Contemplazione che sovrabbonda in azione

Don Giovanni Barra

Introduzione al libro di Jacques Maritain “Azione e contemplazione

Edizioni Borla 1979

 

 

Ormai lo riconoscono tutti gli studiosi di psicologia religiosa. Una caratteristica che contraddistingue la spiritualità dei cristiani d’oggi è la « secolarità ». Il cristiano d’oggi è chiamato a realizzare la sua vocazione alla santità non « malgrado » la sua vita di famiglia, di operaio, di contadino, di tecnico, di intellettuale, ma « attraverso » questa sua presenza alle svariate forme di realtà terrestre.

La spiritualità del laico è una spiritualità di presenza, d’incarnazione, di consacrazione del mondo.

La reazione del laico di fronte alla vita è cambiata. Da negativa si è fatta positiva. Non pensa più a fuggire dal mondo, ma a impegnarsi nel mondo. Contempla il mondo con lo sguardo di Cristo, e vi entra con le stesse disposizioni di Cristo, che è entrato nel mondo per salvarlo.

« Padre, non ti domando di toglierli dal mondo, ma di salvarli dal male ».

« Come il Padre ha mandato me, così io mando voi ».

Ecco il paradosso che il laico deve realizzare: restare nel mondo ma non essere del mondo.

La sua posizione non è facile. Ha sempre davanti due pericoli. Può sempre essere vittima di due tentazioni: evasione o mondanità.

 

La sua salvezza sta tutta in un gioco di equilibrio.

Nelle Lettere di Berlicche, di Lewis, il diavolo Berlicche dà al nipote Malacoda questo consiglio: « L’'atteggiamento dal quale è necessario che tu lo difenda è quello nel quale gli affari temporali vengono trattati soprattutto come materiali per l’ubbidienza. Una volta che sarai riuscito a fare del Mondo il fine e della fede un mezzo, avrai quasi guadagnato il tuo uomo, e poco importa il genere dello scopo mondano al quale tenderà. Una volta che i comizi, gli opuscoli, le cause e le crociate saranno per lui più importanti delle preghiere, dei Sacramenti e della carità, sarà tuo, e più sarà « religioso » (in quel senso) e più sicuramente sarà tuo ».

Non si poteva in poche parole descrivere più chiaramente il dramma, l’interrogativo che tormenta continuamente il cristiano cosciente: azione o contemplazione? Primato dello spirituale o primato del temporale?

La questione è così viva che la si riscontra anche nella letteratura moderna.

Ne La passione di S. Lorenzo David Maria Turoldo riporta questo significativo dialogo:

     La Chiesa è il regno di Dio nel mondo, ma non è di questo mondo; la sua parte perfetta sarà costituita dalla nostra santità.

     Parole!

     Nessuno di noi può dirsi senza peccato. Sarà la liberazione anche dal nostro dubbio. Per la Chiesa è Dio che passa nella storia; a rinfrancare gli schiavi, a risuscitare i morti, a recare la lieta novella ai poveri.

Un dialogo affine a questo si trova ne La Messa dei villeggianti di Mario Soldati. A un sacerdote che vuol dimostrargli come ci sia della brava gente anche fra i preti ...e anche fra i loro capi (brava gente vuol dire persone molto, ma molto più in gamba di quello che lo scrittore forse immagina, uomini che hanno del genio e anche della santità), Soldati risponde:

     Ma allora perché questo genio, questa santità non si vedono?

     Ma che cosa vuole vedere, lei? Le opere vere della Grazia sono, molto spesso, nascoste all’occhio umano. Noi vediamo le opere del mondo. Ecco ciò che vediamo. Soffriamo per la Chiesa. Ma chi sa che questa sofferenza non sia necessaria. Le cose come vanno? Forse andranno anche peggio, in apparenza. Ma verrà un giorno ...

Quando parla della vita monacale, Bruce Marshall la definisce « tanto utile perché tanto inutile ».

 

Azione e contemplazione: per alcuni c’è antitesi. La contemplazione è inutile. Conta l’azione. La contemplazione non rende nulla. L’azione è efficace.

Padre Dequeyrat ha scritto che l’uomo del Medioevo si chiedeva: « Perché? », poiché era l'uomo della ricerca dei significati ultimi; l’uomo del Rinascimento si chiedeva: « Come? », perché era l’uomo delle sbornie scientifiche e tecniche, e cercava un metodo: l’uomo d’oggi, in genere, dice: « Quanto? », avendo ridotto tutto a quantità, peso, non escluso il mondo dello spirito in ogni sua dimensione di perdita o di guadagno immediati.

Tutta l’opera di Maritain è segnata da questa preoccupazione: il primato dello spirituale, la lotta contro la tentazione dell’efficacia, il valore della saggezza e della santità.

Nel volume Primato dello spirituale scrive: « Sottomessa al tempo in cui si compie, e passa, la legge dell’azione è la rapidità. Il Signore ha predicato tre anni. Ma che si agisca poco, come gli eremiti, o molto, come i dottori e gli apostoli, l’azione non trionfa del tempo che nella misura nella quale procede dalla contemplazione, che unisce lo spirito all’eternità. Perché inserivano nel flusso della nostra durata l’efficienza infinita della sua contemplazione, tre anni della vita di Cristo riempiono il tempo sino all’ultimo giorno ».

Il mondo moderno ha completamente capovolto quest’ordine essenziale della vita umana. Sono più di tre secoli che l’attività esteriore ha cominciato ad attirare a sé tutta la vita dell’uomo; il mondo si è da allora volto verso la materia da dominare ed utilizzare praticamente, non verso Dio da raggiungere mediante la fede e l’amore. La conversione verso i beni che periscono, che definisce il peccato mortale, è a poco a poco divenuta l’attitudine generale della civiltà.

La Chiesa, tuttavia, ha sempre mantenuto, nel suo insegnamento e nella sua pratica, il primato dell’attività teologale e della contemplazione. Essa si ricorda di Mosè che pregava per le armate di Giosuè e di cui Aronne ed Ur sostenevano il braccio, che non poteva ricadere senza che vacillasse la vittoria. « A che servonosi domandava San Giovanni della Croce proclamato ora Dottore della Chiesacoloro che preferiscono l’attività e si immaginano di poter conquistare il mondo con la loro predicazione e le loro opere esteriori? Che fanno? Poco più che nulla, spesso assolutamente nulla, a volte anche del male ». « Perché la via mista che San Tommaso dichiara superiore alla via solamente contemplativa non è quella ove l’azione si allontana dalla contemplazione, ma quella ove la contemplazione stessa sovrabbonda in azione ».

Contemplazione che sovrabbonda in azione. Ecco la formula che Maritain ha trovato per comporre in una sintesi superiore le due realtà che qualcuno vorrebbe porre in antitesi.

L’azione vera è solo quella che nasce dalla contemplazione. E la vera contemplazione porta necessariamente all’azione. Un momento chiama l’altro. Come la causa si rivela nell’effetto. Come l’amore richiama l’amore.

Vivere con l’animo del contemplativo nel tramestio di una metropoli. Ecco l’ideale del cristiano, a cui corrisponde costantemente un bisogno sempre crescente: passare dal dinamismo dell’azione alla luce della contemplazione.

L’orazione, oggi, non può non tener conto della azione. Se l’azione rischia di togliere agli uomini il gusto della preghiera, impedendo il raccoglimento e portandoli a una confidenza presuntuosa nelle proprie forze, può anche introdurre alla preghiera stessa: gli scacchi, le stanchezze e i disgusti inevitabili ci riconducono alla percezione dei nostri limiti e delle nostre debolezze, al sentimento della nostra solitudine; l’azione può talvolta offuscare la Presenza divina, ma spesso ne proclama, anche duramente, la necessità. Il santo del nostro tempo utilizza l’azione come un perpetuo controllo delle sue incongruenze e delle sue insufficienze.

Solo quando l’uomo ha realizzato in sé questa unità, è capace di opere veramente valide.

« Le opere che penetrano più avanti nell’avvenire sono quelle che lo spirito di Dio dispone in silenzio e conduce a piacimento della sua libertà. L’operazione della Grazia prepara grandi cose in una giovinezza agitata dal desiderio dell’Assoluto e di cui la parte più ardente si volge oggi verso Dio ».

Per Maritain ogni discorso sull’apostolato e sulla presenza dei cattolici nel campo della politica, della cultura, della tecnica, dell’arte, dell’economia, si riconduce a questo principio: prima essere, poi agire, prima amare, poi fare, fuggirema dopo la sosta dell’immobilità. La vera fuga è solo la fuga immobile. La vera tecnica dell’apostolato è la santità dell’apostolato. Il metodo più valido è sempre l’amore. In questa linea Maritain si ricollega direttamente al suo maestro Bergson.

« Il moto del pensiero vissuto da Bergson è significativo: più conosciamo la santità dei santi, e la vita morale di coloro che hanno corso l’avventura di dare tutto per entrare in ciò che essi descrivono come l’unione divina e l’esperienza delle cose di Dio, più sentiamo che la verità sola può dare tali frutti e la certezza che sostiene tutto in questi uomini non può mentire ».

Un atto, il minimo atto di vera bontà, è, per dire il vero, la migliore prova dell’esistenza di Dio. Ma la nostra intelligenza è troppo ingombra di nozioni da classificare per vederlo; allora noi lo crediamo sulla testimonianza di coloro nei quali la vera bontà risplende in modo da stupire.

Una rivoluzione, è stato scritto, o sarà mistica o non sarà rivoluzione.

La grande angoscia del nostro tempo è la santità.

Ai cristiani d’oggi non si chiede di battezzare la rivoluzione, ma di dare un’anima alla rivoluzione. Quest’anima è l’amore.

« Perché, in definitiva, noi siamo stati creati per l’amore. Al tramonto di questa vita è su questo amore che saremo giudicati. Chi non comprende oggi, potrà comprendere domani.

« E poi, come dice S. Paolo, noi non abbiamo ricevuto per missione di far trionfare la verità, ma di combattere per essa ».

 


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3 maggio 2026                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net