LE CONFERENZE SPIRITUALI

di GIOVANNI CASSIANO

18.a CONFERENZA

CONFERENZA DELL'ABATE PIAMO

SULLE TRE SPECIE DI MONACI


Estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline - 1965


 

Indice dei capitoli

I. Come fummo ricevuti dall’abate Piamo al nostro arrivo a Diolcos.

II. Discorso dell’abate Piamo, nel quale si spiega come i monaci novizi devono essere istruiti dall’esempio degli anziani.

III. I monaci giovani non devono discutere i precetti degli anziani.

IV. Le tre specie di monaci che si trovano in Egitto.

V. Da chi sia stata istituita la professione cenobitica.

VI. Origine e inizio degli anacoreti.

VII. Origine e costumi dei sarabaiti.

VIII. Una quarta specie di monaci.

IX. Domanda: quale differenza passa tra una casa di cenobiti e un monastero.

X. Risposta.

XI. La vera umiltà; e come l’abate Serapione smascherò la falsa umiltà di un monaco.

XII. Domanda sul modo di acquistare la vera pazienza.

XIII. Risposta.

XIV. Esempio di pazienza dato da una donna devota.

XV. Esempio di pazienza dell’abate Pafnuzio.

XVI. La perfezione della pazienza.

 

I - Come fummo ricevuti dall’abate Piamo al nostro arrivo a Diolcos

Dopo aver goduto la vista e la conversazione di quei tre celebri abati dei quali, bene o male, ho riferito le Conferenze spirituali, secondo la richiesta del venerabile fratello Eucherio, devo dire che in me e in Germano si fece sempre più vivo il desiderio di visitare le più remote province dell’Egitto, dove i santi monaci sono più numerosi e più famosi.

Così ci dirigemmo al paese chiamato Diolcos, posto sopra una delle sette bocche del Nilo. Non fummo portati colà dalla strada che dovevamo necessariamente percorrere, ma piuttosto dal desiderio di vedere i santi monaci che dimoravano in quella zona. Sapevamo che là esistevano numerosi gruppi di cenobiti, fondati dai Padri più antichi; perciò a somiglianza di mercanti desiderosissimi d’arricchirsi, ci lasciammo persuadere dalla speranza di un guadagno più alto e dirigemmo in quella parte la nostra navigazione e la nostra ricerca.

Dopo aver navigato a lungo, e dopo essere stati trasportati di qua e di là, mentre gli occhi nostri cercavano avidamente quei luminari della virtù, il nostro sguardo scoprì l’abate Piamo, emergente tra tutti a somiglianza di un faro. Fra gli anacoreti che abitavano in quella regione egli era l’Anziano e il Sacerdote. Posto, come la città di cui parla il Vangelo, sulla cima del monte, non fa meraviglia che brillasse immediatamente ai nostri occhi.

Penso opportuno non riferire qui i miracoli e i prodigi con i quali la divina grazia testimoniò anche dinanzi a noi i meriti di quel servo di Dio, diversamente mi allontanerei dal mio primo proposito e oltrepasserei i giusti limiti di questo volume. Io infatti non ho promesso di tramandare alla memoria dei posteri le opere miracolose del Signore, ma le istituzioni e le pratiche di quegli uomini santi, secondo la mia capacità di ricordare. Mi sono proposto soltanto d’istruire il lettore sulla vita perfetta, non di alimentare la curiosità, senza alcun risultato per la correzione dei suoi difetti.

Il beato Piamo ci accolse con grandi segni di contentezza e ci ristorò con una cordialità degna di lui. Poi, accorgendosi che eravamo forestieri, si interessò di conoscere la nostra provenienza e il motivo per cui ci eravamo recati in Egitto Quando ebbe saputo che venivamo da una casa di cenobiti della Siria, e che il desiderio della perfezione ci aveva fatto intraprendere quel viaggio, ci rivolse questo discorso.

 

II - Discorso dell’abate Piamo, nel quale si spiega come i monaci novizi devono essere istruiti dall’esempio degli anziani

Figlioli miei, chiunque vuole acquistare perizia in una qualsivoglia arte, deve applicarsi, con tutta l’attenzione e con tutta la vigilanza di cui è capace, agli esercizi della professione che desidera conoscere; deve osservare i comandi e i consigli dei maestri di una determinata arte o scienza. Se non fa così si pasce di vani desideri e inutilmente spera di raggiungere la valentia di quegli artisti dei quali non si adatta ad imitare lo studio e la diligenza.

Noi abbiamo conosciuto alcuni che venivano dalle vostre regioni a queste e percorrevano i monasteri dei fratelli allo scopo di imparare. Ma era gente che non si decideva ad abbracciare con la sua condotta le regole e gli usi che costituivano l’oggetto del viaggio intrapreso; gente che non se la sentiva di ritirarsi in qualche cella per veder di mettere in pratica ciò che aveva visto o udito.

Costoro ritenevano ancora gli usi e i costumi nei quali erano stati prima ammaestrati e davano motivo a pensare — come qualcuno diceva in tono di condanna — d’aver lasciato le loro province allo scopo di fuggire la povertà, non già per amore del progresso spirituale. Di conseguenza, oltre a non acquistare una briciola d’istruzione, non trovavano neppure la forza di rimanere a lungo in questi luoghi, a causa della loro inflessibile ostinazione. Non vollero cambiare né l’osservanza dei digiuni, né l’ordine della salmodia, né l’abito che indossavano; e allora come si poteva evitar di pensare, che, nel venire tra noi, avevano un solo scopo, quello cioè di trovar da mangiare?

 

III. – I monaci giovani non devono discutere i precetti degli anziani

Ma se voi, come io credo, venite a studiare il nostro metodo di vita unicamente per meglio servire il Signore, è necessario che vi liberiate completamente da tutti quei metodi che vi furono insegnati all’inizio della vostra vita religiosa, per abbracciare in perfetta umiltà gli insegnamenti che vi daranno i nostri Anziani. Potrà accadere talvolta che il motivo ispiratore di certi detti e di certi fatti, lì per lì vi sfugga, ma ciò non deve trattenervi o ritrarvi dall’imitazione. La scienza più perfetta è il premio di coloro che giudicano rettamente e semplicemente su tutte le cose, e son più pronti ad imitare che a discutere quanto odono o vedono fare dagli Anziani. Colui, invece, che comincia con le dispute la sua istruzione, non penetrerà mai nel regno della verità. Il nemico, vedendo che quello si fida più del proprio giudizio che di quello degli Anziani, lo indurrà facilmente a giudicare superflue e pericolose le cose più utili e salutari. Il demonio, maestro d’inganni, lo giocherà così bene che quello, sempre più attaccandosi alle sue idee irragionevoli, arriverà a persuadersi che è cosa buona e santa soltanto quella che appare tale alla sua cieca caparbietà.

 

IV - Le tre specie di monaci che si trovano in Egitto

Prima di tutto dovete imparare quale sia l’esordio e l’origine della nostra professione; cioè com’essa è nata e da quale sorgente è derivata. È vero infatti che è facile penetrare i principi dell’arte a cui si ispira ed è pur facile infervorarsi ed esercitarla, quando ci è conosciuta la dignità di coloro che ne furono gli inventori e i fondatori.

In Egitto esistono tre specie di monaci: due sono ottime; la terza è biasimevole e da evitarsi in modo assoluto.

La prima è la specie dei cenobiti, vale a dire di quei monaci che vivono raggruppati in una comunità, sotto la guida e la direzione di un Anziano. Costoro sono sparsi in tutto l’Egitto e il loro numero è molto elevato.

La seconda specie è quella degli anacoreti. Questi, dopo essersi formati nelle case dei cenobiti, dove son diventati perfetti nella vita ascetica, hanno scelto il segreto della solitudine. Di questa forma di vita anche noi desideriamo fare esperienza.

La terza specie — quella che merita la nostra condanna — è dei Sarabaiti. Intendiamo parlare di queste tre forme separatamente e per ordine.

Prima di tutto, dunque, voi dovete imparare a conoscere i fondatori di queste tre professioni monastiche. Tale conoscenza servirà ad ispirarvi avversione verso la forma che dev’essere fuggita e desiderio delle due forme che son da seguire, perché ognuna di queste due vie conduce necessariamente colui che la segue, al fine raggiunto da chi la scoprì e la seguì per primo.

 

V - Da chi sia stata istituita la professione cenobitica

La vita cenobitica nacque al tempo della predicazione apostolica. È proprio questa la forma di vita che vediamo sorgere a Gerusalemme, in quella moltitudine di credenti di cui il libro degli Atti così ci parla: «La moltitudine dei credenti aveva un cuor solo e un’anima sola: né vi era chi dicesse suo quello che possedeva, ma tutto era tra loro comune (At 4,32). Vendevano i loro beni e ne distribuivano il prezzo fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,45). E ancora: «Non vi era alcun bisognoso tra loro. Perché quanti possedevano terreni o case, li vendevano; poi, preso il prezzo delle cose vendute, lo deponevano ai piedi degli Apostoli, e si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno» (At 4,34-35). Tutta la Chiesa presentava allora uno spettacolo che oggi è possibile vedere soltanto (ohimè raramente!) presso un numero ristretto di cristiani, cioè nelle case cenobitiche.

Ma dopo la morte degli Apostoli la moltitudine dei cristiani — specialmente quella che veniva dai popoli idolatri — incominciò a intiepidirsi. Ai convertiti dal gentilismo, per riguardo alla loro fede ancora rudimentale, e in considerazione dei loro inveterati costumi, gli Apostoli domandarono soltanto di astenersi «dalle carni immolate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione» (At 15,29). La libertà concessa ai convertiti dal gentilesimo, in considerazione della debolezza della loro fede incipiente, non mancò di contaminare a poco a poco la perfezione della Chiesa di Gerusalemme. Ogni giorno aumentava il numero dei convertiti, sia dal giudaismo che dal paganesimo, ma il fervore della primitiva fede diminuiva ogni giorno di più. E non fu soltanto la massa dei neo-convertiti a raffreddarsi e allontanarsi dall’antica austerità: i capi della Chiesa fecero altrettanto. Molti, ritenendo lecite anche per se stessi le concessioni fatte alla debolezza dei gentili, si persuasero che non c’era niente di male a conservare i loro beni patrimoniali, pur professando la fede in Cristo.

Ma quelli che sentivano ancora il fervore dei tempi apostolici e volevano restare fedeli al ricordo della primitiva perfezione, lasciarono le città e la compagnia di coloro che ritenevano lecita, a se stessi e a tutta la Chiesa di Dio, la negligenza di una vita più comoda. Si stabilirono nei dintorni delle città, in luoghi appartati, e s’impegnarono a seguire per proprio conto quelle regole di vita che sapevano dettate dagli Apostoli per tutto il corpo della Chiesa. Nacque così il metodo di vita del quale stiamo parlando, cioè di quei seguaci del Signore che si erano ritirati nella solitudine per non contagiarsi nella tiepidezza dei più [1].

Con l’andare del tempo questi solitari si costituirono in una categoria distinta da tutte le altre. Dato che rinunciavano al matrimonio e si tenevano lontani dai parenti e dalla vita del mondo, furono chiamati monaci o monazontes, a causa della loro vita senza famiglia e solitaria. Le comunità che formarono in seguito, meritarono a loro il nome di cenobiti, mentre alle celle e ai luoghi nei quali si raggruppavano fu dato il nome di cenobi.

Questa è la sola specie di monaci dei tempi più antichi: essa è la prima nel tempo e la prima per grazia. Si conservò per molti anni in tutto il suo splendore e in tutta la sua integrità, fino all’epoca degli abati Paolo e Antonio. Ai nostri giorni possiamo vederne i vestigi nei monasteri dei cenobiti.

 

VI – Origine e inizio degli anacoreti

Dal numero di questi uomini perfetti o, se così m’è permesso dire, dalla loro fecondissima radice, nacquero quei fiori e quei frutti che sono i santi anacoreti.

S. Paolo e s. Antonio, che ho poco fa nominati, sono ritenuti gli iniziatori di questa forma di vita. Non furono né la pusillanimità, né il vizio dell’impazienza (come avviene per certuni) a spingerli nel segreto della solitudine. Furono guidati soltanto dal desiderio di un progresso più sublime e dal gusto della divina contemplazione; ciò resta vero anche se il primo di loro pare che abbia cercato il deserto in tempo di persecuzione, per sfuggire alle insidie dei suoi stessi congiunti.

Ecco che dalla prima professione monastica, della quale abbiamo parlato, ne è nata un’altra, e veramente perfetta. Coloro che l’abbracciano si chiamano giustamente anacoreti, cioè uomini che vivono ritirati.

Non contenti di quella vittoria ottenuta tra gli uomini, quando calpestarono gli assalti occulti del demonio, bramano ora combattere contro i demoni a viso aperto, in una lotta da pari a pari; per questo non temono di inoltrarsi nella solitudine del deserto. Assomigliano a Giovanni Battista, che passò nel deserto tutta la sua vita; assomigliano a Elia, ad Eliseo e a tutti gli altri di cui parla l’Apostolo quando dice: «Andarono raminghi, coperti di pelli di pecora o di capra, privi di tutto, angustiati, maltrattati; personaggi di cui il mondo non era degno, costretti a vagar pei deserti e per le montagne, o a rifugiarsi nelle spelonche e nelle caverne della terra» (Eb 11,37-38). Di costoro, cosi parla figuratamente il Signore con Giobbe: «Chi ha dato la libertà all’onagro? e i legami dell’asino selvatico chi li sciolse? A questo io assegnai il deserto per abitazione e qual sua dimora una terra salmastra. Se la ride dello strepito della città e il gridare del mandriano non ode; va attorno per i monti del suo pascolo, ed ogni verde zolla egli ricerca» (Gb 39,5-8). Nei salmi si legge: «Lo dicano ora coloro che furono riscattati dal Signore, che furono strappati dalle mani del nemico» (Sal 107 (106), 2). E poco dopo lo stesso salmo aggiunge: «E vagarono per il deserto, in una solitudine senz’acqua e non trovarono la via di una città per dimorarvi. Assaliti dalla fame e dalla sete, sentivano la loro vita venir meno. Nella tribolazione levarono la loro voce al Signore ed egli li liberò dalle loro strettezze» (Sal 107 (106), 4-6). Geremia ci dà di questi solitari il quadro che segue: «È bene che l’uomo porti il giogo fin dalla sua giovinezza, e se ne stia solitario, in silenzio, quando il Signore porrà quel giogo su di lui» (Lam 3,27-28). I solitari, con le disposizioni interiori e con le opere che compiono, cantano quei versi del salmo: «Somiglio a un pellicano del deserto, son pari a un gufo in mezzo alle macerie. Io veglio insonne, divenuto eguale a un passero solingo sopra il tetto» (Sal 102 (101), 7-8).

 

VII – Origine e costumi dei sarabaiti

Mentre queste due forme di monachesimo rallegravano la religione cristiana, anzi, quando le due forme descritte avevano incominciato adagio adagio a decadere, nacque una genia di monaci malvagi e infedeli. Forse è meglio dire che rispuntò e crebbe la mala pianta che nacque agli inizi della Chiesa, per opera di Anania e Saffira, quella pianta che la maledizione dell’apostolo Pietro aveva reciso. Giudicata detestabile e maledetta da tutti i monaci, quella mal erba non s’era più vista germogliare al mondo finché durò la paura d’un castigo tanto severo. Il santo Apostolo non aveva lasciato agli autori di una colpa così mostruosa né il tempo di pentirsi né di ripararla: con una morte repentina aveva stroncato il germe maledetto.

Ma a poco a poco una certa negligenza e la lunga usura del tempo, cancellarono dalla mente degli uomini l’esempio che era stato punito severamente dall’Apostolo nel caso di Anania e Saffira. Per questo si vide nascere la genia dei sarabaiti, così chiamati, con nome di derivazione egiziana, perché si separavano dalle comunità cenobitiche e provvedevano alle loro necessità ciascuno per proprio conto. Essi discendevano direttamente da Anania e Saffira, i quali preferivano simulare la perfezione evangelica, anziché abbracciarla realmente, ed erano spinti a quella finzione dal desiderio di guadagnarsi le lodi con le quali erano onorati coloro che avevan preferito a tutte le ricchezze la perfetta povertà di Cristo.

Costoro pretendono di compiere un’impresa che richiede una virtù insolita, con animo meschino; o forse sono stati sospinti alla professione monastica dalla necessità; perciò si affrettano tanto a fregiarsi del nome di monaco quanto s’ingegnano di fuggirne la vita. Non si curano della disciplina cenobitica, né di sottomettersi all’autorità degli Anziani, né d’imparare da loro a vincere la propria volontà. Non hanno una formazione sistematica, non hanno una regola dettata dalla discrezione. La loro rinuncia è per uso esterno, fatta per esser conosciuta dagli uomini. Talvolta rimangono nelle loro abitazioni private e, dopo essersi ammantati col nome di monaco, continuano ad occuparsi degli stessi affari di prima. Tal altra si costruiscono delle celle, le ornano col nome di monastero, ma vivono là dentro a loro talento e in piena libertà. Il Vangelo comanda: non vi date premura del vitto quotidiano, né dei beni di fortuna, ma quelli non se la sentono di curvare il collo a quel giogo. Il precetto del Signore lo possono osservare soltanto coloro che senza esitazione e con piena fedeltà si staccano completamente dai beni di questo mondo e si sottomettono ai superiori delle comunità cenobitiche, fino al punto di poter dire che non appartengono più neppure a se stessi. Di tutt’altro stampo sono i sarabaiti. Fuggono, come si è detto, l’austerità cenobitica e abitano a gruppi di due o tre nelle celle. Non vogliono esser governati dall'autorità di un abate, anzi mettono tutto l’impegno a conservarsi liberi dal giogo degli Anziani, per conservare la facoltà di soddisfare tutti i loro capricci: vagare qua e là, fare tutto quello che vogliono. Può capitare che essi lavorino di più degli stessi cenobiti: non contenti di lavorare durante il giorno possono applicarvisi anche nella notte, ma non agiscono con la stessa fede e con lo stesso scopo dei cenobiti. Si danno da fare tanto, non già per consegnare il frutto della loro fatica nelle mani dell’economo, ma per guadagnare denari e metterli da parte.

Osservate ora quanta differenza intercorre fra queste due specie di monaci.

I cenobiti, per nulla preoccupati del domani, offrono a Dio il frutto dei loro sudori come un’ostia gradita; i sarabaiti estendono le loro preoccupazioni materiali non solo al giorno vicino, ma agli anni lontani, e si figurano Dio come se fosse bugiardo o impotente: quasi che non volesse o non potesse mantener la promessa di dare ad ognuno di che mangiare ogni giorno e di che vestirsi. I cenobiti cercano con tutte le loro forze la actemosune, cioè la rinuncia totale e la povertà perpetua, i sarabaiti cercano l’abbondanza di tutti i beni. I primi si sforzano di superare la misura prescritta del lavoro quotidiano, ma lo fanno con l’intenzione che il loro guadagno, dopo aver provveduto alle necessità del monastero, sia dispensato, a giudizio dell’abate, alle carceri, agli ospizi per pellegrini, agli ospedali, ai poveri; gli altri vogliono che quanto avanza al quotidiano sostentamento vada a soddisfare la loro volontà spendereccia, o sia conservato ad alimentare l’avarizia.

Posso anche concedere che i sarabaiti usano bene del denaro male ammassato, ma anche in questo caso non tendono ad imitare la virtù e la perfezione dei cenobiti. Questi ultimi infatti, procurano al monastero grandi guadagni e rinunciano ad essi ogni giorno, per rimanere nella umiltà e nella sottomissione più profonda. Così, dopo aver rinunciato al dominio su se stessi, rinunciano anche al dominio sulle cose che guadagnano col sudore della loro fronte; e con questo spogliamento quotidiano, che li distacca anche dal frutto del loro lavoro, rinnovano continuamente il fervore della prima rinuncia. I sarabaiti invece, anche quando fanno una elemosina ai poveri, si insuperbiscono, e così cadono ogni giorno nel precipizio. La pazienza e la fedeltà rigorosa con cui i cenobiti perseverano devotamente nella professione intrapresa, fa ogni giorno di loro dei crocifissi al mondo e dei martiri viventi; la tiepidezza e il capriccio precipitano i sarabaiti nell’inferno.

Le due prime specie di monaci, vale a dire i cenobiti e gli anacoreti, si trovano in numero pressoché uguale in questa nostra provincia, ma nelle altre terre che le necessità della fede cattolica mi hanno obbligato a percorrere, prevale la terza specie, quella dei sarabaiti, anzi è quasi sola a tenere il campo.

Ai tempi di Lucio, che era un vescovo passato all’eresia ariana negli anni in cui l’imperatore Valente governava il mondo, io fui incaricato di portare i frutti di una colletta ai fratelli che, dall’Egitto e dalla Tebaide, erano stati esiliati e condannati alle miniere nel Ponto e nell’Armenia, per punirli della loro irremovibilità nella fede cattolica. In quell’occasione potei vedere in qualche città rarissimi segni di vita cenobitica; quanto ad anacoreti, dovetti accorgermi che in quelle regioni non se ne conosceva neppure il nome.

 

VIII - Una quarta specie di monaci

Esiste una quarta specie di monaci che abbiamo visto sorgere da poco tempo: è la categoria di coloro che tentano d’ingannare se stessi con la vana apparenza della vita anacoretica. All’inizio questi monaci, presi da passeggero fervore, lasciano sperare di voler ricercare la perfezione cenobitica. Ma si raffreddano presto, e siccome non vogliono saperne di estirpare i loro vizi e le loro abitudini del passato, non sopportano di sostenere il giogo dell’umiltà e della pazienza, né si adattano a star sottomessi alla disciplina degli Anziani. Cercano perciò qualche cella separata e desiderano di vivere là in assoluta solitudine; così — non essendo più messi alla prova da qualche confratello — possono apparire pazienti, mansueti, umili.

Ma questa nuova forma di vita eremitica, o per dir meglio, questa forma di tiepidezza spirituale, non permette mai a coloro che ha assaliti, di arrivare alla perfezione. Né basta dire che in tal modo i loro vizi non scompaiono, bisogna aggiungere che s’ingrandiscono, proprio per il fatto che non sono stuzzicati da alcuno.

I vizi sono come un veleno nascosto e mortale, quanto più quel veleno si cela, tanto più penetra in profondità e produce mali insanabili.

Per rispettarne la solitudine, nessuno ardisce rimproverare ad un tal monaco i vizi che egli stesso ha voluto ignorare. Le virtù — sia ben chiaro — non si acquistano con il nascondere i propri vizi, ma col liberarsene.

 

IX - Domanda: quale differenza passa tra una casa di cenobiti e un monastero

Germano. C’è differenza tra «cenobio» e «monastero»; oppure i due nomi dicono la stessa cosa?

 

X - Risposta

Riamo. Molti usano promiscuamente i termini «monastero» e «cenobio»; una differenza tuttavia c’è e consiste in questo: il termine monastero si addice all’abitazione e non indica altro che il luogo di raccolta; cenobio invece indica anche la forma di vita e il genere di disciplina che vi si osserva. Si potrebbe chiamar monastero anche l’abitazione di un solo monaco, mentre l’appellativo di cenobio si addice soltanto al luogo in cui molte persone coabitano e formano una comunità. Si chiamano monasteri anche i luoghi in cui vivono le associazioni dei sarabaiti.

 

XI. - La vera umiltà e come l’abate Serapione smascherò la falsa umiltà di un monaco

Voi che, a quanto posso vedere, siete venuti a bussare alla nostra porta partendo da un’esperienza di ottima vita monastica; voi che siete venuti dalla palestra onorata della vita cenobitica, per tendere alle altezze della disciplina anacoretica, esercitatevi più a fondo nelle virtù dell’umiltà e della pazienza, che avete certamente coltivate nel vostro primo genere di vita. Non dovete contentarvi, come fanno alcuni, di rivestirvi di quelle virtù soltanto all’esterno, fingendovi umili nelle parole, o affettando una falsa bassezza nel portamento del corpo. Questa maschera di umiltà fu una volta elegantemente messa in ridicolo dall’abate Serapione.

Un giorno si presentò a lui un tale che nel comportamento esteriore e nelle parole mostrava la più profonda umiltà. Il vecchio abate lo invitò, com’è d’uso, a pregare insieme, ma per quanto insistesse non riuscì a convincerlo. Quello protestava di essere gravato da tanti e tali delitti da non meritare neppure di respirare l’aria che respirano tutti gli uomini. Non voleva neppure sedersi sulla stuoia e stava piuttosto accovacciato per terra.

Inutile dire che non si lasciò lavare i piedi...

Finito che ebbero di mangiare, l’abate Serapione approfittò della conferenza spirituale che doveva tenere, per ammonirlo benevolmente e cortesemente a non andar vagando oziosamente qua e là. Sei giovane e robusto — disse — non andare a zonzo senza far nulla; stattene in cella, come vuole la regola degli Anziani, e guadagnati la vita col tuo lavoro, invece di farti mantenere dal lavoro e dalla generosità degli altri.

Fu questo il rimprovero temuto dall’apostolo Paolo. Pur avendo diritto al sostentamento da parte dei fedeli, perché era operaio del Vangelo, volle l’Apostolo lavorare giorno e notte per procurare il pane quotidiano a sé e a coloro che, impegnati a lavorare con lui, non avevano la possibilità di dedicarsi a qualche altro lavoro.

A queste parole il nostro monaco fu preso da tanta tristezza e da tale dolore che il volto non riuscì a dissimulare la contrarietà del cuore. Gli disse allora il vecchio abate: «Figliolo mio, poco fa ti accusavi dei delitti più atroci e te ne caricavi il peso senza punto temere di perdere la mia stima; ecco che ora io ti dò un piccolo avvertimento il quale oltre a non aver nulla d’ingiurioso ti dimostra invece il mio affetto, il mio desiderio di aiutarti, e ti vedo talmente inquieto che non riesci a nascondere lo sdegno e a conservare un volto sereno. Che forse, mentre facevi mostra di quella tua umiltà, ti aspettavi che io ti dicessi: «Il giusto accusa se stesso fin dal principio delle sue parole»? (Pr 18,7: LXX).

Caro il mio ragazzo, bisogna possedere la vera umiltà di cuore, che non consiste in gesti e parole affettate, ma nasce dall’intima umiltà dell’anima.

Quella si rivelerà poi nella pazienza, che ne è il segno più sicuro. È inutile accusarsi di delitti ai quali nessuno crede; è molto meglio restare calmi di fronte alle ingiurie arroganti che uno ti rivolge e sopportare con mansuetudine e serenità d’animo i torti che ti son fatti.

 

XII. - Domanda sul modo di acquistare la vera pazienza

Germano. Desideriamo sapere come si acquista e come si conserva la tranquillità della quale tu ci parli. Ottima cosa è imporsi il silenzio, tener chiusa la bocca, tener a freno ogni parola ardita, ma bisogna anche conservare la tranquillità del cuore, la qual cosa non sempre avviene.

Talvolta, anche se la lingua sta a segno, all’interno non regna la pace. Ed è proprio per questo che ci pare impossibile mantenere la virtù della mansuetudine se non si vive in una cella solitaria e nascosta.

 

XIII. - Risposta

La vera pazienza e la vera tranquillità non si acquistano e non si conservano senza una profonda umiltà di cuore. Quando una virtù nasce da questa fonte non ha bisogno né dell’aiuto d’una cella, né del rifugio nella solitudine. Non abbisogna infatti d’un sostegno esteriore la virtù che sia interiormente sostenuta dall’umiltà, sua madre e sua custode.

Del resto, se abbiamo moti di ribellione, quando qualcuno ci provoca, è segno che i fondamenti dell’umiltà non sono ben consolidati in noi. Per questo, al sopraggiungere della più piccola burrasca, il nostro edificio spirituale si scuote fin dalle fondamenta e minaccia di crollare.

La pazienza che rimane tranquilla perché non ha alcun nemico pronto ad assalirla coi suoi dardi, non merita lode né ammirazione. È illustre e gloriosa quella pazienza che sa restare immobile quando la tempesta della tentazione le cade sopra. La vera virtù, lungi dal tremare o infrangersi nelle avversità, in esse si rafforza, e si fa più acuta quando sembrerebbe che dovesse spuntarsi.

Nessuno ignora che «pazienza» deriva da patire e sopportare; dunque è chiaro che merita di esser chiamato paziente soltanto colui che sopporta senza ribellarsi tutte le offese che gli si potranno arrecare. Di quest’uomo paziente tesse il meritato elogio Salomone quando dice: «L’uomo paziente val più del forte, e chi sa frenare l’ira è preferibile a colui che espugna le città» (Pr 16,32: LXX). E ancora: «L’uomo longanime è ricco di prudenza, ma il pusillanime è molto sciocco» (Pr 14,29).

Perciò quando un uomo offeso si infiamma e si adira, non si deve credere che la gravità dell’offesa sia la causa del suo peccato. No: l’offesa non fa altro che mettere in chiaro una debolezza prima nascosta. In questo caso si vede avverata la parabola del Signore e Salvatore nostro riguardante le due case; delle quali, una era fondata sulla pietra e l’altra sulla sabbia. Piogge, fiumi, venti tempestosi si abbatterono sull’una e sull’altra, ma quella che era fondata sulla dura pietra non riportò alcun danno da un colpo tanto violento, mentre quella che era costruita sulla sabbia instabile, andò subito in rovina. Ed è facile capire che questa rovinò, non già perché fu assalita dalle piogge e dai torrenti, ma per l’imprudenza di colui che l’aveva costruita sulla sabbia.

Il santo e il peccatore non si distinguono tra loro per il fatto che il primo è tentato e il secondo no. Entrambi sono tentati, ma il primo non si lascia sopraffare neppur dagli assalti più violenti, il secondo cede all’impeto più leggero.

La fortezza del santo — lo abbiamo già detto — non sarebbe meritevole di lode se perdurasse solo quando non è messa alla prova: la vittoria non si dà senza combattere contro qualche avversario. «Felice l’uomo che sopporta pazientemente la prova, perché dopo essere stato provato, riceverà la corona di vita che il Signore ha promesso a coloro che lo amano» (Gc 1,12).

Anche a giudizio dell’apostolo Paolo la virtù non si tempra nell’ozio e nelle delizie, ma nella infermità (Cfr. 2 Cor 12,9). Dice ancora il Signore: «Ecco, in questo giorno, io ti stabilisco come una città forte, come colonna di ferro, come muro di bronzo, contro tutta la terra, contro il re di Giuda e i suoi principi, i suoi sacerdoti ed il popolo del paese. Se vorranno farti guerra non avranno il sopravvento, perché io sono con te per liberarti» (Is 1,18-19).

 

XIV. - Esempio di pazienza dato da una donna devota

Ora voglio presentarvi almeno due esempi di pazienza. Il primo riguarderà una donna devota, la quale praticò la pazienza con tanto fervore che invece di fuggire le occasioni di tentazione le andò a cercare con grande avidità, per meglio abituarsi a vincerle, data la loro frequenza. Costei era nata ad Alessandria, ed era discendente da nobile famiglia. Serviva il Signore nella casa che i suoi antenati le avevano lasciata. Un giorno si presentò al vescovo Atanasio, di felice memoria, e lo pregò di consegnarle in custodia una delle vedove che venivano mantenute a spese della Chiesa. E per dir la cosa con le stesse sue parole: «Dammi — disse — una di queste sorelle e io penserò a mantenerla».

Il vescovo lodò il proposito della buona donna e, vistala così pronta alle opere di misericordia, ordinò che le fosse consegnata una donna distinta fra tutte, a motivo dei suoi costumi e della sua condotta. Non voleva, il santo vescovo, che il generoso desiderio della benefattrice fosse vinto dalla cattiveria della beneficata, o che la benefattrice, cercando di farsi meriti nell’aiutare una bisognosa, avesse a patir pericolo nella fede a causa dei cattivi costumi di quella.

Mentre la pia signora serviva con ogni riguardo la sua ospite, questa non faceva altro che dimostrare modestia, dolcezza, e rendere grazie per le attenzioni di carità di cui era oggetto. Dopo qualche tempo la pia benefattrice ritornò dal vescovo e gli disse: «Io avevo chiesto che mi fosse assegnata una vedova da sostentare e da servire docilmente nelle sue necessità».

Il vescovo allora, non conoscendo il proposito e il desiderio della donna, pensò che la persona incaricata di soddisfarla non avesse adempiuto il suo compito, e domandò con una certa animosità la ragione dell’indugio. Venne così a sapere che per quella pia donna era stata scelta la vedova più buona che si potesse trovare. Allora il vescovo comandò che le fosse assegnata la peggiore di tutte: irosa, rissosa, bevitrice, chiacchierona, quant’altre mai.

La buona donna se la prese in casa e incominciò a servirla con la stessa diligenza, e forse con maggior amore di quello mostrato con la precedente. Ma in cambio di tanti servigi ne ricavava come compenso offese, imprecazioni, sgarbi a non finire. Talvolta la vedova insultava la sua benefattrice rimproverandole di averla chiesta al vescovo, non già per prestarle assistenza, ma per tormentarla e offenderla. Affermava infine che invece di passare dalla fatica al riposo, era passata dal riposo alla fatica. La frequenza dei litigi arrivò a tal segno che qualche volta la pessima vedova non si trattenne dal colpire con le mani la sua benefattrice. Questa, da parte sua, cercava di vincerla non con opporre violenza a violenza, ma sottomettendosi con crescente umiltà. Sperava cosi di calmare, con la mansuetudine della sua carità, l’ira scatenata di quella furia.

Quando, con simile esercizio, si fu fortificata e perfezionata nella pazienza — come aveva sempre ardentemente desiderato — tornò dal vescovo e lo ringraziò della scelta felice, nonché del bene che le aveva procurato. Il vescovo, com’è chiaro, le aveva procurato un’ottima maestra di pazienza, che per mezzo delle sue interminabili offese l’aveva ogni giorno fortificata — proprio come l’olio fortifica gli atleti — e l’aveva finalmente condotta alla vetta della pazienza. «Ora sì, disse la donna al vescovo, che mi è stata data una vedova da assistere. La prima non era da assistere, perché mi onorava e mi consolava con le sue gentilezze».

E di esempi femminili basti questo. Il racconto valga non solo a edificarci, ma anche a farci vergognare, visto che noi non sappiamo conservare la pazienza se non ci chiudiamo in una tana, alla maniera delle fiere.

 

XV — Esempio di pazienza dell’abate Pafnuzio

Ora passiamo al secondo esempio, che è quello dell’abate Pafnuzio. Costui abita tuttora nel deserto di Scito, del quale è sacerdote. È quello un eremo glorioso, degno di essere lodato su tutta la terra. Pafnuzio si compiace tanto di vivere ritirato, che gli altri eremiti lo hanno chiamato Bufalo, o bove selvatico, proprio in ragione del profondissimo desiderio di solitudine che vedono in lui, nonché per la sua aspirazione a stare sempre nascosto.

Fin dalla più giovane età il monaco Pafnuzio possedeva tanta virtù e tanta grazia che i monaci più santi ed illustri di quel tempo ammiravano la sua gravità e la sua incrollabile costanza. Nonostante la sua giovane età, molti lo equiparavano agli anziani in fatto di merito e di virtù, e lo giudicavano degno di appartenere al gruppo degli Anziani. Per questo avvenne che quello stesso fuoco, che una volta accese il cuore dei fratelli contro il patriarca Giuseppe, accendesse con la fiamma della gelosia l’animo di un fratello contro di lui.

Il monaco geloso, volendo deturpare una sì grande bellezza, con qualche neo o qualche macchia, preparò un piano maligno e si propose di condurlo ad effetto una domenica, quando Pafnuzio avesse abbandonato la sua cella per recarsi alla Chiesa.

Così fu. Corse alla cella vuota e furtivamente nascose il suo libro fra la carta che il giovane monaco andava fabbricando con le foglie di palma. Poi, fiducioso che nessuno lo avesse scoperto, come uno che è sicuro del fatto suo, se n’andò anche lui alla Chiesa. Quando il sacro rito giunse al termine, il monaco geloso andò a lamentarsi, in presenza di tutti i fratelli, di essere stato derubato del suo libro.

Il lamento era rivolto a s. Isidoro, che fu il sacerdote del deserto di Scito prima che lo fosse l’abate Pafnuzio.

La notizia turbò moltissimo l’animo di tutti i fratelli, specialmente quello di Isidoro.

Nessuno sapeva che cosa fare o pensare, di fronte a un avvenimento così nuovo e mai prima verificatosi. Non c’era monaco che ricordasse qualcosa di simile in quell’eremo, e neppure dopo se ne ebbe un altro esempio. Ma il derubato insisteva a chiedere che si facessero trattenere tutti i monaci in chiesa e nel frattempo si mandasse una delegazione di monaci scelti, per rovistare in tutte le celle.

Il prete Isidoro comandò a tre monaci dei più anziani di fare l’ispezione, cella per cella. Quelli andarono, misero sottosopra ogni cosa, e finalmente nella cella di Pafnuzio, tra quelle carte di palma che nel gergo monastico si chiamano «sira», proprio là, dunque, dove lo aveva nascosto il monaco geloso, trovarono il corpo del reato. I monaci persecutori portarono il libro alla chiesa, dove stavano riuniti i loro confratelli. Allora Pafnuzio, che era sicurissimo della sua innocenza, accettando di essere reo di furto, si mostrò disposto a far la penitenza e domandò in quale luogo dovesse recarsi ad espiare. In tal modo egli intendeva difendere la sua modestia e il suo onore. Infatti, se avesse tentato di scagionarsi a parole dalla colpa di furto, avrebbe aggiunto alla prima anche quella di menzogna, in quanto nessuno dei monaci presenti poteva sospettare qualcosa di diverso da quanto il corpo del reato attestava.

S’allontanò dunque dalla chiesa, più fiducioso nel giudizio di Dio che atterrito del triste caso capitatogli. Pregò senza interruzione, pianse, triplicò i digiuni e si umiliò anche davanti agli uomini con la sincerità più profonda. Per due settimane si abbassò dinanzi a tutti nella più grande contrizione dell’anima e del corpo: arrivò a tal punto che il sabato e la domenica si recava alla chiesa il mattino prestissimo, non già per ricevere la comunione, ma per inginocchiarsi sulla porta e supplicare, gemendo, il perdono.

Colui che vede i pensieri occulti degli uomini non permise che il buon monaco tormentasse più a lungo se stesso, o che gli altri lo stimassero ancora colpevole.

L’inventore del furto, colui che aveva rubato il suo proprio libro, colui che aveva imbrattato l’onore di Pafnuzio, alla fine rivelò ciò che aveva fatto nascostamente.

La confessione avvenne per impulso del diavolo, che era stato anche istigatore della colpa. Caduto in potere di un demonio tra i più crudeli, il monaco geloso svelò il piano nascosto del suo delitto: così, colui che aveva inventato l’orribile calunnia se ne fece anche denunciatore.

Lo spirito maligno tormentò poi a lungo il monaco geloso, senza che le preghiere dei santi monaci, presenti in quell’eremo e muniti della virtù di comandare agli spiriti immondi, riuscissero a liberarlo. Neppure il prete Isidoro riuscì nell’impresa, nonostante la virtù speciale che possedeva. Egli infatti aveva ricevuto dalla divina benignità una potenza tanto grande, che mai un ossesso veniva condotto a lui, senza che si trovasse guarito prima ancora di toccar la soglia della sua cella.

La gloria di questa liberazione, il Signore l’aveva riservata al giovane Pafnuzio. Il colpevole doveva essere liberato soltanto dalle preghiere di colui che era stato ingiustamente accusato. Soltanto invocando il nome di colui che sotto gli stimoli dell’invidia avrebbe voluto infamare, poteva ottenere il perdono della sua colpa e porre fine all’ossessione diabolica.

Così, fin dalla prima giovinezza, Pafnuzio dette qualche segno rivelatore di ciò che sarebbe stato in seguito. Fin dagli anni dell’infanzia egli lasciava intendere quell’alta perfezione che, col progredire degli anni, avrebbe avuto altri accrescimenti. Anche noi, se vogliamo arrivare come lui a queste altezze di virtù, dobbiamo fondare l’edificio della nostra perfezione sopra un fondamento non diverso dal suo.

 

XVI - La perfezione della pazienza

Due ragioni mi hanno spinto a riferire questo esempio. La prima è che noi, considerando la calma imperturbabile e la costanza del beato Pafnuzio, ci sentiamo mossi a sentimenti di pace e di pazienza, specialmente in considerazione del fatto che gli assalti sferrati dal nemico contro di noi sono una cosa da nulla in confronto con quelli toccati a quel monaco. La seconda ragione è di convincerci che non potremo esser sicuri contro gli assalti e le tentazioni del demonio, se poniamo la difesa e la speranza della nostra pazienza nella clausura della nostra cella, nella separazione dagli altri, nella compagnia dei santi, o in altre difese esteriori, anziché nella robustezza della nostra vita interiore.

Se colui che ha detto nel Vangelo: «Il regno di Dio è dentro di voi» (Lc 17,21), non fortifica l’anima nostra con la virtù della sua protezione, inutilmente noi spereremo di vincere gli assalti degli spiriti maligni, o anche solo di evitarli, con la distanza dai luoghi abitati, o con l’angustia di una cella.

Tutte queste protezioni non mancavano davvero al beato Pafnuzio, eppure il tentatore trovò ugualmente la via per tentarlo. Il maligno non si lasciò scoraggiare né dalle mura del chiostro, né dai meriti di tanti santi radunati in quei luoghi. Ma siccome il monaco tentato non aveva poggiato la sua speranza nei soccorsi esteriori, ma in Colui che giudica i più riposti segreti del cuore, per questo non potè esser mosso dalla potenza di un assalto tanto violento.

Considerate ora il monaco che per invidia ordì la calunnia. Non è vero che godeva anche lui il beneficio della solitudine? La protezione di una cella appartata? La compagnia dell’abate e prete Isidoro, nonché degli altri santi monaci? Ma la tempesta suscitata dal demonio trovò la casa fondata sulla sabbia, e cosi — oltre ad assalirla — la fece completamente rovinare.

Non cerchiamo dunque la nostra pace fuori di noi, né pensiamo che la pazienza degli altri possa liberarci dalla nostra impazienza.

Come è vero che il regno di Dio è dentro di noi, altrettanto è vero che i peggiori nemici dell’uomo sono nella sua stessa casa (Cfr. Mt 10,36).

Nessuno mi è più vicino del mio cuore; eppure, nessuno mi è più di lui nemico. Cerchiamo dunque di stare all’erta, e i nemici interni non potranno ferirci. Quando i nemici interni cessano di assalirci, la nostra anima comincia a possedere in pace il regno di Dio. A voler essere sinceri si deve dire che nessun estraneo, per quanto mal disposto possa essere, è capace di recarci del male, se noi non ci rivolgiamo contro noi stessi con cuore nemico. Se io son ferito, non è per colpa d’un estraneo che mi ha assalito: è la colpa della mia impazienza. Avviene in questo caso quel che si verifica per un forte cibo: per un sano è utile, per il malato è nocivo; non può cioè far male a chi lo mangia se non trova nella sua debolezza la forza di nuocergli.

Se tentazioni del genere di quelle descritte sorgeranno tra i fratelli, non perdiamo la calma, non apriamo il varco alle critiche, alle parole d’ira, che risuonano sulle labbra dei mondani. Tutt’al più potremo meravigliarci che uomini cattivi e detestabili si siano nascosti in mezzo ai santi. Finché saremo calpestati e battuti nell’aia, che è il mondo, sarà necessario che la paglia destinata al fuoco eterno, si trovi mescolata al buon grano. Non dimentichiamo che si trovò un Satana fra gli Angeli, un Giuda fra gli Apostoli, un Nicolao, autore d’una pessima eresia, in mezzo ai sette diaconi [2]. Non deve dunque meravigliarci che in mezzo a uomini santissimi se ne trovi qualcuno malvagio.

Qualcuno, lo so, nega che il Nicolao dei Nicolaiti sia da identificare con quello scelto dagli Apostoli e annoverato tra i primi diaconi. Nessuno però può negare che il Nicolao eretico apparteneva al numero dei Discepoli, i quali praticavano, a quei tempi, una perfezione così alta, da poter essere raramente equiparata con quella che praticano oggi i migliori cenobiti.

Ma non ci fermiamo a considerare la caduta del monaco che in quell’eremo famoso precipitò in una colpa tanto grave; non è bello considerare un disonore che peraltro il colpevole seppe lavare con le lacrime della penitenza. Meglio è proporre a noi stessi l’esempio del venerabile Pafnuzio. Invece di scandalizzarci per il peccato del calunniatore, nel quale il vizio dell’invidia volse al peggio la non sincera virtù della religione, imitiamo con tutte le forze l’umiltà di Pafnuzio. E ricordiamoci che quella virtù non fu un frutto del deserto, ma fu acquistata in mezzo agli uomini: nel deserto, poi, si sviluppò e raggiunse la sua pienezza.

Bisogna anche dire che l’invidia è il più ribelle di tutti i vizi: quando si è attaccata ad un’anima col suo veleno, direi quasi che non c’è più rimedio. L’invidia è quella peste di cui parla figuratamente il profeta quando dice: «Ecco, io vi manderò dei serpenti velenosi che non si possono incatenare; essi vi morderanno» (Is 8,17). A buon diritto il profeta assomiglia al veleno mortale del basilisco il morso dell’invidia. Da quel morso fu colpito anche il principe e autore di tutti i mali: egli per invidia cadde, e per invidia fa cadere. È chiaro infatti che egli fu uccisore di se stesso prima di diventare uccisore dell’uomo, verso il quale sentiva gelosia, e nel quale versò il veleno della morte. Sta scritto: «La morte entrò nel mondo per l’invidia del demonio; e quelli che lo seguono, ne fanno l’esperienza» (Sap 2, 24-25). Come il demonio, che fu infetto per primo dal veleno dell’invidia, rimane incurabile ai rimedi della penitenza e ad ogni altro medicamento capace di alleviare quel male, così coloro che si abbandonano a quei morsi velenosi, escludono da sé ogni rimedio del celeste Incantatore. E la ragione è che il loro interno rodimento non nasce dalla colpa di colui che invidiano, ma piuttosto dalla felicità di lui. Per questo si vergognano a manifestare la verità del loro sentimento e cercano vani pretesti per spiegare la loro malevolenza. Siccome le cause che adducono sono falsissime, e il veleno mortale che non vogliono manifestare resta nascosto nel loro interno, ecco che ogni cura diventa naturalmente inutile. Di loro dice giustamente la divina sapienza: «Se il serpente morde prima di essere incantato, non c’è niente da fare per l’incantatore» (Qo 10,11). Questi sono i morsi segreti contro i quali le medicine dei sapienti non valgono a nulla. Questo male fino ad ora s’è mostrato inguaribile; le buone maniere lo irritano, gli ossequi lo gonfiano, i doni lo provocano a furore: «L’invidia — dice Salomone — non sopporta niente» (Pr 27,4). Quanto più il fratello si arricchisce con le prove di umiltà, con la virtù della pazienza o con la gloria della munificenza, tanto più l’invidioso si sente pungere dagli stimoli della sua passione; egli vuole la rovina del fratello, la sua morte: niente altro. Basta osservare i figli di Giacobbe. L’amabilità dell’innocente Giuseppe non bastava a superare la gelosia dei suoi undici fratelli. Sul loro conto ci assicura la Scrittura: «I suoi fratelli, vedendo che il padre loro lo amava più di tutti gli altri, lo presero in tale avversione, che non gli potevano dire una parola in pace» (Gen 37,4). La loro gelosia, sorda a tutte le obbedienze e le sottomissioni del fratello innocente [3], ne voleva la morte, e si adattò di malavoglia a sostituire alla morte una vendita da schiavi. È dunque vero che, fra tutti i vizi, l’invidia è il più dannoso e il più difficile a guarire, perché i rimedi che curano gli altri vizi servono a incrementare l’invidia.

Facciamo qualche esempio: uno si lamenta di una offesa patita: se fa un atto di generosità, con questo guarisce il suo male; un altro ha ricevuto un affronto: un’umile soddisfazione basterà a placarlo. Ma come calmare un uomo che si ritiene offeso proprio quando ti vede più umile e più benevolo? Se fosse il desiderio di possedere, a farlo andare in collera, un dono potrebbe soddisfarlo; se fosse una puntura d’amor proprio, o il desiderio di vendetta, le carezze potrebbero soddisfarlo, ma è solo la felicità degli altri a irritarlo, e non si può farci niente. Chi infatti sarebbe disposto a perdere i suoi beni; ad abbandonare la prosperità, a cacciarsi in qualche guaio, per far piacere a un invidioso?

Bisogna dunque implorare continuamente il soccorso di Dio onnipotente, se vogliamo che questo basilisco non uccida, con uno dei suoi morsi avvelenati, tutto ciò che è in noi vivo e animato dal soffio dello Spirito Santo.

Il veleno degli altri serpenti — cioè i peccati o vizi carnali — come è facile a penetrare nella natura umana, altrettanto è facile ad esserne estromesso. Le ferite di quel veleno si riconoscono anche da certi segni esteriori; e per quanto pericolose possano essere le enfiagioni, un incantatore esperto nell’uso magico delle formule della Sacra Scrittura, saprà applicare il rimedio delle parole salutari, cosicché il veleno non arrivi a produrre la morte dell’anima. L’invidia, invece, a somiglianza del veleno iniettato dal basilisco, distrugge la religione e la fedeltà fin dalle radici, prima ancora che il colpito ne senta le ferite nel corpo. L’invidioso non pecca contro il fratello, ma pecca contro Dio, perché non trovando nulla da condannare nel fratello, all’infuori della felicità di cui quello gode, non condanna la colpa di un uomo, ma condanna e bestemmia i giudizi stessi di Dio. L’invidia dunque è quella «radice d’amarezza» che spunta fuori a produrre infezione (Eb 12,15); essa si leva verso l’alto per offendere il Creatore stesso, dal quale derivano all’uomo tutti i beni.

Del resto non conviene impressionarsi che Dio minacci di mandare i basilischi a mordere gli empi che l’offendono. Sappiamo bene che Dio non è l’autore dell’invidia; ma siccome i doni della grazia sono concessi agli umili e rifiutati ai superbi, è cosa degna dei divini giudizi che l’invidia sembri un castigo mandato da Dio per colpire e consumare coloro che, secondo l’apostolo Paolo «abbandonò a perversi pensieri» (Rm 1,28). E dice ancora la Scrittura: «Essi mi hanno reso geloso contro uno che non è Dio, mi hanno irritato coi loro idoli vani; io susciterò la loro gelosia verso uno che non è popolo, li irriterò con gente insensata» (Dt 32,21).

Con questi ragionamenti l’abate Piamo infiammò ancor più il nostro desiderio di lasciare la scuola rudimentale della vita cenobitica per tendere al grado superiore della vita anacoretica. Alla sua scuola imparammo i primi elementi della pratica eremitica, nella quale diventammo poi molto versati, al tempo della nostra dimora nel deserto di Scito.

 



[1] Cassiano riprende la tesi, cara a tanti altri autori contemporanei e anteriori a lui, secondo la quale la vita cenobitica sarebbe nata all’età apostolica. (Cfr. Socrate: Historia Ecclesiastica. P. G. 67, 512). In realtà il monachesimo nasce soltanto agli inizi del IV secolo, con Antonio e Pacomio.

[2] Cassiano pensa - con s. Ireneo, Tertulliano ed altri - che il diacono Nicolao sia l’inventore dell’eresia detta dei Nicolaiti. La derivazione non è sicura. Eusebio, nella Storia Ecclesiastica, dice che i Nicolaiti usurparono il nome del diacono per camuffare i loro errori.

[3] Nota del redattore del sito: il testo originale del libro è questo: " sorda a tutti gli ossequi e i complimenti del fratello innocente". Questo è il testo latino: "donec zelus eorum qui nulla germani obsequentis atque subjecti sustinuit blandimenta".

 


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19 aprile 2019                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net