“VECCHIO” E “NUOVO”
MONACHESIMO
A CAVALLO TRA IL PRIMO
ED IL
SECONDO MILLENNIO
Stefania Zucchini
Estratto da "Riforma o restaurazione?", Atti del XXVI Convegno del Centro Studi Avellaniti
Fonte Avellana 29-30 agosto 2004 - Il Segno dei Gabrielli editori 2006
Il tema che affronterò in queste pagine, il rapporto tra “vecchio” e “nuovo”
monachesimo nei secoli centrali del Medioevo
occidentale, è stato più
volte preso in esame dalla storiografia monastica.[1]
Basti ricordare gli autorevoli interventi di Piero Zerbi, Glauco Maria
Cantarella, Grado Merlo e Giovanni Vitolo,[2]
che hanno concentrato la propria attenzione sui secoli XII e XIII e in
particolare sul confronto tra Cluniacensi e Cisterciensi.
È mia intenzione invece applicare l’indagine al
periodo immediatamente precedente - fine X e XI secolo -, per comprendere se
le radici del rinnovamento successivo possano già
essere individuate in quest’epoca. Soffermandomi sulle posizioni di
personalità carismatiche quali Romualdo di
Ravenna, Pier Damiani e Giovanni
Gualberto, fondatori di alcuni tra i più significativi movimenti monastici
dell’XI secolo, cercherò inoltre di individuare quale fosse il loro
atteggiamento nei confronti della tradizione, comparandolo con quello dei
riformatori del secolo successivo.
È necessario precisare in via preliminare che,
come già rilevava Piero Zerbi nella sua prolusione alla Settimana
internazionale di studio della Mendola del 1977 dedicata alle istituzioni
monastiche e canonicali in Occidente fra il 1123 e il 1215,[3]
gli aggettivi “vecchio” e “nuovo”, applicati a classificare le esperienze
monastiche dei secoli XI e XII, non vanno intesi in riferimento ad
atteggiamenti chiusi e conservatori nel primo caso ed innovativi nel
secondo. Tali schematizzazioni possono infatti risultare eccessivamente
semplificatrici se non addirittura fuorvianti, in quanto sovente i nuovi
movimenti monastici affondavano le proprie radici nelle tradizioni del
monachesimo precedente, come d’altra parte
quest’ultimo si dimostro spesso maggiormente aperto alle proposte
provenienti dal “nuovo” monachesimo di
quanto si potrebbe immaginare. È
sufficiente menzionare gli
Statuta
cluniacensi pubblicati nel 1146 ma proposti da Pietro il Venerabile ed
approvati già nel 1132,[4]
che dimostrano la disponibilità
dell’Ordine ad una riflessione sul proprio modo di vivere la Regola di san
Benedetto, una consapevolezza dei propri limiti, evidenziati dalle “nuove”
correnti monastiche, e la volontà di superarli.[5]
Un tentativo di rinnovamento che non si propone di sconvolgere gli aspetti
essenziali della vita cluniacense e che perde il proprio vigore con la morte
di Pietro il Venerabile, ma che non di meno dimostra la volontà
dell’Ordo
di Cluny di non chiudersi in un immobilismo assoluto.[6]
In questa sede quindi con l’espressione “vecchio
monachesimo’’ si intenderanno quei centri
monastici autocefali o facenti parte di organismi unitari, fra i quali il
più importante è senza dubbio Cluny, che per lo più adottarono la Regola di
san Benedetto mediandola ed attualizzandola attraverso
Consuetudines,
pratiche usuali che con il passare del tempo assunsero forza
di legge: prescrizioni sulla disciplina, il cerimoniale, la liturgia, il
rapporto con l’esterno, che completavano quanto stabilito dalla Regola,
alquanto concisa, di san Benedetto.[7]
Il “nuovo
monachesimo’’ comprende invece quelle esperienze
monastiche che sorsero a partire dalla prima metà
del secolo XI e che per taluni aspetti si discostarono dalle forme del
monachesimo tradizionale.
In generale si
può affermare che questa fu l’epoca in cui si
cercò di ripercorrere da capo la duplice
via della perfezione cristiana, quella che si richiamava direttamente al
Vangelo, proponendo l’imitatio
Cristi e il pauperismo come ideali
di vita, e quella che poggiava le sue basi teologiche sul passo degli Atti
degli Apostoli che descrive la vita della prima comunità
cristiana di Gerusalemme, dotata di un unico cuore e di un’unica anima, alla
base della Regola benedettina e di tutto il monachesimo
occidentale dei secoli IX e X.[8]
Ad ispirarsi all’ideale evangelico sono - per citare solo le correnti più
note - l’Ordine di Grandmont, fondato nell’ultimo quarto del secolo XI da
Stefano di Thiers, per il quale il Vangelo è
la prima fondamentale Regola da cui derivano tutte le altre,[9]
e, nel secolo successivo, la corrente monastica di Pulsano, dedita anch’essa
al più rigoroso pauperismo.
[10]
Al modello di una vita comune basata sull’esempio dei primi cristiani si
rifanno invece il movimento canonicale, che vede la massima espansione nei
secoli XI e XII, legato inizialmente alla Regola di sant’Agostino ma ben
presto influenzato anche da quella benedettina (a questa ad esempio
chiaramente si ispirano nel modo di suddividere le occupazioni durante la
giornata due sillogi normative redatte intorno alla metti del XII secolo, l’
Ottob. lat. 175 e il ms. 2535 della Biblioteca Universitaria di Bologna),
[11]
ed in seguito l’Ordine cistercense, intento ad un recupero della Regola di
san Benedetto nella sua purezza e rettitudine, senza la mediazione delle
Consuetudines
che ad essa si sono sovrapposte nel corso del tempo.[12]
Sempre inquadrabili nella tradizione benedettina sono anche gran parte delle
esperienze monastico-eremitiche del secolo XI: in ambito italico si possono
ricordare Camaldoli, Fonte Avellana e Vallombrosa. In tutti e tre i casi
infatti la Regola di san Benedetto costituisce un punto di riferimento
essenziale anche se non esclusivo. Partendo da Camaldoli, mi limito a citare
la
Vita Bogumili,
legata ad ambiente camaldolese, il cui autore asserisce che «san Romualdo fu
il primo che, a norma della Regola di san Benedetto, trasformò
gli eremiti da locuste senza leggi e senza re in api mellifiche della santa
Chiesa».
[13]
Per quanto riguarda Fonte Avellana invece precisi riferimenti normativi in
questo senso sono espressi dallo stesso Pier Damiani nelle lettere 18 e 50
(Opuscoli XIV e XV nell’edizione Migne).[14]
Il Damiani, pur essendo un deciso sostenitore del pluralismo monastico,
ribadisce la validità della Regola di san Benedetto, solo però
come punto di partenza per il pieno coronamento dell’ideale di Benedetto
stesso rappresentato dall’eremitismo. Nella visione damianea, che prevede
una graduale ascesa verso la perfezione, la Regola ha infatti una funzione
preparatoria nei confronti di una vita monastica più
alta.
[15] Come già
constatò da Jean Leclercq, questa
interpretazione della Regola benedettina non è
interamente nuova: già in epoca carolingia Ildemaro aveva compiuto
riflessioni sulla possibilità o meno che
la vita monastica si concludesse nel deserto arrivando alla conclusione che
questo dovesse rappresentarne il coronamento ultimo.[16]
Infine, per quanto concerne il movimento vallombrosano, in una delle prime
Vitae
del fondatore Giovanni Gualberto, opera di Andrea da Strumi,[17]
è sottolineato pili volte l’impegno del Gualberto
per il ripristino di una più rigida
osservanza della Regola benedettina. In quest’ottica è
letto dall’agiografo anche l’atteggiamento pauperistico del fondatore di
Vallombrosa, considerato in stretta relazione con la perfetta adesione di
Giovanni Gualberto alla Regola di san Benedetto. Povertà
dunque, ma anche austerità e lavoro
manuale.[18]
Nella narrazione dello Strumense è lo
stesso fondatore che in punto di morte si richiama ai cardini della Regola
benedettina insistendo sull’importanza che nella comunità si mantengano la
carità! e l’unità.[19]
Sulle origini di Vallombrosa non va pero trascurata un’altra importante
testimonianza, una anonima
Vita
di Giovanni Gualberto, in cui l’autore, pur dando ampio rilievo all’influsso
del modello di san Benedetto sull’operato di Giovanni Gualberto, ricollega
la primitiva esperienza vallombrosana alla tradizione monastica orientale:
Giovanni Gualberto - scrive l’agiografo -, rifiutando la
cenobialem
monasteriorum consuetudinem, decide di vivere allo stesso modo
dei santi padri e cioè; degli Apostoli, di san Basilio e soprattutto di san
Benedetto.[20]
Estranea all’ambito del
monachesimo benedettino è
invece l’esperienza eremitica certosina, anch’essa sorta nel secolo XI, la
quale si fonda esclusivamente sull’esempio del fondatore Bruno di Colonia.[21]
Riguardo ai movimenti appena citati e ad altre numerose esperienze
eremitiche irregolari
dell’epoca, Henrietta Leyser parla di nuovo eremitismo, rimarcando la loro
peculiarità rispetto all’eremitismo
dell’antichità e dell’alto Medioevo.[22]
Ed in effetti in quest’epoca il termine
eremus
ha un’applicazione molto più vasta
rispetto al passato: è utilizzato per
eremitaggi isolati che non fanno capo a nessun monastero ma anche per quelli
invece dipendenti da enti monastici (di cui sono esempio gli eremitaggi
legati a Cluny), per i gruppi di celle eremitiche che organizzano Romualdo a
Camaldoli e Pier Damiani a Fonte Avellana ed infine per monasteri cenobitici
localizzati lontano dalle città.[23]
Allo stesso modo, sono eremiti coloro che vivono negli eremi ma anche i
predicatori itineranti che vanno di citta in città.[24]
Gli elementi che accomunano tutte queste diverse forme di vita
monastico-eremitica sembrano essere costituiti da
ciò che le differenzia dal monachesimo
urbano: la povertà pressoché assoluta, l’austerità
dei costumi, la separazione dal mondo.
Il quadro di sfondo su cui si muovono le varie esperienze riformatrici e
rappresentato da un mutamento della mentalità
religiosa che caratterizza i secoli XI-XII, a sua volta legato alle profonde
trasformazioni politiche, economiche e sociali che si verificano a partire
dalla fine del secolo X. Una nuova spiritualità
quindi, fenomeno più volte evidenziato
dalla storiografia monastica, a partire da Jean Leclercq che ha dedicato
all’argomento numerosi interventi,[25]
sottolineando proprio il ruolo delle correnti eremitiche nella crisi del
monachesimo tradizionale. Nel suo ultimo
lavoro l’insigne studioso precisa il suo concetto di crisi, limitando
l’influenza dell’eremitismo ad una prima fase della medesima, per la quale
parla di «crise de prosperité». Nella
visione di Leclercq, questa ebbe luogo nel periodo compreso fra la seconda
metà del secolo XI ed il 1130, epoca in
cui le tradizionali esperienze monastiche non riuscirono a soddisfare le
nuove esigenze spirituali della società e
le aspirazioni ascetiche di molte anime generose. A tale prima fase di crisi
del cenobitismo ne seguì una seconda, collocabile fra il 1125 ed il 1175,
definita da Leclercq «crise d’identité»:
trovatosi di fronte alle proposte dei nuovi ordini monastici, primo fra
tutti quello cistercense, il monachesimo
tradizionale fu costretto a riflettere sul senso profondo dell’osservanza
della Regola ed a migliorarsi.[26]
In
realtà, come abbiamo visto, con le esperienze
camaldolese ed avellanita si può
retrodatare alla prima metà del secolo XI
il contributo dei movimenti eremitici ad una diversificazione delle forme di
vita religiosa. E se veramente ci fu una crisi di prosperità
dovuta all’eccessiva opulenza e connivenza con il mondo da parte dei cenobi
appartenenti al monachesimo urbano, i
prodromi risalgono indubbiamente alla fine del X, inizi XI secolo. Sia la
Vita Romualdi
di Pier Damiani[27]
che la
Vita Iohannis
Gualberti di Andrea da Strumi ci mostrano infatti una
situazione che, per quanto riguarda i monasteri benedettini non riformati,
è a dir poco desolante. Romualdo è
costretto ad allontanarsi dal monastero di Sant’Apollinare in Classe in cui
si è ritirato in penitenza, scoraggiato
dall’inosservanza della Regola benedettina e dall’assenza di zelo
riformatore da parte dei confratelli.[28]
Giovanni Gualberto, dal canto suo, sente di dover abbandonare il monastero
di San Miniato dove ha vissuto «in omni hobedientia et sancta conversatone»
sino alla morte dell’abate che lo ha accolto, in seguito all’elezione
simoniaca del suo successore, Uberto.[29]
Inoltre la
Vita Romualdi
ci presenta una serie di tentativi di riforma operati da Romualdo e falliti
per la cattiva volontà dei monaci non
disposti a condurre una vita più austera.[30]
Da quanto sin ora detto, quindi, si direbbe che esistesse giti nell’XI
secolo una contrapposizione evidente tra “vecchio” e “nuovo”
monachesimo: il primo opulento, tiepido
nell’osservanza della Regola benedettina ed immischiato negli affari
secolari, il secondo ascetico e puro. In realtà il confine non è tanto netto
né tale era sentito dai protagonisti della riforma monastica dell’XI secolo.
Nessuno dei movimenti sorti in questa epoca, infatti, rivendica la propria
originalità rispetto alla tradizione. Al
contrario, nel secolo successivo, il “nuovo” monachesimo
cistercense afferma con forza la volontà
di distaccarsi dal passato.[31]
E proprio questa differenza di posizione nei confronti della precedente
tradizione monastica costituisce a mio parere uno dei principali elementi di
distinzione tra il “nuovo” monachesimo del
secolo XI, che non professa la propria contrapposizione ideale alle
esperienze benedettine anteriori, e quello del secolo successivo, in
particolare cistercense, che possiede invece la consapevolezza quanto mai
intensa di rappresentare una forza nuova.
Faccio solo qualche esempio: confrontando l’ideale di vita monastica di
Vallombrosa e di Citeaux
si vedrà che molti sono i punti in comune, a partire dalla volontà
di tornare ad una osservanza della Regola più
rigorosa, ma anche, scendendo più nello
specifico, la necessità di vivere in povertà,
il ripristino del lavoro manuale, la cautela nel concedere l’abito
monastico, l’elogio della vita claustrale a cui si deve derogare solo lo
stretto necessario.[32]
Mentre però Andrea da Strumi, il già
ricordato biografo di Giovanni Gualberto, tende a ricondurre il movimento
vallombrosano all’interno della tradizione benedettina,[33]
Bernardo di Clairvaux, tra i massimi esponenti dell’universo cistercense,
insiste sulla rottura del proprio Ordine rispetto al recente passato.[34]
Lo stesso dicasi per le correnti eremitiche. Romualdo e Pier Damiani si
pongono ancora idealmente nel solco della riforma cluniacense, verso la
quale non dimostrano alcuna perplessità.[35]
Dalla
Carta Caritatis
dell’Ordo
cistercense emanata da Stefano Harding, al contrario, emerge una netta
contrapposizione proprio nei confronti del
monachesimo cluniacense, a cui i seguaci di
Roberto di Molesmes rimproverano di osservare la Regola benedettina in modo
troppo tiepido.[36]
Nelle prime battute della polemica tra Cisterciensi e Cluniacensi Bernardo
di Clairvaux esprime senza reticenza quale sia la sua opinione su Cluny.
Cibi raffinati, ricchi abiti, ostentazione nella decorazione delle Chiese,
eccessiva commistione con il mondo: ecco alcune delle debolezze a cui si
concedono i monaci cluniacensi e che invece sono intollerabili per Bernardo.
Allo stesso modo è degno di biasimo
l’eccessivo spazio attribuito all’aspetto liturgico ed alla preghiera a
scapito del lavoro manuale.[37]
In sostanza Bernardo di Clairvaux sente una cesura netta tra la propria
esperienza religiosa, vissuta nel rigore e nell’austerità, e quella di
Cluny, ritenuta parte a tutti gli effetti di quel
monachesimo che ha tradito la Regola di Benedetto
sovrastandola con tutta una serie di Consuetudini che hanno finito per
oscurarne i principi basilari.
All’epoca di Romualdo e Pier Damiani, invece, Cluny
è ancora considerata un esempio da seguire, una
roccaforte della riforma della Chiesa, una istituzione da difendere. L’uno e
l’atro sono infatti legati anche se in maniera diversa al movimento
cluniacense: il primo perché guida
spirituale di due grandi riformatori che si inseriscono nell’ambito dello
stesso movimento cluniacense: Giovanni di Fecamp e Ugo di Farfa, il secondo
per la venerazione dimostrata nei confronti di Cluny e del suo abate Ugo.
Ma procediamo con ordine, iniziando dai rapporti tra Romualdo e Cluny. Tra i
riformatori con cui fu in contatto Romualdo figurano Guglielmo di Volpiano,
fondatore di Fruttuaria, il cui programma monastico era ispirato a Cluny,[38]
ed il nipote di lui Giovanni di Fecamp.[39]
Quest’ultimo, originario della zona di Ravenna come Romualdo, dopo alcuni
anni passati in solitudine e chiamato a raggiungere Guglielmo di Volpiano a
Digione e accetta di restaurare l’osservanza benedettina nell’abbazia della
Trinità di Fecamp, in quella di Saint-Bénigne di Digione e nelle case da
loro dipendenti. Giovanni ricorderà sempre con nostalgia i suoi anni di
isolamento, anche se non si sottrarrà mai alla sua nuova condizione,
sostenendo che la
più alta prova di amore e l’obbedienza.[40]
Una esplicita testimonianza della stima goduta da Romualdo presso coloro che
seguivano le consuetudini cluniacensi
è costituita dal prologo del
Liber Tramitis
Aevi Odilonis Abbatis, in cui Romualdo è
considerato il modello di Ugo di Farfa, definito suo
sequipeda,
il quale Ugo riformo il monastero farfense secondo gli usi di Cluny.[41]
Queste fonti costituiscono prove convincenti di quella assenza di
conflittualità tra eremo e cenobio sostenuta giti
a suo tempo da Tabacco nel suo breve ma illuminante intervento al secondo
Convegno dell’Accademia Tudertina sulla Spirituale Cluniacense.[42]
Ad ulteriore conferma di tale conclusione si possono ricordare le numerose
occasioni in cui Pier Damiani loda apertamente gli ideali monastici
cluniacensi. L’Avellanita, di ritorno dal viaggio compiuto nel 1063 per
difendere l’esenzione di Cluny contestata dall’ordinario diocesano di Macon,
più volte elogia il modo di vivere di
quei monaci. Nelle lettere scritte all’allora
abate di Clùny Ugo ed ai suoi confratelli
esprime tutta la sua
riconoscenza per l’ospitalità
ricevuta, ma anche grande ammirazione.[43]
«Convento angelico»[44]
e definita Cluny e «arcangelo dei
monaci»[45]
il suo abate.
lì immaginabile che in poco pili di ùn cinqùantennio l’Ordine clùniacense
abbia sùbito ùna metamorfosi tale da divenire tanto deplorevole qùanto lo
ritiene Bernardo di Clairvaùx? Oppùre, a fronte di indùbbi ma non radicali
mùtamenti, non e forse il diverso pùnto di vista di Bernardo rispetto ai
riformatori del secolo precedente a far emergere aspetti della vita
religiosa clùniacense presenti nell’XI come all’inizio del XII secolo?
Esaminando le lettere inviate da Pier Damiani ai monaci di Clùny si vedra
come l’Avellanita apprezzi proprio qùegli ùsi clù- niacensi sù cùi Bernardo
di Clairvaùx esprime tùtta la sùa riprovazione: i lùnghi offici litùrgici,
grazie ai qùali secondo il Damiani anche i deboli si possono occùpare di Dio
in maniera assidùa, senza la necessità del lavoro manùale per allontanare il
peccato, e la costanza nella preghiera. Clùny e il deserto separato dal
mondo in cùi ci si nùtre della manna spiritùale. La presenza in seno alla
Chiesa di ùomini votati alle preghiere e necessaria in qùanto fa in modo che
lo sgùardo non sia mai distolto dalla contemplazione.
[46]
Ma anche la stessa esenzione del monastero dalla
giurisdizione vescovile, per la cui
difesa Pier Damiani compie il lungo
viaggio sino alla diocesi di Macon, sarà uno
dei punti contestati dai primi
Cisterciensi, che vogliono essere inseriti nella Chiesa locale e
rifiutano il privilegio di dipendere direttamente
dalla Sede Apostolica.[47]
Quali motivi possono aver condotto a sentimenti tanto diversi nei confronti
di quelli che sono i principi ispiratori dell’Orbo cluniacense?
Le considerazioni di Cinzio Violante sulla crisi del Cluniacesimo,
individuata dallo studioso a partire dagli ultimi due decenni del secolo XI,
possono aiutarci ad individuarne alcuni. Violante constata che proprio sotto
il pontificato del cluniacense Urbano II entra in crisi «l’influsso
cluniacense sull’azione pontificia in campo politico-ecclesiastico».[48]
Mentre infatti Gregorio VII guarda a San Vittore di Marsiglia e a San Pietro
di Cluny «come a modelli e a centri propulsori della sua politica monastica
in Germania»,[49]
Urbano II risolve l’annoso problema del
monachesimo imperiale rinunciando all’apporto
cluniacense. Il medesimo pontefice, più
ancora del suo predecessore, sostiene i diritti ed i poteri del vescovo per
un ricompattamento dell’unità territoriale della diocesi, a tutto discapito
dei monasteri esenti nel cui novero è
compresa Cluny. Ma non solo. Nello stesso periodo il Papato dimostra di
appoggiare i canonici Regolari che contestano l’invadenza cenobitica nel
campo della
cura animarum
ed il fenomeno del sacerdozio dei monaci particolarmente diffuso fra i
membri dell’Ordo
di Cluny. Violante ravvisa infine, sempre a partire da questo momento, un
legame in precedenza assente tra il potere politico ed i nuovi nuclei
cluniacensi che, pur sottoposti giuridicamente all’abate di Cluny,
stabiliscono vincoli concreti con le autorità politiche da cui accettano
protezione ed aiuti finanziari. In sostanza, conclude Violante, in
quest’epoca l’esperienza di Cluny non rappresenta più
né l’unica né
la più significativa espressione del
movimento riformatore monastico.[50]
È difficile capire se questo “abbandono’’ da
parte del Papato costituisca la causa o sia invece una spia della
convinzione che il modello cluniacense
fosse inadeguato alle nuove esigenze spirituali, che non costituisse più
l’esempio più
alto del monachesimo cenobitico. Di certo
tale sentimento, che pervade anche la
Carta Caritatis
cistercense, riceve una sistematizzazione teorica nei primi scritti di
Bernardo di Clairvaux.[51]
È lo stesso modello cluniacense infatti ad
essere messo in discussione da Bernardo, e non una degenerazione dei costumi
rispetto alle origini del movimento. Bernardo contesta il fondamento primo
del Cluniacesimo: la preminenza attribuita alla vita contemplativa su quella
attiva. Contesta un modo di vivere la Regola che è tale sin dai primordi di
Cluny.
In questo senso si
può parlare per il XII secolo di «crisi del
cenobitismo», tema ampiamente dibattuto dalla storiografia monastica sin
dagli inizi del Novecento. Quello che entra in crisi, almeno agli occhi dei
nuovi movimenti monastici, è un tipo di
cenobitismo fondato sulla mediazione e attualizzazione della Regola
benedettina attraverso
Consuetudines,
il quale invece nel secolo XI - quando vissuto santamente come a Cluny - era
considerato ancora pienamente valido.
Di conseguenza, prendendo in considerazione le fonti letterarie ed in
particolare quelle polemiche attinenti al dibattito tra Cluniacensi e
Cisterciensi, facilmente si
è indotti ad ipotizzare per il XII secolo una
crisi del monachesimo benedettino
tradizionale, non in grado di soddisfare le nuove esigenze spirituali. Al
contrario, con un altro approccio alla questione, si può
giungere a negare completamente l’esistenza di una crisi. È
quello che ha fatto John Van Engen, fondando la sua analisi su indici quali
il numero di fondazioni e di monaci, la situazione patrimoniale, la
qualità del personale e la leadership nella
Chiesa - definiti dall’autore indicatori esterni - e ancora sulle donazioni
ricevute, la capacità o meno di soddisfare
le aspettative dei laici, i rapporti con la società.
Attenendosi a questi parametri Van Engen dimostra come il monachesimo
benedettino goda di indubbia prosperità
almeno sino alla metà del secolo XII.[52]
Un problema metodologico quindi e di selezione di fonti alla base di
posizioni tanto diverse come quelle espresse dalla storiografia monastica
sullo “stato di salute” del
monachesimo benedettino tra la seconda metti
dell’XI ed il XII secolo. Ma, se à vero - come sostengono Van Engen e poi
ancora Giles Constable[53]
- che prendendo alla lettera le esagerazioni delle fonti polemiche si
rischia di costruire una immagine del monachesimo
tradizionale dalle tinte molto più fosche
di quelle che dovevano essere in realtà, è
vero anche che i Cluniacensi stessi già a
partire dagli anni Venti del XII secolo intrapresero una profonda
riflessione sull’interpretazione da loro data alla Regola e sulla
validità delle proprie Consuetudini. Questa
condusse ad un duplice comportamento. Da un lato la difesa degli usi
cluniacensi, che - sostiene Pietro il Venerabile nella famosa
Epistola 28
indirizzata a Bernardo di Clairvaux - in molti casi si discostano da una
interpretazione letterale della Regola perché
determinati dalla necessita di anteporre la
caritas,
l’amore, a tutto il resto: «quia per caritatem [Regula] condita est,
sequitur quia mutanda fuit», sono le parole dell’abate di Cluny.[54]
Per amore è stata scritta la Regola e per
amore si può cambiare. Dall’altro un
tentativo di rinnovamento a livello istituzionale e disciplinare operato
intorno agli anni Trenta del XII secolo, che dimostra come lo stesso mondo
cluniacense, o quanto meno gran parte di esso, fosse consapevole della
necessità di adeguarsi alle nuove esigenze
spirituali. Mi riferisco in particolare alle modificazioni apportate ad
alcune delle antiche consuetudini nel capitolo provinciale degli abati
cluniacensi convocato a Reims nel 1131, il primo dopo il 973, ma,
soprattutto, agli
Statuta
pubblicati nel 1146 ma proposti da Pietro il Venerabile ed approvati già
nell’assemblea di abati e monaci cluniacensi che si riunì a Cluny nel 1132,
in cui sono emanate numerose disposizioni per rendere più
austera la vita condotta nei monasteri appartenenti all’Ordine. Disposizioni
che, ispirate alla Regola stessa o all’esperienza degli abati di Cluny
precedenti ad Ugo, mostrano però di tener
conto anche delle recenti critiche cisterciensi.[55]
Per un mutamento significativo delle strutture basilari dell’istituzione
bisogna però attendere la fine del secolo
XII, epoca in cui - come scrive Gert Melville nel suo recente lavoro sui
processi di istituzionalizzazione della
vita religiosa
nei secoli XII e XIII - i Cluniacensi si liberano di un «antiquato sistema
di organizzazione in favore di un vero ordine in senso moderno».[56]
Proprio la
volontà di adeguamento ai tempi e la capacità
di adattamento, caratteristici della storia di Cluny e ravvisabili in sommo
grado nell’attività di Pietro il
Venerabile, costituiscono uno dei punti di forza dell’organizzazione
cluniacense, permettendone una lunga sopravvivenza, e rappresentano altresì
un aspetto che accomuna
l’Ordo
cluniacense a quello cistercense. Già
dalla seconda metà del secolo XII infatti
Cìteaux non sfugge a quegli inquadramenti normativi ed istituzionali
necessari per la stessa sopravvivenza degli ideali originali, in una fase di
grande espansione e consolidamento del movimento.[57]
È proprio alla capacità
di integrazione nella società ed al
superamento della originaria intransigenza si deve la nascita e poi
affermazione ed evoluzione di un modello duraturo e funzionale, che poggia
le sue basi «sulla rinuncia ad un governo della congregazione di carattere
carismatico, o giuridicamente legittimato tramite un’unica persona, a favore
di una direzione collettiva, legalizzata da un diritto positivo».[58]
Di contro si può constatare come l’assenza
di buoni ordinamenti, dovuta alla volontà
di mantenersi quanto più possibile fedeli
allo spirito del fondatore, condusse rapidamente i Granmontani ad uno stato
di indebolimento e corruzione.[59]
E se i Premonstratensi, il cui unico riferimento era costituito dalla
personale carismatica del fondatore Norberto di Xanten, riuscirono invece ad
evitare un crollo totale quando quest’ultimo accetto la dignità di
arcivescovo di Magdeburgo, si deve senza dubbio all’assunzione da parte
della comunità del modello di organizzazione cistercense.[60]
Anche la Chartreuse, per la quale il fondatore Bruno di Colonia non aveva
voluto alcuna Regola, deve la sua sopravvivenza all’adozione di
Constitutiones
all’inizio del XII secolo, sotto il priorato di Guigo I.[61]
In definitiva, come in passato l’elaborazione di Consuetudini aveva permesso
di adottare la Regola benedettina adeguandola al mutare dei tempi, così dal
XII secolo in poi la redazione di statuti legislativi e la raccolta di
corpora
di norme danno luogo a quella flessibile e continua rielaborazione
necessarie per una sopravvivenza dei vari Ordini anche a grande distanza
dalla loro fondazione.
Concludendo le mie riflessioni sul
monachesimo nel passaggio dal primo al secondo
millennio, ritengo che si possa affermare l’esistenza in quest’epoca di un
cambiamento all’interno del mondo monastico, operato però
nel segno della continuità. Continuità
con la riforma cluniacense, ma anche con tutta la tradizione benedettina.
Allo stesso tempo, sebbene la Regola di san Benedetto permanga come
prevalente punto di riferimento delle nuove esperienze monastico-eremitiche,
con l’XI secolo inizia quella diversificazione delle forme di vita religiosa
che si svilupperà poi con pienezza nei due secoli successivi, caratterizzati
invece da una più decisa volontà di
rottura con il passato.
Per l’XI secolo si
può parlare, quindi, di un movimento di riforma
monastica, o meglio, di una pluralità di
movimenti, accomunati dalla medesima ricerca di rigore e di austerità.
Una comunione di intenti con il Papato della Riforma, in particolare
all’epoca di Gregorio VII - ricordo solamente il sostegno offerto da questo
pontefice al movimento Vallombrosano nella lotta alla simonia - fa sì che in
genere la Curia romana dia il proprio appoggio a queste nuove correnti
religiose. A partire dal pontificato di Urbano II, pero, il Papato si
dimostra sempre più vigile affinché
non oltrepassino i limiti di una opportuna moderazione. Basti ricordare la
lettera che nel 1091 Urbano II inviò agli
abati di Vallombrosa e di Camaldoli, rimproverati dal pontefice di essere
giunti a rompere la comunione con il vescovo di Pisa Daiberto - accusato dai
monaci di simonia -, prima ancora che la sua colpa fosse stata provata. In
questa stessa lettera Urbano II condanna fermamente l’attività
extraclaustrale dei Vallombrosani, che richiama ai loro doveri di monaci.[62]
Ma l’intera politica monastica di Urbano II mostra come a fronte della
perdita dell’influsso cluniacense sull’azione pontificia in campo
politico-ecclesiastico, ravvisata - come detto - da Cinzio Violante, non si
sia verificata una sostituzione, nella stessa misura, di un influsso da
parte dei nuovi movimenti. In sostanza, da Urbano II in poi, non viene
sicuramente meno l’appoggio pontificio alle tendenze monastiche
riformatrici, ma appare di certo molto
più misurato ed inserito all’interno di un
orizzonte maggiormente moderato rispetto agli anni del pontificato di
Gregorio VII.
[1]
Per il dibattito sull’argomento
cfr. l’ottima rassegna storiografica di Cristina
Sereno,
La
«crisi del cenobitismo»: un problema storiografico, in
«Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo», 104,
2002, pp. 31-83.
[2]
Cfr. P. Zerbi,
«Vecchio» e «nuovo»
monachesimo alla metà del secolo XII.
Discorso di apertura,
in
Istituzioni monastiche e istituzioni canonicali in Occidente
(11231213). Atti della settima Settimana internazionale di studio
(Mendola 28 agosto-3 settembre 1977),
Milano 1980 (Miscellanea del Centro di Studi Medioevali, IX), pp.
324; G.M. Cantarella,
Mendola 77: appunti e impressioni,
in «Rivista di storia della Chiesa in Italia», 31, 1977, pp.
496-503; Idem,
Un problema del XII secolo: l’ecclesiologia di Pietro il Venerabile,
in «Studi Medievali», s. III, 19, 1978, pp. 159-209; G.G. Merlo,
Tra «vecchio» e «nuovo» monachesimo (dalla metà del XII alla metà
del XIII secolo),
in
Dal Piemonte all’Europa: esperienze monastiche nella società
medievale. Relazioni e comunicazioni presentate al XXXIV Congresso
storico subalpino nel millenario di
S. Michele della Chiusa (Torino, 27-28
maggio 1983),
Torino 1988, pp. 175-198, ora anche in Idem,
Forme di religiosità nell’Italia occidentale dei secoli XII e XIII,
Cuneo- Vercelli 1997, pp. 9-34; G. Vitolo,
«Vecchio» e «nuovo» monachesimo nel Regno svevo di Sicilia,
in
Federico II. Convegno dell’Istituto Storico Germanico di Roma nell’-
VIII centenario della nascita,
a cura di A. Esch-N.
Kamp,
Tübingen 1996, pp. 182-200.
[3]
Zerbi,
«Vecchio»
e «nuovo» monachesimo
cit., p. 3.
[4]
Cfr. A.M. Piazzoni,
Crisi monastica e polemica tra Cisterciensi e Cluniacensi: alcune
voci di monaci, in «Benedictina», 29/1, 1982, pp.
91-122, e 29/2, 1982, pp. 405436: p. 423 e nota 178. Per la
datazione dei singoli
Statuta cfr. G.M. Cantarella,
Un problema delXII secolo cit., p. 197, nota 163.
[5]
Piazzoni,
Crisi monastica e polemica tra Cisterciensi e Cluniacensi
cit., pp. 423428.
[6]
Cfr. Zerbi,
«Vecchio» e «nuovo» monachesimo
cit., p. 16.
[7]
Cfr.
Consuetudines monasticae, ed. a cura di B. Albers,
4 voll., Stuttgardiae et Vindobonae 1900, Montis Cassini 1905, 1907,
1911. Per una breve ma chiara sintesi sul significato e l’affermazione
delle
Consuetudines monastiche ad integrazione della Regola
di s. Benedetto cfr. G. Penco,
Cìteaux e il monachesimo del suo tempo, Milano 1994
(Complementi alla storia della Chiesa. Già e non ancora, 262), pp.
17-25.
[8]
Cfr. R. Manselli,
Evangelismo e povertà, in
Povertà e ricchezza nella spiritualità dei secoli XI e XII. 11-18
ottobre 1967, Todi 1969 (Convegni del centro studio
sulla spiritualità medievale,
VIII), pp. 11-41.
[9]
Per le origini dell’Ordine di Grandmont
rimangono fondamentali i lavori di Jean Becquet realizzati tra gli
anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Innanzi tutto le
edizioni di fonti:
Scriptores ordinis Grandimontensis, Turnholti 1958
(Corpus Christia- norum. Continuatio Medisualis, VIII), ma anche
Le bullaire de l’ordre de Grandmont, in «Revue
Mabillon», 46, 1953, pp. 82-93, e 53, 1963, pp. 111-133, e
La règle de Grandmont, in «Bulletin de la société
historique et archéologique du Limousin», 87, 1958-1960, pp. 11-36.
Cfr. Zerbi,
«Vecchio» e «nuovo» monachesimo cit., pp. 18-19, nota
32. Per il richiamo allo spirito evangelico cfr. G. Melville,
Alcune osservazioni
sui processi di istituzionalizzazione della vita religiosa nei
secoli XII e XIII,
in «Benedictina», XLVIII, 2001, pp. 371-394: p. 375.
[10]
Cfr. Vita S. Joannis a
Mathera abbatis pulsanensis congregationis fundatoris ex perantiquo
ms. codice matherano cavensis monachi cura et studio edita,
Putineani 1938; Zerbi,
«Vecchio» e «nuovo»
monachesimo
cit., pp. 20-21 e nota 34.
[11]
Cfr. C.D. Fonseca,
Monaci e canonici alla ricerca di una identità
e L. Milis,
L’évolution de l’érémitisme au canonicat régulier dans la première
moitié du douzième siècle:
transition ou trahison?,
entrambi in
Istituzioni monastiche e istituzioni canonicali in Occidente
cit., rispettivamente pp. 203-222: p. 207, e pp. 223-238: p. 224.
[12]
Melville,
Alcune osservazioni
cit., pp. 377-379.
[13]
Demalevicius,
Vita Bogumili, 29, cit. in B. Ignesti,
Vita dei conque fratelli, Camaldoli 1951, p. 4, nota
4, e in G. Penco,
Citeaux e il monachesimo cit., p. 32.
[14]
Kurt Reindel, curando l’edizione critica
dell’epistolario di Pier Damiani, abolisce la distinzione tra
lettere e opuscoli - ancora presente in Migne - e pubblica tutti gli
scritti come epistole, in ordine cronologico. Cfr.
Die Briefe des Petrus Damiani, a cura di K. Reindel,
4 voll., München 1983-1993 (MGH,
Die Briefe der deutschen Kaiserzeit, IV), I, pp.
168-179, e II, pp. 77-131; PL, CXLV, coll. 327-364. Per la Lettera
18 cfr. anche
Opere di Pier Damiani. Lettere (1-21), a cura di G.I.
Gargano
e N. D’Acunto,
Roma 2000, pp. 326-341 (edizione e traduzione in italiano), in cui è
offerto della medesima anche un puntuale commento (pp. 138-146).
[15]
J. Leclercq,
Saint Pierre Damien ermite et homme d’Eglise, Roma
1960 (Uomini e dottrine, 8), pp. 55-59.
[16]
Ivi, p. 57.
[17]
Questa
Vita e edita negli
Acta Sanctorum Julii, III, Antverphiae 1723, pp. 343-365;
in PL, CXLVI, coll. 765-812; ed infine, a cura di F. Baethgen,
in MGH,
Scriptores, XXX, 2, Lipsiae 1934, pp. 1080-1104. A
quest’ultima edizione faranno riferimento le successive citazioni
della
Vita.
[18]
Cfr. S. Boesch
Gajano,
Storia e tradizione vallombrosane, in «Bullettino
dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio
Muratoriano», 76, 1964, pp. 99-215:
pp. 159-161.
[19]
Vita
Iohannis Gualberti auctore Andrea abbate
Strumensi,
ed.
baethgen
cit., pp. 1100-1101. Cfr.
Alle origini di Vallombrosa. Giovanni Gualberto nella società dell’XI
secolo,
a cura di G.
spinelli
e G.
rossi,
1984, pp. 117-119.
[20]
Vita
Iohannis Gualberti auctore discipulo eius
anonymo,
ed.
F. Baethgen,
in MGH,
Scriptores,
XXX, 2, Lipsiae 1934, pp. 1104-1110: p. 1106.
Cfr. BoeschGaja-
no,
Storia e tradizione vallombrosane
cit., p. 161, e
Alle origini di Vallombrosa
cit., pp. 136-137.
[21]
Melville,
Alcune osservazioni cit., p. 377.
[22]
H. Leyser,
Heremits and the New Monasticism. A Study of Religious Communities
in Western Europe, 1000-1130,
New York 1984, pp. 19-22.
[23]
Cfr. J. Leclercq,
«Eremus» et «eremita».
Pur l’histoire du vocabulaire de la vie solitaire,
in «Collectanea Ordinis Cisterciensium Reformatorum», XXV, 1963, pp.
8-30;
Idem,
La crise du monachisme aux XI et XII siècle,
in «Istituto Storico Italiano per il Medio Evo», 70, 1958, pp.
19-41: p. 19, nota 1.
[24]
Cfr.
Eremitismo e predicazione itinerante dei secoli XI e XII,
in
L’eremitismo in Occidente nei secoli XI e XII. Atti della seconda
Settimana internazionale di studio, Mendola 30 agosto-6 settembre
1962, Milano 1965 (Miscellanea del Centro di Studi
medioevali, IV), pp. 164-181. Questa forma di eremitismo “cittadino”
era aspramente biasimata da Pier Damiani, che si scagliò
contro il monaco Teuzione, accusandolo di essere un falso eremita
perché aveva scelto di condurre una vita eremitica ma in città. Cfr.
N. D’Acunto,
I laici nella Chiesa e nella società secondo Pier Damiani. Ceti
dominanti e riforma ecclesiastica nel secolo XI, Roma
1999 (Nuovi Studi Storici, 50), pp. 158-168.
[25]
J.
leclercq
e J.-P.
bonnes,
Un maitre de la vie spirituelle au XIe siede, ]ean de
Fécamp,
Paris 1946, in particolare pp. 13-25; Leclercq,
La crise du monachisme
cit., pp. 21-31; Idem,
Temoins de la spiritualité occidentale,
Paris 1965, pp. 193, 205-206; Idem,
Diversification et identité dans le monachisme au XIIe
siàcle,
in «Studia monastica», 28, 1986, pp. 51-74.
[26]
Leclerq,
Diversification et identité
cit.
[27]
Cfr.
Vita sancti Romualdi, in PL, CXLIV, coll. 953-1008, e
Petri
Damiani
Vita Beati Romualdi, ed. a cura di G. Tabacco,
Roma 1957 (Fonti per la Storia d’Italia, 90). All’edizione curata da
Giovanni Tabacco faranno riferimento le successive citazioni della
Vita.
[28]
Cfr. Petri
Damiani
Vita Beati Romualdi cit., pp. 19-21 (§ III e IV).
[29]
Vita
Iohannis Gualberti auctore Andrea abbate
Strumensi,
ed. Baethgen
cit., p. 1081.
[30]
L’abate di Classe tenta addirittura di
strangolare Romualdo nel sonno. Cfr. Petri
Damiani
Vita Beati Romualdi cit., pp. 83-84 (§ XLI).
[31]
Cfr. Piazzoni,
Crisi monastica e polemica tra Cisterciensi e Cluniacensi
cit.
[32]
Per Vallombrosa cfr.
Vita Iohannis Gualberti auctore Andrea abbate Strumensi,
ed. Baethgen
cit., pp. 1083-1085 e
boesch gajano,
Storia e tradizione vallombrosane cit., pp. 159-163.
Per Citeaux rinvio al saggio di R.
Manselli,
Certosini e Cisterciensi, in
ll Monachesimo e la Riforma ecclesiastica (1049-1122). Atti della
quarta Settimana internazionale di studio, Mendola 23-29 agosto
1968, Milano 1971 (Miscellanea del Centro di Studi
Medioevali, VI), pp. 79-104, in particolare pp. 96-104, con relative
indicazioni di fonti e bibliografia; cfr. anche
Les plus anciens textes de Citeaux, a cura di J.
de la
croix
bouton e
j.b. van damme, Achel 1974;
Narrative and Legislative Texts from Early Citeaux, a
cura di Ch. Waddel, Citeaux 1999.
[33]
Cfr.
supra, in corrispondenza di note 17 e 18.
[34]
Cfr. Piazzoni,
Crisi monastica e polemica tra Cisterciensi e Cluniacensi
cit., 29/1, pp. 98-102, 113-122.
[35]
Cfr. G. Tabacco,
Eremo e cenobio,
in
Spiritualità cluniacense. II Convegno del Centro di Studi sulla
spiritualità medievale, 12-15 ottobre 1958,
Todi I960, pp. 326335.
[36]
Cfr. Piazzoni,
Crisi monastica e polemica tra Cisterciensi e Cluniacensi
cit., 29/1, p. 97 e nota 10.
[37]
Ivi, pp. 100-101, 116, 119-121, note 19 e
89.
[38]
Per le origini di Fruttuaria cfr. G. Penco,
Il movimento di Fruttuaria e la Riforma gregoriana,
in
Il monachesimo
e la Riforma ecclesiastica
cit., pp. 385-395; per i rapporti tra san Romualdo e Guglielmo di
Volpiano cfr. G. Tabacco,
Piemonte monastico e cultura europea,
in
Dal Piemonte all’Europa: esperienze monastiche nella società
medievale. Atti del XXXIV congresso storico subalpino,
Torino 27-29 maggio 1985, Torino 1988, pp. 3-18, in particolare pp.
7-8.
[39]
Sulla vita e l’opera di Giovanni di
Fecamp vedi Leclercq
e Bonnes,
Un maitre de la vie spirituelle cit.
[40]
Leclercq,
Saint Pierre Damien cit., p. 38, e Idem,
La crise du monachisme cit., pp. 23-24.
[41]
Liber Tramitis Aevi Odilonis Abbatis,
ed. a cura di P. Dinter,
in
Corpus Consuetudinum Monasticarum,
X, Siegburg 1980, pp. 3-4.
[42]
Tabacco,
Eremo e cenobio
cit.
[43]
Cfr. Reindel,
Briefe, III, 100, pp. 101-115; 103, pp. 138-141; 113,
pp. 289-295; 125, pp. 411-413; PL, CXLIV, 6, 2-5, coll. 371-386.
[44]
Reindel,
Briefe, III, 125, p. 412.
[45]
Ivi, 113, p. 28.
[46]
Ivi, 100, pp. 105-107. Cfr. Leclercq,
Saint Pierre Damien cit., p. 120.
[47]
I Cistercensi acquistano una certa autonomia dall’ordinario
diocesano a partire dagli anni centrali del XII secolo, per poi
raggiungere la piena esenzione a meta
Duecento. Cfr. G. Cariboni,
Esenzione cistercense e formazione del Privilegium commune.
Osservazioni a partire dai cenobi dell’Italia settentrionale,
in
Papato e
monachesimo esente nei secoli centrali
del Medioevo,
a cura di N. D’acunto,
Firenze 2003, pp. 136227, in particolare pp. 141-152; C. Violante,
Il
monachesimo cluniacense di fronte al
mondo politico ed ecclesiastico (secoli X e XI),
in
Spiritualità Cluniacense
cit., pp. 155242: p. 241, nota 138; Zerbi,
«Vecchio» e «nuovo»
monachesimo
cit., pp. 6, 14-15.
[48]
C. Violante,
Il
monachesimo cluniacense
cit., p. 197.
[49]
Ivi, pp. 228-229.
[50]
Ivi, pp. 196 e ss.
[51]
Il riferimento è alla lettera indirizzata
da Bernardo, già abate di
Clairvaux, al cugino Roberto di Chatillon, in seguito alla decisione
di quest’ultimo di abbandonare Clairvaux per Cluny, ed
all’Apologia ad Guillelmum abbatem, in cui il
Cistercense critica aspramente alcuni usi dei monaci «neri». La
datazione dei due scritti non è certa: il primo risale probabilmente
all’anno 1120, il secondo è forse contemporaneo alla Lettera 28 di
Pietro il Venerabile - su cui mi soffermerò tra breve -, datata da
Constable al 1127. Per l’edizione dei testi, cfr. rispettivamente
Epistola I, in PL CLXXXII, coll. 67-72, e J. Leclercq
- H.M. Rochais,
Sancti Bernardi Opera, III, Roma 1963, pp. 81-108. Per
le ipotesi di datazione: Piazzoni,
Crisi monastica cit., pp. 99-100, nota 13, e pp.
102-103, nota 21.
[52]
J. Van
Engen,
The “Crisis of Cenobitism”
reconsidered: Benedictine Monasticism in the Years 1050-1150,
in «Speculum», 61/2, 1986, pp. 269-304.
[53]
G. Constable,
The Reformation of the Twelfth Century,
Cambridge 1996, pp. 35-37.
[54]
La lettera, che Giles Constable ritiene
risalire all’anno 1127, è indirizzata a Bernardo di Clairvaux. Cfr.
Epistola I, 28, in PL CLXXXIX, coll. 112-159 e
Letter 28 nell’edizione
curata da G. Constable,
The Tetters of Peter the Venerable, I, pp. 52-101.
Per le parole di Pietro citate nel testo cfr. ed Constable,
p. 98. Per le ipotesi di datazione, cfr. Piazzoni,
Crisi monastica cit., 29/1, pp. 102-103, nota 21. Gli
scritti di Pietro il Venerabile - ed in particolare questa lettera -
a difesa della vita monastica cluniacense sono considerati da Glauco
Maria Cantarella come il momento più
alto di autocoscienza del monachesimo cluniacense: cfr. Cantarella,
Un problema del XII secolo cit., in particolare pp.
186-201.
[55]
Cfr. Piazzoni,
Crisi monastica cit., 29/2, pp. 421-428.
[56]
Melville,
Alcune osservazioni cit., pp. 383-385. La citazione è
tratta da p. 383.
[57]
Cfr. ivi, p. 379. Pietro Zerbi, nel suo
intervento su «vecchio» e «nuovo» monachesimo, si sofferma a lungo
sui cambiamenti che investono l’Ordine cistercense nella seconda
meta del XII secolo, leggendoli però
come una deviazione dagli ideali primitivi: Zerbi,
«Vecchio» e «nuovo» monachesimo cit., pp. 10-15.
[58]
Melville,
Alcune osservazioni cit., p. 381.
[59]
Per la crisi profonda vissuta dai
Grandmontani nella seconda meta del XII secolo, cfr. Zerbi,
«Vecchio» e «nuovo» monachesimo cit., pp. 18-20.
[60]
Melville,
Alcune osservazioni cit., pp. 383-384.
[61]
Manselli,
Certosini e Cisterciensi
cit., pp. 91-96.
[62]
Boesch
Gajano,
Storia e tradizione vallombrosane
cit., pp. 119-131.
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22 gennaio 2022 a cura di Alberto "da Cormano" alberto@ora-et-labora.net