I FIGLI DI SAN BENEDETTO

EVANGELIZZATORI D'EUROPA

Estratto da: "Monaci per l'Europa – I grandi evangelizzatori dell'Alto Medioevo", di Giovanni Spinelli, O.S.B. – Abbazia di Seregno 1999

 

INTRODUZIONE STORICA

«Se soltanto per questo i barbari fossero stati immessi entro i confini di Roma, affinché le chiese di Cristo si riempissero di Unni e di Svevi, di Vandali e di Burgundi, popoli diversi e masse innumeri di credenti; se solo perciò fosse questo avvenuto, dovremmo glorificare la misericordia di Dio, dal momento che così numerose genti sono pervenute alla conoscenza della verità, che altrimenti non avrebbero potuto conseguire».

(Paolo Orosio, Le storie contro i pagani, VII, 41, 8).

 

La frase di Paolo Orosio, scrittore cristiano spagnolo discepolo di sant’Agostino, vissuto all’inizio del sec. V, dice assai bene tutto lo stupore dell’antica cristianità romana per il provvidenziale manifestarsi d’un disegno divino, che sulle rovine dell'Impero di Roma faceva sorgere una nuova cristianità, nella quale i barbari si affiancavano ai Romani. In fondo il ragionamento di Orosio ricalcava quello di san Paolo apostolo, che — meno di quattro secoli prima — nella lettera ai Romani, parlando degli Ebrei, affermava che l’indurimento del loro cuore nei confronti del Vangelo e la conseguente rovina della loro nazione aveva favorito l’ingresso dei pagani nella Chiesa: «a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro gelosia. Se pertanto la loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani, che cosa non sarà la loro partecipazione totale!... Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti?... O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!» (Rom 11, 11b-12. 15. 33a).

Come la Chiesa dell’età apostolica era uscita a fatica dal ghetto del giudeo-cristianesimo per aprirsi, grazie all’ardente iniziativa missionaria di san Paolo, all’evangelizzazione dei pagani, Greci e Romani, così, una volta terminato il periodo delle persecuzioni, la Chiesa dell’età costantiniana, già impegnata nella conversione dei pagani, che ancora restavano dentro i confini dell’impero romano, era convinta che i confini della cristianità dovessero coincidere, per disposizione provvidenziale, con i confini della romanità. Ma a partire dalla fine del sec. IV, allorché sotto la travolgente avanzata degli Unni, feroce e bellicoso popolo di razza mongola, proveniente dalle steppe dell’Asia centrale, tutte le popolazioni germaniche rimaste fino allora sotto il controllo delle legioni romane iniziarono a transmigrare entro i territori dell’impero, succedendosi come tante ondate devastatrici e determinando il crollo politico di quest’ultimo, la Chiesa si trovò davanti a un nuovo problema, che soltanto un rinnovato impegno di evangelizzazione poté risolvere. Quest’impegno non fu però il frutto d’una scelta meditata e programmata dall’alto, bensì il risultato di molteplici iniziative isolate, spesso casuali, che misero in luce un gran numero di anime generose, quasi tutte consacrate al servizio di Dio dalla loro precedente vocazione monastica. A detta degli storici nell’epopea missionaria dei secoli V e VI, cioè fino a san Gregorio Magno (papa dal 590 al 604), non ci fu nessuna reale influenza diretta del papato, essendosi sfasciato con l’impero il prestigio del vescovo di Roma su tutta la cristianità imperiale. Al posto dell’impero, entro i suoi stessi confini, erano sorti, a partire dal sec. V, i regni romano-barbarici, entità politiche spesso effimere, rapidamente distrutte o inglobate dalle successive ondate di popolazioni che vorticosamente si spostavano alla ricerca di territori sempre più fertili e ricchi. Tanto per dare un’idea sommaria della situazione di sfascio politico-religioso che si era creata, ricordiamo qui i principali regni barbarici esistenti entro i confini dell’impero romano d’Occidente al momento della sua caduta (476).

In Italia dominavano gli Eruli, governati da Odoacre, a cui si sarebbero di lì a poco sostituiti gli Ostrogoti di Teodorico. In Spagna si erano installati i Visigoti, che lasciavano uno spazio marginale a nord-ovest per il regno dei Suebi, mentre persisteva a ridosso dei Pirenei l’autonomia dei Vasconi (o Baschi), che neppure i Romani erano riusciti a soggiogare. Il regno dei Visigoti si estendeva fin quasi alla Loira, confinando col dominio dei Sassoni di Siagrio, cui ben presto si sarebbero sovrapposti i Franchi di Clodoveo, che per il momento stanziavano a cavallo del Reno, in una zona corrispondente grosso modo all’odierno Benelux, salvo le coste degli odierni Paesi bassi, occupate dai Frisoni. Alle spalle di questi ultimi, nel bacino del Weser (odierna Westfalia), premevano altri Sassoni, che assieme agli Angli e agli Juti erano sbarcati anche sulle coste sudorientali della Gran Bretagna, scacciandone i Bretoni o Britanni, i quali sopravvivevano nella parte occidentale della loro isola nonché sulla penisola continentale che i Romani chiamavano Armorica e noi oggi chiamiamo Bretagna. A oriente dei Sassoni e dei Franchi, nella zona grosso modo compresa fra l’Elba e il Reno si erano insediati i Turingi e gli Alamanni, mentre — più a sud — tra il regno dei Visigoti e il dominio di Odoacre s’incuneavano i Burgundi, che occupavano tutto il bacino del Rodano. Lungo la linea del Danubio resistevano ancora i presidi dell’impero, anche se esposti alla continua minaccia dei Rugi, sospinti alle loro spalle dai Bavari e dai Longobardi, che avanzavano sotto l’incalzare degli Slavi.

In questa situazione — quanto mai fluida ed incerta — non era facile tenere un atteggiamento lineare, dal momento che ognuno di questi popoli aveva un diverso modo di rapportarsi alla religione cristiana e alla tradizione romana. Non tutti i Barbari erano pagani: alcuni infatti avevano già un’idea approssimativa del cristianesimo, che una parte di loro — i Goti, ad esempio — aveva già abbracciato nella sua forma ariana. Infatti per iniziativa del vescovo ariano Wulfila (311-383) il cristianesimo già nel sec. IV era penetrato tra i Goti che stanziavano nelle terre a nord del Danubio e poi irruppero nei territori dell’impero, a cominciare dalla Mesia (l’odierna Bulgaria): questi primi barbari ricevettero un cristianesimo di fede ariana, che ben si adattò al loro costume rozzo e violento soprattutto grazie alla versione della Bibbia fatta da Wulfila nella loro lingua, per la quale egli aveva creato anche un apposito alfabeto. Così, fin dagli inizi, l’evangelizzazione dei Barbari si rivelò come un’importantissima operazione culturale. Ciò spiega anche l’attaccamento dei Goti all’arianesimo, divenuto un fondamentale aspetto della loro identità nazionale: il loro arianesimo fu anche uno dei fattori che resero difficili — in un primo tempo — i rapporti con la cattolicità romana.

I Goti infatti, divisisi in Ostrogoti (Goti dell’Oriente) ed in Visigoti (Goti dell’Occidente), furono — non meno dei Vandali che, dopo la Spagna, avevano occupato il Nord Africa — persecutori dei cattolici nei loro due rispettivi regni: quello di Spagna (Visigoti) e quello d’Italia (Ostrogoti). Solo la conversione al cattolicesimo di Recaredo (587) diede il via in Spagna a una collaborazione sempre più stretta fra regno visigotico ed episcopato cattolico, sancita nell’occasione dei famosi concili nazionali, riuniti a Toledo tra il 589 ed il 702. Nel frattempo però si era unito alla Chiesa cattolica anche il popolo dei Suebi o Svevi, che era entrato in Spagna insieme ai Vandali e che dai Visigoti era stato ricacciato nella parte nord-occidentale della penisola iberica (la cosiddetta Galizia): la loro conversione fu opera specialmente di san Martino di Dumio o di Braga ( 579) e venne confermata dall’annessione al regno visigotico, in seguito alla conversione di Recaredo. L’arrivo degli Arabi metterà fine a questa fioritura cristiana della penisola iberica, che rinascerà faticosamente solo dopo il 1000, attraverso la riconquista cristiana del territorio occupato dai Musulmani.

Anche in Italia la cristianità ebbe a soffrire dalla dominazione dei Goti ariani, dopo il crollo dell’impero romano d’Occidente (476), che fin dal 380 aveva riconosciuto al cattolicesimo romano la qualifica di «religione di Stato». Difficoltà politiche con l’impero bizantino portarono Teodorico, re degli Ostrogoti, a perseguitare i cattolici che guardavano a Bisanzio come al più sicuro baluardo delle tradizioni romane. Così perirono in carcere il grande filosofo Severino Boezio (524) e il papa Giovanni I (526), colpevole di non esser riuscito ad ottenere dall’imperatore Giustino un trattamento più mite per i suoi sudditi ariani. Tuttavia né la dominazione gotica né la lunga guerra (535-555) che vi tenne dietro compromisero seriamente la stabilità del cristianesimo in Italia, così come invece avvenne nei paesi dell’Europa nord-occidentale a seguito delle invasioni barbariche. Anche l’invasione dei Longobardi, pagani e semiariani, che penetrarono dal Friuli in Italia nel 567, sebbene descritta con colori apocalittici da san Gregorio Magno, non portò a una totale sparizione della civiltà romano-cristiana precedente. Dopo alcuni decenni per essa cominciò da parte dei Longobardi una lenta assimilazione, resa tuttavia più faticosa dallo scisma tricapitolino (553), che per oltre un secolo impedì la piena comunione fra i cristiani posti sotto il dominio longobardo e facenti capo al patriarca di Aquileia e quelli posti sotto il dominio bizantino e — come tali — facenti capo al vescovo di Roma e all’esarca imperiale di Ravenna.

Durante tutta la dominazione longobarda tuttavia il papato esperimento quanto fragile fosse l’appoggio datogli dall’impero d’Oriente contro le pretese sempre più minacciose dei sovrani longobardi sui territori soggetti alla Sede Apostolica. Alla fine i papi preferirono rivolgersi ai Franchi, il cui cattolicesimo — di ormai vecchia data — dava migliori garanzie di quello bizantino, sempre agitato da dispute teologiche. E venuto dunque il momento di parlare di quella che fu la prima e più strepitosa conversione al cristianesimo di un popolo barbaro, quella dei Franchi operata da san Remigio, vescovo di Reims, che intorno al 496 battezzò il re Clodoveo e con lui tutto il suo popolo, il quale, varcato il Reno, aveva soggiogato quasi tutto il territorio delle antiche Gallie romane.

«Vestra fides nostra victoria est» (MGH, Auctores antiquissimi, VI/2, Berolini 1883, p. 75), scriveva a re Clodoveo sant’Avito, vescovo di Vienne nella Gallia sottomessa ai Burgundi, parafrasando le parole dell’apostolo san Giovanni, il quale aveva scritto ai primi cristiani: «Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede!» (1 Gv 5, 4b). Se la fede dei primi cristiani era il segno della vittoria riportata da Cristo sul mondo pagano, la fede ricevuta dai barbari, che si erano piegati al Vangelo, era il segno della vittoria che la cristianità romana riportava sulla barbarie pagana, dopo esserne stata a lungo minacciata e sconvolta. La conversione dei Franchi, primo popolo germanico ad abbracciare in massa il cristianesimo nella sua forma cattolica romana, è dunque da considerare evento capitale della storia della Chiesa tardo- antica e avvenimento fondante della futura civiltà europea, in cui si fonderanno l'aequitas romana, la vis germanica e la mansuetudo cristiana. Clodoveo aveva sposato una principessa burgunda di nome Clotilde, già cattolica, mentre il popolo dei Burgundi seguiva ancora l’arianesimo, pur intrattenendo buoni rapporti con i vescovi cattolici delle Gallie, come il sant’Avito da noi appena citato. Sotto il soave influsso di santa Clotilde ( 545) il re franco abbracciò il cattolicesimo, accattivandosi così non solo le popolazioni galloromane che vivevano sul territorio da lui occupato, ma anche quelle sottomesse agli altri sovrani barbarici che a quell’epoca dominavano le Gallie, cioè i Visigoti dell’Aquitania, i Burgundi della valle del Rodano e gli Ostrogoti della Provenza. Fu soprattutto merito del favore accordato ai Franchi dall’episcopato cattolico e dall’antica aristocrazia gallo-romana, oltre che del dinamismo militare di Clodoveo e dei suoi figli, se tutti questi piccoli domini in cui il territorio dell’odierna Francia era frazionato finirono per cedere il posto a un’unica grande monarchia, che estendeva la sua autorità ben oltre i confini dell’antica Gallia romana, restandone escluso solo il piccolo lembo sud-orientale detto Settimania, controllato dai Visigoti. In compenso erano stati sottomessi, a oriente del fiume Reno, gli Alamanni, i Bavari e i Turingi, tra i quali il cristianesimo penetrò per mezzo di monaci missionari, provenienti dal regno dei Franchi, come il misterioso san Fridolino e, più tardi, il vescovo san Pirmino. Lotte dinastiche e decadenza di costumi, denunciate dal monaco irlandese san Colombano (t 615), che aveva a lungo soggiornato tra i Franchi, portarono in seguito il regno dei Merovingi (così si chiamarono i discendenti di Clodoveo) sull’orlo della rovina, espressa nella pratica frantumazione in quattro diversi regni: l’Austrasia, che comprendeva i territori di nord-est, cioè il bacino inferiore del fiume Reno, la Neustria, comprendente i territori di nord-ovest posti tra la Senna e la Loira, l’Aquitania che si estendeva dalla Loira ai Pirenei, e la Burgundia (o Borgogna), che comprendeva quasi tutta la parte sudoccidentale delle antiche Gallie, coincidente grosso modo con il bacino del Rodano. Mentre però il potere regio s’indeboliva, cresceva quello politico-militare dei cosiddetti «maestri di palazzo», uno dei quali, Carlo Martello, capostipite della dinastia carolingia, salvò il regno franco ed insieme con esso l’Europa cristiana, sconfiggendo gli Arabi a Poitiers nel 732 e ricacciando così l’invasione musulmana a sud dei Pirenei.

Ugualmente interessanti la costruzione della civiltà europea sono le vicende religiose di altri popoli, posti ai confini dell’impero romano: in particolare quelli di origine celtica, che abitavano le isole del Nord, Irlanda e Britannia, detti Scotti o Pitti. Essi occuparono la parte nordoccidentale dell’odierna Gran Bretagna, mentre gli Angli, i Sassoni e gli Juti, provenienti dall’odierna Danimarca (Jutland) e dalla Germania nord-occidentale, avevano occupato la parte sudorientale della Britannia romana, che avrebbe in conseguenza preso il nome di Inghilterra (England = terra degli Angli).

Gli antichi cristiani della Gran Bretagna, emigrando verso oriente sotto la spinta degli invasori Anglo-Sassoni, portarono il cristianesimo nel Galles, nella Cornovaglia e in Irlanda. Emblematica a questo riguardo è la figura di san Patrizio ( 461?), giovane cristiano britanno rapito da pirati irlandesi, che — dopo sei anni di schiavitù in Irlanda — venne sul continente ad approfondire il proprio cristianesimo nelle scuole episcopali e nei centri monastici delle Gallie: ordinato vescovo ad Auxerre verso il 432, fece ritorno in Irlanda, dove si consacrò per un trentennio all’evangelizzazione di quel popolo, facendo della propria sede vescovile di Armagli, nell’Irlanda settentrionale (Ulster), il centro d’irradiazione del cristianesimo non solo per quell’isola, ma anche per il nord della Gran Bretagna, cioè il paese dei Pitti o degli Scotti (Scotland). Rimasero famosi in quest’ultima zona i due monasteri fondati su due isole della frastagliatissima costa scozzese: quello di Iona, sulla costa occidentale, fondato da san Columba verso il 585, e quello di Lindisfarne, sulla costa orientale, fondato da sant’Aidano verso il 655.

Il cristianesimo iro-scozzese, plasmato alla scuola di san Patrizio, si caratterizzò per tutta una serie di tratti originali, derivanti dalle sue origini celtiche: il primo di questi caratteri è proprio lo spirito monastico. In Irlanda non è il vescovado, bensì il monastero a costituire la cellula fondamentale dell’organizzazione ecclesiastica territoriale. Gli abati sono insigniti della giurisdizione episcopale e — in qualche caso — anche dei poteri sacramentali propri dei vescovi. Quando non hanno la consacrazione episcopale esercitano ugualmente la loro giurisdizione tramite monaci insigniti del sacerdozio o dell’episcopato, che restano a loro sottomessi come ausiliari. In questi monasteri si registrò anche una prodigiosa fioritura culturale, che non sappiamo fino a qual punto sia derivata dalle scuole delle Gallie, da cui certamente emigrarono sul suolo irlandese libri e maestri. Nei monasteri irlandesi vennero coltivate in modo del tutto speciale l’esegesi biblica e la grammatica latina. Altra caratteristica dei monaci irlandesi fu il loro spirito penitenziale, che li spingeva non solo a terribili mortificazioni, ma anche a pellegrinaggi senza meta, al solo scopo di diffondere il Vangelo fra i pagani, nella speranza di subire anche il martirio. Ciò spiega il gran numero di monaci missionari irlandesi venuti sul continente, specialmente nel regno dei Franchi, da dove si sparsero un po’ in tutta l’Europa centrale, fondando monasteri in Francia (Luxeuil), in Svizzera (San Gallo), in Baviera (Salisburgo) e persino nella nostra Val Padana (Bobbio).

La diffusione del cristianesimo e del monachesimo di stampo irlandese sul nostro continente fu favorita anche dal fatto che i monaci iro-scotti nella loro penetrazione verso la Britannia occidentale, allo scopo di convertire gli Anglo-sassoni, furono ostacolati dalla presenza di monaci di origine romana, mandati a evangelizzare gli Angli dal papa Gregorio Magno (596): costoro impiantarono nella grande isola un tipo di cattolicesimo molto più conforme al modello romano, incentrato cioè sulle sedi arcivescovili di Canterbury e di York, in stretto contatto con la Sede Apostolica, e, come tale, destinato a scontrarsi con la rude cristianità monastica di origine irlandese. I conflitti non furono né pochi né brevi e giunsero a una soluzione soltanto verso il 663, nel sinodo di Whitby, dove l’energico monaco Wilfrido di Ripon ( 709), di ritorno da un viaggio a Roma, fece prevalere l’autorità della Sede Apostolica e anche gli usi romani, specialmente in ordine alla data della Pasqua, che gli irlandesi erano soliti computare a loro modo. Wilfrido, divenuto in seguito arcivescovo di York, si sarebbe occupato anche della evangelizzazione dei barbari del continente, in modo particolare dei Frisoni, che occupavano le coste dell’odierna Olanda, prospicienti le coste inglesi.

Per parlare adeguatamente dell’opera missionaria di san Wilfrido e dei suoi continuatori Willibrordo (Clemente) e Winfrido (Bonifacio), che nel sec. Vili sbarcarono sul continente per tentare l’evangelizzazione dei Frisoni e dei Sassoni i quali — rimasti pagani — costituivano una continua minaccia per il confinante regno dei Franchi, dobbiamo ritornare a Carlo Martello e a suo figlio Pipino il Breve, che ne furono i principali sostenitori. Ad essi del resto si rivolsero anche i romani pontefici per averne protezione contro l’invadenza dei Longobardi, dando così origine a quell’alleanza tra papato e regno dei Franchi che sarebbe stata il fondamento del futuro Sacro Romano Impero d’Occidente. Fondamentale per gli sviluppi storici della Chiesa in Europa fu la riforma della Chiesa franca attuata intorno al 742 da san Bonifacio in stretta unione con la Sede Apostolica da una parte e col potere politico dei due figli e successori di Carlo Martello, Pipino e Carlomanno, dall’altra. Venne ristrutturata la rete dei vescovadi, alla cui testa i prelati indegni furono sostituiti da titolari appositamente preparati, scelti fra i monaci e i chierici che erano stati formati nelle scuole dei monasteri, divenuti ormai la base del sistema scolastico nel regno franco e unificati dal punto di vista legislativo sotto la Regola di san Benedetto, che san Bonifacio fece appositamente venire da Montecassino, tramite il suo discepolo Willebaldo ( 787). Nella stretta unione dei metropoliti, cioè gli arcivescovi, con la Chiesa romana venne altresì individuata l’altra chiave di volta di tutto il sistema politico-ecclesiastico che dal regno dei Franchi sarebbe passato, nell’impero Romano d’Occidente, prima realizzazione dell’Europa unita nel segno del cristianesimo in seguito all’incoronazione imperiale del figlio di Pipino il Breve, Carlo Magno ( 814).

Importante caratteristica dell’azione dei missionari anglosassoni Willibrordo e Bonifacio fu anche il coinvolgimento nell’opera evangelizzatrice di donne, ma soprattutto di badesse e di monache, spesso a essi legate con vincoli di parentela: dobbiamo ricordare in modo speciale santa Lioba, che dal monastero di Wimborne nel Wessex si trasferì al seguito di Bonifacio sul continente, dove fondò il monastero di Bischofsheim, e santa Walburga, sorella di san Willibaldo e di san Wunibaldo, parenti e collaboratori di Bonifacio nonché fondatori del monastero doppio di Heidenheim, di cui Walburga divenne abbadessa alla morte del fratello Wunibaldo ( 761). I monasteri, tanto maschili che femminili, fondati dai missionari anglosassoni, come Echternach, fondato da san Willibrordo, vescovo di Utrecht, e Fulda, fondato da san Bonifacio, arcivescovo di Magonza, prepararono l’integrazione nel futuro Impero carolingio delle popolazioni germaniche non ancora pervenute alla fede cristiana. Tuttavia, morto martire san Bonifacio durante la sua ultima missione tra i Frisoni (754), l’opera di cristianizzazione di queste popolazioni che premevano ai confini orientali dell’impero fu proseguita da Carlo Magno, soprattutto nel caso dei Sassoni, più con la spada che con la parola, dando il via a conversioni forzate, precedute da deplorevoli massacri.

D’altra parte — sotto il governo del figlio di Carlo Magno, Ludovico il Pio — un monaco franco di origini sassoni, Ansgario ( 865), intraprendeva l’opera di evangelizzazione delle popolazioni scandinave, che dal nord dell’Europa scendevano sulle coste del continente a fare paurose razzie: i Vikinghi o Normanni rimasero a lungo il terrore dei mari settentrionali e, nonostante gli sforzi di Ansgario, per il cui merito sorse la città di Amburgo, sua prima sede episcopale, solo nel sec. XI gli Scandinavi abbandonarono il loro brutale paganesimo.

Al fallimento di Ansgario fecero riscontro i successi dell’opera di evangelizzazione degli Slavi, intrapresa per volontà dell’imperatore d’Oriente dai due fratelli, originari di Tessalonica, Cirillo ( 869) e Metodio ( 885), che seppero abilmente trasformare una missione politico-diplomatica in una grande avventura religioso-culturale, per mezzo della traduzione della Bibbia e dei testi liturgici nella lingua propria degli Slavi, per i quali san Cirillo creò un apposito alfabeto, chiamato dapprima glagolitico e in seguito cirillico, che è ancor oggi la base culturale dei popoli slavi.

Purtroppo i missionari bizantini, provenienti da sud-est, dopo aver evangelizzato la Bulgaria, si scontrarono in Moravia con i missionari latini provenienti da nord-ovest, cioè dall’impero carolingio. Si trovarono così a confronto non solo due diverse aree politico-geografiche, ma anche due diverse mentalità teologiche, quella latina e quella bizantina. Il conflitto fu lungo e doloroso, ma ebbe il merito di indurre i due fratelli a cercare l’appoggio di Roma, dove il papa Adriano II (867-872) benedisse la loro missione e li incoraggiò nello sforzo di adattamento della liturgia greca alla cultura slava. Così Cirillo morì a Roma e vi fu sepolto, mentre Metodio ricevette dal papa il titolo dell’antica sede arcivescovile di Sirmio, sul Danubio, che gli garantiva la giurisdizione metropolitica sulla Pannonia e la Moravia, in cui si svolse il suo apostolato grazie al quale intere popolazioni entrarono nell’unica Chiesa di Cristo, non ancora lacerata dallo scisma che avrebbe in seguito contrapposto Roma e Bisanzio (1054). Perciò nel 1980, cioè esattamente undici secoli dopo che il papa Giovanni Vili (872-882) con la bolla Industriae tuae ebbe confermata l’opera missionaria di Metodio ratificando la legittimità della liturgia paleoslava, i due fratelli di Tessalonica sono stati proclamati da Giovanni Paolo II, primo papa d’origine slava, patroni d’Europa accanto a san Benedetto, legislatore del monachesimo latino.

La menzione del papa polacco ci obbliga ad accennare anche all’ultima grande opera di conversione attuata dalla Chiesa romana avanti la fine del primo millennio cristiano, che costituisce il limite cronologico della nostra trattazione. Dopo lo sfascio dell’impero carolingio, avvenuto sul finire del sec. IX, l’Europa cristiana si dovette confrontare con le feroci razzie degli Ungheri, che non solo avevano preso il posto degli antichi Unni, occupando il territorio della Pannonia (l’odierna Ungheria), ma ne ripetevano le gesta devastatrici verso le popolazioni occidentali sia a sud che a nord delle Alpi. In mancanza dell’autorità imperiale, si erse a baluardo contro di essi la dinastia germanica della casa di Sassonia, impersonata dal re Ottone I, che li sconfisse nella battaglia del Lechfeld (955), aprendo così la strada alla propria incoronazione imperiale (962) e alla restaurazione dell’antico Impero.

Questo energico sovrano, appena salito al trono, aveva anche fondato sulla frontiera orientale della Sassonia il monastero di S. Maurizio a Magdeburgo, allo scopo di farne un centro missionario per la conversione degli Slavi settentrionali, che stanziavano a est dell’Elba. Poco dopo la sua incoronazione imperiale, Ottone I ottenne dal papa Giovanni XII l’erezione dell’abbazia di Magdeburgo in sede metropolitana, avente come suffraganee le diocesi della Sassonia. Primo arcivescovo ne fu nominato l’ex-abate Adalberto (968-981), che favorì la creazione di un vescovado anche a Poznan (968), in territorio polacco. Tale territorio si era costituito come stato indipendente solo nel 967 sotto lo scettro del duca Mieszko I, che — l’anno prima — in occasione del suo matrimonio con una principessa boema era passato al cristianesimo, portando con sé alla fede tutto il suo popolo: la nazione polacca e la Chiesa polacca nacquero dunque praticamente insieme negli anni dal 966 al 968.

Alla scuola di Adalberto di Magdeburgo venne educato, dal 972, il giovane principe boemo Woytech Slavnik, che per riconoscenza verso il suo maestro ne prese il nome. Divenuto in seguito vescovo di Praga, Adalberto Slavnik abbandonò il vescovado per farsi monaco benedettino a Roma e quindi missionario tra gli Ungheresi, di cui preparò l’adesione al cattolicesimo romano, collaborando con il loro principe Geza alla fondazione del monastero di Pannonhalma. Tale adesione fu ratificata dal papa Silvestro II nell’anno 1000, con l’invio della corona regale al figlio del granduca Geza, il principe Bela: il regno di Ungheria divenne così vassallo della Sede Apostolica. Bela — convertitosi al cristianesimo — prese il nome di Stefano e organizzò la gerarchia ecclesiastica nel suo regno attorno alla sede arcivescovile di Gran (Esztergom): oggi è venerato dalla Chiesa come santo Stefano, re d’Ungheria ( 1038).

Lasciata l’Ungheria, sant’Adalberto di Praga si recò in Polonia, dove con l’aiuto del duca Boleslao il Valoroso progettò una spedizione missionaria tra i Prussiani, tragicamente finita presso Danzica con il suo glorioso martirio (23 aprile 997). La sua morte però ha dato un meraviglioso impulso alla cristianità polacca, che in seguito alla sua canonizzazione (999) ha fatto della chiesa cattedrale di Gnienzo, in cui le sue reliquie furono deposte dal duca Boleslao, il proprio santuario nazionale, divenuto anche per volontà dell’imperatore Ottone III e del papa Silvestro II la sede primaziale del regno, proclamato nell’anno 1000.

Così contemporaneamente due delle più grandi nazioni dell’Est europeo, Polonia e Ungheria, giungevano alla pienezza dell’indipendenza politica e dell’organizzazione religiosa nell’ambito della Chiesa cattolica, in stretta comunione con la Sede Apostolica di Roma, alla cui fedeltà nei secoli seguenti non sarebbero mai venute meno, nonostante le persecuzioni subite dai moderni regimi anticristiani. Questa è l’idea fondamentale che anche il papa Giovanni Paolo II ha ribadito ogni volta che si è recato in Polonia per venerare le reliquie del patrono della sua patria e che ha avuto quasi la sua ufficiale consacrazione nella solenne beatificazione dei 108 martiri del paganesimo nazista celebrata il 13 giugno 1999 a Varsavia, durante l’ultima visita pontificia, occasionata proprio dal millenario della canonizzazione di sant’Adalberto. Effettivamente un filo rosso, che scorre lungo tutto questo millennio, lega fra di loro il monaco missionario martire del sec. X e gli eroici ecclesiastici e laici uccisi dal nazismo nel sec. XX: sia l’uno che gli altri sono morti perché l’Europa fosse libera e cristiana, dal momento che solo la verità del Vangelo può liberare integralmente gli uomini e i popoli.

È giunto il momento di concludere questa nostra breve introduzione alla storia della conversione dell’Europa al cristianesimo, operata principalmente dai figli di san Benedetto nei secoli dell’alto Medioevo. Ci sembra che per uno sguardo globale a questi secoli, generalmente ritenuti fra i più oscuri della storia dell’Occidente, valga ancora la sapiente e non retorica considerazione fatta dal beato Federico Ozanam (1813-1853) al termine della sua trattazione sulla evangelizzazione dei barbari: «Il tempo che abbiamo percorso non ci diede le meraviglie dell’eloquenza classica; non abbiamo mai ritrovato le tribune di Atene e di Roma e neppure la parola dorata di san Giovanni Crisostomo, né le grida patetiche di sant’Agostino. Tuttavia san Giovanni Crisostomo e sant’Agostino, con tutta la bellezza del loro genio, non riuscirono che a consolare gli ultimi momenti dei loro popoli d’Antiochia e d’Ippona; aiutarono la società antica a ben morire, onorarono i suoi funerali. I predicatori dei tempi barbari fecero di più: crearono dei popoli nuovi» (F. Ozanam, La civilisation chrétienne chez les Francs, in Oeuvres complètes, IV, Paris 1855, p. 577).

 

Nota del redattore del sito.

Il libro prosegue con le dettagliate biografie di:

1. San Severino del Norico († 482)

2. San Fridolino di Säckingen († 540)

3. San Martino di Braga († 579)

4. Sant’Agostino di Canterbury († 605)

5. San Colombano di Bobbio († 615)

6. San Ruperto di Salisburgo († 718)

7. San Pirmino di Hornbach († 753)

8. San Willibrordo di Utrecht († 739)

9. San Bonifacio di Magonza († 754)

10. Sant’Anscario di Amburgo-Brema († 865)

11. San Rudesindo di Cellanova († 977)

12. Sant’Adalberto di Praga († 997)


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10 aprile 2020                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net