinare insieme prepotenza, a porre al centro, a guardare avanti, a guardare indietro, a considerare le cose nell’insieme, ai fini della speculazione oppure dell’azione; effettua sintesi e analisi, scopre, inventa. A questi esercizi dell’intelletto si oppone la semplicità, che è lo stato della mente che non combina insieme, non si occupa di premesse e di conclusioni, non riconosce i mezzi e il loro fine, ma lascia che ogni lavoro, ogni luogo, ogni avvenimento stia per conto suo; che agisce nei confronti di ciascuno di loro così come esso gli si mostra, senza pensare a null’altro. Questa semplicità è il temperamento dei bambini, ed è il temperamento dei monaci. Questa fu la loro mortificazione dell’intelletto; ogni uomo che vive, deve vivere facendo uso della ragione, così come ognuno deve vivere facendo uso dei sensi; ma come è possibile accontentarsi delle esigenze minime della vita animale, così è possibile limitarsi al semplice e ordinario uso della ragione, senza curarsi di migliorarlo o usarlo al meglio. Questi monaci vedevano tanto nei sensi quanto nella ragione dei doni del cielo, ma non se ne servivano più di quanto potesse essere loro necessario, riservando alla devozione tutto il loro tempo e tutta la loro persona; perché, se la ragione è migliore dei sensi, essi pensavano che la devozione era migliore di tutt’e due; e come persino un pagano potrebbe negarsi gli innocenti piaceri dei sensi per dedicare il proprio tempo all’esercizio della ragione, così i monaci rinunciarono sia alla ragione sia ai sensi per consacrarsi alla meditazione divina.

Ora, quindi, siamo in grado di capire come avvenne che i monaci avevano un’unità, e in che cosa consisteva tale unità. Era un’unità, ho detto, di oggetto, di stato e di occupazione. Il loro proposito consisteva nella quiete e nella pace; il loro stato era il ritiro dal mondo; la loro occupazione era un lavoro che fosse semplice, opposto a quello intellettuale, e cioè preghiera, digiuno, meditazione, studio, trascrizione, lavoro manuale, e altre calme e tranquille attività. Tale fu in tutto il mondo la loro istituzione; avevano evitato il mercato affollato, l’arte del guadagno, il banco del cambiavalute e il carico del mercante. Avevano voltato le spalle al litigioso tribunale, all’assemblea politica, al magazzino delle professioni. Gli ultimi loro contatti li avevano avuti con l’architetto e con il sarto, con il macellaio e con il cuoco; tutto ciò che volevano, tutto ciò che desideravano era la dolce e rassicurante presenza della terra, del cielo e del mare, la grotta ospitale, l’acqua limpida del torrente, i semplici doni che la madre terra, justissima tellus, produce con la minima opera di persuasione. «L’istituzione monastica - dice il biografo di san Mauro - esige summa quies, la quiete più perfetta» [7] e dove si sarebbe potuta trovare la quiete se non nel ritornare alla condizione umana originaria, per quanto lo permetteranno le mutate circostanze della nostra razza; nel non avere alcuna necessità la cui soddisfazione non fosse a portata di mano; nel nil admirari, nel non nutrire né speranza né paura di qualsiasi cosa di quaggiù; nella preghiera quotidiana, nel pane quotidiano e nel lavoro quotidiano, essendo ogni giorno identico all’altro, se non per il fatto che era, rispetto al giorno precedente, un passo più vicino a quel grande giorno che avrebbe inghiottito ogni giorno, il giorno del riposo senza fine?

 

IV

Tuttavia, sono entrato in collisione con uno studioso del calibro di M. Guizot, e sono costretto a interrompere lo svolgimento del mio tema per rendere solide le ragioni contro le sue obiezioni. M. Guizot, dunque, distingue il monachesimo del luogo dove è nato, l’Egitto e la Siria, da quell’istituzione occidentale rappresentata secondo me da san Benedetto. Egli ammette che gli orientali mortificavano l’intelletto, ma pensa che il monachesimo latino sia stato la sede di una attività mentale considerevole. «Il desiderio di ritirarsi dal mondo - dice - e di dedicarsi alla contemplazione, e di rompere esplicitamente la società civilizzata, fu la fonte e la caratteristica fondamentale dei monaci orientali; al contrario, in Occidente e specialmente nella Gallia meridionale, dove vennero fondati all’inizio del quinto secolo i principali monasteri, fu con lo scopo di vivere in comune, con uno sguardo tanto alla conversazione quanto all’edificazione religiosa, che i primi monaci si riunirono. I monasteri di Lerins, di san Vittore e molti altri furono in particolare grandi scuole di teologia, il fulcro di un movimento intellettuale. Lì non si curavano affatto della solitudine o della mortificazione, ma della discussione e dell’attività» [8]. A un autore così colto, così saggio, così onestamente desideroso di mostrare il Cristianesimo nel modo migliore possibile è certamente dovuta grande deferenza; eppure non riesco a comprendere che cosa lo abbia spinto a istituire una tale distinzione tra l’Oriente e l’Occidente, e ad assegnare ai monaci occidentali un’attività intellettuale, e a quelli orientali un amore per la solitudine,

È vero che in Occidente a volte si trovano casi di monasteri elusi distinsero per un’intensa attività intellettuale, ma esempi più numerosi e più incisivi di un simile fenomeno sono da rinvenire in Oriente. Se quindi tali esempi particolari devono essere considerali modelli credibili dello stato del monachesimo occidentale, sono, al tempo stesso, esempi altrettanto credibili dello stato del monachesimo orientale; e i monaci orientali si dimostreranno essere più intellettuali di quelli occidentali in virtù di quel maggior interesse verso la dottrina e la controversia che tra di essi hanno evidenziato singoli individui o determinate comunità. Uno sguardo molto superficiali alla storia della Chiesa sarà sufficiente per mostrarci che la realtà è così come l’ho descritta io. La sensibilità teologica dei monaci di Marsiglia, Lerins o Adrumeto sembra essere una prova dell’intellettualismo tipicamente occidentale: perché quindi la maggiore sensibilità dei monaci sciti di Costantinopoli e dei loro oppositori, gli Acemeti, non è una prova a favore di quello orientale? Questi due gruppi di religiosi fecero in effetti l’intero tragitto da Costantinopoli a Roma per denunciarsi l’un l’altro, assediando per così dire la santa Sede, e il primo dei due tentò addirittura di sollevare la popolazioni- di Roma contro il Papa, in difesa della propria opinione teologica. Questo non dimostra forse un’attività intellettuale? Oso dire che, per ogni monaco intellettuale in Occidente, in Oriente se ne potrebbero trovare una dozzina. Proprio l’accusa di possedere una mentalità eccessivamente sottile, lanciata genericamente contro i Greci da storici secolari, si applica in particolare, semmai, a certe classi o a certe comunità di monaci orientali. Questi erano a volte ortodossi, altrettanto spesso eretici, ma inesauribili nelle loro risorse argomentative, in un senso o nell’altro. Se Pelagio è un monaco occidentale, Nestorio ed Eutiche, entrambi eresiarchi, sono entrambi monaci orientali; ed Eutiche, al tempo della sua eresia, era per giunta un monaco anziano, che per trent’anni era stato abate di un convento; e la sua età, se non la sua santità, avrebbe potuto salvarlo da questo uso distorto della ragione. I suoi sostenitori erano in maggioranza monaci egiziani; i quali, presentandosi in forze allo pseudo-concilio di Efeso, per sostenere una tesi teologica presero a calci fino a farlo morire il Patriarca di Costantinopoli, e misero in fuga il legato pontificio, il tutto in conseguenza delle loro suscettibilità intellettuali. Un secolo prima, Ario, appena dopo l’inizio trascinò dentro la sua eresia non meno di settecento monache [9]; che cos’hanno da mostrare i conventi occidentali, quanto ad attività controversistica, che possa competere con un fatto come questo? Non insisto sulla zelante e assai influente ortodossia dei monaci di Egitto, Siria e Asia Minore nel quarto secolo, perché probabilmente non si trattò che di una rispettosa adesione alla fede della Chiesa, senza alcun serio esercizio mentale; ma torniamo ai grandi scrittori della Cristianità orientale, e consideriamo quanti di essi a prima vista figurano come monaci; Crisostomo, Basilio, Gregorio di Nazianzo, Epifanio, Efrem, Amfilochio, Isidoro di Pelusio, Teodoro, Teodoreto, forse Atanasio. Tra gli scrittori latini non mi vengono in mente grandi nomi, se non quelli di Girolamo e Papa Gregorio; potrei aggiungere Paolino, Sulpicio, Vincenzo e Cassiano, ma tra questi l’unico scrittore erudito è Girolamo. Ho una certa difficoltà quindi persino a comprendere, per non dire a condividere, l’affermazione di M. Guizot, uno scrittore che normalmente non dice cose senza senso e non parla senza un motivo.

Ma dopo tutto, per quanto l’equilibrio dell’intellettualismo possa trovarsi in certi monasteri o in certe singole persone in Oriente e in Occidente, tali esempi particolari di attività mentale non servono assolutamente allo scopo, se presi a misura dello stato del grande insieme dei monaci; certo non in Occidente, del quale in questo testo mi occupo esclusivamente. Nell'effettuare una valutazione sui benedettini non dobbiamo preoccuparci dello stato del monachesimo in Egitto, in Siria, in Asia Minore e a Costantinopoli, dopo il quarto secolo, quando la vera tradizione monastica stava passando dall’Oriente all’Occidente. Nel quarto secolo i monaci orientali seguono semplicemente la dottrina della Chiesa definita e promulgata, e nel seguirla commettono l’errore di non esercitare la ragione; il loro caratteristico intellettualismo, sconosciuto al genio della loro istituzione, comincia con il quinto secolo. Prendendo quindi la grande tradizione di sant’Antonio, san Pacomio e san Basilio in Oriente, e seguendone le tracce che la condussero in Occidente per mezzo di sant’Atanasio, san Martino e i loro contemporanei, non troveremo fatti storici, bensì ciò che ammette una ragionevole spiegazione, compatibile con la visione che abbiamo delineato della semplicità monastica, tenendo sempre presente ciò che rimane valido in ogni questione di fatto, che non c’è mai stata una regola senza eccezioni.

 

V

Ogni regola ha le sue eccezioni; ma oltre a questo, quando le eccezioni si verificano, di solito si tratta di eccezioni notevoli. Non è un paradosso; ne troviamo esempi dappertutto. Per esempio, possiamo immaginare che un determinato clima sia decisamente fatale per i bambini, eppure quelli che sopravvivono crescono fino a diventare uomini forti; e per una ragione semplice, perché solo quanti erano di costituzione robusta poterono superare la prova. Così i Romani, così gelosi della propria libertà, quando decidevano la nomina di un governatore supremo per un’occasione particolare, non facevano le cose a metà, ma lo nominavano dittatore. Analogamente, un avvenimento trascurabile, o un impulso interiore qualunque non riuscirà a spezzare il vincolo che lega il monaco alla sua cella, al suo oratorio, al suo orto. Le eccezioni infatti possono essere poche, proprio perché sono eccezioni, ma saranno straordinarie proprio per poter divenire eccezioni. Deve essere una seria emergenza, una particolare- inspirazione, un ordine supremo a far entrare il monaco nella vita politica; e certamente egli vi farà una grande figura, altrimenti per quale motivo dovrebbe essere stato strappato dal chiostro? Questo varrà per la carriera di san Gregorio vii o di san Dunstan, di san Bernardo o dell’abate Sugero, per quello che ebbero di politico: il lavoro che dovettero affrontare era tale che nessuno avrebbe potuto farlo se non un monaco, con la sua sovrumana risolutezza e con la sua risoluta tenacia. Ancora, nel caso di san Bonifacio, l’apostolo della Germania, e in quello di altri missionari del suo tempo, a condurli all’estero sembra sia stata un’ispirazione particolare; d’altro canto è facile constatare quanto presto la maggior parte di loro si insediò nel loro nuovo paese nell’ibrida condizione di agricoltore e di pastore, e riprese la vita tranquilla alla quale originariamente si era dedicato. Quanto ai primi Padri greci, alcuni di quelli che abbiamo nominato sopra sono eccezioni solo prima facie, come Crisostomo, il quale, sebbene sia vissuto con i monaci per almeno sei anni nella più rigorosa austerità, non si può dire che abbia assunto su di sé le responsabilità della loro condizione, o che semplicemente abbia abbandonato il mondo. Altri di loro, come Basilio, prima di diventare monaci erano studiosi, filosofi, uomini di mondo, e non potevano togliersi di dosso, insieme all’abito secolare, la propria coltivazione della mente e la propria cultura; e questi erano proprio gli uomini che un’autorità superiore, in un’epoca in cui simili talenti scarseggiavano, toglieva al loro isolamento, e che quindi non possono ragionevolmente essere indicati come modelli ordinari della vita monastica.

Exceptio probat regulam: vediamo che cosa dicono due Dottori della Chiesa, uno greco, uno latino, entrambi al governo, entrambi monaci, a proposito dello stato di vita che un tempo ebbero, e che successivamente persero.

 

Tu mi dici - scrive san Basilio a un amico, dal suo luogo di ritiro - che non era sufficiente per me descrivere il luogo del mio isolamento, senza che parlassi anche delle mie abitudini e del mio modo di vivere. Ma in realtà che cosa io faccia in questa terra remota, di notte e di giorno, mi vergogno a scriverlo. Sono simile a chi si arrabbia con la grandezza della sua nave per i suoi eccessivi ondeggiamenti, e la lascia per una piccola barca, e ancora è afflitto perché soffre il mal di mare. Quello che tuttavia secondo me è da fare è quanto segue, nella speranza di seguire le orme di colui che ha detto: ‘Se uno vuole venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua’ (Mt 16,24.). Bisogna cercare di avere una mente tranquilla. Un occhio, pur vagando su e giù senza osservarlo stabilmente, può riconoscere un oggetto che gli è di fronte; così la mente, distratta dalle infinite preoccupazioni del mondo, può essere in grado di apprendere con chiarezza la verità. Desideri furiosi e impulsi sfrenati turbano chi ancora non è legato in matrimonio; colui che già è sposato è coinvolto nel proprio tumulto di preoccupazioni. Non ha figli? Dal desiderio di averne. Ha figli? È preoccupato per la loro educazione. Poi ecco l’attenzione per la moglie, la cura della casa, il governo della servitù, gli affari che vanno male, le contese con i vicini, le lotte nei tribunali, i rischi del commercio, la fatica del contadino. Appena arriva, ogni giorno oscura fiamma nella propria maniera, e ogni notte solleva le preoccupazioni del giorno e inganna l’animo con visioni analoghe. Ora, da questi affanni c’è una sola via di uscita: l’isolamento dal mondo intero, così da poter vivere senza città, casa, proprietà, amici, possedimenti, mezzi di sussistenza, affari, relazioni, cultura secolare, così che il cuore possa prepararsi come cera a ricevere le impronte dall’insegnamento divino. La solitudine è assai utile a questo scopo, perché addormenta le nostre passioni e permette alla ragione di sradicarle. Si trovi dunque un luogo quale il nostro, libero dal contatto con uomini, in modo che il tenore dei nostri esercizi non sia interrotto dall’esterno. I pii esercizi nutrono Fani ma con pensieri divini. Inni rasserenanti dispongono l’animo a uno stato gioioso e calmo. La quiete è dunque, come ho detto, il primo passo verso la nostra santificazione; la lingua purificata dal pettegolezzo mondano, gli occhi non sollecitati da bei colori e forme avvenenti, l’orecchio al sicuro dalla rilassatezza di canzoni voluttuose e dal grave danno di discorsi leggeri. Così lo spirito, al riparo dalla dissipazione del mondo esterno e dalle preoccupazioni sensibili, si ritira in se stesso e da lì ascende alla contemplazione di Dio [10].

 

Appare abbastanza chiaro che almeno san Basilio vedeva lo stato monastico esattamente come lo vedo io.

Questo quanto all’Oriente del quarto secolo; passiamo ora all’Occidente del settimo secolo. «Un giorno - dice san Gregorio, dopo essere stato costretto contro il proprio desiderio ad abbandonare il chiostro per il governo della Chiesa universale - un giorno, quando ero oppresso dal grave problema degli affari secolari, cercai un luogo isolato, che disponesse al dolore, dove ogni cosa che nelle mie occupazioni mi disgustava potesse mostrarsi in se stessa, e dove tutto ciò che di solito mi procurava dolore potesse essere abbracciato con un solo sguardo». Mentre si trovava in questo luogo di ritiro, lo sorprese il suo «figlio carissimo, Pietro», del quale era intimo sin dalla giovinezza di quest’ultimo, ed egli gli manifestò il proprio dolore.

 

La mia mente afflitta - disse -, che si affatica e rammarica sotto il peso dei troppi impegni, ricorda come una volta mi andavano le cose in questo monastero, come ogni cosa mortale le era sottomessa, come essa si sollevava al di sopra di ciò che era transitorio, e sebbene ancora nella carne, se ne usciva in contemplazione al di là di quella prigione, tanto da amare persino la morte - che comunemente è ritenuta una punizione come se fosse la porta della vita e la ricompensa delle fatiche. Ma ora, a causa della cura pastorale, si sottopone al frenetico lavoro degli uomini del mondo e, al posto di quella pura bellezza della sua quiete, subisce il disonore della polvere della terra. E dissipandosi spesso in questioni esteriori, per servire la moltitudine, persino quando cerca ciò che è interiore ritorna sì a casa, ma non è più quella di prima (Dial., 1,1.).

 

Qui a Roma c’è dunque la medesima valutazione dello stato monastico che san Basilio aveva nel Ponto, cioè l’isolamento e il riposo. Da allora in poi ci sono stati grandi ordini religiosi, la cui atmosfera è stata il conflitto, e che hanno avuto successo o nel colpire oppure nel venire colpiti. È stata la loro alta vocazione; è stato il loro servizio peculiare e meritorio; ma, quanto a quello benedettino, l’aria che esso respira è la pace.

 

(Ndr: Il testo prosegue con altri sette capitoli che non ho riportato)

 


[1] Con ogni probabilità Newman si riferisce qui ad Auguste Comte (1798-1857) e al suo Cours de la philosophie positive, pubblicato in sei volumi tra il 1830 e il 1842, tradotto e adattato in inglese da Harrie Martineau in due volumi apparsi nel 1853.

[2] A causa della temporanea sospensione dell’Atlantis, l’articolo sull’ordine domenicano non venne scritto.

[3] Pierre Hélyot, Histoire des ordres monastique; Magnoald Ziegelbaum, Historia rei literariae ordinis S. Benedicti, Johann Lorenz von Mosheim, Institutes of Ecclesiastical History, Ancient and Modern, vol. II, p. 26; Mariano Brockie, Praefatio ad Regulam; Leicester Buckingham, Bible in the Middle Ages, Thomas Canley Newby, London 1853, p. 81; etc.

[4] Butler, Lives of the Saints, Jun. 22.

[5] Louis Thomassin, Vetus et nova Ecclesiae Disciplina, t. I, p. 705; Augustin Calmet, Commentaire littéral historique et moral sur la règle de S. Benoit, Paris 1734, t. II, p. 25; Jean Mabillon, Acta sanctorum, saec. IV, p. 1, praef., p. xxx; Annales Ordinis S. Benedicti, t. 1, praef., § 19.

[6]  San Benedetto, Regola, Cap. 61.

[7] Jean Mabillon, Acta sanctorum ordinis S. Benedicti, t. IV, p. 1, p. XXXVII.

[8] Francois Guizot, The History of Civilization, Bohn, vol. II, p. 65; così Ampère.

[9]  Epiph-Haer., 69.

[10] Cfr. Basilio di Cesarea, Ep. 2.

 


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20 gennaio 2026                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net