Monachesimo e mondo d'oggi
Estratto da "Pedagogia viva. Cîteaux
novecento anni dopo"
[1]
di Cristiana Piccardo O.S.B.
Jaka Book 1999
INTRODUZIONE
Le pagine che seguono non
rappresentano uno studio ben documentato. Si tratta di semplici chiacchierate
all'interno di una specifica comunità, tra persone note e amate, Uno scambio
semplice e molto familiare su un'esperienza vissuta insieme, insieme sofferta,
insieme sviluppata in alcuni orientamenti pedagogici che ci hanno aiutato a
vivere una fedeltà a Dio, alla Chiesa, all'Ordine, alla Casa. Si tratta solo di
lasciare che il ricordo affiori nel presente, che un passato germini nell’oggi,
che la gratitudine per la misericordia ricevuta proietti nel futuro la speranza
di cui abbiamo vissuto. Pagine povere dedicate alla comunità di Vitorchiano
[2],
ricca delle sue figlie, delle sue fondazioni, della misericordia di Dio che in
lei sovrabbonda senza misura.
Perché offrire alla pubblicazione, e
dunque ad un lettore ignoto, queste pagine? Perché siamo certe che, nella
dinamica delta salvezza, ciò che è stato importante e prezioso nella nostra
piccolissima realtà può avere un significato che va ben oltre noi. Perché siamo
certe che, nel respiro della Chiesa, ciò che è vissuto in un punto nascosto è a
beneficio del tutto. Perché abbiamo sempre creduto e voluto che ogni nostro
passo, ogni nostra, sia pur incerta, ricerca, fosse per il mondo. Infine perché
abbiamo creduto e crediamo che il carisma monastico possa essere un talento
prezioso proprio per questo nostro mondo di oggi; e ci sono momenti storici in
cui ciò che solitamente rimane nascosto è bene sia detto.
Con la, così detta, morte delle
ideologie, che erano pur sempre il tentativo di una risposta alla domanda di
felicità che è al cuore di ogni uomo, non solo non esistono più oggi risposte
convincenti o per lo meno l'utopia di una risposta, ma si verifica un
attutimento delle domande. E la perdita di domande appare infinitamente più
grave della perdita di risposte. Tuttavia c'è un passo ulteriore che val la pena
di menzionare. In un vecchio articolo, ma non superato, di «Le Monde», un
pensatore uruguaiano, Eduardo Galeano
[3],
parlava di «rottura della memoria». Cito letteralmente il testo che mi sembra
avere una certa importanza per definire il volto attuale del mondo:
«La cultura del consumismo che
spinge verso il mercato condanna tutto ciò che vende alla immediata
dimenticanza: le cose invecchiano in un batter d'occhio per essere rapidamente
rimpiazzate da altre cose, altrettanto effimere. Lo shopping-center, tempio in
cui si celebrano le messe dei consumismo, è un simbolo eccellente dei messaggi
che dominano la nostra epoca; esso esiste al di fuori del tempo e dello spazio,
non ha né età né radici, non ha memoria. La televisione è il miglior vettore di
questi messaggi. C'innaffia di immagini che nascono per essere immediatamente
dimenticate. Ogni immagine seppellisce l'immagine precedente e non sopravvive
all’immagine successiva. Gli avvenimenti umani, divenuti oggetto di consumo,
muoiono, come le cose, nell`istante stesso in cui sono utilizzati. Ogni notizia
è senza legame con le altre, divorziata dal proprio passato e dal passato di
ogni altra informazione. Nell’era dello zapping, l'eccesso di informazioni
produce un eccesso di ignoranza. I mass media e la scuola non ci aiutano a
capire la realtà e a ricostruire la memoria. La cultura consumistica che è
cultura alienante, ci condiziona a credere che le cose succedono perché devono
succedere. Incapace di riconoscere la sua origine, il tempo presente proietta
sul futuro la propria ripetizione: domani è un altro oggi».
E conclude:
«Ma la memoria è viva, la
memoria non contempla la storia, la memoria fa storia, è nell'aria che
respiriamo. La memoria ci respira (...) A volte ci capita di rimpiangere un
passato che ci inventiamo, e di preferirlo ad un presente che ci sfida, ad un
avvenire che ci spaventa. La memoria non è un punto di arrivo, ma un punto di
partenza. Non rinnega la nostalgia di un passato, ma preferisce la speranza, il
rischio, le tempeste del presente. I Greci dicevano che la memoria era figlia
del tempo e del mare: e non avevano torto».
Il papa nel suo messaggio per
la Giornata Mondiale della pace del 1997 non ha esitato ad affermare: «Non si
può rimanere prigionieri del passato: occorre, per i singoli come per i popoli,
una sorta di ‘purificazione della memoria‘».
E la memoria è per Giovanni Paolo II la coscienza
di un passato che germina nell’oggi come responsabilità dell'istante
vitale in cui ci muoviamo e che si volge al futuro come speranza.
La domanda è chiederci se
abbiamo ancora una memoria, se il mondo in cui viviamo respira ancora una
cultura della memoria.
È affermazione ormai comune che
il nichilismo ed il panteismo dettano troppi comportamenti umani e sociali
dell'oggi. La percezione delle cose come illusorie o come il nulla che non
veicola alcuna partecipazione dell’uomo all’Essere, o il confluire indistinto
dell'esperienza umana in quel «mare dell'essere» proprio del panteismo, negano
la dimensione autentica della persona, la sua individualità, la sua
responsabilità. E, in certo qual modo, negano la sua memoria e la consegnano o
all'arroganza del farsi dal sé, o alla percezione frammentaria nell'urto delle
circostanze, o alla omologazione della propria individualità in un pacificante
stordimento.
Appare nel mondo d'oggi il
triste spettacolo di vite senza spessore di esistenza, prive non solo di memoria
storica, ma di quella memoria ben più consistente che è la coscienza di
un'origine, di una tradizione e di un destino. Da qui la radicale
soggettivizzazione di ogni esperienza umana ed anche della religiosità e della
morale, in cui un relativismo di credenze e di comportamenti etici è ormai
eretto a sistema.
Forse una seconda
caratteristica del mondo attuale potrebbe essere quella che chiamano la «quarta
guerra mondiale del neoliberalismo». Sembra che, dopo la bomba atomica che
distrusse Hiroshima, sia nata la bomba al neutrone che distrugge la vita
rispettando le costruzioni esistenti, per arrivare oggi alla bomba finanziaria
che distrugge le nazioni (e di conseguenza l'identità dei popoli) facendole
diventare una semplice pedina nel gioco della mondializzazione economica. Una
guerra planetaria contro l'umanità, la sua memoria culturale, le sue differenze
artistiche o scientifiche, le sue libere scelte di modalità di produzione e
mercato, di sopravvivenza e sviluppo secondo il genio tipico di ogni popolo. Il
fenomeno di un imbarbarimento economico indice di un imbarbarimento culturale le
cui linee anonime di collegamento sono egregiamente fornite dai mass-media e
dall'esplosione informatica. Si sviluppa logicamente una mentalità e una cultura
di mercato. A parte le conseguenze sociologiche di tale cultura - accumulo e
manipolazione della ricchezza, aumento della povertà in aree sempre più vaste,
permeate di disoccupazione e precarietà, aumento della criminalità organizzata
sorto le forme più svariate -, è la trasformazione culturale e si direbbe
antropologica ciò che più colpisce. Una cultura di mercato inevitabilmente
elimina, come prassi normale (ed è tale «normalità» che spaventa), l'inutile e
propone l'efficiente; scarta la gratuità di ogni spazio e tempo per coltivare
solo l'intensa commercializzazione, non edifica cattedrali, ma centri
commerciali; non respira in silenzi contemplativi, ma si condensa in discoteche
in cui è sovrano il rumore e l'oblio dell’individualità; non costruisce memoria,
ma inghiotte voracemente il passato, con la sua densità storica, nell'effimero
di una moda immediata che scompare così come nasce.
Si potrebbe accennare anche
all'angoscia dell'intensa settorializzazione a cui assistiamo. In qualsiasi
campo della vita individuale e sociale si procede ormai per specializzazioni
estremamente settorializzate. Per diagnosticare una malattia occorre ormai
consultare una decina di specialisti diversi e per curarla ci si deve muovere in
settori assistenziali ed ospedalieri ben compaginati in unità ben differenziate.
Il problema non è la specializzazione, ma la totale perdita di una visione
unitaria della vita, dell'uomo, del mondo: si raggiunge forse il dato specifico,
ma non si riesce più ad inquadrarlo nel mistero della persona, nella complessità
unitaria dell'uomo e della vita. Certamente non è da ascriversi alla
settorializzazione sociale e antropologica il tremendo pullulare di sette
religiose o pseudoreligiose emergenti ovunque, e tuttavia si è tentati di
applicare la settorializzazione culturale che frammenta la convivenza sociale
anche alla dimensione religiosa dell'uomo, e al suo desiderio di felicità e di
infinito, che si canalizza verso forme gnostiche che riducono la visione
unitaria dell'uomo e del suo destino ad esperienze estremamente limitanti e
parziali, ammantate di iniziazione misterica, di emozioni pseudomistiche e della
metafisica dell'autoaffermazione.
Brevissimi spunti del volto
contingente del mondo in cui viviamo e che domani si diversificherà ancor più in
infinite modalità espressive nella veloce trasformazione sociale. Di fronte a
questa realtà e alla sua provocazione si pone il monachesimo di oggi e di
sempre, e la domanda sul suo significato è ineludibile. Che cosa è mai il
monachesimo?
Il monachesimo non è un
tentativo di risposta; non è un sistema di credenze; non è nemmeno una specifica
religione: il monachesimo è una visione dell'uomo e del suo destino; della vita
e del suo divenire; del tempo e della sua dimensione escatologica; dello spazio
e della sua proiezione oltre la precarietà del limite contingente, che
scaturisce come sorgente viva dal mistero della creazione, dell'incarnazione,
della redenzione, della resurrezione e della trasfigurazione. È, cioè, una
visione esistenziale che procede dalla fede, nella fede, verso la fede totale.
Il monachesimo prorompe dalla costante ricerca umana di pienezza di senso e di
significato; è tensione vitale verso la felicità: è memoria che trascende il
tempo, ampiezza escatologica del futuro; è movimento di conversione e
trasfigurazione dell'essere: parte dall'incarnazione e all'incarnazione ritorna,
per incontrare nella persona unica ed infinita del Figlio di Dio, salvezza e
destino, principio e fine, la pienezza della vita e la fonte di ogni
sussistenza.
In questa cultura del non senso
(«cultura della morte», diremmo con Giovanni Paolo II), il monachesimo si
propone come il senso positivo dell'uomo e della vita, si propone come spazio di
umanità nuova. Viktor Frankl
[4],
il fondatore della logoterapia, afferma di avere un unico interesse primario
nella sua vita: «Ho trovato il significato della mia vita nell’aiutare altri a
trovare nella loro vita un significato». Un'affermazione che, in parte, esprime
anche la realtà monastica: ricupero di un significato o, meglio, esperienza
umana che riceve dal Figlio di Dio pienezza di contenuto; un significato così
radicale della vita e del destino da poterlo proporre al mondo come esperienza
di vera umanità.
Dalla ricchissima tradizione
cisterciense emerge, a mio parere, esattamente questo: una particolare ricchezza
di umanità, una visione dell’uomo, della vita, del tempo, dello spazio, che
danno dimensione di gratuità e bellezza all’esperienza umana; una concezione
della relazione e della convivenza che spazia nel campo dell'amicizia e della
comunione come spazio connaturale; il significato di una conversione verso una
trasfigurazione, «conformazione», che supera l'angusto limite dell’ambiziosa
affermazione mondana e dà all’uomo un'immensa possibilità di incontro con
l`infinito e con il reale. È quindi la proposta di un senso alla cultura del non
senso, Viktor Frankl fa un'altra affermazione interessante: «Se cerco la ragione
più nascosta della motivazione per la quale ho creato la logoterapia, posso
menzionare una cosa soltanto: la pietà per le vittime del cinismo
contemporaneo». Ed è impressionante che uno scienziato, uno psichiatra, denunci
il cinismo contemporaneo (e che cosa è più evidente del non senso, come cinismo
dell'epoca) come la malattia più contagiosa e mortale dell'epoca in cui viviamo.
2. L'uomo,
la vita, il tempo e lo spazio
nella tradizione cisterciense
Un tentativo di
risposta monastica al mondo d’oggi si situa:
-
al livello della memoria o
meglio del «ricupero di memoria»;
-
al livello della dignità e
grandezza dell’uomo di fronte ad una mentalità di mercato che lo depaupera
della sua identità;
-
all’insegna di una visione
unitaria dell’uomo e del suo destino, nello spazio e nel tempo, di fronte
all'attuale frammentarietà esistenziale nella quale siamo immersi, di fronte al
settarismo e al relativismo incontrollabile che oggi respiriamo.
I padri cisterciensi hanno una risposta stupefacente alla problematica moderna
proprio a livello antropologico. Un'antropologia che ricorre in tutta la
patristica cisterciense come una linea precisa di congiunzione di un pensiero
comune. Essi considerano l'uomo come il capolavoro dell’amore di Dio: l'uomo
creato per amore; frutto dell’espansione straripante dell'intrinseco amore
trinitario, essenza stessa della divinità. È il capolavoro della creazione,
destinato a partecipare all’infinita pienezza della vita di Dio in un cammino di
libertà e conformazione che la coscienza e il desiderio sostengono. Un sigillo,
quindi, di positività amante che l’atto creatore di Dio imprime nell’uomo e che
nulla potrà cancellare, nemmeno la più inconcepibile negatività della ribellione
e del peccato umano. Egli trae significato da un'origine amante e riveste l'uomo
di bellezza e dignità incancellabile.
Tale visione dell’uomo e della vita è totalmente unitaria, unificata e
unificante, perché è l’amore stesso di Dio che, penetrando l'uomo, lo strappa
alla frammentarietà e alla divisione del peccato e lo rende capace di varcare il
limite terreno e temporale della propria contingenza, già nell'oggi, per mezzo
della carità.
In Baldovino di Ford, che esprime una delle visioni antropologiche più compiute
e precise, e più care alla patristica cisterciense, troviamo l’affermazione:
«Dio non ci ha amato nell’apparenza e dall’esterno, quasi alla superficie del
nostro essere, ma ci ha amato dal di dentro, dalla più profonda interiorità del
nostro stesso essere, quasi visceralmente»
[5],
e il Dio che ama l’uomo senza misura, nel dono trinitario e perfetto di se
stesso, riconduce costantemente l’uomo dalla frammentarietà del suo disordine
interiore ed esteriore all’unità essenziale della forma creativa originaria, e
lo dilata nella carità per l’abbraccio conformante della Sua misericordia.
Unificazione e dilatazione vanno, in Baldovino di Ford, di pari passo: vittoria
sulla frammentarietà e approdo all’unificazione nell’amore si condensano nella
sua antropologia. Ed è interessante cogliere in Baldovino come l’allontanamento
dall’amore di Dio, vera consistenza dell’uomo, decentri l’uomo da se stesso e lo
separi dalla sua stessa identità: «Coloro che vagabondano al di fuori di se
stessi, e camminano verso desideri molteplici e fallaci, si allontanano come
insensati dal proprio cuore e si volgono alle stravaganze della menzogna». Da
qui la concezione dello spazio come interiorità. Lo spazio è permanere al cuore
del proprio cuore: «L’uomo che vive in disaccordo con la sua ragione e si è
allontanato dal suo centro vitale (dal suo cuore) è come privato della sua
terra, e vive esule, sradicato da se stesso, nella regione della dimenticanza e
della dissomiglianza». Solo l’uomo che ritrova le sue radici e che capta la sua
umanità al cuore del mistero della creazione e, in particolare, l’uomo che
incontra il mistero della redenzione balza dalla dimenticanza alla memoria,
dalla dissomiglianza della frammentarietà alla verità della sua unificazione
nell’identità filiale. Ricupero di verità e memoria che non solo tocca l’uomo
nella sua essenza, ma anche nella relazione. Di fatto quando l’uomo elimina
interamente dal suo cuore l’amore mondano e unifica il suo sguardo interiore,
lasciandosi permeare dalla divina carità, il suo essere si fa spazio di
accoglienza, capacità di comunione, trasparenza di verità, concentrazione di
unità nella libertà. E da tale spazio interiore che sgorga l’amore del prossimo,
un amore che in Baldovino si fa tenero e forte, autentico e penetrante, denso di
memoria e di significato.
La vita monastica riconduce l’uomo a se stesso, alla sua umanità, al suo cuore,
alla sua identità. Il cammino necessario è quello dell'obbedienza, in cui
l’amore si fa carne del quotidiano e stabilisce la somiglianza con il Figlio che
«imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). «La carità - mediante
l’obbedienza - sottomette tutto a Dio, tutto dispone secondo il suo decreto e
consiglio, accoglie ciò che è indispensabile, indica ciò che è necessario,
sceglie ciò che è migliore». L’uomo, a causa del peccato, si è fatto estraneo a
Dio (l’estraneità è uguale ad assenza di memoria), ed estraneo a se stesso.
Vincere l’estraneità del cuore, la smemoratezza dell’anima, è l’ascesi monastica
che Baldovino propone come essenziale al cammino della conversione a Dio. Solo
il cuore che sempre più tende ad offrirsi consapevolmente e totalmente a Dio
ridiventa familiare all’uomo stesso, cessa l’estraneità e l’uomo rientra nella
sua terra: la terra del suo cuore. Il cuore non offerto permane estraneo
all’uomo: è il cuore donato a Dio che diventa proprio all'uomo, terra benedetta
della sua identità e della sua libertà.
«(Ora il tuo cuore non ti appartiene, non è terra tua), ma se comincerai ad
amare Dio nella misura in cui Dio ti chiede di amarlo, giungerai ad amarlo
sempre più totalmente ed allora il tuo cuore sarà perfettamente tuo (...) Dio è
un creditore generoso e retribuisce senza misura il debitore che paga tutto
quello che può, affinché possa pagare sempre più e possedere sempre più
vastamente la sua terra».
In Baldovino la purificazione del cuore, che si opera solo attraverso l’amore di
Dio che libera il cuore dall’amore mondano, è legata all’immagine che egli ha di
spazio. Quando Baldovino parla di spazio non comunica solo un’idea di ampiezza,
ordine, bellezza che viene dall'orientamento di ogni cosa e di ogni atto al suo
fine ultimo; non è nemmeno unicamente l’immagine della terra promessa, la terra
del cuore, finalmente resa all’uomo che ricupera la sua figliolanza; lo spazio
ha in Baldovino un riferimento preciso alla comunità monastica. Permanere nello
spazio che la Provvidenza ci ha assegnato, grazia della stabilità e della
convivenza; fedeli all'ordine stabilito da Dio, secondo la vocazione ricevuta,
concordando con l’obbedienza all’armonia voluta dal Padre, è come creare quella
musicalità universale, quella melodia infinita a cui Baldovino presta il nome di
«cetra», proponendoci una comparazione di grande sensibilità poetica.
L’obbedienza e la permanenza stabile ed umile al proprio posto nella comunità
hanno una risonanza melodica immensa. E nella propria comunità che il plettro
della carità muove le corde individuali dell’unica cetra e fa risuonare nella
convivenza l’ineffabile melodia della vera reciprocità
[6].
Dall’antropologia Baldovino passa all'ecclesiologia come normale conseguenza: la
visione dell’uomo in cui l’amore di Dio crea spazi di memoria come origine e
identità, e di obbedienza liberante, apre l'accesso alla terra promessa della
vita ecclesiale, in cui la reciprocità crea consonanze melodiche che già sulla
terra hanno la perfetta sintonia del cantico eterno del paradiso. La Chiesa è il
luogo del popolo liberato, dell’umanità ricondotta all’armonia fontale della
creazione.
Commentando i versi di Clemente Rebora:
«Quando si eleva il cuore all’amoroso dono
non più s’inventan gli uomini,
ma sono...»
don Luigi Giussani dice: «Quando il cuore si eleva a percepire che tutto è dono,
quando fa tale scoperta, allora gli uomini non s'inventano più, non inventano
più se stessi, non si fingono, non debbono immaginarsi, ma finalmente sono.
Acquistano quella consistenza che di fronte ai loro occhi hanno le stelle». E
Baldovino direbbe: quella consistenza che crea l’infinita melodia di una cetra
ben accordata, da cui il plettro dell’amore trae la bellezza dei cori angelici.
O meglio, direbbe che finalmente l’uomo non si inventa più perché si scopre al
cuore stesso del mistero trinitario, e in quell’amore che è il sigillo
indelebile della sua umanità incontra «quella consistenza che di fronte ai suoi
occhi hanno le stelle»
[7].
I concetti di memoria, spazio, unità, dignità, grandezza dell’uomo
fluiscono dalla visione e dalla dottrina di Baldovino con una semplicità e
immediatezza che, a distanza di otto secoli, ancora stupisce ed è risposta
all’oggi con evidenza profetica.
Un altro padre cisterciense dall’antropologia attualissima, profonda e unificata
è certamente Aelredo di Rievaulx che concepisce l’uomo precisamente come
memoria, intelligenza e amore
[8].
Nella struttura essenziale dell’uomo è impressa la forma, cioè
l’indelebile sigillo trinitario. Colpisce in questo padre, come già in Baldovino
di Ford, l’insistenza sull'indelebilità della forma:
«Per l’uso perverso del suo libero arbitrio l'uomo si è allontanato dal Sommo
Bene (...) Per l’affetto disordinato del suo cuore, e il prevalere dell’umana
superbia, l’immagine di Dio si è corrotta nell’uomo (...) Tuttavia l’impronta
della divina Trinità permane nella natura trinitaria dell’anima razionale,
perché nonostante la sua miserabile condizione, tale impronta è stata
indelebilmente impressa nella sua essenza»
[9].
L’uomo si è allontanato da Dio, erra nelle regioni dell’estraneità e della
dissomiglianza, è catturato dalle tenebre dell'umana concupiscenza e dal limite
di ogni frammentarietà, e tuttavia in lui mai si cancella la divina impronta
trinitaria, indelebilmente impressa nella sua stessa essenza, poiché tale
impronta deriva dall’incorruttibile essenza trinitaria. Da tale visione
antropologica fluisce la teologia di Aelredo e la sua dottrina dell'ascesi
dell’amicizia, su cui costruisce il cammino della conversione monastica e la
grazia della convivenza fraterna; un’ascesi dell'amicizia che appartiene alla
medesima forma trinitaria impressa nella persona umana, poiché nella Trinità
Santa tutto è reciprocità, mutua fedeltà, infinita penetrabilità e scambio
d’amore. Colpisce in Aelredo il senso profondo dell’uomo, di tutto ciò che
riguarda l'umano; della relazione, della convivenza fraterna che lui concepisce
come fonte concretissima di santificazione. L’amicizia infatti non è un
sentimento, ma un’opzione di fede e di ragione che esige una purificazione e un
dono incondizionato di sé, ed è sempre vittoria su ogni tentazione di
possessività ed egoismo. Egli definisce l’amicizia appunto come:
«La mutua sollecitudine per il bene dell’altro, la mutua riverenza e stima, la
gioia per il progresso dell’altro come fosse il proprio progredire, il pianto
per la caduta dell’altro come fosse la propria caduta»
[10].
È come la conferma che veramente al di fuori di un atteggiamento cordiale e
sincero di amicizia verso l’altro, verso l’uomo, ogni relazione è menzogna.
L’altro, l’uomo, ha in Aelredo una profonda risonanza evangelica, e tocca il
concreto esistenziale per umanizzarlo nel respiro delle beatitudini: «Fare ogni
sforzo per sostenere il pusillanime, per sollevare chi è infermo, per consolare
chi è triste, per sopportare l’irascibile»16. Ed arriva ad una tale
delicatezza di tratto che chiede ai suoi monaci di fare in modo che «l’errore
non ricada mai su chi lo ha commesso perché non debba arrossirne, ma colui che
ha visto l’altro commettere l’errore ne assuma il peso come fosse stato lui
stesso a commetterlo, di modo che l’amico senta che colui che deve essere
perdonato più che se stesso è l’amico del suo cuore».
Ritroviamo qui il clima inconfondibile delle beatitudini e il volto mansueto e
sacrificato del Cristo che muore sulla croce assumendo come proprio il peccato
dell’umanità: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno» (Le 23,34).
L’altruismo dell’amicizia arriva in Aelredo a questo spazio di perdono all’amico
che non solo gli impedisce di arrossire e sentirsi confuso per l’errore
commesso, ma si sostituisce nell’umile espiazione, assumendo su di sé la colpa
altrui e la sua conseguenza. Una sostituzione di umanità che paga con la propria
vita, reputazione, stima, la liberazione dell'altro dal suo proprio male,
nell’ascesi di un’amicizia senza calcoli. Siamo al vertice di una visione
dell’uomo che raggiunge, in Aelredo, l’offerta crocifiggente del più consumato
altruismo e della più feconda reciprocità.
Vertici che possiamo ritrovare solo in taluni grandi santi di oggi come
Massimiliano Kolbe, che incarna certamente l’ideale estremo della visione
aelrediana, o Teresa di Calcutta, o sconosciuti santi senza aureola come Etty
Hillesum, la giovane ebrea miscredente morta ad Auschwitz, che scriveva:
«Ovunque si è, ciò che conta c esserci al cento per cento: il mio fare consiste
nell’essere (...) La realtà è qualcosa che bisogna prendere su di sé con tutto
il suo dolore e con tutte le sue difficoltà, c intanto che la si sopporta la
nostra pazienza aumenta (...) E se si distruggono i preconcetti (del dolore)
allora si libera la vera vita e la vera forza che sono in noi, c allora si avrà
la forza di sopportare il dolore reale, nella nostra vita e in quella
dell’umanità (con l’infinita pazienza dell’amore)»
[11].
O in talune espressioni di Mounier, quando parla della sua piccola Françoise
demente:
«Che senso avrebbe
tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di
vita dolorante e non invece una piccola, bianca ostia che ci supera tutti,
un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a
faccia (...) Non dobbiamo pensare al dolore come a qualcosa che ci viene
strappato, ma come a qualcosa che noi doniamo, per non demeritare di questo
piccolo Cristo che si trova in mezzo a noi (...) Non voglio che si perdano
questi giorni, dobbiamo accettarli per quello che sono: giorni pieni di una
grazia sconosciuta»
[12].
Siamo apparentemente in una condizione sociale diversa da quella espressa nella
tematica dell’amicizia che ci viene da Aelredo, ma la visione dell’uomo che
comunque emerge, è così colma di rispetto e di miracolo per la grandezza della
sua natura che ci ritroviamo a distanze incommensurabili dall’immagine dell’uomo
mercato, comune alla cultura moderna. D'altronde Giovanni Paolo II a Longchamp
non ha esitato ad affermare, parlando a un milione di giovani:
«Amare consiste anzitutto in servire. Colui che non accetta di servire non può
essere discepolo di Cristo. Al contrario colui che serve riceve la promessa
della salvezza eterna (...) Servire è il cammino della felicità e della santità
(...) Il trionfo e la gloria di Cristo passano per il sacrificio e il servizio.
Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici (e la vita non
si dà solo morendo, ma anche servendo). Perché è l’amore che salva il mondo,
costruisce la società e prepara l’eternità (...) Che l'amore e il servizio
siano, giovani di tutto il mondo, la prima regola della vostra vita»
[13].
La Chiesa, nel suo più alto magistero, conferma una tradizione di umanità che
fiorisce da sempre nell'Ordine Cisterciense ed è come la linfa segreta che
unisce i membri di una comunità e le comunità dell’Ordine tra loro: la legge
dell’amicizia, l’imperativo della reciprocità, il gaudio del mutuo servizio, la
forza del profondo rispetto che sa riconoscere nella ricchezza della differenza
l'unicità del comune carisma.
La stessa dimensione di umanità fluisce a noi da ogni scritto di san Bernardo.
Trarre dalle sue opere quel contenuto di umanità, che vorremmo qui sottolineare
come tentativo di risposta al rischio di disumanizzazione contemporaneo, è
impossibile in breve spazio. Ci basta citare alcune espressioni tratte dalle
Lettere che manifestano lo spessore e la qualità di umanità di Bernardo
nella relazione, Lettere in cui usa sovente un linguaggio che rasenta una
sconcertante tenerezza:
«Tu piangi, carissimo figlio Rainaldo (...) Non riesco a non affliggermi se ti
affliggi tu e, udendo le tue preoccupazioni e le tue angosce, a non essere
anch’io preoccupato e angosciato (...) Già abbastanza e più che abbastanza mi
tormento perché son privo di te, perché non ti vedo, non godo il dolcissimo
sollievo che mi viene da te, sì che quasi mi pento d’averti allontanato da me. E
per quanto la carità obbligasse a questo, quale che sia la necessità per cui
t’ho mandato dove non mi è possibile vederti, ti piango come se tu mi sia
mancato»
[14].
O nella famosa
lettera a Guglielmo di Saint-Thierry:
«Dio, che scruti i
cuori, unico sole di giustizia che illumini differentemente le anime, io l’amo
perché è tuo il dono c suo il merito. Questo Tu lo sai ed io lo sento, ma fino a
qual punto io l’ami, Tu lo sai ed io l’ignoro. Tu solo, o Signore, che elargisci
a noi questo dono. Tu solo conosci l’estensione del suo amore per me, del mio
per lui»
[15].
Tale ricchezza di umanità poggia da un lato sulla percezione, nitidissima in
Bernardo, che tutto fluisce alla presenza di Dio e che la relazione umana,
l'amicizia, la profonda reciprocità è solo continuazione e manifestazione
dell’intima essenza dell’amore trinitario, della presenza del Signore tra gli
uomini e del costante dialogo d’amore fra l’anima e Dio. Dall’altro lato, la
ricchezza umana di Bernardo poggia sulla libertà, frutto della verità che
costituisce in lui una ricerca continua e che non lo fa mai esitare a
rimproverare duramente il peccato nel peccatore che ama:
«Oh ragazzo insensato! Chi ti ha sedotto a non assolvere i tuoi voti che proprio
le tue labbra avevano formulati? (...) E questo te lo dico, figlio, non per
confonderti, ma per ammonirti come un figlio carissimo perché, anche se hai
molti educatori nella dottrina di Cristo, hai purtroppo pochi padri (...) Ti
piango perché mi sei stato sottratto, ti reclamo perché mi sei stato portato via
con la forza. Non posso trascurare le mie viscere, perché insomma, essendomene
stata staccata una parte non piccola, il resto non può che torcersi dal dolore»
[16].
Il rimprovero risuona forte dentro una quasi incredibile tenerezza che ha
accenti materni più che paterni, rivelatrice di una forza affettiva e di una
libertà del cuore che possono sorgere solo dalla coscienza certa dell’identità
ontologica dell’uomo, creatura amata e voluta da Dio Padre. E ben sappiamo che
la dissomiglianza è, in Bernardo, la perdita dell’identità ontologica della
creatura umana. Bernardo non ne fa mai un problema morale, ma solo e sempre un
problema ontologico. Ed è qui la sua grandezza, come in fondo la grandezza di
visione di tutto il Medioevo, che parla di ontologia più che di etica. Ed infine
la grande umanità di Bernardo nasce da quella grande umiltà che lo
contraddistingue e che è il riflesso dell’amore alla verità che alimenta la sua
visione della vita e dell’umanità. Una coscienza, quindi, dei suoi limiti che
rende la sua anima, così come la sua capacità di affezione, assolutamente
libere:
«Ho respinto ben a ragione da me con lo scudo della verità le altisonanti
denominazioni di signore e di padre, con le quali credevi di onorarmi, ma non di
onerarmi; al loro posto scelgo coerentemente per me le denominazioni di fratello
e di compagno di servitù, sia perché è la stessa per noi l’eredità che ci è
toccata, sia perché la nostra condizione è uguale»
[17].
Interessante in
Bernardo anche la concezione di tempo e spazio. A parte la sua classica visione
del tempo come «giorno che spira» (la creazione), che «cospira» (il peccato
dell'umana ribellione), che «respira» (la conversione), che «espira» (la morte),
che «aspira» (il desiderio)
[18]-
per cui lo spazio temporale si riduce al «giorno» in cui memoria, coscienza,
desiderio, costituiscono la dinamica perennemente vitale della temporalità
aperta all’eterno -, è utile accennare qui anche alla sua idea di vecchiaia e
giovinezza, che si connota nell’immagine evangelica dell'uomo terreno e
dell’uomo celeste.
«La vecchiaia è nel cuore, nella bocca e nel corpo attraverso i quali abbiamo
peccato in pensieri, in parole e in opere. Nel cuore sono i desideri carnali e
mondani, cioè l’amore della carne e del mondo. Anche nella bocca c’è una doppia
vecchiaia: l'arroganza e la calunnia. E nel corpo c’è la duplice vecchiaia della
pesantezza e del crimine. Questa è l’immagine dell’uomo vecchio (...), ma se si
escludono dal cuore i desideri mondani e carnali per far posto al desiderio di
Dio e della vita eterna; se si allontanano dalla bocca l’arroganza e la
detrazione e al loro posto sgorga la confessione vera dei nostri peccati e il
giudizio buono del nostro prossimo; se al posto della pesantezza e del crimine
germogliano dal nostro corpo la continenza e l’innocenza, allora l’uomo si
rinnova ed entra nella perenne giovinezza dei santi»
[19].
Il desiderio è in
Bernardo l’immagine dello spazio fra il tempo e l’eterno. L’aspirazione intensa
del cuore colma le distanze e riempie lo spazio di speranza e di attesa:
«Voglio con tutte le mie forze seguire l’umiltà di Gesù: desidero abbracciare
per così dire con le braccia dell’affetto ricambiato Colui che ‘mi ha amato e ha
sacrificato se stesso per me’ (Gal 2,20): ma è necessario anche che io mangi
l’Agnello pasquale. Se infatti non avrò mangiato la sua carne e bevuto il suo
sangue, non avrò vita in me stesso. Altro è seguire Gesù, altro è abbracciarlo,
altro è mangiarlo. Seguirlo è un proposito salutare; amarlo e abbracciarlo è un
gaudio solenne; ma mangiarlo significa la vita beata»
[20].
Lo spazio è ancora la morada, cioè la dimora, che Bernardo distingue in
tabernacolo, atrio e casa. Il tabernacolo ha un tetto, ma
non fondamento: è portatile, perché i giusti non trovano spazio Fra le cose
effimere dell’esistenza temporale, ma lo spazio del loro respiro è solo il
Signore; tuttavia ha un tetto, cioè la copertura e la difesa della grazia
divina. E la loro fede, che è il fondamento, non è nelle cose della terra, ma
nel Signore. L'atrio è
vasto ed è vicino alla casa, ed è lo spazio di coloro che hanno già
abbandonato la strettezza della carne e respirano in ampi spazi di vita.
Bernardo pensa a coloro che già hanno varcato la soglia della vita, ma si può
pensare anche a coloro che, nella libertà dello Spirito, hanno raggiunto la
vastità dell’amore. E l'atrio - ci insegna Bernardo - ha un fondamento,
ma non ha un tetto perché lo spazio dell’atrio è colmo dell’amore di Dio, e già
sul cemento incorruttibile della Fede l’uomo spazia nell’amore e si muove verso
un'infinita pienezza.
E infine la morada della casa che non ha né tetto né fondamenta. Il suo
fondamento è dato dall’eterna beatitudine e il tetto ne è la perfezione e la
consumazione. La casa, la morada per eccellenza è dunque la vita eterna,
ma tutto quaggiù può diventare morada se il desiderio sospinge l’uomo,
attraverso la fede e lo spazio ampio e magnanimo dell’amore, verso la patria del
Cielo.
E difficile a questo punto individuare in forma specifica l’apporto del pensiero
e della spiritualità cisterciense alla problematica esistenziale dell’uomo
moderno, ma è certo che tale tradizione monastica è tutta così impregnata di
umanità, di coscienza ontologica della identità, grandezza e libertà dell’uomo;
così vera nel gaudio della sua umiltà e nella dinamica del suo incoercibile
desiderio, così amante di Dio e dell’uomo, fino all’impeto della più dolce
tenerezza materna e paterna insieme, che già di per sé colma di speranza
l’angoscia contemporanea ed è risposta all’ansia di destino che rende vivo ogni
uomo.
[1] Nota del
redattore del sito.
San Bernardo e i Cistercensi (da Dizionario di Storia della Chiesa di Di Guy
Bedouelle - Edizioni Studio Domenicano).
Anche se S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) non ha
fondato l’Ordine dei Cistercensi, fu tuttavia per quarant'anni il
promotore, l'ispiratore e il vero simbolo di questa applicazione
rigorosa della Regola di S. Benedetto da Norcia. E' infatti proprio
all'interno dell`Ordine di Cluny che nasce l`esigenza di una vita più
austera e più solitaria, nella quale siano vietate tutte le
compromissioni finanziarie e materiali, e ci si dedichi all'educazione
dei giovani e all’assistenza dei poveri.
Roberto di Molesme e Stefano Harding, giovane monaco
inglese venuto in Europa Continentale per i suoi studi, ottengono il
permesso del legato pontificio di fondare a Cîteaux - nel 1098 -
un'abbazia dove seguire un'interpretazione letterale e rigorosa della
Regola benedettina, caratterizzata dal lavoro manuale, dall`ascesi, dal
silenzio e dalla solitudine.
Prima di ritornare a Molesme, Roberto lascia a Cîteaux
un nuovo abate, Alberico, al quale succede Stefano Harding. Dopo le
difficoltà iniziali, il nuovo Ordine si rafforza con l’entrata di
Bernardo di Fontaine-lès-Dijon, accompagnato da una trentina di parenti
e amici. Cîteaux si da allora una sua struttura con la “Carta della
carità” redatta da Stefano Harding nel 1119. L'uniformità e la severità
dell'osservanza si accompagnano all'autonomia delle abbazie unite dal
vincolo della “carità” e dalla figura dell'abate della comunità
fondatrice. Invece della centralizzazione preferita da Cluny, l'Ordine
cistercense è fondato su uno scambio reciproco di doveri - ispirati da
profonda carità - tra le abbazie figlie e le abbazie madri, tra le quali
le cinque capostipiti: Cîteaux, La Ferté, Pontigny, Clairvaux, fondata
da S. Bernardo, e Morimond.
Il successo dell’Ordine cistercense è subito immenso:
alla morte di S. Bernardo esso conta già 343 abbazie. I monaci
provengono sia dal laicato sia dalle abbazie cluniacensi, il che provoca
per tutto il XII secolo delle frequenti polemiche, che la lettera
inviata da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, a S. Bernardo,
ammirevole per spirito di pace, non riesce a placare che in parte.
Il
successo di Cîteaux si spiega sia con la sua capacità di integrate il
bisogno di ritornare alla severità delle abitudini cenobitiche - assai
diffuso nell'XI secolo - innestandolo sull’antica Regola benedettina,
sia con il suo riuscito tentativo di inserire nella vita religiosa le
esigenze della riforrna gregoriana. I fratelli conversi cistercensi -
che svolgono il ruolo degli operai salariati di Cluny -, incaricati di
molte attività agricole, abitano in "fienili" separati dalle abbazie, e
assicurano un`efficace organizzazione materiale.
Ma è essenzialmente
la figura di S. Bernardo, presente in tutti i grandi avvenimenti della
cristianità del suo tempo, che dona a Cîteaux il suo prestigio. Troviamo
S. Bernardo in tutte le grandi contese dell'epoca: egli è un
riformatore, e viene anche chiamato a svolgere un ruolo decisivo nella
cristianità quando - a partire dal 1130 - uno scisma divide la Chiesa
romana
tra Anacleto II (morto nel 1138), della famiglia Pierleone, e
Innocenzo II, del quale S. Bernardo prende senza esitazione le difese al
Concilio di Etampes. S. Bernardo è anche il consigliere del papa Eugenio
III, che era stato suo discepolo, e al quale S. Bernardo dedica il
trattato De consideratione, nel quale afferma che l’umiltà del Pontefice
è la forza stessa del Papato. Si trova proprio in questo trattato la
formulazione della dottrina detta delle “due spade", che servira poi a
teorizzare la “teocrazia” medievale (la supremazia del Papa anche
nell’ambito temporale). Su ordine di Eugenio III, S. Bernardo predica
anche la Seconda crociata, prima a Vezelay, poi in Germania.
Dal
punto di vista intellettuale lo scontro più aspro Bernardo lo sostiene
contro Abelardo, mostrando nell’insegnamento di questo teologo alcuni
aspetti che potevano portare all’eresia. Al Concilio di Sens S. Bernardo
rifiuta l'applicazione della dialettica in teologia, preferendo
un'analisi più ammirativa e contemplativa del mistero; e di ciò troviamo
vari esempi nel suo Commentario al Cantico dei Cantici e nel suo
trattato De diligendo Deo.
[2]
Nota del redattore del sito: la descrizione che segue è ricavata dalla
prefazione del libro.
La comunità monastica trappista di Vitorchiano, cui l’Autrice (madre
Cristiana Piccardo, monaca trappista) si riferisce in vari passi del
libro, nacque nel 1875 a San Vito, in Piemonte, vicino a Forino, come
fondazione del monastero francese di Vaise (Lione, Francia).
L’isolamento di San Vito, che oltretutto non permetteva un’autonomia dal
punto di vista economico, suggerì un trasferimento della comunità nelle
vicinanze di Roma, dove già esistevano due comunità trappiste maschili.
Il trasferimento avvenne nel 1898 a Grottaferrata. Iniziò così un
periodo segnato, in modo del tutto particolare, dalla figura di una
badessa straordinaria, Madre Maria Pia Gullini. Fu lei ad inaugurare
un'epoca nuova per la formazione della comunità. Certo, le sofferenze
causate dalla seconda guerra mondiale ebbero un peso nel deterioramento
della salute delle suore e, allo stesso tempo, l'inesorabile avanzata
dell’espansione urbana di Roma indusse una seconda volta i superiori ad
optare per un trasferimento della comunità, questa volta più lontano da
Roma, in un luogo con clima più salubre. Venne offerto un terreno vicino
al paese di Vitorchiano, 6 chilometri ad est di Viterbo. In questo luogo
l’Autrice entrò, come postulante, nel 1958 e lì svolse il suo servizio
di badessa, negli anni che vanno dal 1964 al 1988. La comunità di
Vitorchiano ha fondato, in quegli stessi anni, altre cinque case figlie
in altrettanti Paesi: Valserena in Italia, in provincia di Pisa (1968);
Hinojo in Argentina (1975); Quilvo in Cile (1981); Humocaro in Venezuela
(1982); Gedono in Indonesia (1987). Viene da chiedersi: come è
possibile, per una sola comunità, realizzare una tale espansione
attraverso i continenti? E ancora: di quanto si è impoverita la comunità
fondatrice? Bene, al termine dell'abbaziato di Madre Cristiana,
Vitorchiano ha continuato con la badessa che le è succeduta, Madre
Rosaria Spreafico, con una sesta fondazione: Matùtum nelle Filippine
(1995). E dopo quest'ultimo sforzo per fondare, Vitorchiano è tuttora,
con 73 sorelle presenti, la comunità di monache trappiste più numerosa,
e con l’età media più bassa di tutto l’Ordine, Le ragioni di una tale
fecondità, i principi, le esperienze e la saggezza che hanno permesso
tutto ciò costituiscono la materia del presente libro.
[3] E. Galeano, Les
"oublis" de l’histoire officielle. Memoires et malmemoires, in
Le Monde diplomatique, agosto
[1997],
[4] V.E.
Frankl, La vita come compito.
Appunti autobiografici, SEI, Torino 1997.
[5] Baldovino
di Ford. Trattato XIII, 535 C.
Nostra traduzione.
Pain de Cìteaux 39, Chimay 1975, p. 150.
Ogni riferimento testuale alle opere di Baldovino di Ford farà capo
all'edizione curata dal p. Robert Thomas, Pain de Citeaux, Chimay
1973-1975 (PdC).
[6] L’immagine
della cetra è sviluppata da Baldovino nel
Trattato IV, 433 D ss., PdC
36(1973), pp. 48ss.
[7] L.
Giussani, Il dramma di Clemente
Rebora, in Le mie letture, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano
1996, p. 57.
[8] Aelredo di
Rievaulx, De Speculo Caritatis,
Libro I, cap.
III. 9, in Corpus
Christianorum, Continuatio Mediaevalis, I, Brepols, Tumhout 1971, p.
16 (tr. it.
Lo specchio
della carità, Cantagalli, Siena 1985, p. 90).
[9] Ibid.,
Libro I, cap. IV, 12-13 , p.
17 (tr. it. cit., pp. 91-92).
[10]
Aelredo di Rievaulx, De Spiritali
Amicitia, Libro III, 101,
in Corpus Christianorum, cit.,
p. 340. Nostra traduzione (tr. il. in Aelredo di Rievaulx,
L’amicizia spirituale, Città Nuova, Roma 1997, pp. 138-139).
Citazioni seguenti
dal Libro III, 102.
[11] E. Hillesum,
Diario 1941-1943, tr. it.
Adelphi, Milano 1985, pp. 222-224.
[12]
E. Mounier, Lettere sul dolore,
tr. it. Biblioteca Universale Rizzoli. Milano 1995, lettera del 20 marzo
1940, pp. 61-62.
[13]
Giovanni Paolo II, Parigi - Champ de Mars 21 agosto 1997,
Servire è la via della felicità e della santità, in «La Traccia»,
7-8 (1997), pp. 824-826.
[14]
San Bernardo di Clairvaux, Lettera
7.3, A Rainaldo abate di Foigny. Nostra traduzione.
Opere di San Bernardo, Vl/1, Scriptorium Clarevallense, Milano 1986,
pp. 331-333.
[15]
Id., Lettera 85, in Opere, cit., p. 415.
[16]
Id., Lettera 1, A Roberto, suo
nipote, che dall'Ordine Cisterciense si era abbassato al
Cluniacense, in Opere, cit.,
pp. 17-19.
[17]
Id., Lettera 72, A Rainaldo abate
di Foigny, in Opere, cit.,
p. 331.
[18]
San Bernardo. Sermones super
Cantica Canticorum, LXXI1, I-IV, in
Sancti Bernardi Opera, II,
Leclercq-Rochais, Roma 1958 (SBO) (tr. it. di D. Turco,
Sermoni sul Cantico dei Cantici,
II, Ed. Vivere In, Roma 1996, pp. 283-291).
[19]
Id., Sermo 69,
De Diversis, in SBO, cit., VI/1, Roma 1970 pp. 303-304. Nostra
traduzione (tr. ir. Sermoni
Diversi. Ed. Vivere In. Roma 1997. pp. 337-338).
[20]
Id., Lettera 190,
A papa Innocenzo II, par. 25,
5, in Opere, cit., p. 833.
Ritorno alla pagina iniziale "Storia del Monachesimo"
| Ora, lege et labora | San Benedetto | Santa Regola | Attualità di San Benedetto
| Storia del Monachesimo | A Diogneto | Imitazione di Cristo | Sacra Bibbia |
25 luglio 2019
a cura di
Alberto
"da Cormano"
alberto@ora-et-labora.net