Regola di S. Benedetto

Capitolo IV - Gli strumenti delle buone opere:

Prima di tutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze; poi il prossimo come se stesso....Rinnegare completamente se stesso. per seguire Cristo;.... Rendersi estraneo alla mentalità del mondo; non anteporre nulla all'amore di Cristo...pregare per i nemici nell'amore di Cristo.

Capitolo LXXII - Il buon zelo delle buone opere:

...si portino a vicenda un amore fraterno e scevro da ogni egoismo; temano filialmente Dio; amino il loro abate con sincera e umile carità; non antepongano assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna.


Tratto dal libro "Cristo nei suoi misteri" di Don Columba Marmion O.S.B. - Ed. Marietti

Capitolo XIX

IL CUORE DI CRISTO

IV.

Come lo Spirito Santo non chiama tutte le anime a rifulgere alla stessa maniera con le stesse virtù, così, in materia di devozione particolare, lascia loro una santa libertà che dobbiamo, noi stessi, rispettare con cura. Vi sono anime che si sentono spinte ad onorare segnatamente i misteri dell'infanzia di Gesù; altre, all'incontro, si sentono attratte dall'incanto intimo della vita nascosta; altre ancora non riescono a distaccarsi dalla meditazione della Passione.

Nondimeno la devozione al Sacro Cuore deve essere posta tra le nostre più care. E perché? Perché essa onora Gesù Cristo non in uno solo dei suoi misteri particolari, ma nella generalità e nella totalità del suo amore, di quell'amore in cui tutti i misteri trovano la loro spiegazione più profonda. Ancorché essa sia una devozione particolare e chiaramente caratterizzata, riveste tuttavia alcunché di universale: onorando il Cuore di Cristo non è più solo a Gesù bambino, o adolescente, o vittima che si fermano i nostri omaggi, ma alla persona di Gesù nella pienezza del suo amore. Inoltre, la pratica generale di questa devozione tende, in ultima analisi, a rendere a nostro Signore amore per amore: Movet nos ad amandum mutuo (Leone XIII, Bolla Annum sacrum); a impadronirsi di tutta la nostra attività per penetrarla di amore onde piacere a Cristo Gesù; gli esercizi particolari di essa non sono che mezzi per esprimere al nostro divin Maestro la reciprocità di questo amore.

E' una verità confermata dall'esperienza delle anime che la nostra vita spirituale dipende, per gran parte, dall'idea che ci facciamo abitualmente di Dio. Vi sono tra Dio e noi dei rapporti fondamentali basati sulla nostra condizione di creatura; vi sono relazioni morali risultanti dal nostro atteggiamento verso di lui e questo atteggiamento è, quasi sempre, subordinato all'idea che noi abbiamo di Dio.

Se ci facciamo di Dio una idea falsa, i nostri sforzi per andare avanti nella perfezione saranno spesso vani e sterili, poiché fuori della giusta via; se ne abbiamo un'idea incompleta, la nostra vita spirituale sarà piena di lacune e d'imperfezioni; se la nostra idea di Dio è vera,- per quanto è possibile quaggiù ad una creatura che viva di fede, - la nostra anima si aprirà sicuramente in questa luce.

Questa idea abituale che ci facciamo di Dio è dunque la chiave della nostra vita interiore, non soltanto perché regola la nostra condotta verso di lui, ma anche perché, sovente, determina l'atteggiamento di Dio stesso verso di noi: in più d'un caso Iddio ci tratta al modo stesso con cui noi lo trattiamo.

Ma, mi osserverete, la grazia santificante non fa di noi i figli di Dio? Certamente; tuttavia, in pratica, vi sono anime che non si comportano da figli adottivi di Dio. Si direbbe che questa condizione di figli di Dio non ha per esse che un valore nominale; non comprendono esse che è questo uno dato fondamentale che richiede di manifestarsi senza posa con atti corrispondenti e che ogni vita spirituale deve essere lo sviluppo dello spirito di adozione divina, spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo per la virtù di Gesù Cristo.

Così, in anime che considerano abitualmente Dio come lo consideravano gli Israeliti. Dio si rivelava loro tra le folgori e i lampi del Sinai (Es 19, 16) perché per questo popolo " dalla dura cervice " (Dt 31, 27), portato all'infedeltà e alla idolatria, Dio non era che un Signore che bisognava adorare, un Padrone che bisognava servire, un Giudice che bisognava riconoscere e temere. Gli Israeliti avevano ricevuto, come dice S. Paolo, Spiritum servitutis in timore: " uno spirito di servitù per vivere nel timore " (Rm 8, 15). Dio loro non appariva che in tutta la maestà della sua grandezza e nella sovranità della sua potenza; e voi sapete come li trattava con rigida giustizia: così vediamo la terra aprirsi per inghiottire gli ebrei colpevoli (Nm 16, 32); rimanere colpiti di morte quanti, senza averne il diritto per loro ufficio, hanno l'ardire di toccare l'arca dell'alleanza (2 Re 6, 6); serpenti velenosi uccidere i mormoratori (Nm 21, 5); appena osarsi pronunziare dagli Ebrei il nome di Jehovah, e una sola volta all'anno il gran Sacerdote penetrare da solo, e tremando, nel Santo dei Santi, munito del sangue delle vittime immolate per il peccato (Lv 16, 11). Era insomma "lo spirito di servitù ".

Vi sono delle anime che non vivono abitualmente che in questi sentimenti di paura meramente servile; se esse non avessero timore dei castighi di Dio, non avrebbero alcun ostacolo ad offenderlo.

Esse, abitualmente, non considerano Dio che come un padrone e non si danno pensiero di piacergli.

Esse rassomigliano a quel servitore di cui parla il Vangelo nella parabola delle " mine ". Un re, dovendo partire per una lontana regione, chiama i suoi servitori e consegna loro delle mine, cioè delle monete d'argento, che essi dovevano far fruttare fino al suo ritorno. Uno di questi servi conserva presso di sé la mina senza farla fruttare: " Ecco la vostra mina, dice al re quando questi è di ritorno, io l'ho tenuta nascosta in un pezzo di stoffa, perché avevo paura di voi che siete un uomo rigido, che ritirate ciò che non avete depositato, e mietete quanto non avete seminato ". - E che risponde il re? Prende in parola il servo negligente: "Ti giudico sulle tue stesse parole, o cattivo servitore. Tu credevi che io fossi un uomo rigido... Perché dunque non hai messo il mio denaro alla banca? " E il re dà l'ordine che a questo servitore si riprenda ciò che gli era stato dato (Lc 19, 12-24).

Quante anime si comportano con Dio come a distanza, lo trattano unicamente come un gran signore e Dio quindi li tratta allo stesso modo: non si dà loro in un modo completo; tra esse e Iddio non può aver luogo l'intimità personale e in esse diventa impossibile il perfezionamento interiore.

Altre anime, forse più numerose, considerano ordinariamente Iddio come il grande benefattore e non operano che " in vista della ricompensa ": Propter retributionem (Sal 119 (118), 112). Questa idea non è certo falsa. Noi vediamo Cristo Gesù paragonare il Padre suo a un padrone che ricompensa con magnifica liberalità il servo fedele: " Entra nel gaudio del tuo Signore" (Mt 25, 21) ed egli stesso ci dice di risalire al cielo " per prepararci un posto " (Gv 14, 2).

Ma quando questa disposizione è abituale al segno da divenire, come si verifica in certe anime, esclusiva, oltre a mancare di nobiltà, non risponde pienamente allo spirito del Vangelo. La speranza è una virtù cristiana che sostiene potentemente l'anima in mezzo alle avversità, alle prove e alle tentazioni, ma essa non è la sola né la più perfetta delle virtù teologali che sono le virtù specifiche della nostra condizione di figli di Dio. Qual è dunque la virtù più perfetta? Quale, tra tutte, riporta la palma? E’, risponde San Paolo, la carità: Nunc manent fides, spes, caritas, tria haec: major autem horum est caritas (1 Cor 13, 13).

V.

Senza perdere di vista il timore - non però il timore servile dello schiavo che paventa il castigo, ma il timore dell'offesa fatta a Dio che ci ha creati; senza lasciare da parte il pensiero della ricompensa che ci attende se saremo fedeli - dobbiamo studiarci di avere abitualmente dinanzi agli occhi di Dio quest'atteggiamento fatto di confidenza filiale e di amore, che Gesù Cristo ci ha rivelato come caratteristica della Nuova Alleanza.

Gesù Cristo, infatti sa meglio di ogni altro quali devono essere le nostre relazioni con Dio, essendo a conoscenza dei divini segreti. Ascoltandolo, non corriamo pericolo alcuno di smarrirci: è la stessa Verità. Ora quale attitudine desidera egli che abbiamo con Dio? Sotto quale aspetto vuole che lo contempliamo ed onoriamo? Senza dubbio ci insegna che Dio è il padrone sovrano che dobbiamo onorare. "Sta scritto: tu adorerai il Signore e non servirai che lui" (Dt 6, 13; Lc 4, 8). Ma questo Dio che dobbiamo adorare è un Padre: Veri adoratores adorabunt Patrem in spiritu et veritate, nam et Pater tales quaerit qui adorent eum (Gv 4, 23).

L'adorazione costituisce il solo sentimento che deve far battere i nostri cuori? Costituisce la sola attitudine che dobbiamo avere nei riguardi di questo Padre che è Dio? No, Gesù Cristo vi aggiunge l'amore ed un amore pieno, perfetto, senza riserve o restrizioni. Quando fu domandato a Gesù qual era il più grande dei comandamenti, che cosa rispose? " Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo spirito, con tutta l'anima, con tutte le tue forze" (Mc 12, 30). Amerai: amore di compiacenza verso un Signore di sì grande maestà, verso un Dio dalle perfezioni sì eccelse; amore di benevolenza che si studia di procurare la gloria di colui che ne è l'oggetto; amore di reciprocità verso un Dio " che ci ha amati per il primo " (1 Gv 4, 10).

Dio vuole dunque che i nostri rapporti con lui siano impregnati al tempo stesso e d'una filiale riverenza e di un profondo amore. Senza la riverenza, l'amore corre pericolo di degenerare in un abbandono di cattiva lega oltremodo pericoloso; senza l'amore che ci porti con tutto il suo impeto verso il Padre, l'anima vive nell'errore e fa ingiuria al dono divino.

A salvaguardare in noi questi due sentimenti che sembrano contraddittori, Dio ci comunica lo Spirito del Figlio suo Gesù che, con i suoi doni di timore e di pietà, armonizza in noi, in giusta proporzione, l'adorazione più intima e l'amore più tenero: Quoniam estis filii misit Deus spiritum Filii sui in corda vestra (Gal 4, 6).

E' questo lo spirito che, secondo gl'insegnamenti dello stesso Gesù, deve regolare e governare tutta la nostra vita: è " lo Spirito di adozione della Nuova Alleanza " che S. Paolo opponeva " allo spirito dl servitù " della Legge Antica.

Mi chiederete la ragione di questa differenza? La ragione è che dopo l'incarnazione Dio considera l'umanità nel Figlio suo Gesù; per lui avvolge l'umanità tutta quanta del medesimo sguardo di compiacenza di cui il Figlio suo e nostro fratello maggiore è l'oggetto, e perciò vuole altresì che come lui, con lui e per lui viviamo "come dei figli diletti" (Eb 5, 1).

Ma come amare Dio, mi direte, se non lo vediamo? Deum nemo vidit unquam (Gv 1, 18). "La luce divina è, quaggiù, inaccessibile " (1 Tm 6, 16), è vero, ma Iddio si è rivelato a noi nel suo Figlio Gesù: Ipse illuxit in cordibus nostris... in facie Christi Jesu (2 Cor 4, 6).

Il Verbo Incarnato è la rivelazione autentica di Dio e delle sue perfezioni, e l'amore che Cristo ci mostra non è altro che la manifestazione dell'amore di Dio.

L'amore di Dio, infatti, è in sé incomprensibile, sorpassa del tutto il nostro intendimento; nessuno spirito umano ha potuto concepire che cosa è Dio; in lui, le perfezioni non sono distinte dalla sua natura: l'amore di Dio è Dio stesso: Deus caritas est (1 Gv 4, 8).

Come avremo dunque una idea veritiera dell'amore di Dio? Contemplando Dio che si manifesta a noi in forma tangibile. E qual è questa forma? E' l'umanità di Gesù. Cristo è Dio e Dio che si rivela a noi. La contemplazione della santa umanità di Gesù è la via più sicura per arrivare a una verace conoscenza di Dio. " Colui che vede lui vede il Padre " (Gv 14, 9), l'amore che ci porta il Verbo Incarnato rivela l'amore del Padre a nostro riguardo poiché " il Verbo e il Padre non sono che uno ": Ego et Pater unum sumus (Gv 10, 30).

Questo ordine una volta stabilito, non è più suscettibile di cambiamento. Il Cristianesimo è l'amore di Dio che si manifesta al mondo attraverso il Cristo, e tutta la nostra religione si compendia nella contemplazione di questo amore di Cristo e nello studio di corrispondere a questo amore per giungere a Dio.

Tale il piano divino, tale il pensiero divino sopra di noi. Se non vogliamo corrispondervi, non vi sarà per noi né luce né verità né sicurezza né salvezza. Ora l'attitudine essenziale che questo piano divino reclama da noi è quella di figli adottivi. Noi rimaniamo esseri tratti dal nulla e al cospetto " di questo Padre dell'incommensurabile maestà " (Inno Te Deum) dobbiamo prostrarci coi sentimenti della più umile riverenza; se non che a queste relazioni fondamentali che nascono dalla nostra condizione di creature, si sovrappongono, non per distruggerle, ma per coronarle, relazioni infinitamente più alte, più profonde e più intime che risultano dalla nostra adozione divina e che si riducono tutte a servire Iddio con amore.

Ora questa attitudine fondamentale che deve rispondere alla realtà della nostra celeste adozione è particolarmente favorita dalla devozione al Cuore di Gesù. Facendoci meditare l'amore umano di Cristo per noi, questa devozione c'introduce nel segreto dell'amor divino, e, disponendo le anime nostre a riconoscerlo con una vita di cui l'amore è il movente, alimenta e intrattiene in noi quei sentimenti di filiale pietà che dobbiamo nutrire verso il Padre.

Quando riceviamo il Signore nella santa Comunione, veniamo a possedere in noi questo Cuore divino che è un incendio di amore. Chiediamogli allora istantemente che ci faccia conoscere, egli stesso, questo amore, poiché, in questo, un raggio dall'alto è più efficace di tutti i ragionamenti umani e, anche, chiediamogli che voglia accendere in noi l'amore della sua divina persona. " Se per grazia del Signore, dice S. Teresa, il suo amore s'imprimerà un giorno nei nostri cuori, tutto ci diverrà facile, e con la più grande rapidità e senza pena alcuna passeremo tosto alle opere".

Se questo amore per la persona di Gesù è nel nostro cuore, proromperà da noi una grande attività. Potremo, è vero, incontrare delle difficoltà subire grandi prove e tentazioni violente, ma se amiamo Gesù Cristo, queste difficoltà, queste prove ci troveranno ben saldi: Aquae multae non potuerunt extinguere caritatem (Ct 8, 7); quando l'amore di Cristo ci invade, allora " non vogliamo più vivere per noi stessi, ma per colui che ci ha amati e si è offerto per noi ": Ut et qui vivunt jam non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est (2 Cor 5, 15).


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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net