UNA REGOLA DI VITA
Rod Dreher
Estratto da “L’opzione Benedetto -Una
strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano”. Cap. 3.
Edizioni San Paolo, 2018
Tornare indietro nel tempo non si può, ma tornare a Norcia sì. E lo sguardo sul
passato cristiano che il pellegrino vi gode rappresenta anche, ne sono certo,
uno sguardo sul suo futuro.
Norcia – nome moderno della città natale di Benedetto – è una città cinta da
mura, che poggia su un ampio altipiano, alla fine di una strada tortuosa che
attraversa per 50 chilometri un aspro territorio montuoso. Risulta facile
immaginare quanto isolata fosse Norcia ai tempi di Benedetto, così come il
motivo per cui, per quanto ne sappiamo, il santo scese dalla montagna per non
tornare mai più.
Un tiepido mattino di febbraio sono giunto al monastero di San Benedetto,
abitato da quindici monaci e dal loro priore, padre Cassiano Folsom. Padre
Cassiano, un americano sessantunenne, ha riaperto il monastero con una manciata
di confratelli benedettini nel dicembre del 2000, quasi due secoli dopo che lo
Stato aveva chiuso le porte della cittadella di preghiera risalente al X secolo
e disperso i suoi monaci.
La soppressione del monastero di Norcia ebbe luogo nel 1810, in ottemperanza
alle leggi napoleoniche vigenti nell’Italia settentrionale dell’epoca. Napoleone
era un tiranno, erede del patrimonio anticristiano della Rivoluzione Francese,
che usò per annientare la Chiesa cattolica in tutti i territori che stavano
sotto il governo imperiale della Francia. Napoleone era il dittatore di uno
Stato francese talmente anticlericale che molti, in Europa, speculavano che
fosse egli stesso l’Anticristo.
La leggenda vuole che, in una disputa con un cardinale, Napoleone gli avesse
fatto notare che aveva il potere di distruggere la Chiesa.
«Maestà», replicò il cardinale, «noi, il clero, abbiamo fatto del nostro meglio
per distruggere la Chiesa negli ultimi milleottocento anni. Non ci siamo
riusciti, e non ce la farete nemmeno Voi».
Quattro anni dopo aver cacciato i Benedettini da quella che era la loro casa da
quasi un millennio, l’impero di Napoleone era in rovina, e lui era in esilio.
Oggi si può nuovamente sentire il suono del canto gregoriano nella città natale
del santo, un melodioso rimprovero rivolto all’imperatore apostata. Qualche
volta il passato, come disse un giorno un celebre romanziere americano [William
Faulkner, N.d.T], non è nemmeno passato.
Il monastero di San Benedetto non è il primo monastero benedettino al mondo. I
monaci non si stabilirono in questa città se non nel X secolo (o forse poco
prima; i documenti storici risalgono solo fino al X secolo). La maggioranza
degli uomini che hanno rifondato oggi il monastero sono giovani americani che
hanno scelto di donare completamente la propria vita a Dio come monaci
benedettini: non soltanto come monaci, dunque, ma come benedettini impegnati a
vivere appieno la propria tradizione.
Mentre mi sistemavo nella mia stanza degli ospiti nel monastero, dopo una
mattinata a Norcia, riflettevo su come fosse improbabile che da questa cittadina
in cima alla montagna fosse venuta la scintilla che aveva tenuto accesa la luce
della fede in Europa attraverso tempi molto duri. Quella scintilla splendette in
un mondo e in un’epoca in cui, nelle parole della laica benedettina inglese
Esther de Waal, «la vita rappresentava una pressante lotta per capire il senso
di quanto stava accadendo».
[1]
Come oggi, pensai, poi mi assopii.
La mattina dopo incontrai padre Cassiano in monastero per un colloquio. Alto,
eretto, i capelli corti e la barba di un grigio metallico, l’aspetto grave –
d’accordo – da monaco. Eppure, quando dialoga, nel suo delicato tono baritonale,
ti sembra di star parlando con tuo padre. Padre Cassiano parla in modo caldo e
potente dell’integrità e della gioia della vita benedettina, così diversa dal
nostro frammentato mondo moderno.
Sebbene i monaci qui abbiano rifiutato il mondo, «non vi è soltanto un no, vi è
anche un sì», dice padre Cassiano. «Si tratta sia di un rifiuto da parte nostra
di ciò che non è vivificante, sia della costruzione di qualcosa di nuovo. E
passiamo tanto tempo a ricostruire, e anche la gente lo vede, e per questo
motivo accorrono in gran numero al monastero. Siamo così impegnati con ospiti e
pellegrini che è molto stancante. Ma è questa la nostra attività. Stiamo
ricostruendo. È il sì di cui la gente deve sentir parlare».
Ricostruire cosa?
chiesi.
«Per usare l’espressione di papa Benedetto, che viene ripetuta molte volte, il
mondo occidentale vive oggi come se Dio non esistesse», dice padre Cassiano.
«Penso che sia vero. La frammentazione, la paura, il disorientamento, la deriva
sono tratti largamente diffusi della nostra società».
Sì, pensai, questo è assolutamente
corretto. Perdendo la nostra religione cristiana nella modernità, abbiamo
perso l’elemento che teneva legati insieme noi stessi e, sempre noi, al nostro
prossimo, e ci ancorava entrambi nell’ordine tanto eterno quanto temporale.
Siamo alla deriva nella modernità liquida, senza indicazioni per raggiungere
casa.
Quest’uomo mi stava dicendo che lui e i suoi monaci, nel monastero, si
consideravano attivamente impegnati nella ricostruzione, nel recupero della fede
cristiana e nella restaurazione della cultura cristiana. Così benedettino! Mi
accostai a lui per ascoltare ancora.
Questo monastero, mi spiegava padre Cassiano, e la vita di preghiera al suo
interno, esistono quale segno di contraddizione per il mondo moderno. I
guardrail sono scomparsi e il mondo rischia di precipitare da una scogliera;
eppure siamo tanto presi dalle luminarie e dal movimento della vita moderna, che
non riconosciamo nemmeno il pericolo. Le forze dissolutrici insite nella cultura
popolare sono troppo intense perché gli individui possano resistervi da soli.
Abbiamo bisogno di inserirci in comunità di fede stabili.
La Regola di Benedetto è un insieme
dettagliato di istruzioni circa le modalità di organizzazione e di governo di
una comunità monastica, in cui i monaci (e, separatamente, le monache) vivono
insieme in povertà e castità.
[2] Questi aspetti accomunano tutte le
famiglie monastiche, ma la Regola di
Benedetto aggiunge tre voti distinti: l’obbedienza, la stabilità (la fedeltà
alla medesima comunità monastica fino alla morte) e la conversione di vita, che
significa dedicarsi all’opera di approfondimento del pentimento per tutta la
vita. La Regola comprende anche
indicazioni per suddividere ogni giornata in periodi di preghiera, lavoro e
lettura della Scrittura e di altri testi sacri. Il santo insegnò ai propri
seguaci come vivere separati dal mondo, ma anche come trattare pellegrini e
sconosciuti che arrivano al monastero.
Lungi dall’essere uno stile di vita per i forti e disciplinati, la
Regola di Benedetto era indirizzata
alle persone normali, con tutte le loro debolezze, per aiutarle a rafforzarsi
nella fede. Quando Benedetto cominciò a formare i suoi monasteri, era pratica
comune che i monaci adottassero una
Regola di vita scritta, e la Regola
di Benedetto costituiva una versione semplificata e (per quanto a noi sembri
assai rigorosa) ammorbidita, di una
Regola più antica. Da notare il senso di compassione di Benedetto verso la
fragilità umana, che egli esprime nel prologo alla
Regola, dicendo che sperava di non
introdurre «nulla di duro e di gravoso» [Prol. 46, N.d.T.], ma soltanto di
essere severo abbastanza da rinvigorire il cuore dei fratelli perché così «si
corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall’indicibile soavità
dell’amore» [Prol. 49, N.d.T.]. Insegnava ai propri abati a governare come padri
forti e comprensivi, e a non appesantire i fratelli sotto la propria autorità
con compiti superiori alle loro forze.
Per esempio, nel capitolo in cui istruisce i monaci riguardo al lavoro manuale,
Benedetto dice: «Tutto però si svolga con discrezione, in considerazione dei più
deboli» [XLVIII,9, N.d.T.]. Questo è tipico della saggezza di Benedetto. Non
voleva sfinire i propri figli spirituali; li voleva edificare.
Nonostante le istruzioni molto specifiche che si trovano nella
Regola, non si tratta di un elenco
con finalità giuridiche. «L’obiettivo della
Regola è liberarti. È un paradosso
che la gente non afferra immediatamente», mi disse padre Cassiano.
E aggiunse: «Se hai un campo pieno d’acqua a causa di carenza di drenaggio, i
casi sono due: o il raccolto non vi crescerà, o marcirà. Se non lo dreni, avrai
una palude e malattie. Ma se riesci a costruire un canale di drenaggio, il campo
sarà risanato e utile. Inoltre, una volta che l’acqua sarà contenuta entro le
pareti del canale, scorrerà con forza riuscendo a realizzare la propria
funzione. Una Regola funziona così:
per incanalare la tua energia spirituale, il tuo lavoro, la tua attività, perché
tu possa realizzare qualcosa».
«La vita monastica è molto semplice», proseguì. «Forse chi viene da fuori ha una
visione romantica, quella che forse vedono in televisione, di monaci che
camminano sospesi per i chiostri. C’è quell’elemento, ed è attraente, ma
essenzialmente i monaci si alzano la mattina, pregano, fanno il proprio lavoro,
pregano ancora un po’. Mangiano, pregano, fanno ancora un po’ di lavoro, pregano
ancora un po’ e vanno a dormire. È piuttosto semplice, somiglia alla routine
vissuta dalla maggior parte della gente. L’elemento originale di san Benedetto
fu nel trovare la presenza di Dio nella vita di ogni giorno».
Le persone che sono ansiose, confuse e alla ricerca di risposte fanno presto a
cercare soluzioni tra le pagine di un libro o su Internet, in cerca di
quell’”app risolutrice” che rimetterà tutto a posto. La
Regola ci dice: No, non è così. Puoi
raggiungere la pace e l’ordine che cerchi solo creando uno spazio nel tuo cuore
e nella tua vita quotidiana, perché la grazia di Dio vi si radichi. La grazia
divina è donata liberamente, ma Dio non ci costringerà a riceverla. Occorre uno
sforzo costante da parte nostra per far strada alla grazia di Dio e lasciare che
ci guarisca e ci trasformi. A tale scopo, non conta tanto ciò che pensiamo
quanto ciò che facciamo, e con quanta fedeltà lo facciamo.
Un uomo che voglia tornare in forma e abbia letto i migliori libri di
bodybuilding non andrà da nessuna parte senza applicare tale sapere col mangiare
cibo salutare e fare quotidianamente ginnastica. Ciò richiede una forza di
volontà costante. Nel tempo, se sarà fedele alle pratiche necessarie a
raggiungere il proprio obiettivo, quell’uomo comincerà ad amare così tanto
mangiar bene e far ginnastica da non essere spinto a farlo dalla forza di
volontà, quanto piuttosto vi sarà attirato dall’amore. Avrà esercitato il
proprio cuore a desiderare il bene.
Lo stesso vale per la vita spirituale. La correttezza della fede (ortodossia) è
essenziale, ma avere in mente le dottrine corrette ti aiuta poco se il tuo cuore
– la sede della volontà – rimane non convertito. Ciò richiede di mettere in atto
tali dottrine attraverso la pratica corretta (ortoprassi), che nel tempo ottiene
l’obiettivo che Paolo pose per Timoteo, ordinandogli: «Esercitati nella pietà»
(1Tim 4,8).
L’autore della Seconda Lettera di Pietro spiega bene il modo in cui la mente, il
cuore e il corpo operano armonicamente a favore della crescita spirituale:
Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla
virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza,
alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la
carità. Se queste cose si trovano in abbondanza in voi, non vi lasceranno oziosi
né senza frutto per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo. (Prima Lettera
di Pietro 1,5-8)
Benché citi la Sacra Scrittura in quasi tutti i suoi capitoletti, la
Regola non è il Vangelo. È una
strategia sperimentata per vivere il Vangelo in maniera intensamente cristiana.
È un manuale d’istruzioni per come plasmare la propria vita attorno al servizio
di Gesù Cristo, in seno a una comunità forte. Non è una raccolta di massime
teologiche, ma un manuale di pratiche attraverso le quali i credenti possono
strutturare la propria vita attorno alla preghiera, la Parola di Dio, e la
consapevolezza sempre più approfondita che, come dice il santo, «Dio è presente
dappertutto e gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi
(Proverbi 15,3)».
La Regola è destinata a monaci,
ovviamente, ma i suoi insegnamenti sono abbastanza semplici per essere adottati
dai cristiani laici per il proprio uso personale. Essa fornisce una guida a una
vita cristiana seria e costante, in una forma che ci ordina interiormente,
riunendo ciò che è disperso nei nostri cuori e orientandolo alla preghiera. Se
applicata efficacemente, essa disciplina la vita che condividiamo con gli altri,
abbattendo le barriere che bloccano il passaggio dell’amore di Dio tra di noi, e
ci rende più flessibili senza indurire il nostro cuore.
Nell’Opzione Benedetto non stiamo
cercando di annullare sette secoli di storia, come se un’operazione simile fosse
possibile. Né stiamo tentando di salvare l’Occidente. Stiamo solamente provando
a costruire uno stile di vita cristiano che si erga come un’isola di santità e
di stabilità in mezzo all’alta marea della modernità liquida. Non miriamo a
creare il Paradiso sulla Terra; stiamo solamente cercando un modo di esser forti
nella fede, mentre attraversiamo un’epoca di grandi prove. La
Regola, con la sua visione di una
vita ordinata, centrata attorno a Cristo e alle pratiche che prescrive per
approfondire la nostra conversione, può aiutarci a raggiungere tale obiettivo.
Ordine
Se una caratteristica distintiva del mondo moderno è il disordine, allora l’atto
di resistenza più fondamentale è instaurare un ordine. Se non disponiamo di un
ordine interiore, saremo controllati dalle nostre passioni umane e dalle potenti
forze esterne che hanno maggior forza nel dirigere le correnti profonde della
modernità liquida.
Per il cristiano tradizionale, instaurare un ordine interiore non è mera
disciplina, né è semplicemente un atto di volontà. Piuttosto equivale a quelli
che il teologo Romano Guardini ha chiamato gli sforzi dell’uomo per
«riconquistare la propria corretta relazione con la verità delle cose, con le
esigenze della propria interiorità più profonda, e da ultimo con Dio».
[3] Con ciò si intende la scoperta
dell’ordine, il logos, che Dio ha iscritto nella natura del Creato, cercando
così di vivere in armonia con esso. Ciò implica altresì la consapevolezza dei
limiti naturali in seno alla realtà concreta del Creato, la quale si contrappone
all’opinione che la natura sia qualcosa che possiamo negare o rifiutare, secondo
i nostri desideri personali. Infine, significa disciplinare la propria vita, per
vivere una vita mirata a glorificare Dio e ad aiutare gli altri.
L’ordine non è semplicemente una questione di diritto, e non riguarda soltanto
le modalità atte ad assicurarne il rispetto. Nella visione cristiana classica,
il diritto stesso dipende da una concezione dell’ordine più profonda, un’idea di
come sia costruita la realtà ultima. Tale ordine può essere invisibile, ma si
ritiene sia stato interiorizzato da quanti vivono in una comunità che lo
professa. Lo scopo della vita, per le singole persone, per la Chiesa e per lo
Stato, è perseguire l’armonia con quell’ordine trascendente ed eterno.
Ordinare il mondo correttamente come cristiani esige di guardare tutte le cose
come un dito puntato verso Cristo. Il capitolo 19 della
Regola offre un breve esempio del
legame tra un insegnamento disciplinare e l’ordine invisibile. In quel capitolo,
Benedetto dà istruzione ai propri monaci di tenere la mente focalizzata sulla
presenza di Dio e dei Suoi Angeli quando sono impegnati nel cantare l’Ufficio
divino, chiamato l’opus Dei o “opera
di Dio”.
«Sappiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che “gli occhi del Signore
guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi”», scrive Benedetto. «Ma dobbiamo
crederlo con assoluta certezza e senza la minima esitazione, quando prendiamo
parte all’Ufficio divino» [XIX,1-2, N.d.T.]. Conclude con un’ammonizione a
ricordarsi che, quando pregano insieme i Salmi, i monaci si trovano al cospetto
di Dio e devono pregare «in modo tale che l’intima disposizione dell’animo si
armonizzi con la nostra voce». [XIX,7, N.d.T.].
La vita di ogni monaco e tutte le sue fatiche devono essere indirizzate al
servizio di Dio. La Regola insegna
che Dio deve essere il principio e la fine di tutte le nostre azioni. L’arginare
la nostra passione spirituale mediante il ritmo della vita quotidiana e delle
sue discipline, e il farlo con altri nella nostra famiglia e nella nostra
comunità, significa porre un solido fondamento di fede, entro il quale poter
diventare pienamente umani e pienamente cristiani.
Orientandosi verso Cristo, i monaci riconoscono che Egli è il Creatore, Colui
nel quale consistono tutte le cose, e che l’uomo non è la misura di tutte le
cose. Diversamente dai successori laici dei nominalisti, il monaco benedettino
non crede che le cose del mondo abbiano un senso soltanto se le persone decidono
di attribuire loro un senso. Il monaco ritiene che il senso esista
oggettivamente, in seno al mondo naturale creato da Dio, e che esista per venire
scoperto dalla persona distaccatasi dalle proprie passioni, e che cerchi di
vedere come vede Dio.
«Non si può essere attaccati alle cose create, perché si finirà per vederle
ordinate a se stessi», mi spiegava frater Evagrio Hayden, di trentun anni. «È
sbagliato. Non siamo noi a dar senso alle cose. È Dio a darvi senso».
Infine, i monaci compiono sforzi enormi per assicurarsi che ogni dettaglio della
loro vita rifletta Cristo quale termine e sorgente di ogni senso. Alcuni di
questi sforzi appaiono sorprendentemente poco spirituali. Al capitolo 22, per
esempio, Benedetto impartisce istruzioni su come i monaci debbano dormire –
«vestiti, con ai fianchi semplici cinture o corde» [XXII,5, N.d.T.].
Eppure, persino queste norme apparentemente arbitrarie assolvono a uno scopo di
natura spirituale. In alcuni casi ciò è giustificato dal fatto che le norme
liberano i monaci da impicci, per alcuni scopi pratici. Per esempio, Benedetto
spiega che le regole relative all’abbigliamento sono mirate ad assicurare che i
monaci siano vestiti in modo tale da potersi alzare nel bel mezzo della notte
per pregare gli uffici notturni o le preghiere previste in quell’orario senza
ritardi.
Ma che dire delle regole il cui senso intrinseco è meno evidente? Dio si
interessa davvero del tipo di letto utilizzato da un monaco? O di quanti piatti
siano serviti a cena? Perché una persona dovrebbe sottomettersi volontariamente
a un tipo di vita che è così irreggimentata? Padre Basilio Nixen, trentasei anni
e cuoco del monastero, ha dichiarato che la
Regola e persino le sue norme più
semplici non esistono per motivi arbitrari.
Ha poi aggiunto: «Il monaco è profondamente consapevole del fatto che in se
stesso e negli altri quell’ordine è stato turbato, è stato scardinato dalla
Caduta, dal peccato originale e dal peccato personale di ciascuna persona. Il
monaco entra in monastero sapendo che, alla scoperta di tale ordine, non si
giunge facilmente. Bisogna combattere per raggiungerlo ed essere pazienti per
ottenerlo. Ne vale, però, la pena, poiché tale ordine ci dà pace».
Sottomettersi a norme che non si capiscono è difficile, ma è un buon modo per
contrastare il desiderio carnale di indipendenza personale. Potrebbe non esserci
un merito spirituale nello scegliere di consumare due piatti invece di tre a un
pasto, ma l’umiltà derivante dall’assenso dato a sottomettersi alla decisione di
un altro in tal senso è trasformante.
L’ordine del monastero genera non solo l’umiltà, ma anche l’elasticità
spirituale. In un certo senso, i monaci benedettini sono come un corpo della
Marina della vita religiosa, costantemente in allenamento per la guerra
spirituale.
«La struttura della vita nel monastero, ovvero le cose che si fanno ogni giorno,
non è e non sono semplicemente una ripetizione senza scopo», dice frater
Agostino Wilmeth, venticinque anni, la cui barba da vichingo tocca il petto. «Si
tratta di allenare il tuo cuore e il tuo spirito in modo tale che, quando ne hai
bisogno, quando non ti senti abbastanza forte per essere disposto personalmente
ad attraversare un momento difficile, ritorni al tuo allenamento. Sai che non
saresti forte abbastanza per farlo se non avessi passato del tempo per così dire
a lavorarci sopra e a mettere a posto tutti gli elementi accessori».
In altre parole, ordinare le proprie azioni ha proprio lo scopo di allenare il
proprio cuore ad amare e a desiderare le cose giuste, le cose che sono reali,
senza doverci star su a pensare. Si tratta di acquisire la virtù come abitudine.
Non si sa mai come Dio userà le piccole cose in una vita ordinata al Suo amore,
al Suo servizio, alla parola evangelica offerta agli altri, ha detto frater
Ignazio Prakarsa, il responsabile della foresteria del monastero. In estate, la
basilica del monastero si riempie di turisti, molti dei quali sono cristiani non
praticanti o non credenti, che si siedono in silenzio a guardare i monaci che
cantano le Ore in latino.
Quando frater Ignazio li incontra sui gradini della chiesa, più tardi, i
visitatori gli dicono spesso che il canto era così tranquillo, così bello.
«Dico loro che stiamo soltanto pregando il Signore. Stiamo soltanto aprendo la
bocca per cantare la bellezza che è già presente nella musica», mi ha detto.
«Ogni cosa parla del Vangelo. Ogni cosa è rivolta a Dio. Ogni cosa va osservata
dal punto di vista soprannaturale. Lo splendore che si irradia dalla nostra vita
è soltanto un riflesso di Dio. In noi stessi, noi non siamo nulla».
Preghiera
Lo splendore cui si riferiva frater Ignazio è frutto di una preghiera profonda e
costante. L’apostolo Paolo disse alla comunità di Tessalonica di «pregare
incessantemente» (Prima Lettera ai Tessalonicesi 5,17). I Benedettini
considerano tutta la loro vita un tentativo di adempiere a questo comando. In
senso stretto, la preghiera è comunicazione, vuoi privatamente vuoi
comunitariamente, con Dio. In senso più ampio, la preghiera consiste nel
mantenere un’incessante consapevolezza della presenza divina e nel fare tutte le
cose con Lui in mente. Nella vita benedettina, la preghiera delle Ore è al
centro dell’esistenza monastica.
Pregare è impegnarsi nella contemplazione. Il termine ha un significato
particolare per i monaci. Si riferisce a ciò che credono sia la condizione più
elevata della vita cristiana: liberarsi dalle preoccupazioni della carne, per
adorare e lodare Dio e per riflettere sulla Sua verità. Questo si oppone alla
vita attiva, che consiste nel compiere opere buone nel mondo.
Si pensi alla storia evangelica delle sorelle Marta e Maria. Quando Gesù arrivò
a casa loro, Marta era indaffarata nei preparativi, ma Maria sedeva ai piedi di
Gesù e ascoltava ciò che Egli aveva da dire. Quando Marta si lamentò con Gesù
che Maria non la stesse aiutando, il Signore rispose che Maria aveva scelto la
parte migliore.
Perché? Perché, come disse Gesù quando rimproverò Satana, «Non di solo pane
vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matteo 4,4). È
importante fare le cose per il Signore, ma è più importante conoscerlo con il
proprio cuore e con la propria mente. Ed è per questo che la contemplazione ha
la priorità.
Come mi ha detto padre Basilio: «La preghiera è la vita dell’anima, è la vita di
ogni singolo monaco. È la ragione per cui siamo venuti a vivere qui. Lo scopo
della nostra vita come monaci è quello di approfondire la vita di preghiera, di
crescere nella preghiera. Tutto ciò che facciamo è strutturato per favorirla, è
funzionale a essa. La preghiera ci mette in comunicazione con Dio».
I monaci benedettini passano un sacco di tempo con Dio. Sette volte al giorno si
riuniscono attorno all’altare nella basilica per cantare le preghiere previste
per l’Ufficio divino, noto anche come Liturgia delle Ore. Queste sono preghiere
specifiche che i monaci cattolici (e altri) recitano da secoli per segnare le
ore del giorno. Sono fatte di salmi, inni, letture dalla Sacra Scrittura.
Per i monaci, la preghiera non consiste semplicemente nelle parole che
pronunciano. Ciascuno trascorre parecchie ore al giorno a fare lectio divina, un
metodo benedettino di studio della Sacra Scrittura che implica la lettura di un
passo biblico meditandoci sopra, pregando sui suoi contenuti e infine
contemplando il suo significato per l’anima.
L’idea che sta dietro non è affrontare la Bibbia come farebbe uno studioso,
bensì incontrarla come se Dio stesse parlando direttamente al singolo. In tal
senso, un monaco immerso nella Sacra Scrittura, secondo le indicazioni della
Regola, sta mettendo in atto una
forma di preghiera.
E non è l’unica.
Padre Cassiano ha esplicitato questo concetto dicendo: «Quando preghiamo
cantiamo, ci alziamo in piedi, ci sediamo, ci inchiniamo, ci inginocchiamo, ci
prostriamo. Il corpo è assai coinvolto nella preghiera. Non è soltanto un certo
tipo di meditazione intellettuale. Questo è importante».
Padre Basilio afferma che, quando si progredisce nella preghiera, si giunge a
comprendere che la stessa non è mirata tanto a chiedere qualcosa a Dio, quanto a
stare semplicemente alla Sua presenza.
A padre Basilio ho raccontato come, in risposta a una crisi personale, il mio
prete ortodosso, in Louisiana, mi aveva assegnato un adempimento di preghiera
Regolare quotidiano, pregando la
preghiera di Gesù («Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me,
peccatore») per circa un’ora tutti i giorni. Inizialmente era noioso e
difficile, ma lo feci per obbedienza. Tutti i giorni, per un’ora apparentemente
infinita. Col tempo, però, l’ora sembrò molto più corta, e scoprii che emergeva
quella pace che mi era così mancata nell’anima».
Dopo che fui spiritualmente guarito, il mio prete spiegò il ragionamento che
aveva fatto nell’indirizzarmi a quella semplice preghiera meditativa: «Dovevo
tirarti fuori dalla tua testa».
Intendeva dire che ero prigioniero di una tendenza intellettuale, a tentare di
pensare, a trovare una via d’uscita dai miei guai – una strategia che per me
sfociava sempre in un fallimento. Quello di cui avevo veramente bisogno era
calmare la mente e tacitare il cuore, per aprirlo alla grazia di Dio. Aveva
ragione.
«Proprio così», disse padre Basilio. «Ecco in cosa consiste la pura preghiera:
essere con Dio. Ciò può accadere in molti modi diversi ma, come hai scoperto con
la Preghiera di Gesù, ci vuole tempo. Devi riservarci del tempo».
Padre Benedetto Nivakoff, nativo del Connecticut, trentotto anni, ha passato
quasi metà della sua vita in questa comunità monastica. Dice che «se uno riesce
ad accettare che la volontà di Dio si manifesti in ciò che fa tutto il giorno,
allora l’intera giornata diventa una preghiera».
Se passiamo tutto il nostro tempo in un’attività materiale, anche se questa è al
servizio di Cristo, e trascuriamo la preghiera e la contemplazione, mettiamo in
pericolo la nostra fede. Il teorico dei media degli anni Sessanta, Marshall
McLuhan, cristiano praticante, disse un giorno che tutti i suoi conoscenti che
avevano perso la fede avevano cominciato smettendo di pregare. Se dobbiamo
vivere una vita cristiana ordinata correttamente, allora la preghiera deve
essere la base di tutto quello che facciamo.
Lavoro
Ciò non significa che la vita attiva vada evitata. Piuttosto andrebbe integrata
in un’esistenza ordinata dalla preghiera. Il buon lavoro è frutto di una sana
vita di preghiera. Chi sa qualcosa dei Benedettini probabilmente avrà sentito
dire che il loro motto è ora et labora
– espressione latina che significa “prega e lavora”. In senso stretto, non è
vero. San Benedetto non l’ha mai detto, e benché i monaci benedettini
contemporanei abbiano reclamato lo slogan come loro proprio, esso entrò in uso
soltanto nell’Ottocento.
Comunque, non è una descrizione malvagia dell’approccio generale benedettino
alla vita. «L’ozio è il nemico dell’anima», dice Benedetto al capitolo 48 della
Regola. L’idea è che l’inattività
apra la porta all’accidia. Il lavoro, però, non è semplicemente qualcosa che si
fa per tenersi fuori dai guai. Il santo si attendeva che ciascuno dei monasteri
si mantenesse autonomamente e, in modo insolito per un romano della sua epoca,
insegnò che il lavoro manuale poteva essere un atto santificante.
L’indicazione di Benedetto è che, sebbene siano contemplativi, i monaci non
devono lamentarsi del lavoro manuale, «perché i monaci sono veramente tali,
quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli»
[XLVIII,8, N.d.T.].
Sono istruzioni dettate da una saggezza pratica, per noi moderni che tendiamo ad
avere un rapporto disordinato con il nostro lavoro. In alcuni casi noi ci
definiamo attraverso il nostro lavoro e vi ci dedichiamo in maniera smodata, a
danno della contemplazione. In altri, però, vediamo il lavoro come qualcosa che
facciamo per pagare le bollette, nulla più, considerandolo slegato dal resto
della vita, specialmente dalla nostra vita spirituale.
È un errore, dice la Regola.
L’attività che svolgiamo non deve servire noi stessi, ma Dio e Dio soltanto. In
un capitolo di istruzioni per i monaci «che praticano un’arte o un mestiere»
[cap. LVII, N.d.T.], Benedetto dice che se si inorgogliscono del proprio lavoro,
l’abate deve trovare loro un altro compito da svolgere. Ecco quant’è importante
l’umiltà cristiana! E il santo aggiunge che i monaci devono essere
scrupolosamente onesti nelle loro attività commerciali. Il motivo? Perché in
ogni cosa va glorificato Dio.
Ecco come dobbiamo affrontare il lavoro:
come una serie di opportunità di glorificare Dio.
In senso più profondo, i Benedettini vedono il proprio lavoro quale espressione
dell’amore e dell’amministrazione della comunità e come modo di riordinare il
mondo naturale in armonia con la volontà di Dio.
Ricordiamoci che, per il monaco, tutto è un dono di Dio e va trattato come
sacro. Ogni pensiero e atto umano va centrato in Dio e a Lui indirizzato, e deve
essere unito in Lui e con Lui. E noi uomini e donne siamo partecipi dello
spiegarsi del Creato di Dio, ordinando il mondo secondo la Sua volontà.
Visto così, il lavoro assume una dimensione nuova. Per i cristiani l’attività
lavorativa ha un valore sacramentale.
Come mi spiegava padre Martino Bernhard, trentadue anni: «Il Creato dà lode a
Dio. Noi diamo lode a Dio attraverso il Creato, attraverso il mondo materiale ed
entro i nostri ambiti di lavoro. Ogni volta che prendiamo qualcosa di neutro,
qualcosa di materiale, e ne tiriamo fuori qualcosa spinti dall’amore nel dare
gloria a Dio, questa nostra creazione diventa sacramento, diventa un canale
della grazia».
Il cuoco del monastero, padre Basilio, mi descriveva le sue fatiche nel
preparare i pasti per i confratelli come forma di purificazione, di
perfezionamento, a livello tanto umano quanto soprannaturale, dicendo: «Per
mezzo del lavoro in cucina, sto instaurando ordine. Sto esercitando la signoria
che Dio mi ha donato sul mondo creativo. A partire da una prospettiva umana, il
lavoro è tanto importante perché ci aiuta a esercitare quel dominio sulla Terra
secondo il comandamento divino. E da un punto di vista pratico, dà sostentamento
a noi e agli altri. È importante per noi sapere che, attraverso il nostro
lavoro, stiamo dando un importante contributo alla comunità».
E a livello soprannaturale?
La spiegazione di padre Basilio fu adamantina: «In ultima analisi, il lavoro
funge da espressione di carità e amore, e questo è quanto tutto il lavoro
dovrebbe essere. Per imparare questo tipo di lezione occorre lavorare tutta la
vita. Il lavoro non è qualcosa che faccio per ricevere qualcos’altro. Farlo mi
fa bene, è costitutivo della mia felicità, perché in esso e attraverso di esso
mostro amore per gli altri».
Poi aggiunse: «Siamo chiamati ad amare. Il lavoro è un modo organizzato di
mostrare il nostro amore per gli altri. In tal senso, può profondamente
trasformare – e anche sovrabbondare di preghiera».
«Troppo spesso viene visto come un peso, e non lo deve essere. Se affrontiamo il
lavoro come un peso, c’è qualcosa che non torna qui», disse indicando il suo
cuore. «Il problema va fissato principalmente qui, nel cuore».
Nei giorni a venire, le circostanze costringeranno noi cristiani – in
particolare quelli che esercitano determinate professioni – a ripensare il
rapporto con il nostro lavoro. In alcuni casi saremo messi alla porta, a causa
delle nostre convinzioni religiose. In altri, tanto per cominciare, la porta non
si aprirà neppure e, se mai si aprirà, uomini e donne con la coscienza a posto
non riusciranno a varcarne la soglia. Questo costerà soldi e prestigio e forse
soddisfazione professionale. Riorientare il modo in cui concepiamo il lavoro in
maniera più teocentrica, nello stile benedettino, ci aiuterà a prendere la
decisione giusta, quando saremo messi alla prova sul posto di lavoro, e ci darà
più forza quando saremo costretti a trovarci un’altra professione.
Ascesi
Sarà difficile da accettare la chiusura di certe professioni ai cristiani
ortodossi praticanti. Anzi, è difficile per i credenti di oggi immaginarla, in
parte perché, come americani, non siamo abituati ad accettare limiti alle nostre
ambizioni. Tuttavia sta avvicinandosi il giorno in cui ciò che è capitato per
esempio a panettieri, fiorai e fotografi di matrimoni [che, in quanto cristiani,
si erano rifiutati di offrire il proprio servizio in occasione di matrimoni
omosessuali, N.d.T.] sarà molto più diffuso. E molti non sono pronti a soffrire
privazioni per la fede.
Ecco perché l’ascesi – accettare sacrifici fisici in virtù di un obiettivo
spirituale – è una parte tanto importante della normale vita cristiana.
Prendiamo ad esempio il digiuno, la forma più comune di ascesi cristiana. Gesù
ce la mostrò con il proprio esempio personale, quando digiunò per quaranta
giorni nel deserto dopo il suo Battesimo – in questo caso per prepararsi al Suo
ministero pubblico. Fu durante tale digiuno che Satana apparve al Signore, e lo
tentò affinché trasformasse una pietra in pane per sfamarsi. Gesù si rifiutò di
farlo, affermando il primato della Parola di Dio e mostrando che essere padroni
dei desideri del corpo è di decisiva importanza per la crescita spirituale.
Ascesi deriva dalla parola greca askesis,
che significa “allenamento”. La vita prescritta dalla
Regola è rigorosamente ascetica. I
monaci digiunano Regolarmente, vivono
in semplicità, rifiutano le comodità e obbediscono alle severe norme del
monastero. Non è questione di acquisire un merito spirituale. Piuttosto, il
monaco conosce il cuore umano e come le sue passioni vadano imbrigliate
attraverso una vita disciplinata. L’ascesi è un antidoto contro il veleno
dell’autocentrismo, comune nella nostra cultura, che ci insegna che soddisfare i
nostri desideri personali è la chiave di accesso alla vita buona. L’asceta sa
che la vera felicità si può trovare soltanto vivendo in armonia con la volontà
di Dio, e le pratiche ascetiche esercitano il corpo e l’anima a mettere Dio
sopra il proprio io.
L’ascesi, specialmente il digiunare secondo il calendario cristiano, è stata per
la maggior parte della storia cristiana una parte normale della vita di tutti i
credenti. «Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto»,
dice Gesù nel Vangelo di Matteo (6,17), indicando che periodicamente
l’astensione dal cibo per motivi religiosi costituiva una pratica comune. Nel I
secolo, i cristiani digiunavano il mercoledì e il venerdì, in memoria del
tradimento e della crocifissione di Cristo – una pratica ascetica osservata
tutt’oggi dai cristiani ortodossi d’Oriente.
Un cristiano che pratica l’ascesi si allena a dire no ai propri desideri e sì a
Dio. Tale forma mentis è completamente sparita dall’Occidente nei tempi moderni.
Siamo diventati un popolo che gravita attorno alla comodità. Ci attendiamo che
la nostra religione sia comoda. La sofferenza non ha senso per noi. E senza il
digiuno e altre discipline ascetiche perdiamo la capacità di dire a noi stessi
no alle cose che il nostro cuore desidera.
La riscoperta dell’ascesi cristiana è urgente per quei credenti che vogliano
allenare il proprio cuore e il cuore dei propri figli a resistere all’edonismo e
al consumismo, che sono al cuore della cultura contemporanea. Ed è necessaria
per insegnarci sulla nostra pelle come Dio usi la sofferenza per purificarci per
i Suoi scopi. La sofferenza ascetica rappresenta un metodo per evitare di
diventare come quei monaci che vengono detti «detestabili» da san Benedetto
nella Regola, «il genere peggiore di
monaco», ovvero coloro che «hanno come unica legge l’appagamento delle proprie
passioni» [I,8, N.d.T.].
Nell’insegnamento dei Padri del Deserto, ogni cristiano lotta per sradicare dal
suo cuore tutti i desideri che non siano in armonia con la volontà di Dio.
Frater Agostino mi ha spiegato come funziona.
«È come se stessi rafforzando la volontà», mi dice. «Puoi magari essere in un
periodo di digiuno; lo stomaco si fa sentire perché non puoi mangiare fino alle
cinque e mezza. E allora pensi: “Se non riesco a resistere a non mangiare per
poche ore, come posso aspettarmi di controllare le mie passioni più spirituali,
come l’ira, l’invidia e la superbia? Come posso aspettarmi di avere alcuna
auto-disciplina spirituale e morale se non comincio prima con desideri più
tangibili, più materiali?”».
Inoltre, per usare l’immagine suggerita da padre Benedetto, l’ascetismo può
essere la sveglia che suona per gli spiritualmente pigri. Per citarlo
direttamente: «Siamo spesso più lontani da Dio di quanto non ci accorgiamo.
L’ascesi serve da salutare richiamo sulla realtà delle cose. Non è una punizione
per il nostro essere così lontani».
La persona sovrappeso fa una dieta non per punirsi per i chili di troppo, ma per
migliorare la propria salute. L’atleta fa ginnastica non perché si sente in
colpa per aver passato troppo tempo seduto a guardare la TV, ma per allenare il
proprio corpo per le gare. Lo stesso vale per i monaci e la loro ascesi – e lo
stesso deve essere per i cristiani laici. Noi pratichiamo il sacrificio
personale per rafforzarci nell’amore e nel servizio di Cristo e del Suo popolo.
Come mi ha detto frater Ignazio: «La sofferenza fa parte della sequela di Gesù
Cristo, che patì prima di essere glorificato. Per incontrare Dio anche tu devi
soffrire ed essere disposto a sperimentare la sofferenza».
Il reimparare l’ascesi – ossia come “soffrire per la fede” – rappresenta un
allenamento decisivo per i cristiani nel mondo oggi e nel mondo del prossimo
futuro. «Non vi è grandezza che non sia profondamente fondata sulla vittoria su
se stessi e sul sacrificio di sé», disse Romano Guardini, che ha chiarito che
tutte le forme di ordine devono cominciare con la padronanza di sé e dei propri
desideri.
[4]
«La vocazione cristiana è un paradosso. Siamo chiamati a essere nel mondo ma non
del mondo», dice frater Evagrio. «Tale paradosso fu vissuto nella Chiesa
primitiva, in seno all’Impero Romano, dove si era immersi in una cultura
totalmente pagana, e tuttavia c’erano individui e famiglie che avvertivano la
chiamata di Cristo e quella ad abbandonare tutto per seguirlo, giungendo persino
al martirio. Finché non torneremo effettivamente a quel modello, nulla di quel
facciamo porterà frutto».
Stabilità
Proseguendo con l’immagine di frater Evagrio, un albero che venga ripetutamente
sradicato e trapiantato farà fatica a produrre un frutto sano. Lo stesso vale
per le persone e la loro vita spirituale. La mancanza di radici non è certo un
problema nuovo. Nel primo capitolo della
Regola, san Benedetto denunciava il tipo di monaco che chiamava “girovago”.
«Per tutta la vita passano da un paese all’altro, restando tre o quattro giorni
come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle
proprie voglie» – e sono peggiori, secondo il santo, persino dei monaci edonisti
la cui legge è il desiderio.
Se si intende metter radici di tipo spirituale, insegnava Benedetto, occorre che
si rimanga in un luogo per un periodo abbastanza lungo perché esse si
approfondiscano. La Regola richiede
ai monaci di fare voto di “stabilità” – cioè, escludendo circostanze insolite,
compresa quella di essere inviati in missione, di restare per il resto della
vita nel monastero dove si sono presi i voti.
Come diceva padre Benedetto: «Forse questa è probabilmente la parte più in
controtendenza culturale della vita benedettina. È la vita di Maria, non di
Marta: stare fermi ai piedi di Cristo, qualsiasi cosa dicano tu non stia
facendo».
La Bibbia ci mostra che Dio chiama alcune persone a raccogliere le proprie cose
e spostarsi per raggiungere i Suoi scopi; padre Benedetto lo riconosceva. «Però,
in una cultura come la nostra, dove tutti sono sempre in movimento, la chiamata
benedettina a stare fermi qualsiasi cosa accada può evocare nuove e importanti
modalità di servire Dio».
Zygmunt Bauman dice che la modernità liquida ci spinge forzatamente a rifiutare
la stabilità perché essa non serve a niente, e scrive: «Il fulcro della
strategia di vita postmoderna non è costruire un’identità, ma evitare la
fissità».
[5] Nella spietata analisi di Bauman, per
aver successo oggi occorre essere liberi da tutti gli impegni, slegati dal
passato o dal futuro, vivendo in un eterno presente. Il mondo cambia tanto
velocemente, che la persona fedele a qualsiasi cosa, persino alla propria
identità, si assume un rischio enorme.
Invece di credere che la struttura sia cosa buona e che i doveri verso la casa e
la famiglia ci conducano a vivere rettamente, la gente oggi è stata
proditoriamente indotta dalla modernità liquida a credere che lo scopo della
vita debba essere massimizzare la felicità individuale. Il girovago, il villano
della Regola di san Benedetto, è
l’eroe della postmodernità.
Per gran parte della mia vita sarebbe stato corretto definirmi un girovago. Mi
sono spostato da un posto di lavoro a un altro, salendo la scala della carriera.
In soli vent’anni ho cambiato città cinque volte e confessione religiosa due
volte. Mia sorella minore Ruthie, di contro, è rimasta nella cittadina della
Louisiana dove siamo stati cresciuti. Ha sposato il suo ragazzo delle superiori,
insegnato nella stessa scuola che frequentavamo da bambini e allevato i suoi
figli nella stessa chiesa di campagna.
Quando venne colpita da tumore maligno nel 2010, mi accorsi dell’immenso valore
della stabilità che aveva scelto. Ruthie aveva un’ampia e profonda rete di amici
e parenti che si prendevano cura di lei, con il marito e i figli, nel periodo
della sua prova durato più di un anno e mezzo. L’amore di cui la sua comunità
sommerse Ruthie e la sua famiglia rese sopportabile la lotta, sia durante
l’ultimo tratto della sua vita sia dopo la sua morte. La testimonianza del
potere della stabilità nella vita di mia sorella mi toccò così profondamente il
cuore che mia moglie e io decidemmo di lasciare Philadelphia e di trasferirci
nel Sud della Louisiana per stare vicini a tutti loro.
Non tutti sono chiamati a tornare alla propria città natale, naturalmente, ma
tutti dovrebbero profondamente riflettere sui costi spirituali ed emotivi della
libertà di girovagare, che noi americani contemporanei consideriamo un diritto
inalienabile. In un certo senso, ciò che all’apparenza sembra libertà, può per
davvero essere una forma di prigionia.
Padre Martino ha spiegato che quanti pensano che la stabilità sia fatta per
trattenerti e per soffocare la crescita personale e spirituale non afferrano il
valore nell’impegno alla stabilità. Essa ti àncora e ti dona la libertà che
deriva dal non essere preda del vento, delle onde, delle correnti della vita di
ogni giorno. Essa crea condizioni ordinate in cui il pellegrinaggio interiore
dell’anima verso la santità diventa possibile.
O, per usare le parole di padre Martino: «La stabilità ci dà il tempo e la
struttura per andare in profondità in quello che siamo come figli di Dio».
Comunità
La mancanza di radici nella vita contemporanea ha spezzato i legami della
comunità. Al giorno d’oggi è comune trovare persone che non conoscono i vicini
di casa e non hanno veramente intenzione di conoscerli. Essere parte di una
comunità significa condividerne la vita. Ciò impone inevitabilmente qualcosa al
singolo che limita la sua libertà.
La Chiesa non è sempre un segno di contraddizione verso questa moderna mancanza
di comunità. Nel primo decennio della mia vita di cristiano adulto, lasciavo la
chiesa appena finivano le funzioni. L’avere a che fare personalmente con le
persone che frequentavano la comunità non era per me interessante. Gesù e io
eravamo tutto quello che mi serviva, o almeno così pensavo. Si potrebbe dire che
non fossi interessato a unirmi al loro pellegrinaggio, che preferissi essere un
turista in chiesa – ed ero troppo immaturo per capire come questo fosse dannoso.
L’approccio consumistico dei credenti alla comunità riproduce la frammentazione
che sta frantumando il cristianesimo nel mondo contemporaneo. Nei monasteri
benedettini i monaci sono sempre consapevoli di non essere semplicemente
individui singoli che condividono una residenza con altri individui, ma di
essere parte di un tutto organico – una famiglia spirituale.
Le istruzioni della Regola
riguardanti l’obbedienza, intendono promuovere la responsabilità reciproca. Nel
monastero tutti dipendono da tutti gli altri; e le decisioni importanti vanno
prese con gli altri e considerando i loro interessi. Vivere in una comunità
autentica significa anteporre il bene degli altri ai nostri interessi personali,
quando farlo serve alla verità e alla giustizia.
Molte delle istruzioni più rigorose della
Regola sono volte a proteggere la vita comunitaria. Benedetto dedica un
capitolo a prescrivere pene per i monaci che arrivano in ritardo alle funzioni
liturgiche di preghiera. Il santo spiega che se gli altri vedono il cattivo
esempio fornito da questi ultimi possono magari esser tentati di comportarsi
male. Una scuola per il servizio del Signore non può compiere la propria
missione se i suoi studenti sono spesso ritardatari.
Benedetto dedica parecchi capitoletti alle punizioni per altre infrazioni. Il
suo metodo consiste nell’incoraggiare i monaci che le abbiano commesse a
confessare subito la propria colpa all’abate e a riceverne un rimprovero. Se la
colpa viene all’attenzione del monaco dalla testimonianza di un altro, la
punizione deve essere maggiore. E, se le trasgressioni di un monaco sono così
gravi da provocarne la scomunica dall’oratorio o dalla tavola comune, può
esservi restituito soltanto dopo essersi prostrato davanti alla comunità quale
atto di scuse e di umiltà, finché l’abate non accetti il suo pentimento.
Il punto di esercizi simili non sta nel creare imbarazzo nei monaci che
sbagliano, ma piuttosto nel disciplinarli per il bene loro e dell’intera
comunità. Essere cristiano ed essere un membro votato di una comunità religiosa
impone determinati obblighi nei riguardi degli altri. Le norme e la disciplina
per quanti le infrangano levigano gli spigoli più acuti dell’egoismo
individuale, che si ergono come rocce frastagliate in mezzo al sentiero del
pellegrino verso la santità.
Come un padre saggio e generoso, san Benedetto capiva che imporre norme e
disciplina ai suoi figli spirituali non era un atto di dominio, ma di amore, che
li aiutava a crescere nella carità. Chiuse la
Regola esortando chi lo seguiva ad
abbracciare l’amore comunitariamente. Nel suo penultimo capitolo, il santo
comandava ai suoi confratelli di gareggiare con zelo nel servire gli altri:
Come c’è un cattivo zelo, pieno di amarezza, che separa da Dio e porta
all’inferno così ce n’è uno buono, che allontana dal peccato e conduce a Dio e
alla vita eterna. Ed è proprio in quest’ultimo che i monaci devono esercitarsi
con la più ardente carità e cioè: si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore;
sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali,
gareggino nell’obbedirsi scambievolmente, nessuno cerchi il proprio vantaggio,
ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri; si portino a vicenda un amore
fraterno e scevro da ogni egoismo; temano filialmente Dio; amino il loro abate
con sincera e umile carità; non antepongano assolutamente nulla a Cristo.
[LXXII,1- 11, N.d.T.]
Uno standard simile è difficile da ottenere in qualsiasi famiglia, tanto più in
una comunità di estranei, molti dei quali provengono da retroterra molto diversi
e persino Paesi diversi. Tuttavia, soltanto ponendo questo obiettivo per i
singoli e la comunità nel suo complesso, il monastero sarà in grado di formare
fedeli servitori di Cristo.
La vita comunitaria cristiana, in congregazioni vuoi monastiche vuoi ordinarie,
mira a costruire il tipo di rapporto affettivo di cui ciascuno di noi ha bisogno
per completare il proprio pellegrinaggio individuale. Come Dietrich Bonhoeffer
ha affermato in Vita comune, la sua personale
Regola per vivere in una comunità di
fedeli:
Un cristiano ha bisogno degli altri cristiani, che dicano a lui la Parola di
Dio; ne ha bisogno ogni volta che si trova incerto e scoraggiato; da solo,
infatti, non può cavarsela, senza ingannare se stesso sulla verità. Ha bisogno
del fratello che gli porti e gli annunci la Parola divina di salvezza.
[6]
La vita comunitaria non è un ideale sognante, scriveva Bonhoeffer, ma
un’iniziazione spesso difficile alla «realtà divina» che è la Chiesa. Ovvero, la
Chiesa esiste quale fratellanza istituita da Cristo, anche se in un determinato
momento non la sente. Il pastore luterano, che morì martire, insegnava che le
lotte in seno alla comunità rappresentano un dono della grazia di Dio, perché
costringono i membri a venire a patti con la realtà della propria vita comune,
nonostante la loro fragilità. Una comunità che non sappia affrontare le proprie
colpe e amarsi fino a risanarsi non è veramente cristiana.
Padre Martino ha ammesso che «non è facile. Risulta fattibile soltanto
attraverso la grazia, e questa è la bellezza del cristianesimo: che può
raggruppare persone di famiglie di sangue diverse, di lingue ed etnie differenti
e darci una cultura comune».
La comunità monastica di Norcia comprende fratelli provenienti da Stati Uniti,
Indonesia, Brasile, Germania e Canada. La vita in comune può essere molto
difficile, dicono i monaci, ma è essenziale per sperimentare il voto benedettino
alla «conversione della vita».
Inoltre, insegna al singolo monaco ad ampliare la conoscenza di se stesso. Come
disse padre Martino: «Quando un uomo viene per la prima volta al monastero, ciò
che immediatamente nota sono le stranezze di ciascuno – ovvero ciò che non va in
tutti gli altri. Ma più a lungo vivi qui, più cominci a pensare: cosa c’è che
non va in me? Entri più approfonditamente in te stesso per imparare i tuoi punti
di forza e di debolezza personali. E ciò ti conduce ad accettare gli altri».
Padre Basilio dice che, nei suoi anni da monaco, è arrivato ad avere una
comprensione molto più chiara di ciò che significhi vivere come Corpo di Cristo:
la comunità quale complesso organico, unito in Cristo, con ciascun uomo
impegnato nell’amore a fare la propria parte per rafforzare il complesso. «Dio
ha distribuito le proprie grazie in modo tale che abbiamo proprio bisogno gli
uni degli altri», aggiunge il sacerdote. «Certamente c’è in me l’uomo vecchio,
che desidera l’individualismo; ma più vivo in comunità, più sento come non si
riesca a conservarlo e ad esservi fedele e, insieme, pienamente umano».
Nei suoi viaggi per occuparsi degli affari del monastero, padre Martino, che ne
è l’economo, scorge spesso un vuoto sul volto di molte persone che incontra.
Appaiono così ansiose, così destabilizzate, così incerte. Il monaco crede che
questo sia il risultato della solitudine, dell’isolamento e della mancanza di
legami comunitari profondi e vivificanti. Quando la luce sul viso della
maggioranza delle persone viene dal riverbero dello schermo del pc, dello
smartphone o della televisione, stiamo vivendo in un’epoca buia.
Padre Martino aggiunge: «Stanno perdendosi la luce fondamentale che deve
risplendere in una persona umana attraverso l’interazione sociale. Soltanto da
questa può venire l’amore. Senza il contatto reale con altre persone umane, non
vi è amore. Non abbiamo mai visto un’età oscura come questa».
Ospitalità
L’approccio benedettino a preghiera, lavoro, ascesi, stabilità e comunità
richiede pratiche che creino un forte amalgama in seno alla comunità monastica.
La vicinanza e la coesione sono moltiplicate dalla separazione dei monaci dal
mondo. Benedetto, però, nella Regola
ordina loro di essere consapevoli che non vivono soltanto per se stessi ma anche
per servire gli altri.
Secondo la Regola non dobbiamo mai
respingere qualcuno che ha bisogno del nostro amore. Una Chiesa o un’altra
comunità ispirata dall’Opzione Benedetto
deve essere aperta al mondo, per condividere l’abbondanza dell’amore di Dio con
coloro cui esso manca.
I monaci vivono per lo più una vita di clausura – ovvero rimangono dentro le
mura del monastero e limitano il proprio contatto con il mondo esterno. Il
lavoro spirituale che sono chiamati a svolgere richiede silenzio e separazione.
Il nostro lavoro non richiede le stesse strutture. Da cristiani laici che vivono
nel mondo, la nostra chiamata consiste nel cercare la santità in condizioni
sociali più comuni.
Tuttavia, persino i Benedettini nei monasteri di clausura praticano l’ospitalità
cristiana al forestiero. La Regola
comanda che tutti coloro che si presentano come pellegrini e visitatori al
monastero «siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Ero
forestiero e mi avete accolto” (Mt 25,35)». Se siete invitati a mangiare con i
monaci in refettorio, essi vi accolgono la prima volta con una cerimonia
apposita di abluzione delle mani prescritta dalla
Regola.
Frater Francesco Davoren, quarantaquattro anni, il responsabile del birrificio
del monastero, era precedentemente responsabile del refettorio, ossia il monaco
incaricato di sovrintendere alla sala da pranzo. Si accostava a tale compito con
un’immaginazione sacramentale.
Esprimeva così il concetto: «San Benedetto dice che Cristo è presente nei
fratelli e che Cristo è presente nei nostri ospiti. Ogni giorno che penso
“Cristo sta arrivando”, renderò il loro soggiorno più piacevole che posso, per
mostrare loro che ne ho avuto cura. Questo è un buon modo per arrivare alle
persone: rispettarle, riconoscere la loro dignità, mostrare loro che sai vedere
Cristo in loro e che le vuoi coinvolgere nella tua vita».
Quale responsabile degli ospiti, frater Ignazio è il punto di contatto tra i
pellegrini e la comunità dei monaci. Spiega il motivo per cui questi ultimi
prendono così seriamente le parole di Cristo relative all’accoglienza dei
forestieri: «Si tratta per così dire di un avvertimento: se vuoi essere accolto
in Paradiso, faresti meglio ad accogliere le persone come Cristo stesso ora,
anche se non ti piace, anche se soffri a causa di quelle persone. Se la tua vita
è cercare Cristo, ecco! Troverai la redenzione nel servire questi ospiti, perché
in loro viene Cristo».
San Benedetto ordina ai propri monaci di essere aperti al mondo esterno, ma fino
a un certo punto. L’ospitalità va dispensata seguendo il principio della
prudenza, affinché ai visitatori non venga permesso di compiere atti che
sconvolgano lo stile di vita del monastero. Per esempio, a tavola il silenzio è
mantenuto dai visitatori come dai monaci. Nelle parole di frater Agostino: «Se
permettiamo ai visitatori di turbare troppo il ritmo della nostra vita, allora
non possiamo davvero accogliere nessuno». Il monastero riceve costantemente
visitatori che hanno ogni genere di problemi e cercano consigli, aiuto, o
soltanto qualcuno che li ascolti; ed è importante che i monaci mantengano
l’ordine necessario per permettere loro di offrire questo tipo di ospitalità.
Piuttosto che eccedere in cautela, padre Benedetto crede che i cristiani
dovrebbero essere il più possibile aperti al mondo, senza dover però scendere a
compromessi: «Penso che troppi cristiani abbiano deciso che il mondo sia cattivo
e si debba evitare il più possibile. Beh, è difficile convertire la gente se si
prende una posizione simile. È molto più facile aiutare le persone a vedere il
bene che hanno dentro e poi coinvolgerle, che coinvolgerle facendo notare la
loro cattiveria».
Il potere della cultura popolare è così schiacciante che i fedeli cristiani
ortodossi avvertono spesso il bisogno di ritirarsi dietro le linee difensive.
Eppure frater Ignazio, a cinquantun anni, mette in guardia contro il pericolo
che i cristiani si facciano così prendere dall’ansia e dalla paura da smettere
di condividere la Buona Novella, in parole e atti, con un mondo tenuto
prigioniero dall’odio e dall’oscurità. È prudente fissare confini ragionevoli
tra i cristiani e il mondo, però dobbiamo stare attenti a non essere come il
servo infedele nella parabola dei talenti, punito dal padrone per la sua
amministrazione povera e pavida dei beni del padrone stesso. «La miglior difesa
è l’attacco. Ci si difende attaccando», ha soggiunto frater Ignazio.
«Attacchiamo espandendo il regno di Dio – in primis nel nostro cuore, e poi nel
mondo. Sì, bisogna avere confini, ma è nostro dovere non lasciare che i confini
restino dove sono. Dobbiamo spingerli verso l’esterno, all’infinito».
Equilibrio
La vita benedettina è rigorosa ma, se vissuta secondo la
Regola, è anche libera da
fondamentalismi ed estremismi. «Ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o
di gravoso» [Prol. 46], scriveva Benedetto. Lo scopo della
Regola, affermava – e anzi lo scopo
della vita –, è che «si corra per la via dei precetti divini col cuore dilatato
dall’indicibile soavità dell’amore» [Prol. 49].
Padre Basilio osservava: «San Benedetto fa propria l’immagine che la Scrittura
usa per parlare di Cristo stesso. “La canna infranta non spezzerà, non spegnerà
il lucignolo fumigante” [Mt 12,20 cfr. Is 42,3, N.d.T.]. L’umanità è già
fragile. Bisogna che la trattiamo con cura, con premura, con delicatezza».
Quest’orientamento verso la vita comunitaria si pone in netto contrasto con una
molteplicità di altre comunità intenzionali cristiane, che si sono dissolte o
sono diventate simili a culti, perché una guida autoritaria ossessionata dalla
purezza ha abusato del potere.
Frater Francesco ha espresso l’idea in questi termini: se una comunità allenta
eccessivamente la propria disciplina, si dissolverà. Se però è troppo rigida,
condurrà alla pazzia. Detto con le sue parole: «Se si vuol giudicare una
comunità, occorre considerare il frutto che ha prodotto. Stanno crescendo? Sono
allegri? Sono felici? Stanno facendo del bene e aiutando la gente? Si consideri
ciò che una comunità produce, per vedere che tipo di equilibrio ha raggiunto».
L’equilibrio, dunque – o, detto altrimenti, la prudenza, la misericordia, e il
retto giudizio – costituisce la chiave per governare la vita di una comunità
cristiana. Lo stesso vale per il mantenimento del necessario per la vita
quotidiana dei monaci – mangiare, dormire, pregare, lavorare, leggere – in un
rapporto armonioso, affinché nessuno prevarichi la vita di un altro e tutti
siano integrati in un complesso sano.
Padre Benedetto, però, ha insistito sul fatto che nessuno dovrebbe pensare alla
Regola come qualcosa che riguarda una
vita in equilibrio, nel senso di accontentarsi delle mezze misure e della
mediocrità spirituale. L’equilibrio non è tra bene e male ma tra diversi tipi di
bene.
Benedetto non voleva creare monaci insicuri. «Vuole che si diventi santi. E i
santi non sono solitamente persone molto equilibrate», dice ridendo padre
Benedetto. «Stava creando una vita fatta di radicalità: totale distacco ed
enfasi sulla conversione: dare tutto a Dio, sempre».
Anche i laici possono trarre beneficio dalla
Regola, ha aggiunto, se capiscono
cosa ci sia di radicale nella vita di san Benedetto: l’abbandono totale della
volontà propria a favore della volontà di Dio. Il metodo potrebbe richiedere
equilibrio nella sua applicazione, ma lo scopo che ci è dato dal Signore è
straordinario: essere perfetti, come il Padre nei cieli è perfetto.
Poiché Gesù è una cosa sola con il Padre, coloro che cercano la perfezione
devono tentare di imitarlo. È naturalmente un’eresia credere che possiamo
raggiungere tale perfezione per conto nostro o non avendo ancora varcato le
porte del paradiso. È un paradosso della vita cristiana: più santi si diventa,
più si è consapevoli della propria imperfezione e, pertanto, della propria
assoluta dipendenza dalla misericordia di Dio. Detto ciò, l’ideale di perfezione
è incarnato da chi è simile a Cristo in tutte le cose dal momento che risponde
pienamente alla chiamata del Signore. Che sia chiamata al monastero o al mondo,
alla famiglia o al libero stato, al lavoro manuale o davanti a una scrivania, a
stare a casa o a viaggiare per il mondo, la persona in questione deve compiere
il massimo sforzo di conformarsi a Gesù. Ordinando metodicamente e
pragmaticamente corpo, anima e mente a una vita armoniosa centrata su quel
Cristo che è presente ovunque e ricolma tutte le cose, la via benedettina offre
una spiritualità accessibile a chiunque. Per il cristiano che segue la strada
tracciata da san Benedetto, la vita di tutti i giorni diventa una preghiera
incessante, tanto offerta a Dio quanto ricevuta in dono da Lui, che è colui che
ci trasforma a poco a poco a somiglianza di Suo figlio.
L’unica grande tragedia nella vita
L’esempio benedettino rappresenta un segno di speranza, ma anche un
avvertimento: quali che siano le circostanze in cui si trova, il cristiano non
può mantenersi fedele a questo modello di vita se Dio è solo una parte della sua
vita, scisso dal resto. In fin dei conti, o Cristo è al centro della nostra vita
o lo sono l’io e tutte le sue idolatrie. Non esiste una via di mezzo. Con il Suo
aiuto, possiamo mettere insieme i frammenti della nostra vita e ordinarli
intorno a Lui, ma non sarà facile e non possiamo farlo da soli. Sforzarsi di
raggiungere qualsiasi cosa di un livello inferiore significa, però, sperimentare
quanto ha scritto il saggista cattolico francese Léon Bloy: «L’unica vera
tristezza, l’unico vero fallimento, la sola grande tragedia nella vita, è non
diventare santi».
[7]
Mentre mi preparavo a lasciare il monastero di San Benedetto dopo il mio
soggiorno, menzionai a padre Martino quanto sia in assoluto insolita la semplice
esistenza di un posto simile nel mondo moderno. Uomini giovani che recuperano
una tradizione di preghiera, liturgia e vita ascetica comunitaria che risale
alla Chiesa primitiva, facendolo con tanta evidente gioia? Non dovrebbe
succedere di questi tempi.
Eppure eccoli qui: un segno di contraddizione verso la modernità.
Sul volto di padre Martino balenò un ampio sorriso da sotto la barba nera e
disse che tutti i cristiani possono fare quest’esperienza gioiosa, se sono
disposti a fare quel che è richiesto per organizzare il recupero, «per
raccogliere quello che abbiamo perso e per farlo rivivere».
«In questo c’è qualcosa di molto antico, ma anche di nuovo», ha aggiunto padre
Martino. «La gente dice: “State solo provando a tirare indietro le lancette
dell’orologio”. Non ha senso. Se si sta facendo qualcosa in questo preciso
momento, significa che lo si sta facendo
in questo preciso momento. È nuovo, ed è vivo! Ed è qualcosa di molto
potente».
Lasciando Norcia e scendendo dalla montagna, un pellegrino può magari invidiare
ai monaci la semplicità della loro vita nel tranquillo paesino. La serenità e la
solidità di Norcia e dei suoi Benedettini sembrano così lontane dal mondo
tumultuoso laggiù, e non dovrebbe sorprendere se già ne sentiamo la mancanza
ancor prima di raggiungere la stazione ferroviaria a Spoleto. Se, però, si è
ricevuto il dono di Norcia in modo corretto, non si va via a mani vuote e
impreparati ad affrontare quel che si ha di fronte. Giacché i fratelli conversi
e i padri del monastero di Norcia vi avranno offerto una visione fugace di cosa
possa essere la vita insieme in Cristo. Vi avranno mostrato che il cristianesimo
tradizionale non è morto, e che il Vero, il Bello e il Buono si possono trovare
e riportare alla vita, anche se farlo non vi costerà nulla di meno di tutto. E
avranno condiviso il loro insegnamento antico, curato dalle mani di monaci e
monache di generazione in generazione per un millennio e mezzo – una sapienza
che può aiutare i credenti comuni, che combattono nel mondo moderno, non solo a
tener duro in una nuova Età Oscura, ma anzi a fiorirci.
Come possiamo portare la sapienza benedettina fuori dal monastero e applicarla
alle sfide della vita nel mondo nel XXI secolo? È a questo interrogativo che ora
dobbiamo volgerci. La via di san Benedetto non è una via di fuga dal mondo reale
ma un modo di vedere quel mondo e abitare in esso nella sua autenticità. La
spiritualità benedettina ci insegna a sopportare il mondo nell’amore e a
trasformarlo come lo Spirito Santo ci trasforma. L’Opzione Benedetto attinge
alle virtù descritte nella Regola per
cambiare il modo in cui i cristiani affrontano la politica, la Chiesa, la
famiglia, la comunità, l’istruzione, i nostri mestieri, il sesso e la
tecnologia.
E lo fa con urgenza. Quando dissi per la prima volta a padre Cassiano dell’Opzione Benedetto, rimuginò le mie parole e disse in tono grave: «Coloro che non praticano in qualche modo ciò di cui tu parli, non passeranno indenni attraverso ciò che sta per capitare».
[1]
Esther De Waal,
Seeking God: The Way of Saint
Benedict [Alla ricerca di Dio.
La via di san Benedetto], Liturgical Press, Collegeville, MN 2001, p.
15.
[2]
La traduzione italiana della
Regola di san Benedetto citata nel testo è quella disponibile online
all’indirizzo: https://www.ora-et-labora.net.
[3]
R. Guardini, La fine dell’epoca
moderna, in Idem, La fine
dell’epoca moderna. Il potere, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 7-109
[4]
Ibidem.
[5]
Zygmunt Bauman, «From Pilgrim to Tourist, or, A Short History of
Identity» [Da Pellegrino a turista ovvero Una breve storia
dell’identità], in Questions of
Cultural Identity, a cura Stuart Hall e Paul du Gay, SAGE
Publications, Thousand Oaks, CA 1996, p. 24.
[6]
D. Bonhoeffer, Vita comune,
Queriniana, Brescia 2003, p. 19.
[7]
Léon Bloy, citato in Peter Kreeft,
Prayer for Beginners,
Ignatius Press, San Francisco 2000, p. 39.
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21 giugno 2022 Alberto "da Cormano" alberto@ora-et-labora.net