2. Il monachesimo visigoto di San Fruttuoso in Galizia

Estratto da “QUANDO OS MONGES ERAM UMA CIVILIZAÇÃO

(Quando i monaci costituivano una civilizzazione)”

Di Geraldo José Amadeu Coelho Dias O.S.B.

Edições Afrontamento 2011

Libera traduzione dal portoghese

 E’ un altro tipo di monachesimo, che appare nel nord-ovest della Penisola Iberica, in Galizia, tra i secoli VII-VIII e che, in qualche modo, è stato preparato da S. Martino di Dume e permarrà fino all'arrivo dell’osservanza della Regola S. Benedetto nell’ XI secolo. E’ in questa regione che si formerà il Portogallo, con centro religioso a Braga.  Qui, la figura dominante è quella di S. Fruttuoso († 651), vescovo di Dume, a 1,5 km da Braga, e poi Metropolita di Braga.

 Fruttuoso è un visigoto, vale a dire un barbaro convertito, che impone rigore e sa che i monaci dovrebbero essere soggetti a una rigida disciplina per rimanere sulla via della perfezione.  Alcuni addirittura parlano dell’ideale eremitico nella Regola di San Fruttuoso ma, in pratica, non lo ha mai istituito.  La sua vita è stata scritta da S. Valerio (623-695), e gli sono attribuite due regole:

 1. Regula Monachorum - dipende e adatta la normativa giunta da Oriente attraverso Giovanni Cassiano (Pacomio e Basilio), e, soprattutto, San Girolamo, S. Agostino e S. Isidoro.  Ha 24 capitoli e prevale l’austerità della disciplina: rigoroso silenzio (capitolo 1 e 3), l'astinenza continua dalla carne (3), punizioni ed esercizi disciplinari (12 - 15), l'obbedienza in tutto (16).  Mette al centro l’autorità della Regola (Pref I, 15), ordina la gerarchia della comunità con Abate e Preposito (2, 81); dà importanza agli anziani (13, 276), richiede obbedienza anche nelle cose impossibili (6, 172), la riconciliazione reciproca prima del tramonto (1, 22) e la preghiera del Credo in comune (1.28).  Tuttavia ordina cure speciali nei riguardi di anziani ed infermi (23, 445), giacché l'Abate deve poter contare sui loro consigli (23, 432).  Questa Regola, in alcuni passaggi, preannuncia persino l’influenza della Regola di San Benedetto. In questo scritto legislativo, S. Fruttuoso ignora completamente il monachesimo femminile.

 2. Regula communis o Regula Abbatum - con 20 capitoli, contando l'appendice del “Patto”.  Indipendentemente dall’essere o non essere di S. Fruttuoso, è posteriore al 656, data del Concilio di Toledo, quando il santo era già Metropolita di Braga, e rivela la dipendenza da S. Pacomio, San Girolamo, Cassiano, S. Leandro, Santo Isidoro di Siviglia ed anche dalla Regula Monachorum di Fruttuoso in termini o parole tipiche (oratorium, 8,224; 18, 581; 21, 417; mensura, pactum) e anche nelle idee.

 Questo tipo di regola, il cui carattere normativo traspare dal titolo o dall’enunciato dei capitoli si presenta, di fatto, come un'antologia di testi, una sorta di filigrana di citazioni di tipo spirituale sulla vita monastica, piuttosto che come un insieme di norme e di regolamentazioni riguardanti l’osservanza e la disciplina della vita consacrata.  In questa regola è singolare e notevole l'appendice sul “Pactum”, una specie di formula scritta per la professione monastica: "In Nomine Domini incipit pactum"; “Adnotetur in pactu cum fratribus”. In realtà trattasi di un contratto scritto tra il monaco e l’abate della comunità che lo riceve.  Non cessa di essere curiosa la definizione del “Tuitio" o protezione e difesa, che i vescovi devono esercitare nei monasteri.

 Questo codice legislativo comprende già la modalità del monachesimo femminile e anche delle famiglie, ma le famiglie che fanno parte della vita monastica devono stare separate in comunità distinte secondo i sessi, ancor più se gli edifici sono contigui (Cap. 15-17).  In realtà, si pensa che la regola oggi intitolata “Regula Monastica Communis”, ma che in origine non aveva titolo, è nata in un ambiente fruttuosiano e appare come un'esortazione ai monaci, dato il suo tono di “sermone esortativo” (In portoghese “homiliético-parenético”. Ndt).  Si tratta quindi di una specie di “regola” più ampia e più ecumenica della Regula Monachorum. Ma, inoltre, non si può dire che sia un’omelia o una regola fatta da abati in un congresso di abati.  Chiaramente ha carattere normativo assunto, naturalmente, in un congresso di abati per monasteri aventi lo stesso tenore di vita.  Lo stile antologico, arricchito di tante citazioni di testi o scritti di altri autori, mostra la sua intenzione esortativa, ma anche sicuramente legislativa. Non era, ovviamente, un testo legislativo compiuto, che volesse coprire tutti gli aspetti della vita monastica.  Infatti, il testo sembra giunto a noi frammentario o incompleto. Tuttavia, dobbiamo accettare che potrebbe essere stato composto per completare la Regula Monachorum di S. Fruttuoso.

Tale Regola, che a sua volta si chiama "Sancta Regula Communis", ed è nota come Regula Sancta (16,1), verrà identificata più tardi con la Santa Regola di San Benedetto, quando i documenti del X-XI secolo parlano di Regula sancta. Ciò ha fatto in modo che gli scrittori ed i cronisti del Seicento considerassero come benedettini tutti i monasteri fin dal VI secolo. Tale fu il caso del cronista benedettino Fr. Leone di San Tommaso, nel suo libro "Benedictina Lusitana".

Le Regole di S. Fruttuoso così come la Vita Sancti Fructuosi di S. Valerio († 695) o di San Gennadio di Bierzo († 936) ci permettono di distinguere quattro tipi di monasteri:

1 - Monasteri Regolari o Canonici, soggetti all'autorità di un vescovo (episcopus sub Regula), e che seguono gli insegnamenti di una regola, anche se è la cosiddetta "Regula Mixta» perché fatta mescolando testi di vari autori monastici.

2 - Monasteri Duplici, dove monaci e monache vivono in edifici separati, ma contigui sotto la stessa autorità superiore. La Regola di San Fruttuoso (cap.15) si rifiuta di ammettere tali monasteri. Tuttavia, di questi monasteri sarebbe rimasto celebre, come esempio paradigmatico, Fontvrault, in Francia, con Roberto di Arbrissel (tra il 1097 ed il 1100. Ndt). Questi monasteri, però, scompaiono nel XI secolo, soprattutto attraverso l'opera dei benedettini di Cluny.  In ogni caso, nei documenti portoghesi del Medioevo vi sono riferimenti ai monasteri di "fratres et sorores", cioè duplici, dove pare che si osservi il "Patto fruttuosiano” come appare dal codice DC N.° 76 dell’anno 959 relativo a Guimarães e DC N.° 759 dell'anno 1091, relativo a Leça.  In questo senso si potrebbero considerare come monasteri duplici i seguenti: Guimarães, Leça, Rio Tinto, Vairão, Vilela, Pedroso, Lorvão, Vacariça.

3 - Monasteri Familiari, in cui si trovavano laici benestanti nelle loro case, con i loro figli e servitori, vincolati con giuramento di tipo religioso-comunitario e vivevano in una sorta di monasteri. La Regola di San Fruttuoso si riferisce a questo tipo di vita religiosa, come pratica pseudo-religiosa. E' che, non di rado, questi monasteri erano un modo per i laici di garantire alla propria famiglia un rifugio economico sicuro, dando origine ai patrocinatori monastici (Patrocinatore: chi possiede il diritto di patronato (ius patronatus), che nel Medioevo era il diritto di un feudatario su una chiesa od un convento eretti sulla sua proprietà terriera e sotto la sua protezione. Ndt.). Forse questo può spiegare la comparsa di piccoli monasteri sparsi o "acistérios» patrocinati da alcuni presbiteri che, secondo le "Inquisitiones» portoghesi del 1220 e 1258, hanno dato origine a molte parrocchie rurali di Entre Douro e Minho. Il giudizio della "Regula Communis» fruttuosiana su tali monasteri non potrebbe essere più negativo (Cap. 1 -2), a differenza del Concilio di Siviglia (619) e del X Concilio di Toledo (655) che li approvano per voler difendere il monachesimo dall’arroganza e dagli abusi autoritari dei vescovi.

 Si noti che, sia nella "Regula Communis" (cap. 6), sia nella "Vita S. Fructuosi”, appaiono situazioni di nobili che, con le loro famiglie, si affidavano (latino: Traditi da Tradeo) all'abate di un monastero canonicamente organizzato, vivendo nella sua foresteria e sotto la sua dipendenza, come nei monasteri duplici o familiari, attraverso un patto.

 4 - Monasteri Propri, fondati da persone ricche, signori feudali, che si costituivano come proprietari del monastero, passandoli da generazione in generazione come patrimonio familiare tramite il sistema denominato dei "patrocinatori". Ecco l'origine e la ragion d'essere di Patroni, Patrocinatori o Eredi di monasteri medievali, che avevano diritto alla pensione ed all’ospitalità. Questa usanza creava gravi confusioni nei monasteri, diventati "hotel" e generava grandi abusi che i re furono chiamati a reprimere; così, in qualche modo si anticipava la piaga dei commendatari.

Possiamo dire che questa era la vetrina del quadro istituzionale monastico prebenedettino esistente nella zona che poi divenne il Portogallo e dove apparvero concetti unici come: Patto, Abate, Vescovo “sub regula”, Protettorato. Il terreno monastico era stato preparato nella regione di Braga e nell’Entre Douro e Minho, tramite il monachesimo martino-fruttuosiano, con una serie di monasteri, tra i quali possiamo contare: Adaúfe, Arnoso, Canedo, Carvoeiro, Dume, Fonte Arcada, Friestas, Guimarães, Lavra, Lomar, Manhente, Pedroso, Pombeiro, Rates Refojos de Basto, Rendufe, Soalhães, Santo Antonino de Barbudo, S. Cláudio de Lima, S. Damião de Ázere, Valdreu, Vila Nova de Sande, Tibães, Travanca,  Vilar de Frades, Pendorada o Alpendurada e altri, alcuni dei quali verranno integrati, più tardi, nella Congregazione dei Monaci Neri di San Benedetto del Regno del Portogallo.

 Con l'invasione della Penisola Iberica da parte dei musulmani nel 711, il monachesimo visigoto adottò costumi mozarabici (arabizzati) e molti monaci si trasferirono a nord fondando monasteri nelle Asturie, León e Castilla: Dueñas, Moreruela, Silos, Carrazedo do Bierzo, S. Martinho Pinario em Compostela, S. Salvador de Ribas de Sil, Samos, Sahagún. Quasi tutti iniziarono ad osservare quella che, in Gallia, è stata chiamata "Regula mista” o “Codex regularum”, una sorta di sintesi combinata di diverse regole da osservare nei monasteri, secondo la volontà degli abati, prima dell'adozione della Regola di San Benedetto, sebbene Linage Conde (storico spagnolo del medioevo) afferma che la parentesi della "Regula Mixta” tra il monachesimo primitivo e l’introduzione della Regola di San Benedetto avvenuta nell’ XI secolo non sia mai esistita. Secondo lui esisteva il monachesimo visigoto-mozarabico "in sintonia con l’ultrapirenaico e, di conseguenza, ispirato a San Benedetto” ed al monachesimo fruttuosiano, con il contributo di S. Rosendo (907-977).

 Con il movimento fruttuosiano, in un certo modo, ci si collega al monachesimo di San Rosendo.  Stabilitosi a Celanova in Galizia, nei pressi di Orense, S. Rosendo voleva i suoi monasteri disciplinati dall’abate eletto da monaci dotati di beni materiali congiuntamente a dei monaci dedicati alla solenne celebrazione della Liturgia e dell'Ufficio Divino. Promosse il monachesimo femminile, creando il monastero di Vilanova per la madre e la sorella e, certamente, si legò al movimento ascetico di Santa Senhorinha de Basto (925-982), dal quale deriva certamente il monastero di S. João de Vieira, anteriore all’ XI secolo.  Si avvicinò al monachesimo benedettino, che deve aver conosciuto nella forma carolingia di San Benedetto di Aniane, ed aprì la porta alla trasformazione benedettina del monachesimo ispanico. I monasteri di San Rosendo conoscevano, senza dubbio, la vita e la regola di San Benedetto, così come il commento alla medesima, fatto dal monaco Smaragdo († circa nel 830).

 Nel frattempo vi è stata la riconquista cristiana, spingendo sempre più i Mori verso sud e facendo avanzare i cristiani nell’occupazione del suolo. E’ in questo nuovo contesto di guerra e di conquista che entrano in scena i benedettini francesi di Cluny che accompagnavano, quasi come cappellani, i cavalieri della riconquista provenienti dalla Borgogna e dall’Aquitania. I benedettini giunsero nella Penisola forse sotto l’azione di S. Hugo, abate di Cluny, e su richiesta del re Alfonso VI di León e Castiglia, amico e benefattore di Cluny.   L’effetto fu che per l'influenza di Alfonso VI, il Concilio di Coyanza (1050-1055?), in prossimità di Astorga, decise che la vita monastica fosse governata dalla Regola di San Benedetto. Tuttavia, ci sono due redazioni del testo del Concilio: una in zona spagnola ed una in zona portoghese.

Il testo latino della zona spagnola, redatto nell'anno 1050, indica solo la Regola di San Benedetto. Si dice, in effetti, nel Canone 2°: «Ut omnes abbates se et fratres suos, et monasteria, et abbatissae se et moniales suas, et monasteria, secundum beati Benedicti regant statuta».

 La versione dello stesso Concilio nel monastero di Vacariça, vicino a Coimbra, redatto nell'anno 1055, lascia l'opzione di scelta tra la Regola di San Benedetto e quella di S. Isidoro, aggiunta questa, ovviamente, per salvaguardare il monachesimo mozarabico, fortemente radicato nel distretto di Coimbra. A tal fine prevede: «Deinde statuimus, ut omnia monasteria nostra secundum possibilitates suas adimpleant ordinem sancti Isidori, vel S. Benedicti, et nihil habeant proprium nisi per licentiam sui episcopi». Ma la determinazione del Concilio di Coyanza non è stata immediatamente accettata da tutti.  Secondo la documentazione di antichi monasteri della Galizia, come di alcuni del Portogallo, si è verificato che il passaggio alla Regola di San Benedetto fu lento e difficile, senza dubbio per la resistenza dei monaci abituati alla vecchia osservanza visigota e che, solo più tardi, aderirono all’osservanza cistercense o a quella dei Canonici Regolari.

In realtà, il re Alfonso VI offrì ai Cluniacensi il monastero castigliano di San Isidoro de las Dueñas nel 1073, ed impose la riforma di Cluny a Sahagún nel 1073, ma senza sottomettere il monastero a Cluny. In effetti, la Regola di San Benedetto era conosciuta come libro di spiritualità, come ben dimostra, tra gli altri, il "Testamento di Mumadona Dias" del 26 / I / 959, fondatrice del monastero di Guimarães. In realtà, la Regola di San Benedetto si impose praticamente nel corso dei secoli XI-XII, assorbendo quella di San Fruttuoso che dominava nella regione. Tuttavia, alcuni monasteri che seguivano la tradizione autoctona resistettero alla invasione benedettina e, dall’altro lato, gli eremiti continuarono a rimanere fuori da qualunque istituzionalizzazione monastica.

In ogni caso, da allora i benedettini di Cluny provocarono un adeguamento alla Regola di San Benedetto quasi generalizzata dei monasteri che seguivano la vita monastica autoctona secondo le usanze locali della Regola di San Fruttuoso o del monachesimo di origine mozarabica. Nello stesso tempo i Cluniacensi divennero ardenti propagandisti della riforma liturgica gregoriana che, sotto l'impulso del papa benedettino Gregorio VII (1073 - 1085), determinò nella Chiesa una uniformità liturgica secondo il Rito Romano, provocando l’estinzione del rito ispanico o mozarabico. Si noti che l'adozione della Regola di San Benedetto non significava in assoluto, l'adozione dell’ «ordo clunicacensis», vale a dire il rispetto dei costumi di Cluny e la sottomissione alla sua "Ecclesia". Occorre tuttavia cautelarsi da un'interpretazione benedettina rigida e generalizzata, ammettendo una certa flessibilità nell’osservanza disciplinare che inclusivamente si riflette nella lingua o nella terminologia monastica usata nei documenti del XII secolo. Così, quando il superiore è chiamato Prior e non Abbas, non possiamo dire che ci sia un’influenza di Cluny, come del resto, dove appare la parola pactum non si può fare appello immediatamente alla disciplina fruttuosiana.

D'altra parte, il fatto che la Regola di San Benedetto fosse presente in alcuni monasteri non significa che servisse loro come codice legislativo e che reggesse la disciplina. Per adeguarsi in maniera autentica alla Regola di San Benedetto è stato necessario, infatti, attenersi ad alcune osservanze strutturali e disciplinari, nonché ad alcune norme liturgiche.

Estratto da “QUANDO OS MONGES ERAM UMA CIVILIZAÇÃO

(Quando i monaci costituivano una civilizzazione)” - pag. 152-158

Di Geraldo José Amadeu Coelho Dias O.S.B.

Edições Afrontamento 2011

Libera traduzione dal portoghese

 E’ un altro tipo di monachesimo, che appare nel nord-ovest della Penisola Iberica, in Galizia, tra i secoli VII-VIII e che, in qualche modo, è stato preparato da S. Martino di Dume e permarrà fino all'arrivo dell’osservanza della Regola S. Benedetto nell’ XI secolo. E’ in questa regione che si formerà il Portogallo, con centro religioso a Braga.  Qui, la figura dominante è quella di S. Fruttuoso († 651), vescovo di Dume, a 1,5 km da Braga, e poi Metropolita di Braga.

 Fruttuoso è un visigoto, vale a dire un barbaro convertito, che impone rigore e sa che i monaci dovrebbero essere soggetti a una rigida disciplina per rimanere sulla via della perfezione.  Alcuni addirittura parlano dell’ideale eremitico nella Regola di San Fruttuoso ma, in pratica, non lo ha mai istituito.  La sua vita è stata scritta da S. Valerio (623-695), e gli sono attribuite due regole:

 1. Regula Monachorum - dipende e adatta la normativa giunta da Oriente attraverso Giovanni Cassiano (Pacomio e Basilio), e, soprattutto, San Girolamo, S. Agostino e S. Isidoro.  Ha 24 capitoli e prevale l’austerità della disciplina: rigoroso silenzio (capitolo 1 e 3), l'astinenza continua dalla carne (3), punizioni ed esercizi disciplinari (12 - 15), l'obbedienza in tutto (16).  Mette al centro l’autorità della Regola (Pref I, 15), ordina la gerarchia della comunità con Abate e Preposito (2, 81); dà importanza agli anziani (13, 276), richiede obbedienza anche nelle cose impossibili (6, 172), la riconciliazione reciproca prima del tramonto (1, 22) e la preghiera del Credo in comune (1.28).  Tuttavia ordina cure speciali nei riguardi di anziani ed infermi (23, 445), giacché l'Abate deve poter contare sui loro consigli (23, 432).  Questa Regola, in alcuni passaggi, preannuncia persino l’influenza della Regola di San Benedetto. In questo scritto legislativo, S. Fruttuoso ignora completamente il monachesimo femminile.

 2. Regula communis o Regula Abbatum - con 20 capitoli, contando l'appendice del “Patto”.  Indipendentemente dall’essere o non essere di S. Fruttuoso, è posteriore al 656, data del Concilio di Toledo, quando il santo era già Metropolita di Braga, e rivela la dipendenza da S. Pacomio, San Girolamo, Cassiano, S. Leandro, Santo Isidoro di Siviglia ed anche dalla Regula Monachorum di Fruttuoso in termini o parole tipiche (oratorium, 8,224; 18, 581; 21, 417; mensura, pactum) e anche nelle idee.

 Questo tipo di regola, il cui carattere normativo traspare dal titolo o dall’enunciato dei capitoli si presenta, di fatto, come un'antologia di testi, una sorta di filigrana di citazioni di tipo spirituale sulla vita monastica, piuttosto che come un insieme di norme e di regolamentazioni riguardanti l’osservanza e la disciplina della vita consacrata.  In questa regola è singolare e notevole l'appendice sul “Pactum”, una specie di formula scritta per la professione monastica: "In Nomine Domini incipit pactum"; “Adnotetur in pactu cum fratribus”. In realtà trattasi di un contratto scritto tra il monaco e l’abate della comunità che lo riceve.  Non cessa di essere curiosa la definizione del “Tuitio" o protezione e difesa, che i vescovi devono esercitare nei monasteri.

 Questo codice legislativo comprende già la modalità del monachesimo femminile e anche delle famiglie, ma le famiglie che fanno parte della vita monastica devono stare separate in comunità distinte secondo i sessi, ancor più se gli edifici sono contigui (Cap. 15-17).  In realtà, si pensa che la regola oggi intitolata “Regula Monastica Communis”, ma che in origine non aveva titolo, è nata in un ambiente fruttuosiano e appare come un'esortazione ai monaci, dato il suo tono di “sermone esortativo” (In portoghese “homiliético-parenético”. Ndt).  Si tratta quindi di una specie di “regola” più ampia e più ecumenica della Regula Monachorum. Ma, inoltre, non si può dire che sia un’omelia o una regola fatta da abati in un congresso di abati.  Chiaramente ha carattere normativo assunto, naturalmente, in un congresso di abati per monasteri aventi lo stesso tenore di vita.  Lo stile antologico, arricchito di tante citazioni di testi o scritti di altri autori, mostra la sua intenzione esortativa, ma anche sicuramente legislativa. Non era, ovviamente, un testo legislativo compiuto, che volesse coprire tutti gli aspetti della vita monastica.  Infatti, il testo sembra giunto a noi frammentario o incompleto. Tuttavia, dobbiamo accettare che potrebbe essere stato composto per completare la Regula Monachorum di S. Fruttuoso.

Tale Regola, che a sua volta si chiama "Sancta Regula Communis", ed è nota come Regula Sancta (16,1), verrà identificata più tardi con la Santa Regola di San Benedetto, quando i documenti del X-XI secolo parlano di Regula sancta. Ciò ha fatto in modo che gli scrittori ed i cronisti del Seicento considerassero come benedettini tutti i monasteri fin dal VI secolo. Tale fu il caso del cronista benedettino Fr. Leone di San Tommaso, nel suo libro "Benedictina Lusitana".

Le Regole di S. Fruttuoso così come la Vita Sancti Fructuosi di S. Valerio († 695) o di San Gennadio di Bierzo († 936) ci permettono di distinguere quattro tipi di monasteri:

1 - Monasteri Regolari o Canonici, soggetti all'autorità di un vescovo (episcopus sub Regula), e che seguono gli insegnamenti di una regola, anche se è la cosiddetta "Regula Mixta» perché fatta mescolando testi di vari autori monastici.

2 - Monasteri Duplici, dove monaci e monache vivono in edifici separati, ma contigui sotto la stessa autorità superiore. La Regola di San Fruttuoso (cap.15) si rifiuta di ammettere tali monasteri. Tuttavia, di questi monasteri sarebbe rimasto celebre, come esempio paradigmatico, Fontvrault, in Francia, con Roberto di Arbrissel (tra il 1097 ed il 1100. Ndt). Questi monasteri, però, scompaiono nel XI secolo, soprattutto attraverso l'opera dei benedettini di Cluny.  In ogni caso, nei documenti portoghesi del Medioevo vi sono riferimenti ai monasteri di "fratres et sorores", cioè duplici, dove pare che si osservi il "Patto fruttuosiano” come appare dal codice DC N.° 76 dell’anno 959 relativo a Guimarães e DC N.° 759 dell'anno 1091, relativo a Leça.  In questo senso si potrebbero considerare come monasteri duplici i seguenti: Guimarães, Leça, Rio Tinto, Vairão, Vilela, Pedroso, Lorvão, Vacariça.

3 - Monasteri Familiari, in cui si trovavano laici benestanti nelle loro case, con i loro figli e servitori, vincolati con giuramento di tipo religioso-comunitario e vivevano in una sorta di monasteri. La Regola di San Fruttuoso si riferisce a questo tipo di vita religiosa, come pratica pseudo-religiosa. E' che, non di rado, questi monasteri erano un modo per i laici di garantire alla propria famiglia un rifugio economico sicuro, dando origine ai patrocinatori monastici (Patrocinatore: chi possiede il diritto di patronato (ius patronatus), che nel Medioevo era il diritto di un feudatario su una chiesa od un convento eretti sulla sua proprietà terriera e sotto la sua protezione. Ndt.). Forse questo può spiegare la comparsa di piccoli monasteri sparsi o "acistérios» patrocinati da alcuni presbiteri che, secondo le "Inquisitiones» portoghesi del 1220 e 1258, hanno dato origine a molte parrocchie rurali di Entre Douro e Minho. Il giudizio della "Regula Communis» fruttuosiana su tali monasteri non potrebbe essere più negativo (Cap. 1 -2), a differenza del Concilio di Siviglia (619) e del X Concilio di Toledo (655) che li approvano per voler difendere il monachesimo dall’arroganza e dagli abusi autoritari dei vescovi.

 Si noti che, sia nella "Regula Communis" (cap. 6), sia nella "Vita S. Fructuosi”, appaiono situazioni di nobili che, con le loro famiglie, si affidavano (latino: Traditi da Tradeo) all'abate di un monastero canonicamente organizzato, vivendo nella sua foresteria e sotto la sua dipendenza, come nei monasteri duplici o familiari, attraverso un patto.

 4 - Monasteri Propri, fondati da persone ricche, signori feudali, che si costituivano come proprietari del monastero, passandoli da generazione in generazione come patrimonio familiare tramite il sistema denominato dei "patrocinatori". Ecco l'origine e la ragion d'essere di Patroni, Patrocinatori o Eredi di monasteri medievali, che avevano diritto alla pensione ed all’ospitalità. Questa usanza creava gravi confusioni nei monasteri, diventati "hotel" e generava grandi abusi che i re furono chiamati a reprimere; così, in qualche modo si anticipava la piaga dei commendatari.

Possiamo dire che questa era la vetrina del quadro istituzionale monastico prebenedettino esistente nella zona che poi divenne il Portogallo e dove apparvero concetti unici come: Patto, Abate, Vescovo “sub regula”, Protettorato. Il terreno monastico era stato preparato nella regione di Braga e nell’Entre Douro e Minho, tramite il monachesimo martino-fruttuosiano, con una serie di monasteri, tra i quali possiamo contare: Adaúfe, Arnoso, Canedo, Carvoeiro, Dume, Fonte Arcada, Friestas, Guimarães, Lavra, Lomar, Manhente, Pedroso, Pombeiro, Rates Refojos de Basto, Rendufe, Soalhães, Santo Antonino de Barbudo, S. Cláudio de Lima, S. Damião de Ázere, Valdreu, Vila Nova de Sande, Tibães, Travanca,  Vilar de Frades, Pendorada o Alpendurada e altri, alcuni dei quali verranno integrati, più tardi, nella Congregazione dei Monaci Neri di San Benedetto del Regno del Portogallo.

 Con l'invasione della Penisola Iberica da parte dei musulmani nel 711, il monachesimo visigoto adottò costumi mozarabici (arabizzati) e molti monaci si trasferirono a nord fondando monasteri nelle Asturie, León e Castilla: Dueñas, Moreruela, Silos, Carrazedo do Bierzo, S. Martinho Pinario em Compostela, S. Salvador de Ribas de Sil, Samos, Sahagún. Quasi tutti iniziarono ad osservare quella che, in Gallia, è stata chiamata "Regula mista” o “Codex regularum”, una sorta di sintesi combinata di diverse regole da osservare nei monasteri, secondo la volontà degli abati, prima dell'adozione della Regola di San Benedetto, sebbene Linage Conde (storico spagnolo del medioevo) afferma che la parentesi della "Regula Mixta” tra il monachesimo primitivo e l’introduzione della Regola di San Benedetto avvenuta nell’ XI secolo non sia mai esistita. Secondo lui esisteva il monachesimo visigoto-mozarabico "in sintonia con l’ultrapirenaico e, di conseguenza, ispirato a San Benedetto” ed al monachesimo fruttuosiano, con il contributo di S. Rosendo (907-977).

 Con il movimento fruttuosiano, in un certo modo, ci si collega al monachesimo di San Rosendo.  Stabilitosi a Celanova in Galizia, nei pressi di Orense, S. Rosendo voleva i suoi monasteri disciplinati dall’abate eletto da monaci dotati di beni materiali congiuntamente a dei monaci dedicati alla solenne celebrazione della Liturgia e dell'Ufficio Divino. Promosse il monachesimo femminile, creando il monastero di Vilanova per la madre e la sorella e, certamente, si legò al movimento ascetico di Santa Senhorinha de Basto (925-982), dal quale deriva certamente il monastero di S. João de Vieira, anteriore all’ XI secolo.  Si avvicinò al monachesimo benedettino, che deve aver conosciuto nella forma carolingia di San Benedetto di Aniane, ed aprì la porta alla trasformazione benedettina del monachesimo ispanico. I monasteri di San Rosendo conoscevano, senza dubbio, la vita e la regola di San Benedetto, così come il commento alla medesima, fatto dal monaco Smaragdo († circa nel 830).

 Nel frattempo vi è stata la riconquista cristiana, spingendo sempre più i Mori verso sud e facendo avanzare i cristiani nell’occupazione del suolo. E’ in questo nuovo contesto di guerra e di conquista che entrano in scena i benedettini francesi di Cluny che accompagnavano, quasi come cappellani, i cavalieri della riconquista provenienti dalla Borgogna e dall’Aquitania. I benedettini giunsero nella Penisola forse sotto l’azione di S. Hugo, abate di Cluny, e su richiesta del re Alfonso VI di León e Castiglia, amico e benefattore di Cluny.   L’effetto fu che per l'influenza di Alfonso VI, il Concilio di Coyanza (1050-1055?), in prossimità di Astorga, decise che la vita monastica fosse governata dalla Regola di San Benedetto. Tuttavia, ci sono due redazioni del testo del Concilio: una in zona spagnola ed una in zona portoghese.

Il testo latino della zona spagnola, redatto nell'anno 1050, indica solo la Regola di San Benedetto. Si dice, in effetti, nel Canone 2°: «Ut omnes abbates se et fratres suos, et monasteria, et abbatissae se et moniales suas, et monasteria, secundum beati Benedicti regant statuta».

 La versione dello stesso Concilio nel monastero di Vacariça, vicino a Coimbra, redatto nell'anno 1055, lascia l'opzione di scelta tra la Regola di San Benedetto e quella di S. Isidoro, aggiunta questa, ovviamente, per salvaguardare il monachesimo mozarabico, fortemente radicato nel distretto di Coimbra. A tal fine prevede: «Deinde statuimus, ut omnia monasteria nostra secundum possibilitates suas adimpleant ordinem sancti Isidori, vel S. Benedicti, et nihil habeant proprium nisi per licentiam sui episcopi». Ma la determinazione del Concilio di Coyanza non è stata immediatamente accettata da tutti.  Secondo la documentazione di antichi monasteri della Galizia, come di alcuni del Portogallo, si è verificato che il passaggio alla Regola di San Benedetto fu lento e difficile, senza dubbio per la resistenza dei monaci abituati alla vecchia osservanza visigota e che, solo più tardi, aderirono all’osservanza cistercense o a quella dei Canonici Regolari.

In realtà, il re Alfonso VI offrì ai Cluniacensi il monastero castigliano di San Isidoro de las Dueñas nel 1073, ed impose la riforma di Cluny a Sahagún nel 1073, ma senza sottomettere il monastero a Cluny. In effetti, la Regola di San Benedetto era conosciuta come libro di spiritualità, come ben dimostra, tra gli altri, il "Testamento di Mumadona Dias" del 26 / I / 959, fondatrice del monastero di Guimarães. In realtà, la Regola di San Benedetto si impose praticamente nel corso dei secoli XI-XII, assorbendo quella di San Fruttuoso che dominava nella regione. Tuttavia, alcuni monasteri che seguivano la tradizione autoctona resistettero alla invasione benedettina e, dall’altro lato, gli eremiti continuarono a rimanere fuori da qualunque istituzionalizzazione monastica.

In ogni caso, da allora i benedettini di Cluny provocarono un adeguamento alla Regola di San Benedetto quasi generalizzata dei monasteri che seguivano la vita monastica autoctona secondo le usanze locali della Regola di San Fruttuoso o del monachesimo di origine mozarabica. Nello stesso tempo i Cluniacensi divennero ardenti propagandisti della riforma liturgica gregoriana che, sotto l'impulso del papa benedettino Gregorio VII (1073 - 1085), determinò nella Chiesa una uniformità liturgica secondo il Rito Romano, provocando l’estinzione del rito ispanico o mozarabico. Si noti che l'adozione della Regola di San Benedetto non significava in assoluto, l'adozione dell’ «ordo clunicacensis», vale a dire il rispetto dei costumi di Cluny e la sottomissione alla sua "Ecclesia". Occorre tuttavia cautelarsi da un'interpretazione benedettina rigida e generalizzata, ammettendo una certa flessibilità nell’osservanza disciplinare che inclusivamente si riflette nella lingua o nella terminologia monastica usata nei documenti del XII secolo. Così, quando il superiore è chiamato Prior e non Abbas, non possiamo dire che ci sia un’influenza di Cluny, come del resto, dove appare la parola pactum non si può fare appello immediatamente alla disciplina fruttuosiana.

D'altra parte, il fatto che la Regola di San Benedetto fosse presente in alcuni monasteri non significa che servisse loro come codice legislativo e che reggesse la disciplina. Per adeguarsi in maniera autentica alla Regola di San Benedetto è stato necessario, infatti, attenersi ad alcune osservanze strutturali e disciplinari, nonché ad alcune norme liturgiche.


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29 Gennaio 2016                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net