Regola di S. Benedetto


Prologo: "... Ed è proprio per permetterci di correggere i nostri difetti che ci vengono dilazionati i giorni di questa vita secondo le parole dell'Apostolo: "Non sai che con la sua pazienza Dio vuole portarti alla conversione?" ... ".

Capitolo VII - L'umiltà: "... perché è misericordioso e aspetta la nostra conversione, ... ".

Capitolo LVIII - Norme per l'accettazione dei fratelli: "... Al momento dell'ammissione faccia in coro, davanti a tutta la comunità, solenne promessa di stabilità, conversione continua e obbedienza, ... "


Capitolo 17

Una dinamica di conversione

di Pierre Alban Delannoy

Estratto da “La Regola di san Benedetto, cammino di vita per i laici

Ed. Albin Michel 2015

 

La dimensione pragmatica della lettura della Regola così come è descritta nei capitoli che precedono, l'attuazione concreta di piccole regole 0) nell'ambito dei “laboratori” rinviano, lo si vede bene, ad un'opzione “attiva„ della vita cristiana. Occorre fermarsi un momento per dissipare i timori od i malintesi. Sarebbe erroneo vedere nella pratica dei laboratori un approccio tecnicista di autocorrezione di sé. La Regola non è una specie di software che permette a ciascuno di fare una diagnosi della propria condotta per aiutarlo ad operare alcune correzioni di traiettoria ed alcune determinate riparazioni. La Regola mira all'opposto: essa ha per oggetto la nostra conversione totale cioè, in definitiva, un cambiamento completo di noi stessi. La Regola non partecipa affatto all'illusione denunciata da san Paolo che consiste nel pensare che la salvezza venga dalle opere. L'uomo stesso non si salva con la sola efficacia degli atti che egli mette in opera. Se la Regola può aiutarci a misurare ed a valutare l'avanzamento della nostra conversione giorno per giorno, non deve succedere che la sua lettura pragmatica, l'attuazione delle piccole regole, l'esame di sé, facciano dimenticare che essa mira a cambiare completamente la nostra vita per metterla nel solco di Cristo. La Regola dà a chi la legge un'altra visione di sé, degli altri, del mondo, un altro modo di comprendere il posto che Dio occupa nella nostra vita ed il posto che occupa la nostra vita in Dio. È, in fin dei conti, il ruolo più essenziale che la Regola possa riempire per dei monaci, ovviamente, ma anche per dei laici che vivono nel mondo: essa rovescia la logica che fluisce nel mondo.

Il mondo è governato dalla credenza che noi ce la caveremo con l'azione ed il controllo di noi stessi. Le scienze umane diffondono l'idea che l'uomo si fa da sé. La visione che esse impongono è che la realtà si trova fuori di noi e che la nostra propria realtà si trova anch’essa al di fuori, oggettivabile, trasformabile. Per esse, noi siamo degli oggetti, dei corpi, degli organi, dei comportamenti distinti, analizzabili, sostituibili e riparabili. Il pericolo sarebbe di leggere la Regola come un trattato sociale o come un insieme di prescrizioni esteriori che sono applicate a noi dal di fuori. Ricordiamo come Cristo affronta il caso dell'adultera (Gv 8,1-10): ad una visione legale che cercano di imporgli i farisei e gli scribi, sostituisce una visione morale (“Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei „) che costringe ciascuno a porsi all'interno di sé stesso. Ecco dove si trova il cambiamento di prospettiva che opera il cristianesimo. Consiste, secondo Michel Henry, nello strappare l'azione all’essere esteriore, trasferendo l'azione dentro di sé 1). La specificità dell'azione cristiana è di fare agire Cristo in noi. Lungo tutto il Vangelo di Giovanni, Cristo non cessa di ricordare che “il Figlio da sé stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo„ (Gv 5,19). E noi stessi siamo invitati, chiamati a fare ciò che Cristo fa, ad essere la vita che egli è. È il senso proprio del nostro agire cristiano. Ed è così che lo concepisce san Benedetto. Se la trasformazione che noi ci proponiamo di operare a partire da una piccola regola, tratta della Regola, non è la trasformazione che chiediamo a Cristo di operare lui stesso in noi, allora questo “lavoro„ non serve a nulla.

È secondo questa prospettiva che dobbiamo muoverci ora, in questo ultimo capitolo. Le prime pagine della Regola, quelle che aprono il prologo, sono particolarmente illuminanti a questo proposito. Leggiamole attentamente, esse ci dicono a quale genere di “azioni„ la Regola ci invita, a quali trasformazioni fondamentali ci conduce.

Prologo della Regola

1. Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno,

2. in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza.

3. Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore.

4. Prima di tutto chiedi a Dio con costante e intensa preghiera di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere,

5. affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, Egli non debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta.

6. Bisogna, dunque, servirsi delle grazie che ci concede per obbedirgli ad ogni istante con tanta fedeltà da evitare, non solo che egli giunga a diseredare i suoi figli come un padre sdegnato,

7. ma anche che, come un sovrano tremendo, irritato dalle nostre colpe, ci condanni alla pena eterna quali servi infedeli che non lo hanno voluto seguire nella gloria.

8. Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: "E' ora di scuotersi dal sonno!" (Rm 13,11)

9. ed aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio:

10. " Se oggi udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!" (Sal 94,8)

11. ed ancora: " Chi ha orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!" (Ap 2,7).

12. E che dice? " Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio (Sal 33,12).

13. Correte, finché avete la luce della vita, affinché non vi colgano le tenebre della morte" (Gv 12,35).

14. Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo:

15. "Chi è l'uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?" (Sal 33,13).

16. Se a queste parole tu risponderai: "Io!", Dio replicherà:

17. "Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila" (Sal 33,14-15).

Agire significa ascoltare

1. Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno,

Fin dalla prima parola, la Regola dice al suo lettore che sarà questione di agire (“mettili in pratica con impegno„). Inoltre, non accontentandosi di dirlo, Benedetto pone il destinatario di questo consiglio nella condizione di farlo. Ecco dunque un testo che mette doppiamente l'accento sull'azione: quella di ascoltare e quella di mettere in atto ciò che è stato recepito.

Quasi subito dopo essere stata enunciata all'inizio del prologo, la parola “ascolta„ - è ripresa in una perifrasi dello stesso senso: “apri docilmente il tuo cuore„. Ma non è per ripetere ciò che è stato già detto, è per dire che l'ascolto in questione non è un ascolto del mondo, non si tratta di essere attento alle parole che provengono dall'esterno, ma, tutto al contrario, l'orecchio di cui si tratta è quello del cuore. Il cuore è il centro dell’essere, l'intimità dell’uomo, forse la sua anima. È l'ascolto dell’essere interiore che viene sollecitato fin dal primo versetto della Regola. Ciò che è all'ordine del giorno della Regola riguarda l'interiorità, l'intimo di ciascuno. Del resto, altri due verbi, “accogliere„ e “mettere in pratica„, vengono a descrivere la natura dell'azione di cui si tratterà nel secondo versetto.

Agire significa ritornare

2. in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza.

3. Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza per militare sotto il vero Re, Cristo Signore.

Questo secondo versetto definisce l'obiettivo della Regola: si tratta di ritornare a Dio, di convertirsi. Il terzo ci dice in quale maniera condurre questo ritorno.

Ci sono in questi versetti delle parole che possono urtare la nostra sensibilità di uomini del XXI secolo. Possono sembrarci dure e forse anche antiquate. Non scartiamole in fretta dicendoci che appartengono ad un'altra epoca. Il posto che hanno nel discorso di san Benedetto è fin troppo centrale. Sono anche parole chiave della Regola, poste fin dall'inizio del prologo, proprio per potervi entrare. È dunque impossibile leggere la Regola facendo finta di non vederle, od accontentandoci di dare loro una portata soltanto simbolica. San Benedetto parla dell'obbedienza e della disobbedienza - che egli associa rispettivamente al lavoro ed alla pigrizia. E, ciò che sembra ancor peggio, egli chiede al suo lettore di “rinunciare alla volontà propria„, di “impugnare le armi dell'obbedienza„, di “militare sotto Cristo Signore„. Tali parole sono degli ostacoli soltanto se vengono tolte dal loro contesto, se si perde di vista ciò a cui si mira: perché obbedire? A chi? Perché militare? Per chi?

Prima parola essenziale: ritornare. Dicendo: “in modo che tu possa tornare „, san Benedetto presenta il ritorno come una conseguenza, un seguito logico dell'ascolto che ha chiesto nel primo versetto. Si ha l'impressione che egli descriva il cammino di conversione del novizio che entra al monastero ed inizia a leggere la Regola. Innanzitutto è necessario che lui ascolti, che senta la voce del Signore e quindi, avendola sentita, che si sia messo per strada, come il figlio prodigo della parabola. Se si comprende ciò, mi sembra che si afferri meglio ciò che significa il passaggio più duro del terzo versetto: “chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria„. Poiché, se ci siamo messi a leggere la Regola, la guida di viaggio del ritorno, è per il fatto che già prima abbiamo rinunciato alla nostra volontà, anche soltanto un po'. È stato necessario allontanarci da noi stessi, fosse solo per ascoltare e sentire la parola del Signore, lasciarsi interrogare da essa, ed ancor più: lasciarsi condurre in cammino da essa.

Questa storia ha un passato, ma non è compiuta, essa continua (ascolta ancora ed ancora) ed ha un futuro (tu ritornerai). Se c'è un ritorno, come per il figlio prodigo, è per il fatto che noi abbiamo dimenticato e che non smettiamo di dimenticare.

Ma il ritorno non è soltanto un atteggiamento di tornare indietro, una decisione presa ad un momento t, un cambiamento nell'orientamento del cammino, bensì è una questione di impegno. I monaci che sono entrati in monastero non hanno finito con il ritorno, anzi, non hanno che cominciato. La conversione è l’oggetto stesso di tutta la loro vita. Come dice Pascal, una vita intera non vi basterà, saremo realmente ritornati soltanto quando saremo in presenza del Signore. È a lui che ritorniamo ed è alla sua volontà che accettiamo di sottometterci, come non smettiamo di dirlo nella preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Sia fatta la tua volontà… „. Se è la tua volontà, o Signore, non è la mia. Non è scandaloso rinunciare alle nostre proprie volontà, è ciò che chiediamo ogni giorno a Dio. Tuttavia, qui Benedetto attualizza la virtualità del desiderio della preghiera, situa il proposito che formuliamo nella realtà concreta della nostra vita e, di conseguenza, il desiderio diventa un atto di cui gettare le basi, una scelta da fare. E sarà così nel corso di tutta la Regola. Questa è fatta per fare entrare nel concreto delle nostre vite la parola evangelica, fare vivere la parola.

Altra parola chiave: obbedienza. È ragionevole chiedere l'obbedienza, mentre l'autore stesso ha precisato che la Regola riguardava uomini liberi? Per noi, donne ed uomini del XXI secolo che mettiamo la libertà sopra tutto, obbedire sembra inaccettabile. Si utilizza ancora questa parola nell'educazione dei bambini? Di quale obbedienza si tratta? Come ne parla Benedetto? Non si tratta di una rimozione della propria identità, di un'accettazione passiva, di una rinuncia, tutto al contrario! Si tratta di un lavoro, di uno sforzo, insomma, che riguarda una cosa da costruire, da trasformare (in sostanza ciò che è il lavoro). L'obbedienza è il cammino stesso, è il viaggio intrapreso dal figlio prodigo: il lavoro delle gambe che camminano, quello delle spalle che sostengono il sacco, quello dello spirito che si interroga e che prepara l’incontro con il Padre.

Noi disponiamo, nella storia della Chiesa, di un bell’esempio che mostra un atto collettivo d'obbedienza rivoluzionaria: è la fondazione di Cîteaux, dove si vede la qualità dell’impegno che fa scaturire negli spiriti e del viaggio che suscita. Come abbiamo già visto, in quest'episodio della storia monastica la Regola svolge un ruolo centrale, poiché i fratelli di Molesme, che poi fondano Cîteaux, hanno la preoccupazione di vivere rigorosamente secondo la Regola.

3. Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore.

La Regola è un libro teso verso il suo destinatario, lo abbiamo visto fin dalla prima parola. Appena più in là, al terzo versetto, Benedetto si preoccupa di definire le condizioni d'enunciazione e di ricezione del suo libro, che rafforzano con ciò anche il carattere pragmatico che egli le conferì fin dalle prime righe. Ecco qui che parla del suo discorso (mihi sermo) alla prima persona, quindi precisa a chi egli si rivolge: “a te„, una persona singolare alla quale si rivolge direttamente, a tu per tu. Quindi, si prende la briga di riunire l’ “io„ ed il “tu„, in uno stesso momento, che è quello della comunicazione diretta, della parola che si trasmette qui ed ora. Non siamo dunque nel tempo indeterminato del discorso sempre vero e valido per tutti, né in quello, datato, di un tempo passato, ma l'autore si situa nel momento della ricezione. Questa regola si rivolge a te qui (non lo dice, ma lo si capisce) ed ora. È per questo che precisa: “chiunque tu sia„. La Regola è destinata ad ogni persona che la riceve nel tempo in cui la riceve. L'autore non parla ai soli monaci che lo circondano, egli destina il suo discorso a chiunque vuole farselo proprio. Notiamo che se la Regola riguarda “chiunque tu sia„, è per il fatto che non è destinata in primo luogo ad una categoria, ad una situazione preliminare. Ciò che caratterizza il destinatario di san Benedetto non è la sua classe sociale, la sua situazione, le sue condizioni di salute, la sua professione, la sua età, ma significa che la Regola di san Benedetto non è proprietà di nessuno - neanche dei monaci, anche se essa è destinata soprattutto a loro.

Ma non dovremmo sbagliarci sulla natura di quel “chiunque tu sia„. Poiché il “tu„ al quale si rivolge Benedetto è determinato. Tutto il seguito del versetto descrive chi egli è e soprattutto ciò che egli fa. Non soltanto non si tratta di uno qualsiasi, né nell'assoluto né nella relatività del mondo che va e che viene, ma non è neppure un semplice ricevente, destinatario di un discorso: questo “tu„ è un soggetto, soggetto grammaticale di tre verbi nella frase e soprattutto soggetto attore dei suoi atti. Benedetto descrive ciò che sono questi atti, quale è questo impegno con il quale il destinatario si adegua alla Regola: si tratta di mettersi al servizio del “vero Re „, di “militare sotto Cristo Signore„, essere, insomma, un soldato o, perlomeno, un discepolo. Ma, precisamente a questo discepolo, Benedetto fissa una disciplina: vivere per il Signore, significa adottare un modo di vita particolare, che egli caratterizza con due atteggiamenti reciproci: rinunciare alla propria volontà e prendere le armi dell'obbedienza. Chiunque entra nella milizia di Dio rinuncia ad essere al servizio di sé, della sua vita, e rinuncia ad essere al servizio di un padrone di questo mondo. La Regola non è limitata ai soli monaci, ma non è neppure applicabile a chiunque ed in qualsiasi condizione. In particolare, occorre essere molto attenti alla singolarità di questo “tu„ al quale si rivolge Benedetto. È singolare, nel senso che la scelta di mettersi al servizio di Cristo è un atto personale, che impegna la persona tutta intera e la riguarda singolarmente, ma l'impegno descritto esclude che questa persona possa vivere nel suo angolo, solitario, applicando isolatamente la Regola solo per sé. La Regola è interamente tesa verso una realizzazione, un'attuazione, che rappresentano pienamente la sua finalità. Questa presenta tutti gli aspetti di un combattimento (prendere le armi), che suppone, per lo meno, di compiere delle azioni (rinunciare, militare), impegnare la propria vita in una direzione che si trova al di fuori di sé. Il “chiunque tu sia„ non è dunque una persona qualunque. Sebbene destinata ad ognuno, la Regola riguarda colui che si sente destinatario di essa, come se fosse stata scritta proprio per lui e che, nello stesso tempo, cessa di considerarsi come un destinatario per diventare mittente, con un ruolo attivo nel progetto di Dio, come Benedetto suggerisce nel versetto seguente.

Agire significa essere figlio

5. Affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta.

6. Bisogna, dunque, servirsi delle grazie che ci concede per obbedirgli ad ogni istante con tanta fedeltà da evitare, non solo che egli giunga a diseredare i suoi figli come un padre sdegnato…

 L'obbedienza, di cui si è già parlato, diventa ora l'oggetto, nel versetto 6, di uno sviluppo che permette di coglierne più facilmente la posta. In primo luogo, occorre comprendere questa nel piano di Dio, in quanto figli, come San Benedetto dice nel versetto 5. Chiamati “figli„, noi siamo introdotti in una discendenza, nella trasmissione di un'eredità, ovvero ciò che spetta di diritto a chi viene attribuito un nome in senso proprio, un nome che non serve soltanto a nominarmi, ma anche a chiamarmi (a farmi avvicinare), me e solo me. L'obbedienza a Dio non è in realtà nient’altro che la risposta alla chiamata del nostro nome, della nostra propria esistenza. L'obbedienza di cui parla San Benedetto, è dunque la nostra vocazione. E questa è definita dai doni che abbiamo ricevuto. In altre parole, ciò a cui noi dobbiamo obbedire, è la chiamata che Dio ci ha indirizzato, dandoci i mezzi per rispondervi. Questa chiamata è singolare, unica.

Enzo Bianchi, il priore di Bose, collega la nostra vocazione al nostro battesimo: è il giorno in cui siamo stati battezzati che noi siamo stati chiamati. “Quando il Signore chiama qualcuno, scrive, egli lo chiama ad essere cristiano in una precisa condizione; non esiste una vocazione battesimale a fianco di un'altra vocazione, posteriore e distinta. C’è una sola vocazione per ciascuno di noi e dobbiamo scoprirla con l’aiuto dello Spirito Santo 2)„. È probabilmente questo l'oggetto della nostra conversione, scoprire ciò a cui siamo chiamati – e per farlo una vita ci basta a fatica. “Quest'unica parola, che il Signore ha pronunciato per noi il giorno in cui ci ha voluti suoi figli con il battesimo, deve essere percepita da noi gradualmente in tutta la sua pienezza. Dobbiamo fare in modo che la scelta che il Signore ha effettuato per noi, una volta per tutte, nella sua sovrana libertà, trovi lo spazio ed il terreno adeguati per svilupparsi interamente al fine di raggiungere il compimento voluto da Dio 3)„.

I doni che abbiamo ricevuto ci permettono di trovare lo spazio di diffusione della nostra vocazione. Ed è in ciò che consiste la nostra conversione, il nostro ritorno: rispondere al nostro Creatore, rendere i doni ricevuti, mettere in atto la libertà che ci è stata data. Poiché, naturalmente, nulla è possibile senza di questa.

Catherine Chalier, nel bel libro che ha destinato alla conversione, esamina con cura il paradosso che è qui implicitamente in gioco 4). Lo fa commentando il versetto 18,4 del libro di Ezechiele: “Tutte le anime (Bibbia CEI: tutte le vite. Ndt) sono mie (heu cal haNechamot li), dice il Signore„. Si potrebbe pensare, fa notare, che questa proclamazione divina segni l'assenza di libertà per l'uomo, come si potrebbe dedurlo dal versetto 6 del prologo della Regola. È l'opposto. Se appartiene alla stirpe di Dio, l’anima dell'uomo non appartiene alla stirpe dei suoi genitori. Ogni bambino è liberato dalla costrizione di dovere portare il giogo dei difetti dei suoi genitori ed, al contrario, non può fare valere i loro meriti per sé stesso. La frase di Ezechiele annuncia a ciascuno la buone novella della sua libertà, dice che ciascuno ha una parte di sé stesso, chiamata “anima„, che non appartiene a nessuno, che resiste all'influenza di un uomo su un altro e che fa in modo che ciascuno possa perdersi o salvarsi (Ez 18,26-27). Come lo sottolinea Catherine Chalier, Ezechiele non definisce l’anima tramite la sua natura ontologica o divina, egli la descrive come una risposta ad una chiamata alla vita: una risposta mai completamente data, da rinnovare incessantemente, in ogni momento; una risposta che nessun’altro al di fuori di sé può dare. Il figlio, alla stregua del padre, è eletto per rispondere ad una chiamata che ciascuno sente nella sua unicità insostituibile. Così, conclude Catherine Chalier, si può concepire la conversione come una risposta: una risposta al proprio Creatore.

5. Affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta.

Improvvisamente San Benedetto non parla più ad un “tu„ ma ad un “noi„. Non è una semplice espansione del suo auditorio resa da un semplice passaggio dal singolare al plurale - in questo caso avrebbe scritto “voi„. No, si tratta di un cambiamento di collocazione: egli include il destinatario particolare non soltanto in un insieme comune, plurale ma, soprattutto, gli fa lasciare la posizione di destinatario per porlo nella posizione di un soggetto attore: “noi„ è una prima persona. E vedremo presto che Benedetto passerà all'imperativo ed a dei verbi d'azione.

La cosa più importante da osservare è che il cambiamento di collocazione enunciativo non è un effetto stilistico od un mezzo retorico per sollecitare il suo lettore: in questo versetto avviene la conseguenza diretta di ciò che si è detto nel versetto precedente. È perché Dio è il perno della vita cristiana, il destinatario delle preghiere e delle azioni dell'uomo e, soprattutto, l'attore principale della vita del credente, che fa in modo che tutti i “tu„ che costituiscono la comunità diventino un “noi„. Il “noi„ della comunità è unito in Dio e nella stessa tensione verso Dio. Benedetto lo dice: “dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli„. È il fatto di essere figli di Dio che ci costituisce come “noi„. L'unità della vita di ciascuno di cui si è trattato nel versetto 4, il compimento delle nostre azioni in Dio e, grazie a lui, unifica anche tutti i membri della comunità che non sono tesi, ciascuno isolatamente, verso Dio nella preghiera e nella realizzazione del bene, ma formano un insieme unito.

Agire, alzarsi nella fede

8. Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: "E' ora di scuotersi dal sonno!" (Rm 13,11).

“Alziamoci, dunque, una buona volta„. Tutto ciò che precede sembra riassumersi in questa frase conclusiva: alzarsi, dunque, alzarsi una buona volta. La portata dinamica dell'ingiunzione si prolunga nei versetti seguenti. San Benedetto comincia per associarlo al risveglio. E cita san Paolo nella lettera ai Romani in cui dice di scuotersi dal sonno. Questo risveglio concorda esplicitamente con la conversione, il ritorno, il lavoro contro l’ignavia della disobbedienza, di cui l'autore ha parlato nei versetti precedenti. “Alziamoci„ riassume tutto ciò che egli ha detto sulla mobilitazione “militante„, la presa di armi, l'impegno. Ma San Benedetto lo associa anche al fatto di aprire gli occhi ed ascoltare. Come lo sottolinea molto saggiamente Philippe Charru, “mettersi in cammino significa rispondere ad una chiamata che si è recepita, significa tendere il proprio sguardo verso colui che ha chiamato 5)„. San Benedetto ci convoca ad una nascita nuova, quella della fede. È l'esperienza anche di Pietro quando si arrischia ad andare sul mare di Galilea, secondo Philippe Charru: “Quando Pietro cammina sulle acque, egli guarda Gesù, risponde alla sua chiamata [...] Egli è questo nuovo-nato nella fede che, alla voce di Gesù (Vieni!), si mette a camminare sulle acque che potrebbero inghiottirlo nell'abisso 6)„. Egli sta in piedi, si è alzato e cammina sul mare perché osserva Gesù. Ma appena osserva i suoi piedi, affonda. “Un bambino che fa i suoi primi passi non osserva mai i suoi piedi, ma colui o colei che, in piedi davanti a lui, lo chiama e lo attende 7)„. È così, spiega Charru, che “si costruisce lo schema corporale della stazione eretta„. Andare, significa uscire da sé, dimenticarsi, rispondere all'altro che sollecita, invita, aspetta. Ascoltare, sentirsi dire: “Vieni! „ ed alzarsi, andare, avanzare è un tutt’uno. Ecco ciò che ci dice san Benedetto in sostanza. Chi ha orecchie intenda e si alzi, poiché la voce è esplicitamente una chiamata a venire. “E che dice? „ chiede il versetto 12. La risposta è presa in prestito dal Salmo 33: “Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio „. Venire, avanzare, anche correre (versetto 13) sono azioni già tutte contenute nella prima parola del prologo.

Agire per giungere alla meta

Con il versetto 4, San Benedetto inizia a definire l'attuazione di cui la Regola è il programma. Lo fa situando l'uomo di fronte a Dio.

4. Prima di tutto chiedi a Dio, con costante ed intensa preghiera, di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere.

Nel monastero, così come San Benedetto lo descriverà nel corso della Regola, il servizio di Dio viene per primo. Opus Dei, “l'opera di Dio„: così Benedetto qualifica la costante ed intensa preghiera che i monaci indirizzano a Dio a partire dal cuore della notte fino alla fine del giorno, nel corso degli uffici che si succedono e che costituiscono, col loro susseguirsi, una glorificazione permanente di Dio. Lo precisa al capitolo 16 (versetto 1) della Regola: "Sette volte al giorno ti ho lodato", dice il profeta. (Sal 118,164).

Opus Dei: Si crede di capire che Benedetto concepisca questo servizio come l'opera dei monaci in direzione di Dio (il servizio a Dio, per Dio). Il modo in cui ne parla al versetto 3 del prologo va in questo senso. Il monaco è impegnato a servire Dio come un cavaliere, a militare per il vero Re, con delle armi specifiche: l'obbedienza e la rinuncia alla sua propria volontà. Ma non occorre anche comprendere il servizio di Dio come l'opera di Dio stesso, che lui stesso dirige nel coro e nel cuore dei monaci?

All'inizio di ogni ufficio, i monaci cominciano col chiedere l'aiuto di Dio, in una breve preghiera che dice: “O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad aiutarmi„. È la stessa preghiera che apre il servizio della cucina, al capitolo 35 (versetto 17) della Regola: “Il fratello che succede nel servizio, dica: "O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad aiutarmi"„. Come per il servizio di Dio, l'azione dei servizi comunitari comincia con una preghiera nella quale i monaci riconoscono la debolezza dei loro mezzi.

Tuttavia, nel versetto 4 del prologo, c'è ancor più del riconoscimento dei limiti umani e della domanda d'aiuto a Dio. C'è l'idea che è Dio stesso a condurre l'azione dell'uomo. Un'altra traduzione dice più chiaramente: “Supplica il Signore con costante ed intensa preghiera di gestire lui stesso questa azione fino alla fine„. Ciò lascia intendere: fino al suo compimento totale, fino alla sua unità piena ed intera.

L'evangelista Giovanni ci riporta la preghiera di Gesù all'inizio della sua passione (Gv 17,1-5). Egli si rivolge al Padre: “Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare „. Gesù parla della sua missione, della sua vita, delle azioni compiute, dell'insegnamento, del reclutamento dei discepoli, delle guarigioni, dei prodigi, dell'attenzione portata agli uomini, della pace, della dolcezza, della veemenza, della testimonianza che ha reso, come di una glorificazione del Padre. Per noi uomini, dice San Benedetto, non è la totalità delle nostre azioni che glorificano Dio (tutt’altro!) ma, quando queste sono buone e quando sono servizi d'amore destinati agli altri, allora sono trasmesse da Dio. Esse entrano nel progetto di Dio, egli le onora portandole a termine, dando loro un significato divino, celeste. Mettendo l'accento sui nostri limiti umani, sula nostra incapacità di fare il bene da soli, sulla necessità di esservi aiutati da Dio, San Benedetto mostra anche la verosimile grandezza dell'uomo preso in carico da Dio, che lo innalza al suo livello. Le buone azioni sono una glorificazione di Dio, nel senso che partecipano già alla sua gloria.

San Benedetto designa le buone azioni come un segmento della nostra vita prolungata in Dio, un segmento che la mano di Dio prosegue e conduce al suo termine glorioso. Si comprende meglio perché Benedetto parli delle “armi potenti e gloriose dell'obbedienza„ e della rinuncia alla nostra propria volontà. Non si tratta per l'uomo di mutilare la sua libertà, si tratta di farsi coinvolgere nel progetto di Dio, di lavorare alla sua gloria piuttosto che alla propria, di fare la sua volontà “come in cielo così in terra„. Come in cielo così in terra, poiché c'è una contiguità possibile. Uno dei luoghi contigui dalla terra al cielo è, naturalmente, il monastero. È il senso stesso del monastero che è qui definito: è un anticipo del cielo, l’intera vita del monaco è una glorificazione del Signore. Non che il monastero sia già il paradiso, ma è un luogo della terra che è attiguo al cielo. Se ciò è vero del monastero, allo stesso modo lo è per tutti i luoghi abitati dai discepoli del Signore, per tutti i luoghi della Chiesa.

Un movimento d'inversione

C'è qualcosa di estremamente sottile in ciò che ci dice San Benedetto nel versetto 4 del prologo sul completamento delle azioni dell'uomo da parte di Dio. La dialettica che egli definisce ha a che fare molto da vicino con la conversione di cui egli ha appena parlato e di cui riparlerà alcune righe dopo. La conversione agli occhi di San Benedetto, ricordiamolo, non è un semplice movimento di sovvertimento, ma si tratta ben più di un'inversione della nostra vita. È di questa inversione che parla in questo versetto. Proviamo a collocarla ed a misurarne la portata.

“Chiedi a Dio con costante ed intensa preghiera di portare a termine„. Nel mondo limitato nel quale vive, l'uomo non può illudersi di portare a termine gli atti di bontà che intraprende. Per incapacità congenita e perché la bontà, il dono di sé, è precisamente un superamento dei suoi limiti. Dio solo può completare i tentativi dell'uomo di fare il bene precisamente perché le “buone azioni„ appartengono al cielo, sono l’emanazione di Dio, dell'eternità, di ciò che non si conclude. In questo passaggio, Benedetto invita il monaco a chiedere a Dio di piegarsi al nostro mondo finito, dall’eterno non finito dove regna: che Lui, che è il non finito stesso, completi ciò che l'uomo non riesce a condurre al suo termine. C'è una sottile doppia contraddizione che può spiegarsi soltanto in una prospettiva messianica: fare l'opera di Dio (o lasciare operare Dio in sé), significa fare avvenire qui ed ora, in questo mondo limitato, qualcosa dell'illimitato di Dio. È ciò significa partecipare al tempo messianico, significa essere nei limiti del finito pur cercando di uscire da esso, significa completare in Dio ciò che l'uomo non riesce a fare da solo.

Così succede a Marta ed a Maria che, allo stesso tempo, continuano la loro vita e l’hanno superata, che continuano ad essere nel mondo e già rendono visibile il Signore e partecipano della sua glorificazione. In ciò, tutti e tre realizzano l’hos me (Greco: ὡς μή. Ndt) (come se non) che presenta san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non (hos me) l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo! „ (1 Cor 7,29-31). La conversione ci fa vivere un tempo contratto che sovverte la condizione di ciascuno. La fede in Gesù risuscitato trasfigura, rende Dio visibile in noi. Che ciascuno resti nella sua condizione, dice san Paolo, questa è trasfigurata, qualunque essa sia: che sia quella dello schiavo o quella di un padrone, quella di Marta o di Maria. Come dice Dom Mauro Giuseppe Lepori, Marta continua a servire, Maria e Lazzaro a farsi servire, ma tutto è cambiato perché ciascuno di loro incarna ora il Cristo e lo glorifica 8).

“Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. [...] Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù. „ (Gv 12,1-11). Come si presenta la vita nuova? I nostri tre amici di Betania ce lo mostrano in una semplicità che disarma. Nessuno dei tre è diventato missionario, predicatore del Vangelo, spiega il padre Lepori 9). Loro hanno continuato a vivere la loro vita abituale. Ma alla domanda di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita. Credi questo? „, ciascuno dei loro gesti e dei loro sguardi risponde: “Sì, io credo! „ Dom Giuseppe Mauro spiega che la forma che assume questa testimonianza si riassume nel fatto che ormai Gesù basta loro, Gesù è tutto per ciascuno di loro: “Marta serve e, miracolo dei miracoli, non si lagna di sua sorella che non lo fa! Maria spreca tutto il suo profumo ed esprime liberamente tutto il suo amore per Gesù, senza temere il giudizio e lo sguardo degli altri. Lazzaro si presenta come testimonianza tacita, ma eloquente, della potenza di resurrezione di Gesù ed esponendosi al pericolo reale di morire per lui. Egli non vive la sua nuova vita per vivere [per godersi la vita], ma per rendere testimonianza a colui che gli dona la vita„. 10) Secondo il pensatore ebreo Gershom Scholem, citato da Giorgio Agamben, “il tempo messianico è quello del waw inversivo 11)„. Per spiegare il tempo messianico, Scholem fa appello ad una caratteristica grammaticale della lingua ebraica. In ebraico, i verbi non hanno tempi, come invece li abbiamo nelle nostre lingue. Non esiste un presente, un passato, un futuro, ma delle forme aspetti. L'ebraico distingue ciò che è terminato (e che corrisponde a volte al passato, a volte al presente) e ciò che non è terminato (è il caso del presente e del futuro): compiuto ed incompiuto. Negli enunciati narrativi, l'ebraico utilizza una parola posta dinanzi al verbo (in realtà si tratta di una semplice lettera, il waw) che ha la proprietà di invertire la forma del verbo: il waw, messo dinanzi ad un verbo con senso incompiuto, rovescia la sua forma e ne fa un senso compiuto, oppure il contrario. Questa nozione d'inversione sembra essenziale alla comprensione del tempo messianico. Secondo Scholem, il tempo messianico non è né il finito, né il non finito, né il passato né il futuro, ma la loro inversione. Nel tempo messianico ciò che è finito (l'umano, il mondo secolare, gli eventi storici) si trova rovesciato e prende una dimensione non finita, celeste, futura in anticipo e, di conseguenza, già presente: ciò che si manifesta come il non finito del cielo scende sulla terra. In un certo qual modo, Dio porta a compimento e “rende incompiuta„ allo stesso tempo la buona azione dell'uomo.

Le Beatitudini, proprio qui

15. "Chi è l'uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?". (Sal 33,13).

Alla domanda che Benedetto prende in prestito dal Salmo 33, egli immagina una risposta: “Se a queste parole tu risponderai: "Io!", Dio replicherà: "Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, … “„. A questa nuova interrogazione egli dà la risposta del Salmo 33, che segue la domanda iniziale: “guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila„. Quindi spiega: “Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: "Ecco sono qui!" (Is 58,9). Fratelli carissimi, che può esserci di più dolce per noi di questa voce del Signore che ci chiama? Guardate come nella sua misericordiosa bontà ci indica la via della vita! „ (Prologo, 18-20).

Questo cammino è, lo si indovina, quello che Gesù raffigura nelle Beatitudini. Qui Benedetto ce lo fa comprendere in modo diverso da quello di una speranza “Beati i poveri poiché vedranno Dio„. San Benedetto rovescia l'argomento: comincia per chiedere se c’è qualcuno che vuole essere felice. Si suppone che ciascuno risponderebbe: “Sì, io lo voglio”. È l'ipotesi nella quale si pone: se si risponde: “Io„, allora… allora, ecco ciò che Dio ci dice. Cristo ha detto: Beati i poveri, beati i giusti, beati i cuori semplici…„. La felicità non è la soddisfazione delle proprie passioni, l'accumulo delle ricchezze, la soddisfazione della propria natura, o della natura che è in noi, ma è la risposta alla grazia che ci è fatta da Gesù, rivolta a noi nelle Beatitudini. Se si vuole essere felici, allora dobbiamo essere poveri. È questo il cammino della Regola. Il monastero è il luogo dove la felicità si costruisce già lì, dove il cielo non è solo una promessa per il futuro, ma un cantiere da realizzare, che Benedetto descrive al presente: allontaniamoci dall'iniquità, operiamo il bene, cerchiamo la pace e seguiamola. Qui, senza dubbio, si trova il centro nevralgico di tutta la Regola. La forma di vita descritta da San Benedetto è, come egli dice, il “cammino„, colui che va verso la felicità in Dio. André Chouraqui traduce la parola “beato„ che scandisce le Beatitudini con la parola “in cammino! „. La felicità non è una ricompensa ottenuta più tardi, la si impegna fin d'ora, è un movimento, un cammino, uno spostamento. Di conseguenza, la povertà della vita monastica, l’ascesi, la vita comune, la ricerca di relazioni composte, non sono mezzi per accedere al cielo, ma sono la realizzazione del cielo, la loro attuazione reale. Il cielo non è un mondo virtuale, è già cominciato. Certamente il monastero non è il paradiso, poiché gli uomini restano peccatori, ma è il luogo della sperimentazione della felicità nella condivisione e nell'umiltà. Il grande capitolo 7 che vi è dedicato si sviluppa come un cammino, o come una scala che sale poco a poco.

Ora, ritornando sulla questione dell'inizio di questo capitolo, possiamo meglio concepire ciò che ne è dell'azione delle piccole regole, suggerite dalla Regola. Facendo da eco alle Beatitudini: “Beati gli umili, essi erediteranno la terra„ (Mt 5,3; Lc 6,20), Benedetto dice: Se tu vuoi essere felice, allora sii umile ed erediterai la terra. L'azione, secondo Benedetto nella Regola, è la realizzazione del cielo, non con le proprie forze nell'illusione mondana, ma al prezzo di un'inversione totale “di conversione„ che consiste nel fare agire Cristo in sé stessi.

 

NOTE

- Le citazioni della Regola sono estratte dal sito http://ora-et-labora.net (Ndt)

0). Molto brevemente: le “piccole regole” sono “dei mezzi, delle decisioni, personali o collettive” che i laici del monastero La Grange Saint Bernard di Clairvaux utilizzano per vivere secondo la Regola. I “laboratori” sono i luoghi ed i momenti dove la Regola viene letta e compresa e dove vengono discusse e redatte le piccole regole, al fine di poter vivere la Regola nella sua pienezza. (Ndt)

1). Michel Henry, C’est moi la vérité, Seuil, 1996.

2). Enzo Bianchi, Le Manteau d’Êlie, Abbaye de Bellefontaine, collection «Vie monastique» n° 26, 1991, p. 19.

3). Ibid.

4). Catherine Chalier, Le Désir de conversion, Seuil, 2011, p. 13-15.

5). Philippe Charru, Quand le lointain se fait proche. La musique, une voie spirituelle, Seuil, 2011.

6). Ibid.

7). Ibid.

8). Dom Mauro Giuseppe Lepori, « Conscience du projet communautaire de la vie cénobitique. “Moi je suis la Résurrection et la Vie. Crois-tu cela ?” », art. cit.

9). Ibid.

10). Ibid.

11). Si parla anche diwaw conversivo„.

 


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17 gennaio 2016               a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net