Regola di S. Benedetto

Prologo

 Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza.

 Capitolo VII - L'umiltà

Quindi, fratelli miei, se vogliamo raggiungere la vetta più eccelsa dell'umiltà e arrivare rapidamente a quella glorificazione celeste, a cui si ascende attraverso l'umiliazione della vita presente, bisogna che con il nostro esercizio ascetico innalziamo la scala che apparve in sogno a Giacobbe e lungo la quale questi vide scendere e salire gli angeli. Non c'è dubbio che per noi quella discesa e quella salita possono essere interpretate solo nel senso che con la superbia si scende e con l'umiltà si sale. La scala così eretta, poi, è la nostra vita terrena che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al cielo;

 Capitolo XX - La riverenza nella preghiera

Bisogna inoltre sapere che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione che strappa le lacrime. Perciò la preghiera dev'essere breve e pura, a meno che non venga prolungata dall'ardore e dall'ispirazione della grazia divina.


Tratto dal libro "VITA NEL SILENZIO" di Thomas Merton – Ed. Morcelliana

PURITAS CORDIS (Purezza di cuore)

IL MONACO è uno che lascia tutto per cercare Dio. Ma questa definizione dice poco se non si precisa poi cosa si intende per ricerca di Dio, questione che non è davvero facile. Dio, come dice uno dei Padri, è nel medesimo tempo dappertutto tutto e in nessun luogo. Come posso trovare Chi non è in alcun luogo? Se lo trovo, anch'io non sarò più in alcun luogo; se non sarò in alcun luogo come potrò dire di essere ancora « io »? Esisterò ancora per gioire d'averlo trovato?

Come posso trovare Chi è dappertutto? Se è dappertutto è anche vicino a me, con me, in me: forse, in qualche misterioso modo risulterà che sono io stesso. Ma - ed eccoci allo stesso punto di prima - se Lui ed io siamo uno, esiste un « io » che possa gioire d'averlo trovato?

Dio, dice la filosofia, è immanente e trascendente. In quanto è immanente, vive e opera nelle profondità metafisiche di tutto ciò che esiste: è « dappertutto ».In quanto è trascendente , sta tanto al di sopra di ogni essere creato che nessun concetto umano, e perciò limitato, può contenere ed esaurire il suo Essere, né significarlo se non per analogia. E’ tanto al di sopra di ogni essere creato che quando si dice che Egli « è », non lo si dice nello stesso senso in cui si dice che « è » un essere creato. Paragonato a Dio, l'essere creato « non è »; paragonato con gli esseri creati, Dio « non è». Egli, infatti, sta tanto al di sopra della sua creazione, che il concetto di essere, riferito a Lui, non si riferisce « univocamente » a Dio e a qualsiasi altro ente. In questo senso Dio « non è in alcun luogo ».

Il monaco è un uomo chiamato da Dio ad affrontare questo dilemma, a penetrare in questo mistero. Ma la questione per lui, in un certo senso, è più semplice, proprio per, ché il monaco, non essendo di solito filosofo, cerca Dio non con la speculazione, ma seguendo una via per la quale ha maggior probabilità di conseguire il successo: l'oscuro e segreto sentiero della fede teologica.

Il monaco, dunque, è uno che ha sentito Dio dire le parole che un giorno disse per bocca del Profeta:, « Ti unirò a me come sposa nella fede, e saprai che io sono il Signore » (Osea, 2, 20).

Si dice, infatti, che l'anima trova Dio quando essa viene ad essere unita a Lui da un vincolo forte e profondo come quello del matrimonio. Un vincolo che è unione di spiriti, nella fede. E per fede, in questo caso, s'intende qualcosa di più che il « credere » in una verità rivelata. S'intende anche totale fedeltà, completo dono e abbandono di sé e perfetta a fiducia in un Dio nascosto; e implica sottomissione all'amorosa, ma imperscrutabile guida del suo Spirito, che opera nel più profondo segreto. Questa fede chiede la rinuncia., alle nostre opinioni, alla nostra prudenza e alla nostra sapienza e a tutto il nostro « io » per vivere nel suo Spirito, e per mezzo di esso. « Chi è unito al Signore dice San Paolo è un solo spirito con Lui ».

Esser uno con Colui che nessuno può vedere significa vuol non essere in alcun dire esser sconosciuti come Lui è sconosciuto, dimenticati come Lui è dimenticato, perduti come Lui è perduto al mondo, che pure esiste in lui. E, tuttavia, vivere in Lui è vivere nella sua vita infinita, essere dovunque, operare nella sua potenza e attraverso di essa, spaziare da un capo all'altro dell'universo nel potere della sua sapienza, governare e foggiare giare tutte le cose in Lui e con Lui; significa essere strumenti segreti della sua azione divina, ministri della sua redenzione, canali della sua grazia, messaggeri del suo amore, infinito.

La solitudine monastica, la povertà, l’obbedienza, il silenzio e la preghiera preparano e formano l’anima a questo misterioso destino in Dio. La vita ascetica, tuttavia, non produce come suo immediato risultato l'unione con Dio: essa a quest'unione serve soltanto a disporre l'anima. Le pratiche dell'ascetismo monastico sono più o meno utili al monaco, a seconda che l'aiutano più o meno a compiere l'opera interiore e spirituale necessaria a rendere l'anima povera, umile e vuota nel mistero della presenza di Dio. Se delle pratiche ascetiche il monaco fa cattivo uso, esse non sortiscono altro effetto che quello di infatuarlo di sé e gli induriscono il cuore, provocando così resistenza alla grazia. Ecco perché tutto l'ascetismo monastico si incentra nelle due grandi virtù dell'umiltà e dell'ascetismo l'obbedienza le quali non si può dire che siano veramente praticate se non liberano l'uomo da se stesso.

L'umiltà produce nel monaco innanzitutto il distacco da quella considerazione di se stessi che rende dimentichi della realtà di Dio; lo libera da quell'attaccamento alla propria volontà che fa ignorare e trasgredire la volontà eterna nella quale solamente è la realtà; demolisce a poco a poco l'edificio di illusori progetti che uno ha innalzato tra la realtà e se stesso; lo spoglia di quell'abito di ideali spuri che si è tessuto con le sue mani per travestirsi e abbellire il suo io immaginario. L'umiltà trova il monaco e lo salva nel mezzo di un conflitto senza speranza contro tutto l'universo; lo salva con una salutare « disperazione », nella quale egli rinuncia finalmente all'inutile lotta impegnata per fare un dio di se stesso. Quando compie quest'ultima rinuncia, il monaco si perde allora nel cuore della sua umiltà per ritrovarsi alfine in Dio.

La vittoria dell'umiltà monastica è la vittoria del reale sull'irreale, una vittoria per la quale vengono rigettati ideali falsi e l'«ideale» è raggiunto, sperimentato, afferrato e posseduto seduto non in un'immagine della mente, ma nell'attuale concreta esistenziale realtà della vita.

La vittoria dell'umiltà monastica è un trionfo della vita, in cui, mediante l'integrazione di pensiero e azione, ideale e realtà, preghiera e lavoro, il monaco s'avvede di vivere ora perfettamente, pienamente e fruttuosamente in Dio. Dio però non appare. Il monaco di fuori non è cambiato; non ha l'aureola, è ancora un essere umano, fragile e limitato, i fatti della sua vita sono quelli di sempre, la preghiera è sempre la stessa e così il lavoro e la comunità monastica; ma tutte le cose sono cambiate dal di dentro e Dio, secondo un'espressione di San Paolo, è « tutto in tutto ».

Per l'umiltà il monaco smette d'andare contro la corrente della vita, desiste dalla logorante lotta che finora, sia pure inconsciamente, ha combattuto per affermare sé stesso contro la volontà degli altri, per resistere ai desideri dei suoi superiori, per imporsi come un essere diverso e superiore. Ora non parla più né agisce in nome suo, ma nel nome del suo eterno Padre. Come Gesù, egli trova il suo cibo e il suo nutrimento nel far la volontà di « Colui che mi ha mandato » e con Gesù può dire: « Chi mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo perché faccio sempre quel che piace a Lui » (Giovanni, 8, 29).

Il che non significa che il monaco sia ormai incapace di peccare. La sua debolezza e la sua pochezza gli hanno infatti dimostrato l'impossibilità di realizzare qui sulla terra una con, dizione di assoluta perfezione morale; come San Paolo, egli è costretto a dire: « Mi diletto nella legge di Dio secondo l'uomo interiore, ma vedo nelle mie membra un'altra legge che fa guerra alla legge della mia mente » (Romani, 7, 22,23). Ma con San Paolo, può anche affermare « Sappiamo che ogni cosa coopera a bene per coloro che amano Dio » (Romani, 8, 28) e: « Volentieri mi glorierò delle mie infermità, affinché abiti in me la potenza di Cristo. Per questo io mi compiaccio nelle mie infermità... e nelle angustie per Cristo; perché quando sono debole è allora che sono potente » (11 Corinti, 12, 9-10).

La vittoria dell'umiltà monastica consiste nel pieno consenso all'azione segreta di Dio nella debolezza, nella normalità e nell'insoddisfazione della vita quotidiana; è accettazione della nostra imperfezione, affinché Egli possa farci perfetti a suo modo; è gioia del nostro vuoto che Lui solo può riempire; è la pace nella nostra sterilità, che Lui soltanto rende immensamente fruttuosa, senza che noi si riesca a comprendere come.

Ma perché l'umiltà prenda possesso della sua anima, il monaco deve rinunciare completamente a tutte quelle faccende con le quali egli si sforza di celarsi la sua pochezza e di far passare i suoi difetti per virtù. La perfezione non è di chi si sforza di sentire e agire o apparire come se fosse perfetto; è di chi si rende conto d'essere peccatore come tutti gli altri, ma un peccatore amato, redento e mutato da Dio. La perfezione non è di chi si isola nelle torri d'avorio di un'immaginaria innocenza, ma soltanto di chi rischia di offuscare quella sua presunta purezza interiore affrontando la vita così com'è necessariamente in questo nostro mondo imperfetto, con le sue difficoltà, le sue tentazioni, le sue delusioni, i suoi pericoli. La perfezione non è di chi vive solo per sé e si occupa esclusivamente dell'abbellimento della propria anima. La santità cristiana non è mera questione di « raccoglimento » o di « preghiera interiore ». La santità è amore: amore di Dio soprattutto e amore del prossimo in Dio. E questo amore vuole completa dimenticanza di sé.

Eppure, il monaco è colui che lascia il mondo, fugge la compagnia degli uomini, e cerca di purificare la sua anima vivendo solo con gli angeli. Non corre forse il rischio, costui, di perdere ogni contatto con la realtà o di mancare a quel, l'unione vivificante con i suoi fratelli in Cristo per mezzo della quale unicamente è possibile santificarsi? La vita monastica non è allora un'evasione nella sterilità, una fuga dalle responsabilità della vita? Non limita e immeschinisce tanto la vita di un uomo, che costui cessa così di vivere e trascorre i suoi giorni vegetando nell'agonia di una pia illusione?

Ogni vocazione, è vero, ha i suoi rischi professionali e il monaco che perde di vista il significato della sua vocazione monastica può accadere che si consumi la vita in una sterile preoccupazione di sé. Ma il significato della fuga del monaco dal mondo va ricercato proprio nel fatto che il «mondo» (nel senso in cui è condannato da Cristo) la società di coloro che vivono esclusivamente per se stessi. Lasciare il mondo ,dunque, è lasciare prima di tutto se stessi e cominciare a vivere per gli altri. L'uomo che vive «nel mondo ma non di esso» è colui che, pur essendo nel mondo con tutti i suoi allettamenti, dimentica se stesso per quelli che ama. Il monastero mira a creare un'atmosfera più propizia all'altruismo. Se certi monaci fanno cattivo uso di questa occasione che è loro offerta e divengono egoisti, è perché hanno lasciato «il mondo» fisicamente, ma nel cuore si son portati in monastero il suo spirito. Non son venuti a cercare Dio, costoro, ma piuttosto il loro interesse, il loro tornaconto, la loro pace, la loro perfezione.

Ed eccoci così giunti al cuore della vita monastica e a dar risposta alla domanda che ci eravamo posti fin dall'inizio: cosa significa cercare Dio?

Cercare Dio significa vivere in Cristo, trovare il Padre nel Figlio, suo Verbo incarnato, partecipando con la fede e la rinuncia di se stessi all'obbedienza, alla povertà e alla carità di Cristo.

La vita monastica non è soltanto consacrata allo studio di Cristo, o alla contemplazione di Cristo, o all'imitazione di Cristo. Il monaco cerca di diventare Cristo partecipando alla sua passione.

La vita in monastero, dice Cassiano, si vive « nel sacramento della Croce » - « sub crucis sacramento » (Institutiones, IV, 34).

Ma vivere nel mistero della Croce è vivere in unione con Cristo nella sua « obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce » (Filippesi, 2, 8-9).

Molti obblighi dell'austera vita del monaco possono essere mitigati dai superiori: può essere ridotta la preghiera quotidiana, il lavoro manuale, il digiuno, il silenzio; una sola cosa non può essere cambiata: il fondamentale impegno del monaco di essere « obbediente fino alla morte ». E questo significa fica che egli deve rinunciare, se non alla vita, di certo alla sua ostinata volontà di « vivere » e di esistere come un individuo sicuro e compiaciuto di sé. Rinunciare al piacere di una delle più care illusioni che si possano nutrire intorno a se stessi è veramente « morire », più di quanto non lo sia lasciarsi uccidere nel nome di un ideale che si senta nostro. Purché vivano la sua volontà e le sue illusioni, l'uomo è senz'altro capace di dar la vita. Ma la vita monastica ci chiede proprio la sin, cera e totale rinuncia a noi stessi. E anche se i superiori con la loro indulgenza cercano di risparmiare la nostra debolezza, Dio, se veramente lo cerchiamo, non ci risparmierà.

Vivere « nel sacramento della Croce », tuttavia, è vivere nella vita dei Cristo risorto perché le nostre illusioni, quando vengono meno, cedono il posto alla realtà, e quando il nostro falso « io » scompare, quando le tenebre del nostro idoleggiamento mento si disperdono, si compiono in noi le parole dell'Apostolo che dice: « Svegliati, tu che dormi... e Cristo t'illuminerà » (Efesini, 5, 14). E anche: « Quel Dio che disse "dalle tenebre splenda la luce" Egli stesso ha gettato luce nei nostri cuori a illuminarvi la conoscenza della gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo » (II Corinti, 4, 6).

Questa luce di Dio che risplende nell'anima umile, ormai sgombra di sé, è ciò che i Padri chiamano puritas cordis, purezza di cuore. Cassiano dice che il solo fine della vita monastica è di far pervenire il monaco a questa purezza interiore.

Tutta l'osservanza e tutte le virtù monastiche hanno infatti questo per loro oggetto. Dice Cassiano:

« La purezza di cuore è la ragione per cui si deve fare tutto quel che si fa e cercare tutto ciò che si ricerca. Per avere la purezza di cuore ricerchiamo la solitudine, il digiuno, le veglie, le fatiche le vesti povere, la lettura e tutte tè a altre pratiche monastiche. Per queste pratiche speriamo di poter mantenere il nostro cuore immune dagli assalti di ogni passione, con questi passi speriamo di ascendere all'amore perfetto » (Collationes, I, VII).

La purezza di cuore di cui ci parla Cassiano non è tanto uno stato psicologico, quanto piuttosto un altro livello di realtà; essa è la condizione di un'anima trasformata nella carità perfetta. Quest'anima è elevata sopra di sé e fuori di sé; e non soltanto pensa e agisce ad un livello più alto, ma è essa stessa un nuovo essere, nova creatura.

I Padri della Chiesa spiegano questo « nuovo essere » dell'anima con la loro dottrina dell'uomo, creato ad immagine di Dio, che ha perduto la sua somiglianza con Lui, facendosi centro a se stesso. Perdendo la sua somiglianza divina l'uomo è sprofondato nell’irrealtà non essendo più unito alla sorgente della sua realtà. Esiste ancora, è ancora l'immagine del suo Creatore, è vero : ma non ha più in sé la vita di carità che è la vita stessa di Dio, la quale è carità. Non avendo più in sé questa vita, l'uomo è irreale, morto; non è ciò che dovrebbe essere, è una caricatura di se stesso.

Un'immagine che, pur essendo tale, è tuttavia diversa da ciò che rappresenta, è necessariamente una deformazione; questa deformazione costituisce una completa opposizione spirituale alla volontà e all'amore di Dio. Fatto per aver compimento in una perfetta somiglianza con Dio, che è amore perfetto, l'uomo distrugge la sua attitudine rivolgendo invece tutto il suo amore su se stesso. Fatto per render testimonianza alla infinità verità, potenza e realtà di Dio, nel quale ogni cosa vive, si muove e ha la sua essenza, l'uomo rinnega la realtà, allontanandosi così dalla verità, per far di se stesso il centro e la ragione d'essere dell'universo.

Per poter tornare ad essere « reale » l'uomo deve purificarsi il cuore dalle tenebre dell'irrealtà e dell'illusione, che continueranno ad opprimerlo finché vivrà secondo la sua volontà egoistica. La luce può levarsi nel nostro cuore soltanto quando abbiamo rinunciato alla tendenza a ribellarci contro l'infinita volontà di Dio e accettiamo la realtà così come Dio l'ha voluta ponendo la nostra volontà al servizio della sua perfetta libertà. Siamo puri quando Amiamo come Lui ama, liberi quando vogliamo ciò che Lui vuole; allora i nostri occhi si aprono e possiamo vedere la realtà così come Lui la vede, e gioire della sua gioia perché tutte le cose sono « molto buone » (Genesi, 1, 31).

Il cuore impuro dell'uomo decaduto non è soltanto un cuore soggetto alle passioni carnali.« Purezza » e « impurità » in questo contesto si riferiscono a qualcosa di più della castità. Un cuore «impuro » è un cuore pieno di timori, di ansie, di conflitti, dubbi, ambiguità, incertezze, contraddizioni, antipatie, gelosie, necessità irrefrenabili e attaccamenti passionali .Tutte queste « impurità » e centinaia d'altre oscurano la luce interiore dell'anima; ma non ne costituiscono l'impurità maggiore, né sono la causa delle sue impurità. La corruzione profonda, fondamentale, metafisica dell'uomo decaduto è quella sua intima e illusoria convinzione d'essere un dio e che l'universo abbia centro in lui. E questa convinzione, si badi, non è che non abbia un fondamento di verità, perché l'uomo decaduto scorge in se stesso l'oscura immagine di Dio. San Bernardo dice che quest'immagine è la libertà dell'uomo. E perciò l'uomo, sentendo in sé questo profondo, inalienabile potere di autodeterminazione spirituale, avvertendo questa possibilità di foggiare il suo destino a propria scelta, crede di essere davvero simile a Dio. La libertà ci viene da Dio, nostro Padre, il quale, se ci ha fatti liberi, non ci ha fatti però onnipotenti. Non siamo dunque dei capaci di conseguire tutto ciò che desideriamo, di creare e distruggere mondi, o tali da pretendere l'adorazione di ogni altro spirito. Possiamo, si, divenire perfettamente simili a Dio, in tutta verità, ricevendo liberamente da Lui il dono della sua luce, del suo amore, della sua libertà in Cristo, il Verbo incarnato; ma finché si sia implicitamente convinti di « dover essere onnipotenti », si usurpa una somiglianza con Dio che non è la nostra.

Non è, naturalmente, che l'uomo sia così folle da sognarsi di poter trovare in sé l'assoluta onnipotenza di Dio. Ma, nel nostro desiderio di essere « come dei » - perenne deformazione impressa nella nostra natura dal peccato originale - cerchiamo quella che si potrebbe dire un'onnipotenza relativa: il potere, cioè, di avere tutto quel che si vuole, di goderci tutto quello che si desidera, di pretendere che tutte le nostre aspirazioni siano soddisfatte, che la nostra volontà non sia mai contrastata e avvilita, insomma, l'esigenza che tutti gli altri s'inchinino ai nostri giudizi e che accettino i nostri pronunciamenti come legge; è quell'insaziabile sete del riconoscimento della propria eccellenza che ognuno disperatamente sente il bisogno di trovare in sé per sfuggire alla disperazione. La pretesa d'onnipotenza – nostro segreto più profondo, nostra più segreta vergogna - è, infatti, all'origine di tutti i mali, di tutta l'infelicità, di tutta l'insoddisfazione, di tutti i nostri errori ed inganni. E' una menzogna fondamentale che ci inquina la vita morale alla radice, convertendo così in menzogne tutto quel che si fa. Soltanto i pensieri e gli atti immuni dal contagio di tale oscura pretesa conservano in sé verità, nobiltà, valore.

Questa radicale presunzione psicologica d'onnipotenza costituisce l'impurità profonda che macchia e disgrega la purezza dell'anima umana; quest'esigenza, da parte di un essere limitato, d'apparire come l'Essere assoluto e supremo è la tremenda illusione che ci fa schiavi delle passioni, della follia, del peccato.

Naturalmente, solo il pazzo osa manifestare senza alcun ritegno questa segreta passione dell'uomo. Avendo perduto quel relativo equilibrio che ci fa occultare la nostra assurda pretesa nel profondo dell'anima, egli mette senz'altro in campo il diritto di rifiutare la realtà e di vivere in un mondo che soddisfi il suo ideale immaginario: insomma, si mette al posto di Dio e si costruisce un universo a sua immagine, eliminando, per quanto può, ogni altra realtà.

Gli altri, quelli che siamo soliti definire « normali », celano invece la loro pretesa di perfezione assoluta e d'onnipotenza potenza sotto il velo di certi simboli mentali universalmente accettati, e palesano il loro animo mediante atti accettabili in ragione della loro innocuità esteriore e della loro utilità sociale.

Molti sono infatti i modi correnti e « normali » di indulgere alla propria illusoria volontà di potenza divina. Un tale, per esempio, può essere un padre orgoglioso e tirannico, un'altra una madre lacrimosa ed esclusiva che si atteggia a vittima, un altro un principale arrogante fino al sadismo, o un molesto pedante, oppure un eroe, un saltimbanco, o un libertino. Si può essere rigidamente convenzionali e ostentatamente anticonvenzionali convenzionali, eremiti o demagoghi. C'è chi soddisfa la sua pretesa cercando di conoscere gli affari altrui, chi giudicando il suo prossimo o dicendo agli altri cosa devono fare. C'è per, sino chi, inconsciamente, per soddisfare questa profonda e segreta impurità dell'anima che è l'orgoglio, cerca, ahimè, la santità e la perfezione religiosa.

Il grande nemico della purezza di cuore monastica è, dunque, la fondamentale e segreta intenzione di essere migliore di tutti gli altri, di affermare la propria libertà a danno della libertà altrui, di emergere col proprio spirito a quello di uomini meno dotati. Da quest'intenzione prima derivano tutti quanti i propositi e gli ideali illusori. L'anima impura è divorata e divisa dai suoi stessi incessanti sforzi per affermare questa sua fondamentale passione, pur celandola sotto apparenze accettabili.

La vita di un'anima pura si fa straordinariamente semplice. Quella dell'anima impura, invece, è complicatissima, né potrebbe essere altrimenti; son tante le cose che ha da fare!Deve imporsi, esaltare se stessa e, nel medesimo tempo, credersi umile e disposta al sacrificio. Deve a tutti i costi nutrire quel sentimento di nobiltà e di santità dal quale dipende la sua pace, la sua contentezza, e deve perciò esser lesta a cogliere ogni debolezza e imperfezione negli altri, che son tutti suoi rivali, almeno potenziali. Deve preoccuparsi che gli altri siano « caritatevolmente » puniti e « dolcemente » umiliati, per tema che possano levare il capo all'altezza del suo, lungo la regale via della santità. Deve affannarsi perché la sua volontà, a cui in apparenza « rinuncia », sia segretamente soddisfatta, deve esser sicura che i suoi desideri siano sempre esauditi, in una maniera o nell'altra. Insomma, sulla terra, deve esser fatta la sua propria volontà, come la volontà di Dio è fatta in cielo.

Ma poiché far tutto questo a un uomo non è possibile, avviene allora, come nota San Bernardo, che l'anima sia inevitabilmente soggetta all'inquietudine e alla paura, la quale è il « colore » che oscura l'anima e offusca l'immagine divina, deformandola in un idolo e in una caricatura. La paura è dunque l'« impurità » dell'anima assetata d'onnipotenza.

L'uomo decaduto si può allora dire che è colui nel quale l'immagine divina, che è la sua libertà di volere, è divenuta schiava di se stessa, avendo fatto di se stessa un idolo. L'immagine di Dio è deformata dalla dissomiglianza. Tiranneggiata dal suo idolo, la libertà stessa diventa schiavitù e nei suoi recessi l'uomo si dibatte ora come un folle affannandosi a voler l'impossibile, sforzandosi cioè d'appagare quella sua impossibile brama d'essere un «dio».

Che mai possiamo opporre a simili mali?

Il sacramento della Croce, come abbiamo già detto, la fede e l'obbedienza nel Cristo che, come ci insegna San Pietro, purificano i nostri cuori (I Pietro, 1, 22). L'orgoglio interiore dell'uomo decaduto deve esser crocifisso sulla Croce della Verità. L'amore della Verità e della Croce rovescia l'idolo, riporta l'uomo al suo vero stato, gli restituisce la libertà, lo libera dal timore, lo fortifica nella carità, gli permette di vivere e di operare da figlio di Dio. Poiché « la verità vi farà liberi » (Giovanni, 8, 32). Perciò San Benedetto, dopo aver descritto i dodici gradi dell'umiltà interiore ed esteriore (ognuno dei quali è una partecipazione al mistero dell'obbedienza di Cristo) afferma che quando il monaco li avrà superati tutti « giungerà subito a quella carità che, divenuta perfetta, scaccia il timore » (Regola cap. 7).

La purezza di cuore, l’amore perfetto, è il principio dell'unità interiore del monaco. Una volta affrancato dalle illusioni e dai suoi egoistici intendimenti, sottratto alla penosa esigenza di servire la propria implacabile volontà, il monaco comincia ad accorgersi di quanto dolce sia il giogo di Cristo e quanto lieve il peso della divina libertà. Finalmente gli si sono aperti gli occhi e per la prima volta vede se stesso e gli altri così come sono. Non più costretto a dar soddisfazione innanzi tutto ai suoi umori e alle sue voglie, ora s'avvede che tutte le cose gli recano gioia perché le gusta nella libertà dei figli di Dio, il che significa che può farne uso senza esserne posseduto, averle senza diventar per questo loro schiavo.

Inoltre, la purezza di cuore è il primo passo dei monaco verso l'unione con i suoi fratelli, verso la loro vera unione, perché la carità monastica non è un mero contratto sociale, un'intesa a cui si perviene con l'accordo di molti egoismi: è la stessa purezza di cuore in quanto viene raggiunta da tutte le volontà individuali dei confratelli, che diventano così una volontà sola, la volontà comune, la volontà di Cristo. Tale comunione di volontà non si raggiunge con un accordo d'interessi ressi umani; è un'unione d'anime nella purezza dello spirito di Dio.

Questa concordia di cuori puri, di volontà monde e disinteressate, d'anime perdute nella luce di Dio, costituisce il vertice dell'ideale cenobitico. Tutte le anime chiamate all'unione con Dio sono fuse insieme come ferro nel fuoco, insieme trasformate nella luce di Dio. Allora Dio stesso vive, opera e si manifesta in loro, si conosce in loro, ama in loro la sua bontà rendendole capaci di parteciparsela l'una all'altra. Come me il Padre è nel Figlio, così il Figlio è in loro, ed esse, l'una nell'altra, sono uno nel Padre e nel Figlio. Questo è il compimento del Mistero Eucaristico, che è il cuore stesso della vita monastica.

Quando potrà tale compimento essere raggiunto? Si può mai conseguire perfettamente su questa terra? Nessuno può dirlo. Ma se i monaci vivono insieme, così come dovrebbero, nella carità di Cristo e nella purezza dello Spirito di Dio, portando ognuno il peso dell'altro e aiutandosi l'un l'altro a ritrovarsi in Dio, essi sulla terra cominciano almeno ad edificare la città celeste.


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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net