Regole monastiche della Spagna Visigota

Introduzione alle Regole

Estratto da: Ravenna Capitale - Il principio della territorialità nelle Regole monastiche della Spagna visigota: appunti, fonti ed edizioni

Di Federico Fernàndez de Bujàn (UNED, Madrid)

Maggioli Editore - 2013


2. Regola di San Leandro

2.1. Introduzione

La Regola di San Leandro può considerarsi la prima Regola monacale spagnola in senso autentico. Alcuni studiosi affermano che la prima Regola sarebbe quella di San Martino di Braga, denominata Sentencias”, ma la dottrina più accreditata considera che questa non sia propriamente una Regola monacale dotata del carattere di norma organizzativa, ma una raccolta, tradotta dal greco, di storie e leggende monacali.

La Regola di Leandro è stata redatta per il convento in cui aveva professato i voti - e del quale in seguito sarebbe divenuta Badessa -, sua sorella Fiorentina. Per il suo contenuto dottrinale si ricollega al pensiero patristico che prende corpo da Tertulliano e da Cipriano.

Quando Leandro la scrisse, era già Vescovo, Così si può leggere nella Praescriptio con la quale comincia e si può intendere dal suo contenuto, ad esempio quando parla della giurisdizione della sua Diocesi, È probabile che sia Vescovo di una piccola città della Betica chiamata Écija. In seguito diventerà Vescovo dell’Hispalense, che oggi corrisponde all'attuale Siviglia. La Regola è scritta come se si trattasse di un'Epistola rivolta a sua sorella Fiorentina. Si pensa che Leandro scriva la Regola quasi come un legato, poiché poco dopo è condannato all'esilio nella capitale dell'Impero d'Oriente, per opera del Re Leovigildo che riunisce il Concilio ariano di Toledo, di tutto questo vi offre puntuale notizia il Biclarense e lo conferma il proprio Isidoro.

Leandro è esiliato nel 583, con altre autorevoli personalità che restano fedeli al cattolicesimo. Di questo siamo a conoscenza grazie ad Isidoro, che lo narra nella sua Storia dei Goti. Leandro resta a Costantinopoli solo due anni, perché nel 586, secondo il suo amico Gregorio, riceve l’incarico di educare il principe Recaredo alla fede cattolica.

La più probabile data di scrittura di questa Regola è l’anno 580. La sua originalità, tra gli studiosi, è molto discussa. A prescindere che il suo contenuto sia più o meno originale, è sicuro che Leandro si sia ispirato a delle fonti antiche, quoad sensum et substratum sebbene la redazione letterale sia personale del l'Autore.

Alcuni classici dicono che la sua fonte d'ispirazione sia la Regola di Osio De laude virginitatis”. Altri sostengono che possa avere influito l’opera Amulus di Severo, Vescovo di Malaga. Questa Regola, ben poco conosciuta, è menzionata proprio da Isidoro, ma il celeberrimo Vescovo hispalensi non dice niente, fatta eccezione per il suo titolo. È probabile per questo che Isidoro non l’abbia letta, e per tale motivo è più che probabile che neanche l’abbia potuto leggere e forse nemmeno conoscere suo fratello maggiore Leandro. In questo momento, inoltre, gli studiosi ritengono che la Regola di Leandro sarebbe stata scritta prima di quella di Severo.

Il grande studioso spagnolo P. Madoz ha posto l'accento sul rapporto diretto che sussiste tra il contenuto della Regola di Leandro e i testi dì San Cipriano, determinati brani dei quali, inoltre, sono parte di una tradizione di ampio respiro che risalirebbe fino agli scritti classici di Girolamo, Cassiano ed Agostino.

Nel capitolo XXII della Regola di Leandro, relativo al modo in cui devono essere considerate le novizie che hanno professato i voti, si afferma:

Per il Signore non esiste preferenza verso alcune persone, bensì la signora e la schiava vengono ascoltate allo stesso modo e si considerano della medesima condizione, indipendentemente dalla loro nascita o stato.

La Regola di San Leandro non ha molta diffusione nella penisola iberica, e di meno al di fuori. Sono pochissimi i manoscritti nei quali si conserva, per intero o per una parte importante, la citata Regola.

3. La regola di Sant’Isidoro

3.1. Introduzione

Ho scritto nella mia relazione al III Convegno Ravenna Capitale: “Purtroppo sono scarsi i dati storici che possiamo considerare certi nella biografia di Sant'Isidoro. È sorprendente come la vita di un personaggio di tale influenza nel suo tempo e nei secoli successivi, non sia stata oggetto di molteplici e ben documentate narrazioni biografiche. Tra i racconti che ci sono pervenuti, emergono quelli del diacono Redento, che ne descrive gli ultimi giorni fino alla morte, e dei suoi discepoli Braulione di Saragozza e Ildefonso di Toledo, che esprimono ammirazione per la sua persona e ne riportano l'elenco delle opere.

Queste testimonianze di prima mano sono contenute, per la prima volta, nella Cronaca del Biclarense. A questi dati è possibile accostare alcune notizie sparse riportate dagli storici dell'epoca, che ne narrano determinati aspetti dell'attività ecclesiastica e civile, oltre ad alcune informazioni lasciateci da Isidoro stesso nei suoi scritti, principalmente nella corrispondenza epistolare''. Dalla Renotatio di San Braulione, discepolo di Isidoro, si può dedurre che il Santo sivigliano avrebbe scritto una Regula monachorum per disciplinare la vita dei monaci. Dice:

Monasticae regulae librum unum, quem pro patrie usu et invalidorum animis decentissime temperavit.

In una precedente occasione, ho scritto, a questo proposito: “Alcuni studiosi propendono per l'esercizio del ministero nell’ambito di un qualche ordine monastico, sulla base del fatto che è l'autore di una Regola monastica, sebbene tale argomento sia di per sé alquanto debole. Alcuni arrivano ad affermare che abbia preso l'abito di San Benedetto, tuttavia è più probabile che si sia consacrato a Dio nel clero secolare”.

Si discute la data esatta della redazione di questa Regola e per quale monastero fosse destinata in modo particolare. Gli studiosi indicano un arco storico molto probabile tra il 615 e il 619. Si è dibattuto a lungo se lo stesso Isidoro fosse monaco e in seguito abate; indicazioni in questo senso sembrerebbero emergere dalla propria Prefatio di questa regola, anche se altri studiosi lo negano sulla base dei suoi dati biografici.

Nel capitolo IV, sotto il titolo dei conversi, si afferma: "A colui che entra nel monastero non si deve chiedere l'origine né la provenienza. Sia che sia ricco o povero, servo o libero, rustico o istruito... Tra i monaci non si distingue per origine o condizione, perché tutti essi sono uguali dinanzi a Dio’’.

4. La regola di San Fruttuoso di Braga

4.1. Introduzione

Se Isidoro è un ispano-romano che disciplina e stabilisce una regola di grande influenza, San Fruttuoso di Braga è un goto di grande tempra, anch'egli autore di una regola che godrà di notevole diffusione nel tempo. La sua Regola riguarda la stessa natura giuridica delle altre Regole del monachesimo spagnolo giacché sono tutte scritte a somiglianza del patto di fedeltà dei sudditi con i Re nella monarchia visigota.

Nella Regola "fruttuosiana" si stabilisce che nessuno può osare di operare distinzioni tra i monaci. Si ricerca dunque una norma di uguaglianza tra loro, tanto per quanto riguarda le cose quotidiane come anche per le più importanti in riferimento alla vita della comunità.

Tra queste ultime possiamo sottolineare la scelta dell'abate, per la quale non è possibile fare nessuna discriminazione. Nel capitolo diciannove, intitolato “Dell'abate e del prevosto”, si stabiliscono le regole della sua elezione tra i monaci del monastero, senza che in esse si avverta alcun tipo di distinzione per motivi dì origine.

Si menziona solamente che il monaco, per la sua stessa condizione, è in tutto e per tutto uguale ai suoi confratelli, persino per ciò che concerne l'elezione degli incarichi di governo, che in realtà devono essere intesi, in modo evangelico, come servizi alla comunità: potrà, infatti, presiedere la vita monastica qualsiasi monaco, senza che debba soddisfare particolari requisiti di origine o sapienza.

5. La Regula communis

5.1. Introduzione

La sua paternità è in costante discussione, perché in vari codici è considerata essere stata redatta da San Fruttuoso Vescovo. Tra questi merita di essere posto l'accento sulla testimonianza di Benedetto d'Aniane, che la attribuisce allo stesso Fruttuoso nella sua Concordia regularum.

Ciononostante, una volta esaminato il suo contenuto, è possibile individuare dei passaggi in virtù dei quali sembra che la paternità non sia di una sola persona ma piuttosto di varie; ad esempio, quando si dice: placuit sanctae communi regulae si sta parlando degli abati che si sono riuniti per mettere in comune le proprie esperienze e tradizioni, per il migliore ordinamento della vita dei rispettivi monasteri. È possibile che la posizione più corretta sia considerarla un'opera collettiva, sebbene molto ispirata alla regola di San Fruttuoso e redatta dopo il 656.

Nel capitolo quarto - il cui titolo fa riferimento a coloro che debbano essere ammessi nel monastero - si dichiara:

Se sono servi, non dovranno essere ammessi se non portano con sé il documento di libertà concesso dal loro signore.

Prosegue però affermando che, una volta accettati, saranno tutti di uguale condizione. Sia nell’organizzazione della vita monastica, disciplinata nel dettaglio, che nelle attività di cui si dovranno incaricare i membri della comunità e nei lavori da svolgere, a tutti è conferito un trattamento di assoluta uguaglianza,

6. Postfatio

Negli esempi che abbiamo poc'anzi riferito, limitati, brevi e senza un approfondito commento, contenuti nelle quattro Regole richiamate, torna costantemente ad essere presente un principio di territorialità, a scapito del principio di personalità, con la applicazione delle norme che regolano la vita monastica nella Spagna visigota, senza che nell'ampio e in parte diverso contenuto, delle quattro regole menzionate, possa essere scoperta e rilevata alcuna norma che sancisca qualsiasi distinzione tra le persone sulla base delle loro diverse condizioni, e come tali parliamo di nascita, nazionalità, stato di libertà o schiavitù, situazione economiche o posizione di nobiltà o popolare.

Si tratta di una regola fondamentale che sussiste nella pura logica evangelica, sulla base del rispetto del principio di uguaglianza, non solo tra i monaci, ma tra tutti gli esseri umani come figli di Dio. Questo principio di considerare tutti uguali, senza nessun distinguo, è un principio metagiuridico, teologico con contenuto anche filosofico, ma ha una proiezione anche giuridica, nella regolamentazione della vita religiosa in comune.

Possiamo chiudere quest'umile notizia - a modo di appunti - con la rievocazione del notevolissimo testo di San Paolo:

Non c'è qui né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina... tutti siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).

Questo testo, che Paolo scrive nella sua Lettera alla comunità di Galazia, sarebbe stato scandaloso ascoltarlo negli anni cinquanta del primo secolo, poiché metteva in discussione e denunciava i tre principali motivi di discriminazione che sono stati in vigore per quasi duemila anni. Da Cristo, Dio incarnato nella storia umana, tutti gli uomini sono uguali, devono essere trattati e considerati dello stesso modo. Questa proposizione era, per quei tempi, un cambiamento radicale nella cultura, nella società e nella politica. Suonava quasi come una vera "rivoluzione sociale” ma era la conseguenza e stava in consonanza con tutta la dottrina del Maestro.

Ancora, per questo motivo, quando i Santi Padri e, nel nostro ambito di studio, territoriale e storico, le grandi figure del monachesimo ispano e le principali personalità ecclesiastiche - Leandro, Isidoro e Fruttuoso, così come i tanti abati innominati, disciplinano la vita monastica della Spagna visigota - lo fanno partendo dal principio su cui si basa e che ispira la sapienza del Maestro. Non possono esservi distinzioni de fatto e, ancora di meno, nelle norme che regolano le comunità.

Per questo il principio che sta alla base della disciplina e conseguentemente dell'applicazione della vita monastica non può essere mai il principio di personalità che può operare delle distinzioni indebite tra le persone per motivi diversi e non solo di nascita. Il logico principio di ordinazione presente nelle Regole monastiche è il principio di territorialità nell'applicazione del Diritto.

Concludo. Quando, tra i discepoli del Signore, sorge la disputa su chi di essi sia il più importante, Cristo insegna loro le nuove norme che infrangono tutte le regole precedenti:

Sapete che i re della terra li tiranneggiano e i grandi li sottomettono. Non sarà così tra di voi. Chi desidera essere il primo, che sia il servo di tutti (Mc 10,42-43).

Chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande (agli occhi di Dio) (Lc 9,48).

Questo ideale di vita, d'accordo con la volontà di Dio, è stato riprodotto fedelmente da San Leandro, Sant'Isidoro, San Fruttuoso e l'insieme degli abati che avrebbero redatto quella Regula communis che è stata scrupolosamente osservata durante i secoli, forse fino alla fine del IX secolo, nei monasteri della Spagna visigota.


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30 settembre 2015                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net