LA REGOLA DI PAOLO E STEFANO

Considerazioni generali

Estratto e tradotto da: "Regula Pauli et Stephani: edició crítica i comentari",

a cura di J. Evangelista M. Vilanova, O.S.B., Publicaciones del Monasterio de Montserrat, 1959.

Ultimo capitolo intitolato "Conclusioni" pagg. 203-207.

 


 

Non ci resta che raggruppare brevemente i risultati del nostro studio e coordinare i dati sparsi nelle tre parti che lo strutturano.

1. Studio del testo della RPS

2. Edizione critica del testo della RPS

3. Commento dottrinale e monastico della RPS

 

Le conclusioni influenzano la storia e la dottrina della RPS.

Per quanto riguarda la prima parte, occorre molta cautela. Tuttavia, l'unanimità della tradizione giustifica la considerazione che Paolo e Stefano, probabilmente abati di uno stesso monastero, siano gli autori della nostra regola. Nessun argomento decisivo è stato fornito contro questa attribuzione. Il nome, tuttavia, è l'unica cosa che conosciamo di queste persone; nessuno scrittore contemporaneo, o almeno dell'età antica, ci ha trasmesso il minimo dettaglio su di loro.

Sfortunatamente, mancano anche prove apodittiche per stabilire l'ambiente in cui hanno scritto la loro regola. Tuttavia, la convergenza di prove raccolte nel presente studio, desunto dalla tradizione manoscritta, le fonti, la lingua, la dottrina e le istituzioni, autorizzano a concludere che l'Italia è la patria della nostra regola e che è la fine del VI secolo che l'ha visto nascere. Sarà indubbiamente utile elencare queste indicazioni. La tradizione manoscritta, almeno fino a quando è stato possibile controllare, non ne designa il luogo di provenienza; indica, tuttavia, l'esclusione della penisola iberica e delle isole britanniche. Quanto alla data viene indicato il secolo VII come il termine post quem non è stata composta la RPS. Per quanto riguarda le fonti, si deve rilevare l'incostanza nell'uso delle versioni della Bibbia (propria degli autori del secolo VI); in aggiunta, utilizza il Salterio romano, con varianti tipiche attestate da codici utilizzati nei dintorni di Roma; cita un responsorio dell'antifonario romano e contiene alcune reminiscenze dei sacramentari Gregoriano e Gelasiano [1] (per la data attribuibile alla RPS, queste citazioni e reminiscenze sono concepibili solo a Roma e dintorni).

Sebbene si impongano una riserva ed una discrezione estreme quando si tratta di rendere argomentazioni sulla lingua e sullo stile, sembra lecito affermare che la RPS utilizza la lingua del VI secolo (in ogni caso esclude quella dei paesi germanici in un'epoca così arretrata); in aggiunta, l'uso frequente del cursus ritmico [2] probabilmente indica l'Italia come punto di partenza. Si devono anche notare le indicazioni liturgiche e dottrinali: il divieto di cantaro antifone e responsori degli Atti dei martiri colloca indubbiamente la nostra regola in un ambiente d'influenza strettamente romana; lo stesso vale per quanto riguarda la posizione ortodossa che emerge riguardo alla questione semipelagiana, portando a collocarla in una regione non interessata al problema ed in un momento in cui era già stata risolta.

Anche il confronto tra la RPS e la tradizione monastica conferma queste conclusioni. In effetti, i principali documenti che hanno influenzato la nostra regola (RPach (Regola di Pacomio), RBas (Regola di Basilio), RA (Regola di Agostino), Cassiano) erano ben noti in Italia; le regole dei vescovi gallici ed ispanici, d'altra parte, hanno lasciato nella RPS un'impronta: si allontanano da essa nella divisione dell'anno e dell'orario monastico. D'altra parte, i contatti istituzionali con la RM (Regola del Maestro) e, in misura minore, con la RB (Regola di Benedetto) indicano una comunità di tradizioni locali o, perlomeno, un ambiente affine. Dobbiamo ancora pensare ad un altro dettaglio che dimostra che i monaci destinatari della regola vivevano in un paese del meridione: il lavoro veniva interrotto dalla siesta che si svolgeva nello stesso campo. Tutti questi indizi, quindi, ci guidano in Italia dove, nel VI secolo, il monachesimo era splendido.

Il monastero per il quale fu stata scritta la RPS stava già seguendo le "Regole dei Padri" [3], molto probabilmente stimate più per il loro valore dottrinale che per quello legislativo. L'occasione che dovette muovere Paolo e Stefano a scrivere la loro opera doveva essere un sopravvenuto rilassamento dello spirito e della disciplina contenute nelle citate Regole dei Padri. Questo fatto spiega il fatto che la RPS non è un codice completo, accurato e meticoloso che ordina nelle sue linee principali la vita del monaco come fa, per esempio, la RB. È soprattutto un'esortazione generale alle pratiche della vita perfetta ed alle virtù monastiche. Come supplemento alle Regole dei Padri, la RPS indica solo i punti dell'osservanza che sembrano essere in pericolo, soprattutto a causa del desiderio di innovazione e di individualismo dei monaci.

Il monastero di Paolo e Stefano, forse messo sotto la protezione degli apostoli Pietro e Paolo, doveva essere circondato da campi coltivati dagli stessi monaci. Della struttura esterna del monastero, non stabilita in nessuna regola, la RPS non dettaglia nulla. Menziona solo l'oratorium (oratorio), il cellarium (dispensa), le officinae artificum (laboratorio degli artigiani), il pistrinum (mulino o forno); nessuna allusione alla cella novitiorum, infirmorum, hospitum (locali dedicati ai novizi, ai malati ed agli ospiti), ricordate da San Benedetto. Si dà per scontata l'esistenza di un refettorio comune; tuttavia, non vi è alcuna indicazione riguardante un dormitorio comune.

L'autorità del monastero era posta nelle mani dell'abate, del quale, tuttavia, non si delinea la figura; solo marginalmente si riferisce dei suoi poteri in materia di ordine esterno e disciplinare. Non si può dire, quindi, che il concetto di abate nella RPS differisca da quello della restante tradizione. L'abate a volte prende il titolo di Pater (Padre); tuttavia, l'identificazione con senior (anziano) e prior (superiore) non è sempre chiara. Se è necessario distinguerlo dall'abate, anche il senior entra a far parte della gerarchia monastica. Degli ufficiali del monastero si ricorda il cellararius, il servitore della mensa - sotto la sua direzione - ed il custos ferramentorum (custode degli attrezzi); si riferisce anche degli artifices (artigiani) e dei dictatores (insegnanti), impegnati nel lavoro manuale ed in quello intellettuale rispettivamente.

Il lavoro manuale includeva la coltivazione del campo, dove i monaci facevano il sonnellino e recitavano l'ufficio divino (questo dettaglio significa che il monastero era un po' lontano). In aggiunta a questa occupazione non mancavano nel monastero le officine dove i monaci esercitavano le terrenae artes (mestieri secolari). Tutto questo lavoro era distribuito dopo l'ora prima; non sappiamo, tuttavia, quale fosse la durata del giorno monastico. Accanto a questo terrenus labor (lavoro materiale), la RPS distingue lo spiritale opus (attività spirituale) che doveva comprendere l'ufficio divino e lo studio del salterio delle lettere. Sebbene sia difficile specificare la portata del lavoro intellettuale, è degna di note l'importanza che esso assume nel monastero della RPS, nel quale ogni giorno si svolgevano le lezioni appropriate. La cultura del monaco doveva estendersi anche al canto, in modo che l'opus Dei potesse essere eseguita magnificamente ed all'unanimità. In questo modo, la vita spirituale dei monaci poteva essere nutrita con dignità dall'ufficio divino e dalla lettura dei Padri. Ma l'incoronamento e la perfezione di questa vita spirituale erano offerti dall'Eucaristia, forse quotidiana.

La dottrina della RPS è abbastanza tradizionale, sebbene sia rivestita da uno stile personale perfettamente integrato in essa. Ma per la sua stessa natura di esortazione al rispetto delle Regole dei Padri osservate nel monastero, la RPS non offre tutti gli elementi di una testimonianza completa e coerente della vita monastica. Ciò spiega anche il fatto che si astenga dal parlare dei vari gradi di perfezione e dallo specificare la formalità dello stato religioso. Non si dimentichi che la RPS viene presentata non come il risultato di una riflessione astratta, ma come un risultato di una convivenza concreta con uomini che seguono già le Regole dei Padri. Questo è il motivo per cui l'idea della comunità monastica è già fondata.

Inoltre, l'insegnamento di Basilio e di Agostino hanno così permeato lo sfondo ascetico della RPS, che tale sfondo è stato focalizzato sui concetti di temperanza e vita comune, che sono le caratteristiche della RBas e della RA rispettivamente. Anche se le circostanze specifiche del monastero per il quale è stata scritta la RPS possano richiederlo, la nostra regola è stata in grado di stabilire le sue disposizioni in questi principi fissi della dottrina ascetica monastica che si adattano alle esigenze degli uomini di sempre.

La vita comune è evocata in diversi passaggi dove si parla dei difetti dell'individualismo, che tanto la danneggia, e per ciò che riguarda l'organizzazione del lavoro. Non occorre scendere nei dettagli, ma si tenga presente solo che nella RPS la dottrina e le prescrizioni sono sempre presentate in un contesto sociale e comunitario. L'obbedienza, la preghiera ed il lavoro, i principali doveri dell'ascetismo monastico, rispondono nella nostra regola a questo orientamento.

In aggiunta, facendo dell'obbedienza la virtù della vita monastica, la RPS, fedele alla tradizione cenobitica, conferisce all'ascetismo un valore eminentemente interiore: la rinuncia alla propria volontà poi assume un'importanza maggiore della mortificazione corporale. Ecco perché la nostra regola non impone mortificazioni ai monaci. Non parla nemmeno del digiuno, che ha sempre occupato un posto importante nell'ascetismo monastico. Non si menzionano punizioni, né si parla di scomunica. Ci sono molte cose che sono proibite e molte altre che richiedono un permesso dell'abate, ma la punizione vera e propria non viene ricordata se non quella appropriata ai negligenti nello studio.

L'esigenza monastica è generalmente presentata come un'espressione della temperanza, secondo il pensiero di San Basilio. Si estende all'abbigliamento, al l'uso di cibo e di altre cose, al parlare ed al ridere, agli affetti umani. La temperanza sembra essere per la RPS la virtù fondamentale che favorisce lo sviluppo delle altre in ogni grado della vita spirituale. D'altra parte, già in tutta la regola, viene introdotta l'idea di "misura", specialmente nei metodi ascetici. Per un certo numero di monaci è prescritta una regola fissa, un regime praticabile per tutti, lasciando spazio ad iniziative di fervore individuale.

Queste sono le arterie della dottrina monastica della nostra regola. Vi si riconosce senza dubbio la mano di un maestro, di un uomo di dottrina e di esperienza; insegna ed esige ciò che ha già vissuto. Senza voler esagerare il significato della RPS, è certo che la sua conoscenza aiuta a chiarire l'atmosfera dell'antica tradizione monastica occidentale.

Ci auguriamo che la presente monografia sia qualcosa di più che un punto di partenza negli studi riguardo la RPS; tuttavia, alcuni degli aspetti esaminati devono essere soggetti a nuove indagini individuali al fine di arrivare a conclusioni sufficientemente sicure che superino le congetture più o meno probabili presentate in queste pagine.

 


Note del traduttore:

[1] Il sacramentario è un libro liturgico che viene utilizzato dal celebrante, vescovo o presbitero, e che contiene le formule di preghiera per l'eucaristia ed i sacramenti. I sacramentari Gregoriano e Gelasiano sono attribuiti a papa Gregorio Magno (papa dal 590 al 604) ed a papa Gelasio I (papa dal 492 al 496), anche se non vi è certezza che siano loro i veri autori.

[2] Cursus, sostantivo maschile, lat. (pl. cursus). – Nella prosa latina medievale, l’andamento ritmico del periodo; in particolare, la clausola o cadenza che chiude armoniosamente il periodo o la frase, risultando dall’unione di due parole, ognuna con proprio accento. (da Enciclopedia Treccani)

[3] Con "Regole dei Padri" si intende una collezione di regole antiche utilizzate dai fondatori di monasteri come base per le pratiche della vita religiosa. Tra di esse quelle attribuite ad Agostino, Basilio, Pacomio, Cassiano, Macario, ecc. .


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11 maggio 2017        a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net