Quali lingue parlava Gesù ?

Gianfranco Ravasi

Estratto da “L’alfabeto di DIO” – Ed. San Paolo 2023

 

Iniziamo col primo quesito che può emergere, ad esempio, quando nel Vangelo di Giovanni si narra che Gesù aveva incontrato un gruppo di greci nel tempio di Gerusalemme, presenti forse nel cosiddetto «Cortile dei gentili», ove potevano entrare anche le gentes, ossia i pagani (12,20-28). O anche quando si racconta il suo dialogo col governatore Pilato durante il processo romano (18,33-38). La questione si pone per le quattro lingue che nella Palestina di allora, provincia dell’Impero, erano in vigore: il greco, l’ebraico, l’aramaico e il latino. Non si dimentichi, infatti, che il “titolo” della croce della condanna di Cristo era – secondo Gv 19,20 – anche in latino. Tuttavia quest’ultima lingua era quasi esclusivamente usata dalle forze di occupazione romane: la rosa, perciò, si restringe alle tre lingue prima citate.

Cominciamo con il greco, usato nell’Impero romano come lingua franca (come si è detto, era una specie di inglese di allora). A Gerusalemme essa era certamente conosciuta dalle alte classi soprattutto per le transazioni commerciali; il popolo si accontentava dell’indispensabile per poter comunicare con i «gentili», cioè con gli stranieri presenti in Palestina. È probabile, perciò, che anche Gesù usasse un po’ di greco – la lingua che sarà poi adottata dal Nuovo Testamento per una comunicazione più universale – quando aveva contatti con non ebrei e forse durante il dialogo processuale con Pilato. Certo, come è stato notato da uno studioso americano, John P. Meier, «né la sua occupazione di falegname a Nazaret, né il suo itinerario in Galilea, circoscritto a città e villaggi decisamente giudaici, avrebbero richiesto scioltezza e regolarità dell’uso del greco. Così non c’è ragione per pensare che Gesù insegnasse regolarmente in greco alle folle che si riunivano attorno a lui».

Passiamo all’ebraico. È noto che esso subì un declino dopo l’esilio babilonese, sostituito nell’uso comune dall’aramaico, la lingua più comune nell’antico Vicino Oriente di allora. Tuttavia esso non si estinse mai come lingua scritta (oltre che ovviamente come lingua liturgica), secondo quanto è attestato dalle famose scoperte di Qumran, presso il Mar Morto. L’ebraico, quindi, era una lingua colta, usata nelle discussioni esegetico-teologiche e dai gruppi elitari di ebrei rigorosi e zelanti, come appunto quelli di Qumran. Gesù probabilmente lo imparò nella scuola sinagogale di Nazaret in modo tale da poter leggere le Scritture, come è testimoniato da Luca quando ci racconta che egli lesse nella sinagoga di Nazaret un brano di Isaia (4,16-20). Al massimo potrebbe aver usato parzialmente l’ebraico nelle controversie teologiche con gli scribi e i farisei riferite dai Vangeli.

Tuttavia, come maestro che parlava alla massa dei contadini, dei pescatori e degli artigiani giudei comuni, Gesù ricorreva alla loro lingua quotidiana che era l’aramaico. Ma qui si pone la domanda fondamentale: qual era questa lingua? Quella “classica” usata anche nelle Sacre Scritture, ad esempio nei capitoli 2–7 del libro di Daniele (per un totale di 4828 parole)? Purtroppo la risposta può essere solo generica perché non abbiamo una documentazione tale da permettere di essere più precisi. Certo, nei Vangeli si intravedono in filigrana al greco tratti di quella lingua. Uno studioso tedesco, Joachim Jeremias, escludendo nomi propri e aggettivi, contava 26 parole aramaiche attribuite a Gesù dai Vangeli o da fonti rabbiniche.

Pensiamo al celebre ’abbà, «babbo, papà», rivolto da Gesù a Dio Padre (Mc 14,36). O alla frase del Padre Nostro «Rimetti a noi i nostri debiti» ove «debito» solo in aramaico (hoba’) – non in greco ed ebraico – significa anche «peccato». Pensiamo al talita’ kum, «ragazza, alzati!», rivolto alla figlia di Giairo (Mc 5,41), o all’effata’, «sii aperto!», indirizzato a un sordo (Mc 7,34), sino alla celebre citazione in aramaico del Salmo 22 da parte del Cristo crocifisso: Eloì, Eloì, lemà sabachtàni, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). Il citato Jeremias identificava l’aramaico di Gesù come una versione galilaica dell’aramaico ufficiale, tant’è vero che, durante il rinnegamento di Pietro, gli astanti accusano l’apostolo così: «È vero: anche tu sei uno dei discepoli di Gesù il galileo. Infatti il tuo modo di parlare ti tradisce» (Mt 26,73).

In conclusione: pur avendo una certa conoscenza del greco e dell’ebraico, Gesù parlò al suo uditorio in un aramaico che non conosciamo con precisione e che solo in via ipotetica e con molta libertà, considerata anche la distanza cronologica, può esser comparato con l’aramaico parlato oggi in pochi centri della Siria meridionale (in particolare a Malula), purtroppo ora devastati dalla guerra. Come scrive il citato Meier, «in un paese quadrilingue, Gesù può di fatto essere stato un ebreo bilingue, ma non fu un maestro trilingue». Molto più realisticamente parlò in un aramaico che non riusciamo a ricostruire in modo soddisfacente.

 

 Gesù sapeva leggere e scrivere?

 

Tenendo conto del rilievo che nell’antico Vicino Oriente aveva la cultura orale, affidata all’esercizio vivo e vivace della memoria, per rispondere al quesito ci sono tre passi evangelici da verificare. Innanzitutto nel Vangelo di Giovanni si ha questa osservazione dei Giudei di Gerusalemme: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?» (7,15). Di per sé l’espressione «conosce le Scritture» in greco (grámmata óiden) potrebbe anche significare semplicemente: «sa leggere». In realtà, però, l’obiezione è rivolta contro Gesù come un’accusa, quella di insegnare in pubblico, senza aver frequentato la scuola di uno dei vari rabbí o maestri importanti di allora e, quindi, la frase riguarda piuttosto la sua conoscenza biblica. La dichiarazione, allora, vorrebbe solo affermare che Gesù aveva un livello sorprendente di cultura teologica.

Che egli sapesse leggere appare, invece, chiaramente dal testo già citato di Luca (4,16-30): a Nazaret, di sabato, egli «si alza a leggere il rotolo del profeta Isaia, aprendolo al passo dov’era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me…» (Is 61,1-2). Al termine della lettura egli «arrotola il volume, lo consegna all’inserviente» e inizia a tenere quell’“omelia” che susciterà una forte reazione tra i suoi compaesani. Cristo, dunque, sapeva leggere. Ma riusciva anche a scrivere? Le due cose non erano necessariamente connesse perché spesso l’apprendimento nella scuola sinagogale avveniva – come si diceva – secondo il metodo orale, ricorrendo alla fertile vitalità della memoria, soprattutto semitica. Tuttavia la capacità di lettura ci orienta verso una soluzione positiva del quesito.

L’unico cenno, in verità molto vago, alla capacità di scrivere di Gesù lo si ha nel terzo passo. Nel Vangelo di Giovanni si ricorda che, davanti all’adultera e ai suoi accusatori, Gesù «si era chinato e scriveva in terra col dito» (8,6). Si sono sprecate le ipotesi su quelle scritte misteriose: c’è chi ha pensato alla ripresa di testi biblici come un passo di Geremia: «Quanti si allontanano dal Signore saranno scritti nella polvere» (17,13). Oppure a una norma dell’Esodo: «Non prestare mano al colpevole per essere testimone in favore di un’ingiustizia» (23,1). Altri hanno ipotizzato un’anticipazione delle sue parole successive: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei».

La soluzione più probabile, però, potrebbe essere quella di ritenere che Cristo tracciasse solo linee o lettere casuali in terra, come accade anche a noi quando si sta ascoltando qualcosa con un certo distacco, prendendo le distanze da ciò che gli altri dicono. Non si avrebbe, quindi, neppure qui una precisa e diretta attestazione su una capacità di scrittura da parte del Gesù storico, capacità che rimane comunque piuttosto probabile.

Concludiamo questa duplice divagazione e invitiamo il lettore a iniziare questa avventura curiosa di conoscenza delle lingue originali della Bibbia. L’aggettivo «curioso» ha alla base il latino cura che implica impegno, tensione e persino preoccupazione e affanno. È, come siamo soliti dire, un «prendersi cura». La fede comprende anche un sapere che esige studio e apprendimento, persino faticoso. Il grande traduttore della Bibbia dall’ebraico e greco in latino, san Girolamo, che abbiamo già evocato in apertura, confessava: «Ogni tanto mi disperavo, più volte mi arresi, ma poi riprendevo con l’ostinata decisione di imparare». A lui, che era stato instancabile nello studiare «la carne della Scrittura», riserviamo allora l’ultimo appello: «Leggi spesso le divine Scritture; anzi, le tue mani non depongano mai il libro sacro», imitando Maria «che era santa e aveva letto le Sacre Scritture, conosceva i profeti… e vedeva il neonato che era suo figlio e che giaceva e vagiva nel presepe, ma che era il Figlio di Dio e lo paragonava a quanto aveva letto e sentito nei profeti».

 


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4 marzo 2025                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net