Regola di S. Benedetto

Capitolo XXXIII - Il "vizio" della proprietà: 1 Nel monastero questo vizio dev'essere assolutamente stroncato fin dalle radici, 6  "Tutto sia comune a tutti", come dice la Scrittura, e "nessuno dica o consideri propria qualsiasi cosa".

Capitolo XXXIV - La distribuzione del necessario: 1 "Si distribuiva a ciascuno proporzionatamente al bisogno", si legge nella Scrittura. 2 Con questo non intendiamo che si debbano fare preferenze - Dio ce ne liberi! - ma che si tenga conto delle eventuali debolezze; 3 quindi chi ha meno necessità, ringrazi Dio senza amareggiarsi, 4 mentre chi ha maggiori bisogni, si umili per la propria debolezza, invece di montarsi la testa per le attenzioni di cui è fatto oggetto 5 e così tutti i membri della comunità staranno in pace.

 Capitolo LV - Gli abiti e le calzature dei monaci: 20  In questo, però, deve sempre tener presente quanto è detto negli Atti degli Apostoli e cioè che "Si dava a ciascuno secondo le sue necessità". In questo, però, deve sempre tener presente quanto è detto negli Atti degli Apostoli e cioè che "Si dava a ciascuno secondo le sue necessità". 21 Quindi prenda in considerazione le particolari esigenze dei più deboli, anziché la malevolenza degli invidiosi. 22 Comunque, in tutte le sue decisioni si ricordi del giudizio di Dio.

 



7. La legge della condivisione

Settimo:«Non rubare» (Es 20,15).

estratto da "I dieci comandamenti - leggi del cuore" di Joan Chittister O.S.B. - Ed. Queriniana

 

In principio...

Prima di decidere che il comandamento «Non rubare» è chiaro nel suo significato, o che non necessita di una spiegazione, o è ovvio nella sua applicazione, dobbiamo considerare due dati forniti dall’informazione contemporanea. Il primo dato compara gli stipendi che le aziende statunitensi pagano ai loro dirigenti con l’importo pagato ad altri dirigenti nel mondo. In Germania,. un dirigente d’azienda guadagna 21 volte la paga media di un operaio; in Giappone, 16 volte.

Nel 1980, i dirigenti delle aziende statunitensi ricevevano uno stipendio che era 42 volte la paga media di un operaio. Dal 1990, il rapporto è cresciuto fino a 85 volte la paga media di un operaio. Nel 2000 era 531 volte più alto della paga degli operai, che con il loro lavoro rendono possibile il profitto.

Oppure, per porre la questione in un altro modo, il programma di sviluppo delle Nazioni Unite riportava, nel 1998, che le 225 persone più ricche del mondo avevano un reddito annuo complessivo pari a quello dei due miliardi e mezzo di persone più povere del mondo. Questo significa, approssimativamente, una metà della popolazione mondiale. Sessanta di queste persone vivono negli Stati Uniti.

Questa è la gente che insiste nel dire che i programmi di previdenza devono essere tagliati e che le agevolazioni fiscali sono necessarie per assicurare i margini di profitto delle più ricche società di capitale nel mondo.

In un mondo come questo, il settimo comandamento «Non rubare» è nuovo quanto il giornale del mattino. Il concetto ebraico di rubare, così com’era sentito da un clan nomade, rurale, pastorale, era molto differente da come lo intendiamo oggi. Noi presumiamo che la funzione di una legge penale sia quella di proteggere la proprietà del ricco dall’ingordigia del povero. Israele, invece, presumeva che la funzione di questo comandamento fosse di proteggere la comune proprietà del clan – il pozzo dell’acqua, la terra da pascolo, il gregge – dall’espropriazione individuale per amore del profitto personale.

Per gli israeliti, tutta la proprietà era posseduta in comune e il benessere della comunità sostituiva tutte le appropriazioni individuali. Dio era il proprietario della terra; essi erano al massimo i suoi custodi, i suoi guardiani, i suoi amministratori. La terra era stata data loro in ‘prestito’, per il benessere di tutti. Privare un qualunque membro della comunità della sua parte, privarlo delle cose che gli erano necessarie, significava peccare contro Dio.

Il concetto è antico e sacro, ancora vivo e fiorente nelle tribù dei nativi americani, le cui terre abbiamo delimitato per i nostri progetti nelle guerre indiane del XIX secolo, e di esso si trovano ancora residui nel piano regolato re di quelle città europee dove i diritti ai pascoli pubblici rimangono parte e porzione dei ‘terreni demaniali’ della città.

Solo quando gli israeliti cominciarono a installarsi in aree urbane, nelle città cananee, emerse il concetto della proprietà privata e della sua sicurezza, come altra dimensione della vita comune. Ai nostri giorni, l’intera nozione di proprietà ‘privata’e della sua relazione con il bene comune è controversa. Le nazioni ricche derubano le nazioni in via di sviluppo delle loro risorse nazionali, del loro lavoro e della loro terra a prezzi irragionevoli.

Invece, Israele scriveva leggi non per proteggere il ricco dal povero, ma per proteggere il povero dallo sfruttamento da parte del ricco. La Scrittura è piena di avvertimenti contro l’usare pesi falsi per pesare il grano al mercato, o il caricare interessi su di un debito, o il trattenere in garanzia il mantello di un debitore per la notte, anche se senza di esso egli poteva morire di freddo.

Le leggi riguardanti la carità, l’elemosina, la distribuzione. dei beni sono chiare nell’ebraismo. Un minimo di un decimo del reddito appartiene a Dio e deve essere usato per prendersi cura del popolo di Dio (Gen 28,22). Nessun israelita poteva sfuggire all’obbligo di prendersi cura di quelli che non potevano provvedere a se stessi: i sacerdoti, perché si dedicavano interamente al culto di Dio, e i poveri, perché non erano in grado di procurarsi il sostentamento.

La possibilità di spigolare – il diritto del povero sulla parte non raccolta delle messi nel campo e l’obbligo per l’agricoltore di lasciare indietro parte del prodotto della stagione, compreso ciò che cade dai carri dell’agricoltore alla fine della giornata di mietitura – assicurava al povero d’Israele la sua porzione di ogni messe. Anche della messe che egli non aveva piantato, che non aveva coltivato, che non aveva raccolto.

Anche le primizie di ogni prodotto appartengono a Dio. Il meglio – non il peggio di ciò che un agricoltore coltivava – apparteneva a quelli che erano nel bisogno. Ogni ebreo, pure il povero, così prescriveva la legge ebraica, era tenuto a dare almeno un terzo di sheqel all’anno per aiutare coloro che erano ancora più poveri. Qui non si parla di ridurre i fondi previdenziali, così che il ricco possa diventare più ricco.

La Bibbia proibisce lo spreco con altrettanta certezza con cui comanda la carità. «Non devi distruggere gli alberi», ordina il Deuteronomio (20,19). Niente va distrutto di quanto qualcuno utilizza, ma deve essere messo a disposizione di chi ne ha bisogno. Sprecare cibo, darsi a un ostentato consumo, gettando via cose che hanno ancora valore semplicemente per avere cose nuove, significa rubare a quelli che hanno bisogno di quelle cose, ma non possono permettersele.

Le implicazioni sociali di quest’eredità continuano a essere valide per cambiare il modo in cui una società opera.

Avere scuole nei centri urbani senza laboratori informatici, mentre i bambini dei ricchi dispongono di due o tre computer all’anno, viola quello che per gli ebrei era un comandamento, «Non rubare». Per le aziende, il ricorso regolare a piani di leasing per l’acquisto di strumenti tecnologici che vengono annualmente eliminati, senza distribuire quegli stessi strumenti a gruppi che ne hanno bisogno, nella prospettiva della Bibbia significa defraudare il povero.

Rubare, quindi, in senso biblico non è tanto un peccato privato o personale quanto un peccato sociale. Accaparrarci ciò di cui non abbiamo bisogno, distruggere ciò che è utile a un altro, privare i membri della comunità delle loro necessità basilari è rubare.

Una rigorosa onestà nel trattare gli affari è il fondamento dell’intera Toràh, così apprendono gli ebrei. Il bambino ebreo sa che questa è la prima cosa per cui una persona viene giudicata dal tribunale celeste. Gli affari e la carriera, per quanto di successo sia l’affare e per quanto irresistibile sia la carriera, sono sempre da considerare secondari rispetto ai nostri doveri verso Dio.

In ultima analisi, quindi, questo comandamento ci chiede oggi a gran voce di ripensare l’idea occidentale per cui l’accumulo di ricchezza è un ideale degno della vita umana. Esso ci rammenta che condividere è l’imperativo umano, poiché tutti, in qualche modo, dipendiamo da qualcuno per procurare ciò di cui ciascuno ha bisogno. Nessuno è completamente autosufficiente. Questo comandamento ci rammenta che la retribuzione deve essere giusta. Ci rammenta che rubare riguarda il metodo molto più di quanto riguardi il danaro.

In un mondo in cui le società che gestiscono carte di credito caricano dal 12 al 21% d’interessi e tre miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno, mentre la media dei dirigenti di una delle 500 aziende più fortunate guadagna annualmente oltre 8.500.000 dollari, «Non rubare» può essere il comandamento che prova ciò che Gesù intendeva quando diceva: «È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24).

L’‘affare’, la ‘truffa’, le scappatoie legali che costituiscono i modelli dell’attività commerciale del XXI secolo fanno del furto il profilo e il fondamento del commercio mondiale. Quelli che hanno prendono di più. Quelli che non hanno prendono meno. Non sono ammesse domande. Ma quelli che non hanno niente ricevono solo disprezzo.

Con l’ascesa della classe media e l’industrializzazione del mondo occidentale, la teologia riformista si è allontanata dall’obbligazione scritturistica di provvedere ai poveri con sistemi che consentissero di spigolare i loro mezzi di sussistenza dal superfluo degli altri. Invece, è andata emergendo tutta la filosofia di un ‘aspro individualismo’. Quelli che potevano prendere potevano avere. Quelli che non potevano prendere morivano sui marciapiedi delle nuove città emergenti, o vivevano nello squallore. Alienavano i loro corpi in pesanti lavori a giornata nel XIX secolo, e sentivano le loro anime schiacciate dalla vergogna di dipendere dall’elemosina e da file per il pane nel XX secolo.

Ora piccoli assegni, troppo scarsi per assicurare la loro dignità e dati con riluttanza, privano i loro figli di assistenza medica e di tre pasti al giorno.

Rubare è diventato l’ordine del giorno in un mondo strapieno di ricchezza e, allo stesso tempo, brulicante di poveri.

L’interpretazione del comandamento, ristretta al livello personale, dà un conforto molto illusorio a quelli per i quali il tema della giustizia sociale è stato da lungo tempo trascurato nella loro comprensione del Decalogo che ordina la condivisione comune. «Non rubare» è stato ridotto a non taccheggiare, non commettere piccoli furti, non borseggiare, non praticare furto con scasso, non fare sottrazioni insignificanti. È diventato la sfera d’azione delle persone povere, delle persone malate, delle persone immature.

Ma il rubare che il Decalogo ha veramente in mente, di cui veramente s’interessa, è in realtà diventato il peccato delle persone ricche, delle persone potenti, delle persone che sono in condizione di dire «prendere o lasciare» a tutti quelli che cercano un salario per vivere, o una sovvenzione per la casa, o sussidi medici e pensioni.

«Io ho udito il grido del mio popolo in Egitto» (Es 3,7), dice YHWH a Mosè nel roveto ardente, «e ho intenzione di liberarlo». Il solenne pronunciamento di YHWH, che fece cadere piaghe su di un popolo che riduceva gli ebrei in povertà, li sovraccaricava di lavoro e li sottopagava, diffonde un tremore attraverso tutte le Scritture ebraiche. Se ascoltiamo attentamente, è quasi possibile avvertire ancora quel fremito adesso, nel nostro tempo, allorquando 225 persone ricche hanno un reddito annuo pari a quello di due miliardi e mezzo di persone poverissime sul pianeta e, di conseguenza, i più poveri muoiono quotidianamente d’inedia.

 

E poi...

 

Rubare non riguarda le cose. Rubare riguarda le relazioni. E, se il quotidiano è una sorta di testimone della qualità di questa società, la nostra sta andando in polvere.

La CNN ha diffuso recentemente una storia che ha messo in moto la mia immaginazione. Le scuole medie superiori, diceva la storia, stavano cominciando a bandire dalle aule i telefoni con fotocamera. Perché? Non perché gli studenti usano i cellulari negli atri delle scuole. Non perché si scrivono l’un l’altro messaggi stravaganti durante le lezioni. Non perché giocano con i cellulari mentre si suppone che stiano studiando. Non perché i cellulari squillano durante le lezioni. No, la scuola bandiva i cellulari con foto camera perché uno studente di una classe era stato sorpreso a fotografare e a inviare il testo che aveva di fronte a uno studente da un’altra parte nell’edificio. Lo schema era semplice. Uno studente spediva il testo, l’altro avrebbe rispedito le risposte o lo avrebbe usato per prepararsi a svolgere lo stesso compito più tardi.

Rubare, sembra, è diventata un’arte raffinata negli Stati Uniti.

Le aziende lo fanno con i fondi delle pensioni degli operai che hanno risparmiato per tutta la loro vita, facendo un lavoro massacrante, solo per scoprire, anni più tardi, che i loro fondi sono stati saccheggiati proprio dalle persone che non hanno affatto bisogno di soldi per la pensione.

I presidenti lo fanno dirottando il danaro da un progetto all’altro, senza sottomettere la transazione alla richiesta di approvazione da parte dell’assemblea.

Gli addetti all’imballaggio lo fanno gonfiando la misura della scatola del prodotto e addebitando per essa più dello stesso articolo, imballato più modestamente sulla mensola della drogheria vicina.

I venditori lo fanno addebitando il costo del trasporto, piuttosto che il valore dell’articolo.

E ora si profila l’idea che possano essere rubate le elezioni, perfino le elezioni, e precisamente interdicendo i votanti, perdendo le urne elettorali e programmando le macchine per la registrazione automatica del voto.

I telefoni con fotocamera e i computer non figuravano negli elenchi dei peccati riportati nei libretti che si usava dare a noi bambini quando si veniva preparati alla prima comunione. Allora tutto riguardava il danaro: trovare danaro e non restituirlo; prendere danaro dal borsellino della mamma senza il suo permesso; prendere dallo scaffale dei dolciumi, nella drogheria all’angolo, senza pagare.

Era un piacevole, semplice, ‘onesto rubare’.

Non adesso. Ora l’onesto rubare è diventato un subdolo rubare. Peggio, è diventato un grande affare. Adesso lo diamo per scontato. Così vanno le cose, diciamo. Tutti lo fanno, diciamo. È la conseguenza logica della situazione, diciamo.

Perché? Bene, Friedrich Schiller lo esprime in questo modo: «È criminale rubare un borsellino. È audace rubare una fortuna. È un segno di grandezza rubare una corona. La vergogna diminuisce man mano che aumenta la colpa».

«Crimine da colletto bianco», lo chiamiamo. E noi ammicchiamo con una sorta di rispettosa meraviglia per la genialità di tutto questo. Nessuna meraviglia che i ragazzi delle scuole medie superiori inventino nuovi modi per farlo. È ‘di moda’. È il modo intelligente di aver successo. È ciò che devi fare per sopravvivere in una cultura in cui rubare è diventato il segno del vero successo. Il peccato adesso non riguarda il rubare, riguarda l’essere scoperti.

Può essere tempo di dare al settimo comandamento più attenzione di quanto facciamo – se, cioè, vogliamo essere sempre capaci di fidarci ancora l’uno dell’altro.

 

E per te...

 

Quanto siamo onesti nelle piccole cose determina, alla fine, quanto saremo retti nelle grandi cose – non semplicemente nella nostra vita, ma nella società che ci circonda.

C’è un altro modo di rubare del quale non parliamo. Questo modo include l’avere più di quanto ci è necessario e il non dare niente a quelli che non hanno niente. Questo è il modo di rubare consumando, controllando, accumulando i beni della terra per se stessi. Lo chiamiamo ‘individualismo duro’. Non lasciarti ingannare: è ingordigia spirituale.

Esaurire i beni della terra, detenere il controllo delle necessità fondamentali di una società – terra, casa, vestiti e cibo – sottrae ciò che abbiamo a quelli che non possono permettersi di comprare, ma neppure possono permettersi di fame a meno. Perché, altrimenti, alcuni bambini cominciano a vendere droga, se non per avere ciò che non possono avere in nessun altro modo?

I ladri di piccolo rango, noi li mettiamo in galera. Perché? A quale scopo? Per quale fine? «Le prigioni», ha detto una volta il governatore Jerry Brown, «non riabilitano, non puniscono, non proteggono, allora che diamine fanno?». Questa è una domanda che richiede una risposta, in una società in cui le carceri sono la sola industria in crescita e in una nazione le cui scuole si stanno deteriorando.

Gli antichi conoscevano ciò che noi rifiutiamo di ammettere, così sembra. Il senatore romano del II secolo, Marco Aurelio, scriveva: «La povertà è la madre del crimine». Finché tutte le persone non avranno accesso alle necessità fondamentali – cibo, casa, lavoro, educazione, assistenza medica e igiene – le persone che danno queste cose per scontate saranno prigioniere dell’opulenza. Opulenza di lusso, forse, ma tuttavia prigionieri.

Quando rubacchiamo a un altro ciò che non abbiamo procurato da noi stessi, guadagniamo un po’di proprietà, forse, ma nel far ciò perdiamo un po’di anima.

«Non rubare» significa, in realtà, «Custodisci la tua integrità». Quando inganniamo e rubiamo, perdiamo molto più di noi stessi rispetto a quanto possiamo guadagnare. Diciamo che la povertà porta a rubare; gli iracheni dicono che rubare porta alla povertà. Pensaci.

Rubare è rubare, sia che prendiamo al povero sia che prendiamo al ricco. Fissare un prezzo eccessivo per una cosa, solo perché la popolazione può pagare per essa, è ancora rubare. Questo è pure il motivo per cui viene mantenuto il sistema delle classi sociali, anche se diciamo di non averne.

Studia il ‘bilancio finanziario’ personale e conoscerai la tua teologia di vita. Che cosa compri? A chi dai? Che cosa non compri? A chi non dai?

Le cose che scegliamo di possedere, i desideri che abbiamo – soddisfatti o meno – ci dicono chi siamo realmente. Nel profondo. Proprio nel nostro cuore. Non importa come appare agli altri. «Io non sto comprando un’automobile», diceva il vignettista canadese Lynn Johnson. «Io sto comprando uno stile di vita».

Quando la vita diventa, come è diventata negli Stati Uniti, il possesso senza limiti di cose, rubare diventerà naturalmente un modo di vivere. Solo quando coltiviamo le dimensioni di vita che hanno qualcosa a che fare con la vita stessa, piuttosto che con la ricchezza, possiamo forse diventare persone veramente oneste.

Non possiamo affermare che non siamo una nazione di ladri se non insistiamo per una società in cui nessuno deve rubare per vivere. Anatole France lo esprime in questo modo: «La legge, nella sua maestosa uguaglianza, proibisce al ricco e al povero ugualmente di dormire sotto i ponti, di chiedere l’elemosina nelle strade o di rubare pane». Ahi!


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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net