APPUNTI SULLA

REGOLA DI S. BENEDETTO

di

D. Lorenzo Sena, OSB Silv.

Fabriano, Monastero S. Silvestro, Ottobre 1980


2.2) COMMENTO AL TESTO

PROLOGO

CAPITOLO 73: Che non tutte le norme per la perfezione sono contenute in questa Regola.

CAPITOLO 1: Delle varie specie di monaci


PROLOGO

Ascolta, o figlio.....

Obsculta, o fili.....

Alla Regola e' preposto un lungo Prologo di 50 vv. (quello della RM e' di 180 vv.), in cui S.B. prepara l'animo del monaco ad accogliere con cuore largo e docile gli insegnamenti in essa contenuti.

Il Prologo della RB - uno dei documenti piu' belli del monachesimo antico - e' una catechesi, una istruzione religiosa in cui si descrive la vocazione del monaco e le grandi prospettive del suo itinerario spirituale.

Ha una forma letteraria e un sapore marcatamente sapienziale, con i termini di padre e figlio, l'invito a seguire attentamente le esortazioni del maestro, l'uso dell'imperativo, il tema delle due strade, quello della morte e della vita.

L'uso dei verbi all'imperativo (ascolta, apri, accogli, chiedi al Signore.....) e' caratteristico del genere sapienziale; non e' un imperativo severo o proprio del giudice: S.B. appare un "ottimista" nei confronti di Dio, come i saggi dell'A.T., vede sopratutto la dolcezza della chiamata di Dio e la bellezza dell'ideale che mostra al discepolo (mentre nella RM prevale il "pessimismo" nei confronti di Dio, visto come giudice terrificante).

Tre persone compaiono nel Prologo: Cristo, l'autore, il candidato. Quest'ultimo ha solo il ruolo dell'ascolto; l'autore si eclissa presto per riapparire solo nel finale; e' CRISTO che appare come il vero protagonista, la sua persona domina tutto il discorso. Cristo e' l'autentico maestro che va scoprendo al discepolo il "cammino che conduce alla vita" in un dialogo bellissimo, del quale egli conserva l'iniziativa.

In tal modo la vocazione monastica appare come l'incontro con una persona, Gesu' Cristo, sempre vivo, sempre presente, e l'esistenza del monaco consiste in un dialogo con Lui: difatti Egli chiama il monaco, lo interroga personalmente, risponde alla sua preghiera.

 

Struttura

Il prologo ha una struttura abbastanza nitida: puo' essere diviso in una serie di pericopi o parti:

vv. 1-13: tema fondamentale: necessita' di ascoltare la parola di Dio e di obbedirgli:

1-3 enunciazione del tema

4-7 necessita' della preghiera e dell'obbedienza

8-13 invito a svegliarsi dal sonno e ad ascoltare;

vv. 14-34: che cosa ci dice il Signore, commento ai salmi 33 e 14:

14-21 Il Signore chiama il suo operaio;

salmo 33 ed esortazione a seguirlo

22-34 salmo 14: 22-27 il salmo

28-32 sviluppo scritturistico

33-34 ratifica mediante brano evangelico;

vv. 35-44: il Signore aspetta la nostra risposta:

Necessita' di rispondere con le buone opere.

vv. 44-50: la scuola del servizio divino. Risposta dei monaci all'invito

di Dio per partecipare alla passione e alla gloria di Cristo.

 


1. - I.PARTE: vv.1-13

1-3: Ascolta...

E' la prima parola della Regola ed e' uno dei temi principali della catechesi e della spiritualita' monastica: l'ascolto di Dio attraverso la sua Parola, mediata dal padre spirituale. L'affettuoso invito ne richiama di simili nella Scrittura, sopratutto nei Proverbi: "Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti di tuo padre" (Prov.1-8); "Figlio mio, ascolta le mie parole e inclina l'orecchio a quel che dico" (Prov.4,20); "Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio" (Sal.44.11). I monaci antichi sentivano una certa predilezione per queste forme dirette che creano immediatamente un clima di intimita' tra maestro e discepolo, propizio al colloquio cuore a cuore.

Egli dice di essere maestro senza alcuna ostentazione: l'eta', l'esperienza, la dottrina, tanti insegnamenti per la via della vita, permettono a S.B. di presentarsi come maestro, ma non e' un maestro dispotico e severo, bensi' un padre affettuoso che sa comprendere le difficolta' e che ama; per cui c'e' l'invito "accogli volentieri" come il terreno buono della parabola evangelica, seguito da un ordine piu' preciso "e mettile efficacemente in pratica". Per quale scopo?

2: Per tornare a Dio.

Come per l'obbedienza di Cristo tutta l'umanita' ritorno' a Dio da cui l'aveva staccata la disobbedienza di Adamo (Rom.5,18-19), cosi' tutta la perfezione cristiana, e quindi anche quella monastica che e' un voler vivere piu' radicalmente il proprio battesimo, viene concepita come un ritorno a Dio, da cui ci aveva allontanato il peccato; vedi la parabola del "figliol prodigo" (lc 15,11-32).

Il tema del ritorno a Dio e' eminentemente biblico e comune nella tradizione monastica. La stessa frase di S.B, c'e', quasi uguale, in S.Cipriano e in S.Agostino.

3: Obbedienza - milizia.

Gia' e' apparsa la parola-chiave dell'ascetismo cenobitico: l'obbedienza. La Regola non nasconde la sua difficolta', ha parlato di fatica dell'obbedienza, ma ora lascia il termine "fatica" (che era molto caro ai monaci antichi per definire il loro genere di vita) e richiama ad uno dei temi spirituali piu' virili ed entusiasti che il monachesimo aveva ereditato dalla chiesa degli apostoli e dei martiri: la milizia cristiana.

Il monaco e' soldato di Cristo, allora la Regola gli offre le forti e gloriose armi dell'obbedienza: forti per l'efficacia che posseggono nel lavorio della perfezione; "lucide" o "gloriose" per la nobilta' che conferiscono all'anima davanti agli occhi di Dio: l'obbedienza assomma l'intera donazione di se' al Padre celeste in un perfetto atto di amore. S.B. ce la presenta fin dall'inizio con particolare accento di ammirazione e di gioia. Quindi, la vita monastica, vita di obbedienza, e' paragonata ad una nobile e volontaria milizia (cf.2Tim. 2,3-4: "lavora come un buon soldato di Cristo Gesu'. Nessuno che militi per Dio..."), milizia che ha nel cenobio non una caserma, ma una nobile palestra spirituale.

Chiunque tu sia.

Nel monastero c'e' posto per tutti, chiunque e' ammesso senza distinzione, purche' sia disposto a questa totale obbedienza e alla rinuncia alle proprie volonta'. Il termine al plurale e' molto significativo: non si tratta della volonta' in senso moderno, nel senso di energia, ne' nel senso di facolta' spirituale (dell'amore, della liberta' o del dono della propria persona). La Regola non vuole trasformare il monaco in un essere abulico, senza volonta' e senza personalita'. Si tratta qui delle volonta' nel senso di velleita', di impulsi peccaminosi, diremmo meglio in italiano "voglie" che impediscono di ricevere la grazia battesimale. Difatti l'espressione "rinunciare alle proprie volonta'" e' propria del linguaggio ecclesiastico e della liturgia del battesimo.

Cristo Signore, vero Re

Cosi' rinunciando e lottando, si milita nell'esercito di Cristo Signore, vero Re. Notiamo subito che S.B. non usa mai il nome umano "GESU'", ma sempre "CRISTO", contro l'eresia di Ario che negava la divinota' di Gesu' Cristo. Per S.B. Cristo e' "il Signore, il vero Re".

 

4-7: Innanzitutto...

Iniziando la sua opera di maestro e di legislatore, S.B. sente il dovere di ammonire il discepolo che nulla di buono si puo' cominciare ne' portare a termine nell'ordine soprannaturale senza l'aiuto della grazia, grazia che bisogna quindi chiedere al Signore con preghiera fervorosa ed insistente (questo e' il senso del superlativo latino "instantissima").

5: "divina filiazione" o "tristezza di Dio"

Senza la grazia divina e la nostra preghiera per procurarcela, l'opera della nostra santificazione iniziata in noi da Dio col battesimo quando ci ha resi suoi figli adottivi, rimarrebbe frustrata e affliggerebbe il cuore del Signore.

(Da questo versetto comincia la concordanza quasi letterale con RM).

6-7: Dobbiamo mettere a frutto i suoi doni

Allusione alla parabola dei talenti (Mt.25,14-30); nota il contrasto tra "padre corrucciato" e "padrone terribile".

8-13: Il resto della I.Parte del prologo contiene sviluppi delle idee precedenti con cinque citazioni esplicite della S.Scrittura, alcune di grande delicatezza, altre risuonanti di vigore e di energia. Cosi' l'invito a svegliarci dal sonno, uno dei moniti paolini che possiedono l'efficacia di un perenne sprone alle anime; la Chiesa ce lo fa leggere all'inizio della liturgia dell'Avvento, inizio dell'anno liturgico.

8: la Scrittura ci sveglia

E' la voce del Signore che ci chiama, e' la luce divina a cui dobbiamo aprire gli occhi dell'anima e ascoltare con orecchie attentissime. Nota il parallelo tra occhi e orecchi: qui S.B. ha in mente la scena degli apostoli che contemplano la gloria di Cristo trasfigurato e odono, come portati fuor di se', la voce del Padre.

9-11: adtonitis auribus - lumen vitae - currite

La parola latina adtonitis tradotta con "attente" dice di piu'; si puo' tradurre anche "stupefatto": vuole esprimere, oltre all'attenzione, anche la gioiosa trepidazione di chi attende la rivelazione del pensiero di Dio. La voce divina si individualizza: Cristo, la Parola di Dio incarnata che invita gli uomini ad aprire il cuore, ascoltare lo Spirito e correre mentre splende "la luce della vita".

La citazione di Giov.12,35 stimola alla corsa in considerazione della brevita' della vita. Il concetto della corsa e' caro a S.B. che vi insiste nel prologo; pur tenendo conto dei vari carismi e diversita' delle anime, egli desidera da tutti l'alacrita' nel fervore e nell'amore in chi si mette al servizio di Cristo.


2. - II.PARTE: vv.14-34

14-21: Quaerens Dominus operarium...

"Cercando il Signore il suo operaio tra la folla...". S.B. ha qui presente la parabola del padrone che va a chiamare gli operai per la sua vigna (Mt.20,1). Cercando: la vocazione alla vita monastica e' una ricerca che Dio fa dell'anima, cosi' come tutta l'ascesi monastica e' una ricerca che l'anima fa di Dio ("se veramente cerca Dio" di RB 58,7), e', cioe', la risposta affermativa data alla grazia; ma in tanto il monaco puo' cercare Dio, in quanto Dio prima ha cercato lui.

S.B. dice "operaio" perche' ama concepire il monastero come un'"officina" e il monaco come un "artigiano" intento all'esercizio dell'arte spirituale, e nel cap.4 gli presenta una lunga lista di "strumenti per le buone opere". Si noti la dolcezza di quel "suo operaio" e di quel "tra la folla": il monaco e' eletto tra molti, e' un privilegiato e ha la certezza e la gioia di appartenere pienamente a Dio, di essere particolare oggetto dell'amore di Lui.

15ss.: Salmo 33. Dialogo personale

"Se tu rispondi: 'io', il Signore ti dice...". Di nuovo appare la dottrina delle due vie e l'assioma fondamentale della conversione: "Sta lontano dal male e fa il bene". Tutto il passo e' un commento al salmo 33, citato letteralmente prima (v.17) e poi parafrasato (v.18) per mettere le parole sulla bocca stessa di Dio e rendere il tono piu' caldo e amorevole. Quindi abbiamo la citazione di Isaia: Eccomi. Tutto il brano della ricerca dell'operaio da parte di Dio e' un richiamo evidente al commento di S.Agostino allo stesso salmo 33.

Composta da testi biblici sapientemente legati, questa scena della chiamata divina pone in rilievo la gratuita' della vocazione: l'iniziativa appartiene interamente a Dio, a Cristo. La Scrittura ci esorta a svegliarci dal sonno, la luce splende, la voce chiama, il Signore cerca il suo operaio; all'uomo che apre gli occhi per vedere e gli orecchi del cuore per ascoltare e compie la volonta' di Dio e risponde generosamente, il Signore da la ricompensa avendo i suoi occhi sempre su di lui, ascoltando le sue preghiere, anzi prevenendo le sue invocazioni con una sollecitudine meravigliosa.

19: Che cosa c'e' di piu' dolce...

Emozionato da quanto ha scritto e contemplato, S.B. non e' capace di contenersi ed esclama: "C'e' forse per noi, fratelli carissimi, qualcosa di piu' soave di questa voce del Signore che ci invita?" (v.19).

21: Per ducatum evangelii - sotto la guida del Vangelo

Pero' torna subito ad essere l'uomo pratico che va alla conclusione: se il Signore stesso nella sua bonta' ci indica il cammino della vita, cingiamoci i fianchi con la fede e le buone opere e camminiamo sotto la guida del Vangelo. Questa espressione e' diventata proverbiale: la perfezione a cui tende la vita monastica non e', nella sua essenza, diversa da quella proposta al semplice cristiano in forza del battesimo, ma ne costituisce il primo sviluppo e coronamento.

prospettiva escatologica

"... per meritare di vedere colui che ci ha chiamati nel suo regno" (1Tess 2,12): la prospettiva escatologica domina la finale di questo brano sulla vocazione personale: siamo chiamati al regno definitivo, situato oltre i confini di questo mondo visibile.

22-34: Salmo 14

L'ultimo concetto del regno a cui Dio ci ha chiamati da lo spunto per il nuovo brano sulla tenda del regno di Dio. Nomade tra nomadi, Jahwe' aveva abitato in una tenda come i figli di Israele; cosi' si parla della tenda di Jahwe' come dimora del regno. "Abitare nella tenda del Signore" equivale a penetrare definitivamente nel regno escatologico. S.B. cita allora il salmo 14, considerato dalla tradizione patristica come espressione della vocazione monastica che contiene i concetti di: ricerca di Dio, cammino che conduce alla sua dimora, qualita' richieste a chi vuole abitare nella sua tenda, ecc...

22-27: Condizioni per abitare nel regno

Davide chiede al Signore chi sia degno di abitare nel santuario del monte Sion, dove abita lo stesso Dio; e nei versetti seguenti S.B. immagina che Dio stesso risponda, enumerando le doti dell'anima giusta.

28-32: sviluppo scritturistico del samo 14

S.B. continua l'elenco delle qualita' del giusto parlando della lotta contro il maligno (v.29) e contro le tentazioni di superbia, qualora si veda il bene nella propria vita, perche' si riconosce che tutto e' opera della grazia (nuova insistenza sulla necessita' della grazia, vv.30-32). L'idea del giusto che spezza le azioni del tentatore porta S.B. ad introdurre l'altra idea del giusto che stronca contro la pietra che e' Cristo (1Cor 10.4) i cattivi pensieri appena nati. E` l'interpretazione simbolica del salmo 136,9: "beato chi afferrera` i tuoi piccoli e li sbattera` contro la pietra" che troviamo in S.Agostino, S.Girolamo, S.Ambrogio ecc.

33-34: ratifica con brano evangelico

Le citazioni del salterio e dell'apostolo vengono concluse con quella del Vangelo: la parola di Cristo mette il suggello a quanto detto prima. E' la conclusione del discorso della montagna (Mt 7,24-25) che viene applicata alla vita monastica: il monaco, ascoltando la parola di Cristo e mettendola in pratica, si va costruendo giorno per giorno l'edificio della santita'; le pioggie, i fiumi, i venti sono tentazioni, ostacoli, dubbi, avvilimenti che sopravvengono a minacciare l'opera della santificazione monastica, ma non le nuoceranno perche' e` fondata sulla roccia, che e` in definitiva lo stesso Cristo Gesu` (1Cor 10,4).

 

3. - III.PARTE: vv.35-44

35: Il Signore aspetta la nostra risposta

Al termine delle sue parole, il Signore aspetta che rispondiamo alle sue esortazioni. La tregua di questa vita ci vien data per correggerci dalle nostre infedelta' (v.36); la pazienza di Dio ci chiama a conversione (vv.37-38); la vocazione a dimorare nella tenda di Dio richiede che pratichiamo le condizioni di chi voglia abitarvi (v.39); percio` dobbiamo disporre corpo e anima a militare sotto i precetti della santa obbedienza (v.40). Si ritorna al concetto iniziale del prologo: il monaco e` colui che dedica spirito e corpo totalmente al servizio di Dio, militando con le armi dell'obbedienza.

41: necessita' della grazia

S.B. ricorda la necessita' della grazia - si noti l'insistenza con cui insiste su questa idea, contro l'eresia dei pelagiani - e ricorda le due vie (inferno - vita eterna, v.42) a cui dobbiamo pensare mentre siamo in questo corpo, mediante questa vita nella luce (v.43). C'e' l'allusione al testo gia' citato di Gv. 12,35: "questa vita di luce", che e' dire lo stesso che "questa vita in cui abbiamo ancora la luce", prima cioe` che "ci colgano le tenebre della morte". Ma si pensi come, in senso piu` profondo e spirituale, la vita del monastero e` una vita di luce.

44: correre e operare

S.B. termina col vigoroso incitamento del currendum et agendum, che ci sprona all'alacrita` dell'azione. L'abbattimento, la sfiducia e l'inerzia che possono sorprendere la nostra debolezza svaniscono quando si ricordano queste parole, energiche e insieme paterne, del santo Patriarca.

 

4. - IV.PARTE: vv.45-50

45: schola dominici servitii

"Dobbiamo dunque istituire una "scuola del servizio del Signore". Abbiamo qui in concetto di monastero come scuola. La frase, identica nella RM, richiama la parola di Gesu` in Mt 11,29: "Imparate da me...", che la RM riporta e commenta in antecedenza. Nel monastero si e' discepoli dell'unico e vero Maestro che e` Cristo, come nella grande scuola che e` la Chiesa (parallelo tra monastero e Chiesa).

Ma il termine scuola ha un significato piu` ampio. La parola nel senso originario designava un luogo o una condizione di nobile agio e riposo, dove si praticava l'otium dei romani. Poi e' passata a significare una sala di riunione per diversi gruppi: soldati, studenti, operai, ecc., o ancora l'associazione stessa e le sue attivita`. Piu' in particolare, il termine stesso designa un corpo di militari o di funzionari al servizio dello stato o del re. Questo significato e` compreso nella frase "una scuola per il servizio del Signore"; in quanto alla milizia, abbiamo gia' visto la frase all'inizio del prologo (v.3). Quindi il termine "schola" comprende tutti e tre i significati delle tre cose, e cioe`: luogo

- dove si apprende e si imita;

- dove si serve il padrone;

- dove si milita sotto il sovrano

e qui si tratta di obbedire e di agire, quindi luogo di metodica e disciplinata esercitazione con incluso il concetto di liberta' da altre occupazioni.

Inoltre, il servizio del funzionario e soprattutto del soldato non avviene senza lotta, senza fatica, senza pericoli; militare implica non solamente l'azione ma anche la pena e la sofferenza, concetti che saranno espressi poco piu' avanti (v.50) come partecipazione alle sofferenze di Cristo per mezzo della pazienza. Questo tema della pazienza avra' poi uno sviluppo meraviglioso nei capitoli sull'obbedienza (RB 5) e sull'umilta` (RB 7).

Ricchezza del termine "schola"

Ci appare cosi` tutta la ricchezza del termine schola, che e` anche palestra e corpo militare e officina (RB 4) e ci richiama volta per volta:

- o la docilita` dell'allievo,

- o l'obbedienza del soldato,

- o l'attivita` e l'impegno dell'operario e del funzionario;

cosi` ci permette di avere sempre presente la persona di Cristo sotto tre aspetti complementari: il Maestro che insegna, il Sovrano che comanda, il Redentore sulla croce.

46-49: Incoraggiamento prima della conclusione

Questi versetti sono propri di S.B. e indicano la delicatezza e il tono paterno nel disporre l'animo all'accettazione del sacrificio e nel prevenirlo contro ogni tentazione di scoraggiamento. L'ordinamento del monastero - milizia, officina, scuola - comporta necessariamente prescrizioni e divieti; egli si affretta ad avvertire che spera di non dover fissare nulla di pesante o di aspro: e` il suo proverbiale senso umano e cristiano di comprensione e di condiscendenza verso le debolezze che troveremo sempre in tutta la Regola.

Ma e` chiaro che la vita di perfezione monastica richiede il lavorio interiore e quindi, "per correggere i vizi o per conservare la carita`", si potra` richiedere qualche prescrizione meno piacevole per la natura umana. Ma si veda con quanta cautela e delicatezza S.B. cerca di attenuare la durezza: "se per caso", ipotetico, "un pochino", diminutivo, "piu` duro", limitativo; tu - prosegue S.B. passando dal plurale al singolare, modo piu` diretto, cuore a cuore come all'inizio del prologo - tu non ti devi spaventare, non devi abbandonare "subito", al primo affacciarsi della sofferenza, la via della salvezza che all'inizio e` dura (v.48).

Abbiamo un nuovo motivo di confronto: le difficolta' si provano e si soffrono al principio; la rottura col mondo e con l'"uomo vecchio" e` necessariamente dolorosa. Ma coraggio, non sara` sempre cosi`. "Si puo` entrare solo per una porta stretta": e` chiara l'allusione al testo evangelico di Mt 7,14 ("com'e` angusta la porta e stretta la via"). S.B. insiste solo sulla strettezza della porta, eppure Gesu` non dice che, dopo, la strada si allarga! Ma non importa: cio` che si allarga, man mano che si va avanti, e' il cuore, come dice subito dopo nel bellissimo v.49, che richiama un'idea molto comune presso gli scrittori spirituali: l'amore, man mano che cresce, facilita il cammino verso Dio, e allora non solo si cammina, ma si corre per la via dei divini comandamenti, perche' il cuore si dilata. S.B. si richiama al salmo 118,32: "Corro per la via dei tuoi comandamenti perche' hai dilatato il mio cuore'. Quanta larghezza di respiro in questa breve espressione!

Tuttavia nel salmo il cuore allargato indica aumento di forza e di coraggio; nella nostra Regola invece e` attribuito all'amore; S.B. aggiunge: in una ineffabile dolcezza di amore, ponendo nella frase un accento mistico e soave di chi ha fatto esperienza personale di Dio e ne ha gustato la dolcezza. Quindi S.B. attribuisce la dilatazione del cuore all'intensita` dell'amore, quell'amore che secondo S.Paolo "e` stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci e` stato dato" (Rom 5,5). Il testo della Regola piu` simile a questo e` la bella finale del capitolo sull'umilta` (RB 7,67-70), in cui si attribuisce allo Spirito Santo la radicale trasformazione che esperimenta il monaco giunto alla sommita` della scala di Giacobbe, cioe` alla carita` perfetta.

49: Progredendo poi nella vita monastica... [conversatio]

Nel testo c'e` il termine conversatio che puo` derivare o dal verbo intransitivo "conversari" e significa "modo, tenore di vita, condotta"; oppure dal verbo transitivo "conversare" (da "convertire") nel senso di "rivoltare, rigirare", e allora equivale a "conversio". Come termine specifico monastico puo` quindi significare, oltre il semplice "modo di vivere", anche l'entrata o la dimora in monastero, l'appartenenza allo stato monastico, oppure, in senso piu` limitato, la "vita ascetica nello stato monastico"; infine, come equivalente a "conversio", significa la conversione, il mutamento di vita. Nella Regola incontriamo ora l'uno ora l'altro di questi significati. Qui S.B., come appare dal contesto, intende parlare dell'esercizio delle virtu` nello stato monastico.

... e nella fede

Si viene al monastero per un atto di fede e piu` si va avanti nella via di Dio, piu` la fede si radica nell'anima.

 

50: conclusione

La conclusione del prologo ha la forma di una doppia orazione finale con vari incisi. Appare per la prima volta la parola "monastero" non nel significato primitivo di "dimora di un solitario", ma nel senso che ha assunto abitualmente nel mondo latino di "dimora di una comunita' di monaci cenobiti"; e nel monastero - ci si dice - dobbiamo perseverare fino alla morte. La stabilita' e` considerata dal santo Patriarca come elemento essenziale della vita monastica che egli imposta; difatti la Regola e` scritta solo per i cenobiti, come dira` espressamente alla fine del capitolo primo. Quale debba essere la vita dei monaci nel monastero sara` il tema dei vari capitoli; qui solamente ci ricorda di non allontanarci mai dagli insegnamenti del Signore e di mantenerci saldi nella sua dottrina; e conclude affermando lo scopo della vita monastica, che e` poi lo stesso di tutta la vita cristiana: partecipare alle sofferenze di Cristo per partecipare anche al suo regno glorioso.

Mistero centrale: Cristo crocifisso e risorto

La perfezione monastica come ce la presenta il prologo, e' centrata sulla regalita` di Cristo: il monaco e` l'uomo che entra in monastero per militare nell'esercito di Cristo Signore, vero Re, impugnando le armi dell'obbedienza (v.3); prende questa decisione perche' Cristo stesso lo ha chiamato al suo servizio (v.21), e quindi egli desidera abitare nella sua tenda (v.22); se persevera nel servizio di Cristo partecipando alla sua passione per mezzo della pazienza (il tema della pazienza e' prettamente sapienziale e ritorna spesso nella RB), sara` ammesso nel suo regno glorioso (v.50).

 

5. - IL PROLOGO: sguardo d'insieme

L'esposizione appena terminata ha potuto mettere in luce il filo conduttore del discorso di Benedetto. Risaltano fortemente alcuni temi che evidenziamo brevemente:

a) Ascolto. E` presente ai vv.1 e 9-12; attraverso i termini "ascoltare", "udire", "orecchi" come atteggiamento del monaco nei confronti dell'appello di Dio che risuona nelle parole del maestro e della Scrittura. E' l'atteggiamento primo e fondante, ma anche richiesto in continuazione (cf.RB 4,55; 4,77; 5,6;.15; 6,6).

b) Obbedienza. L'ascolto pero`, in S.B., si traduce immediatamente in "obbedienza" (latino 'ob-audire'): Prol 2-3.6-7.40. E` richiesta la "fatica" dell'obbedienza (v.2); la vita monastica stessa e` un "servizio militare" che si attua con le armi dell'obbedienza (v.3) ed anzi al comando, per cosi` dire, dell'obbedienza stessa "ai precetti della santa obbedienza" (v,40). L'insistenza continua sull'obbedienza e` tipica di S.Benedetto.

c) Emendazione dei vizi. L'obbedienza, a sua volta, e` in vista dell'emendazione dei vizi (vv.33-47), per attuare le buone opere (vv.17. 21-22. 29. 35) prescritte dalla legge di Dio (vv.1. 39-40. 49). Questo e` un tema che verra` poi sviluppato nella sezione spirituale.

d) Dinamica di vita - necessita` della grazia. Queste linee principali dell'esistenza del monaco sono attuate in una continua dinamica di vita tipicamente biblica: scosso dalla voce di Dio, spinto dall'urgenza dell'ora (vv.8-10, con la citazione di Rom 13,11), il monaco corre (v.13, cf.vv.2.4.49) sulla via dei comandamenti (vv.1.49), desideroso di giungere ("pervenire", vv.22.4) al fine propostogli, che e` la vita eterna e l'eredita` del regno (vv.2. 7. 13. 21. 42. 50) e conosce gia` oggi la presenza e la vicinanza di Dio (la grazia). Sopratutto nella pericope finale, il motivo del progresso e del cammino e` molto sottolineato.

e) Carita`, 'dilectio' di e per Cristo. Notiamo ancora la caratteristica di SB nel porre l'accento sulla caritas o "dilectio", l'amore di Cristo, come termine dell'itinerario proposto. La nota di dolcezza e di indulgenza introdotta nei vv.46-49 alleggerisce e cambia notevolmente il senso dell'austero finale della RM, in cui l'accento e` posto sulla necessita` di soffrire e sopportare fino alla morte: questa esperienza e` resa possibile e alleggerita dall'ineffabile "dolcezza dell'amore".


STABILITA` e CORSA

(pensiero di S.Gregorio Nisseno)

Non si tratta soltanto di camminare faticosamente, ma e` possibile correre sulla via dei precetti divini. Come sottolinea Gregorio Nisseno, la stabilita' ("perseverando nel monastero fino alla morte"), e` strettamente connessa, per il crstiano, alla dinamicita` di vita:

""Il salire si attua restando fermi e c'e` una ragione: piu` uno rimane fermo e immobile nel bene, piu` corre verso la virtu`. Quando uno, come dice il salmo (39,3) ritrae i piedi dalla profondita` dell'abisso e li pone sulla roccia che e` Cristo (cf.1Cor 10,5), allora quanto piu` e` stabile nel bene, tanto piu` accelera la sua corsa. Come se, nella stabilita`, egli sia fornito di ali che sollevano al volo il suo cuore verso gli spazi celesti"".

(GREGORIO DI NISSA, Vita di Mose`, II,243-244. Nell'edizione francese di SC 1 (Parigi 1968), pp.273-275; nell'edizione italiana delle E.Paoline (Ancora 1966), pp.185-186).

Come commento spirituale al prologo, si puo` consultare:

D.BARSOTTI, Ascolta, o figlio... Commento spirituale al Prologo della Regola di S.Benedetto, Libreria Ed.Fiorentina, Einaudi 1965.


CAPITOLO 73

Che non tutte le norme per la perfezione sono contenute in questa Regola.

De hoc quod non omnis justitiae observatio in hac sit Regula constituta.

 

Premessa e contenuto

Trattiamo questo capitolo subito dopo il prologo, perche' esso costituisce l'epilogo della RB e corrisponde percio' al prologo, col quale presenta molte analogie.

Giunto alla fine della Regola, SB afferma che quanto ha stabilito costituisce soltanto un modesto inizio di vita monastica per principianti (v,1); che chi vorra' compiere ulteriori e piu` sicuri progressi nell'ascesi monastica non avra` che da rivolgersi agli insegnamenti spirituali contenuti nella S.Scrittura e nei Padri (vv.2-7); e termina con una esortazione ad osservare la Regola come base necessaria per arrivare, attraverso le opere indicate, alla conquista di mete spirituali piu` alte (vv.8-9).

Secondo l'opinione piu` comune, il c.73 seguiva immediatamente il c.66, ed era la conclusione della RB (difatti c'e` anche il richiamo nel testo, RB.66.8: "hanc autem Regulam..." e RB.73,1: "Ragulam autem hanc..."); in seguito, aggiunti i cc.67-72, esso sara' stato riportato di nuovo alla fine, nell'attuale collocazione come epilogo; perche' come conclusione perfetta e compendio di tutta la Regola, abbiamo gia` il c.72 che si conclude con una finale solenne molto comune nelle orazioni liturgiche: "ad vitam aeternam perducat - ci conduca tutti insieme alla vita eterna". Viene spontaneo aggiungere "Amen", come si trova, difatti, in alcuni manoscritti.

1: Abbiamo abbozzato...: natura e scopo della Regola

SB, completata la Regola, la presenta umilmente ai discepoli. Il tono di tutto il capitolo e` interpretato come espressione dell'umilta` e modestia di SB. La RM si presenta come ispirata da Dio e afferma "che fu dettata da Dio", e in genere l'autore si esprime con autosufficienza. In SB notiamo, al contrario, un eccesso di modestia, vedi sopratutto il v.8: "hanc minimam inchoationis Regulam - questa minima Regola per principianti". E` vero che tale modo di esprimersi e` un espediente retorico abbastanza comune nei secoli VI-VII, sia dal punto di vista letterario che pedagogico, ma cio` non toglie che SB sia sincero nell'esprimersi cosi`; d'altronde nessuno dei Padri che usano lo stesso modo di dire (Cassiano, Vitae Patrum, S.Agostino...) appare cosi` severo con se stesso.

Accenno alla vita eremitica (?)

In particolare e` stato osservato che il capitolo va inteso come un accenno alla vita eremitica a cui SB, se pur ha rinunciato nella sua vita e nella sua Regola (che e` fatta per i cenobiti), guarda sempre come all'ideale piu` elevato in fatto di vita monastica; o ancora va interpretato nel suo senso letterale e piu` ovvio come una esortazione ad una vita sempre piu` perfetta: "Diamo una qualche prova di buoni costumi e un inizio di vita monastica". Questi sono i modesti risultati dell'osservanza della sua Regola, secondo SB.

Honestas morum - onesta` di costumi

Secondo gli antichi romani, honestas morum - onesta` di costumi conteneva il concetto di bonmta`, di giustizia; qui, nel contesto monastico, come per Cassiano e gli altri Padri del monachesimo, il temine comprende quanto contenuto nella Regola: la vita religiosa, la preghiera continua, l'umilta`, l'obbedienza, ecc. Ma nonostante questa ricchezza di contenuto, rappresenta sempre "un inizio di vita monastica - initium conversationis" per coloro che vogliono arrivare alla cima della vita spirituale. (Del resto, la perfezione e' un dono che Dio concede e opera in ciascuno in modo personale e irripetibile).

2-7: perfectio conversationis, celsitudo perfectionis

Nel v.2 SB, come nel prologo, sprona anche qui all'alacrita` della corsa; nella vita dello Spirito egli non vuole solo il progresso, ma anche la lena generosa. La sua Regola vuole adattarsi alle debolezze e rendersi accessibile anche ai meno forti; ma insieme apre la via alle piu` eccelse vette della santita`. Nel v.1 ha detto: "initium conversationis - inizio di vita monastica"; qui dice: "ad perfectionem conversationis - la perfezione della vita monastica" e, per salire alla perfezione della vita religiosa, altre guide - egli dice - sono necessarie.

Altre fonti: i santi Padri....

Le altre guide sono: "gli insegnamenti dei santi Padri". SB si riferisce ai Padri della Chioesa che si sono distinti per solidita` di dottrina e santita` di vita.

3: ...la S.Scrittura...

Pero`, dopo questo primo accenno ai Padri, SB sente la necessita` di dire una nuova parola sulla S.Scrittura. Appare qui la sua venerazione e il suo amore per i libri sacri: sono la parola di Dio e il monaco, come ogni cristiano, non puo` certo trovare nutrimento piu` sano e piu` solido per la sua anima. SB rivela in tutto il corso della Regola come la Scrittura gli sia familiare, e i suoi figli lungo i secoli hanno fatto sempre di essa il pascolo preferito. E dobbiamo dire che tante deviazioni "nella devozione si sarebbero potute evitare se la parola della S.Scrittura fosse stata il continuo nutrimento dell'anima dei fedeli!" (A.Stolz). E ci sarebbe molto piu` di santita` e anche di pace e di giustizia sociale, se ci fosse nel mondo un po' piu` di Vangelo!

4-6: ...la Tradizione

Accanto alla Scrittura, ecco l'altra fonte: la Tradizione, di cui sono interpreti gli scritti dei Padri Cattolici ("cattolici": SB ha cura di sottolineare la santita` e la retta dottrina dei Padri che si meditano, in polemica contro gli ariani) e quelli specifici di dottrina monastica, di cui cita alcuni nomi. SB chiama S.Basilio "nostro santo padre" per la speciale dimostrazione di stima verso la Regola di lui, in quanto S.Basilio era giustamente considerato il piu` grande legislatore di monaci.

Quindi, tre categorie di fonti

Appare cosi` che le opere raccomandate appartengono a tre categorie: a) la S.Scrittura, b) gli scritti dei Padri, c) gli scritti di spiritualita` monastica. Le tre categorie sono state menzionate nel corso della Regola: nell'ufficio notturno debbono leggersi i libri dell'AT e del NT, cosi` come i commenti dei Padri cattolici ortodossi e di sicura fama (RB 9,8); prima di compieta, le Collationes di Cassiano, le Viate Patrum o qualche altra opera simile (RB 42,3). Nel monastero dunque, le tre serie di opere erano oggetto della lettura comune o in coro o in refettorio.

Si noti come in questo capitolo SB assegni a ciascuna categoria uno scopo determinato: la S.Scrittura e` "norma sicura di condotta per la nostra vita" (v.3); le opere dei Padri in generale conducono "al culmine della santita`" (v.2); quelle dei Padri della Chiesa ci insegnano "la via diritta per giungere al nostro Creatore" (v.4); gli autori monastici servono per formare "monaci fervorosi e obbedienti" (vv.5-6). Non e` superfluo quindi sottolineare l'eccezionale importanza che SB da alla lettura, tanto da unirla cosi` intimamente al progresso morale e spirituale del monaco; la lectio divina - Bibbia e Padri - offre al monaco le norme superiori e l'impulso per scalare la cima della perfezione.

7: Per noi invece...

Abbiamo il contrasto tra i precedenti monaci buoni e obbedienti, che ardono dalla brama di avanzare e attingono percio` a tutte le fonti indicate, e noi che ci trasciniamo nella pigrizia. E' un tema caro a S.Benedetto (cf.Rb 18,24;40,6;49,1) che ammira l'esempio dello straordinario fervore di preghiera e di mortificazione degli antichi monaci e, mentre con realismo ammette che non tutti di fatto sono imitabili al suo tempo e nel suo ambiente, calca la mano, qui specialmente, sulla distanza spirituale che separa lui e i suoi da quelli, per spronare all'alacrita' e all'ardore della virtu`.

8-9: esortazione finale

SB, lo sappiamo bene, non e` un idealista, ma un uomo pratico secondo Gesu` Cristo: indica le vette e mostra i mezzi per arrivarci. Pero` insiste che la cosa immediata da fare ora e` mettere in pratica "questa Regola cosi` modesta per principianti, appena delineata" (v.8). Anzitutto, cioe`, e` necessario "almeno dar prova di buoni costumi e di un inizio di vita monastica" (v.1); poi si potra` e si dovra` correre, senza fermarsi mai, con l'aiuto delle dottrine menzionate sopra. Tra il principio della vita monastica e la sua perfezione si estende uno spazione senza limite.

Prospettiva escatologica

L'epilogo termina presentando al monaco una prospettiva escatologica. In quest’ultima scena SB riappare come il maestro di sapienza, il "padre affettuoso" dell'inizio del prologo, che si rivolge personalmente a ciascuno dei suoi discepoli con il "tu" familiare e intimo. Nota il parallelo tra il "chiunque tu sia che ringraziando..." del v.3 del prologo e il "chiunque tu sia che ti affretti..." di questo v.8 del cap.73 (si noti anche il richiamo di parole nel testo latino tra prol4 e 73,8). SB ignora l'identita` del lettore: e` sempre qualcuno, qualunque persona che si affretta verso la patria celeste. Il monaco o l'aspirante alla vita monastica e` un pellegrino che ritorna anelante alla sua vera patria situata al di la` di questo mondo visibile.

Ritorno a Dio

Questa immagine del ritorno anelante che caratterizza il dinamismo della RB richiama spontaneamente il concetto del ritorno a Dio che spicca con tanto rilievo nella prima frase del prologo (v.2). Tuttavia le ultime parole si riferiscono con precisione non "alla patria celeste" ma alla anticipazione delle realta` escatologiche che si realizza, o almeno che si cerca di realizzare, nei monasteri. Le "eccelse vette di dottrine e di virtu` (v.9) in effetti si raggiungono in questo mondo presente. Per queste sante cime passa il cammino che conduce il monaco alla sua dimora eterna: la patria celeste. Fino a queste cime intanto si dirige come obiettivo immediato colui che si mette al servizio di Cristo Re sotto la Regola di S.Benedetto.

Adiuvante Christo - Deo protegente

Allora, metti in pratica "con l'aiuto di Cristo questa piccola Regola fatta per principianti - dice il santo Patriarca - e arriverai "con la protezione di Dio", alla perfezione della vita monastica. In questa ultima apparizione cosi` emozionata ed emozionante, l'affermazione di SB risulta singolarmente ferma e solenne. Due verbi risaltano nel testo: uno all'imperativo perfice (metti in pratica), alla fine del v.8, e un altro al futuro pervenies (giungerai), alla fine del v.9; metti in pratica la Regola e giungerai alle vette. "Pervenies - giungerai" e` alla fine del capitolo, quasi come un traguardo e aggiunge, a ratificare e a dare la certezza: Amen. Cosi` finisce la Regola di S.Benedetto.


CAPITOLO 1

Delle varie specie di monaci

De generibus monachorum

Preliminare: il fenomeno monastico

La vita monastica non e` un fatto particolare del cristianesimo, ma e` un fenomeno universale con caratteristiche simili in tutte le religioni e in tutti i tempi e luoghi. Nasce da alcune aspirazioni religiose e morali profondamente radicate nell'animo umano, aspirazioni a volte vaghe e deboli, ma che in alcuni individui riescono a superare gli istinti piu` forti della natura e a riempire tutta l'esistenza. Queste aspirazioni si possono ridurre a due:

a) ascetismo, che e` la tendenza dell'uomo alla purificazione continua dei suoi peccati e al dominio delle passioni;

b) misticismo, che e` il desiderio di realizzare in qualche maniera, gia` da questo mondo, l’unione con la divinati`.

1. Fuori del cristianesimo

Il monachesimo, in definitiva, non e` che la realizzazione pratica di queste aspirazioni o aneliti in uno stile di vita che permette di raggiungerli. In questo senso l'origine del fenomeno monastico si perde nella notte dei tempi. Le manifestazioni conosciute presentano una grande varieta`. L'India, paese profondamente sensibile ai problemi della religione, della santita`, della purificazione interiore, costituisce un esempio insigne: si conosce il monachesimo da tempo immemorabile, vere moltitudini di monaci di religione brahmanista o jainista o buddhista attraversano tutta la storia: il monachesimo hindu e buddhista e` fiorente in molti paesi dell'oriente.

2. Nell'Antico Testamento

Nell'AT si trovano dei precursori al monachesimo cristiano: le scoperte archeologiche a Qumran, vicino al Mar Morto, hanno suscitato nuovo interesse per la storia del monachesimo, rivelandoci qualcosa dei monaci esseni.

3. Presso i filosofi classici

Non mancano elementi "monastici" neppure nella vita e nella dottrina dei filosofi classici, in particolare i pitagorici.

4. Nel cristianesimo

L'apparizione del fenomeno monastico in seno al cristianesimo non e` cosi` facilmente databile. Sappiamo che la chiesa apostolica e quella dei martiri hanno avuto le loro vergini consacrate e i loro asceti, che si debbono considerare come autentici predecessori dei monaci: praticavano il celibato, conducevano vita povera e austera, si andavano raggruppando a poco a poco. Nella seconda meta` del secolo III alcuni, particolarmente in Egitto, si ritirarono nel deserto. S.Antonio Abate (Antonio il Grande), anche se non fu il primo a ritirarsi, e` considerato il padre dei monaci (250-356). Cosi` si formo` praticamente il monachesimo cristiano, man mano, senza che sia possibile assegnargli un fondatore, una data precisa, una culla determinata. Nacque un po' in tutte le parti come prodotto della santita` e della fecondita` delle diverse chiese locali.

5. Nel IV secolo

Nel IV secolo, terminata l'era delle persecuzioni, all'inizio della liberta` della chiesa, il movimento monastico assume uno sviluppo enorme, e cio` senza dubbio fu causato dall'ondata di profano e di mediocre che era penetrata nella chiesa. Infatti uno dei luoghi comuni del monachesimo primitivo era il richiamo continuo e l'entusiasmo ammirato verso la prima comunita` di Gerusalemme; e in realta` i monaci si considerarono come gli eredi e i continuatori di quella comunita` ideale. Cassiano lancio` la teoria che i cenobiti erano i discendenti in linea retta, per una successione ininterrotta, di quei primi credenti, i quali "stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprieta` e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno" (Atti 2,44-45) e "avevano un cuore solo e un'anima sola" (Atti 4,32).

In pieno secolo IV e V i nuovi asceti formavano un vero "maremagnum" variopinto e a volte un po' caotico; c'erano tutti i tipi r con le forme di vita le piu` varie; accanto a persone famose per virtu` e santita` non mancavano persone superbe che caddero nello scisma o nell'eresia, ne' i mediocri o i fanatici. A tutta questa schiera, dopo altri e diversi titoli, si comincio' a dare indistintamente il nome di monaci.

Il termine "monaco" presso i classici e i Padri Greci...

Il termine "monaco", di origine greca (monakos), deriva dall'aggettivo "monos", che vuol dire "solo", "unico"; presso gli scrittori classici significa "in un unico modo", "di un solo posto", "semplice", "unico nel suo genere", "solitario". Eusebio di Cesarea e Atanasio cominciarono ad usarlo per i nuovi asceti col significato tecnico di persona non sposata, celibe; ma per loro il monaco e` anzitutto un imitatore di Cristo e del suoi apostoli in un distacco che separa, ma nello stesso tempo unisce ("separato da tutti e unito a tutti", secondo l'espressione di Evagrio Pontico). Comunque, nella letteratura del IV secolo - l'epoca d'oro del monachesimo - il termine tecnico "monakos" significa "separato" e "celibe".

... presso i Latini...

Il termine greco "Monakos' fu latinizzato in "monachus" ed esprimeva essenzialmente la condizione del solitario, del separato dalla gente del mondo. Nello stesso tempo si parla anche dell'idea di unita` che il termine racchiude: unita` di pensiero, unita` di proposito, unita` di condotta. Cosi` gradualmente il significato di "monachus" si ando` allargando fino a comprendere praticamente tutte le classi di asceti. Il doppio concetto di "solo" e di "uno" era verificato nell'isolamento dal secolo e nell'unita` fisica o morale in cui si viveva; percio` si applico` anche a quelli che vivevano in comune. Il termine "monaco", assente dalle Regole madri (Pacomio, IV Padri, 2da dei Padri, Basilio, Agostino) che usano frater, predomina pero` negli scritti di Cassiano e appare gia' nella generazione seguente.

... in S.Benedetto...

S.Benedetto usa frequentemente il termine "monachus" - insieme a quello di "frater" - fin dal primo capitolo della Regola. Ormai il termine aveva acquistato una pienezza di significato ed era una specie di titolo di nobilta` spirituale. Lo avevano glorificato con la loro vita personaggi eminenti come Antonio e tanti altri e lo avevano esaltato con i loro scritti Atanasio, Girolamo, Palladio, Rufino, Agostino, Cassiano, ecc. Il monaco non era piu` solamente il "celibe", il "separato", il "solitario"; era anche il "saggio" per antonomasia, l'"atleta", il "soldato di Cristo", il nuovo "martire", il "compagno degli angeli", insomma il tipo dell'uomo nuovo come appare agli occhi della fede, l'uomo che aspira a ricopiare sempre piu` pienamente l'immagine di Cristo morto e risorto. In questo contesto il termine "monachus" nella RB ha delle esigenze, e' un titolo che obbliga, un programma di santita` e costituisce un rimprovero continuo per chi lo porta indegnamente.

...oggi.

Col sorgere di nuovi istituto religiosi nel medioevo e dopo, il termine "monaco" e` venuto a restringersi designando, in occidente, solo i figli di S.Benedetto e i certosini, per distinguerli dai "frati" (francescani, domenicani, agostiniani...) e dai membri degli ordini e congregazioni moderne (gesuiti, passionisti, redentoristi, salesiani, ecc.).

Per le origini del monachesimo, vedi il piccolo libro di G.TURBESSI, Ascetismo e monachesimo prebenedettino, Ed.Studium, Roma 1961.

 

IL PRIMO CAPITOLO DELLA RB

1: Le specie dei monaci

S.Benedetto da come cosa risaputa che le specie dei monaci sono quattro , contando anche quelle dei falsi. Usa cioe` un cliche` tradizionale gia` definito da oltre un secolo. S.Girolamo, parlando dei monaci egiziani, enumera tre specie" cenobiti, anacoreti e "remnuot" (sarabaiti); Cassiano ne enumera quattro: cenobiti, anacoreti, sarabaiti e falso anacoreti che erano usciti dai cenobi. SB e` d'accordo con ambedue riguardo alle prime tre categorie, ma unisce i falsi anacoreti (di Cassiano) alla terza categoria (i sarabaiti) e aggiunge la quarta dei girovaghi, meno sviluppata ai tempi di Girolamo e di Cassiano, ma ricordata da Agostino.

2: Prima specie: i cenobiti

La prima specie e` quella dei cenobiti, coloro che vivono in monastero, cioe` insieme. "Cenobita" - in Cassiano "cenobiota" - viene dal greco "koinos" = comune e "bios" = vita. E` la prima specia anche per Cassiano, non tanto forse nella valutazione (Cassiano, e anche SB, probabilmente, hanno una stima superiore della vita eremitica), ma sopratutto perche` ritenuta piu` adatta e piu` sicura per la maggioranza degli uomini; prima anche cronologicamente perche' - dice Cassiano - ebbe i suoi inizi nella comunita` apostolica di Gerusalemme. Quando la maggior parte dei monaci abbracciarono la vita comune, il termine "cenobita" e "cenobio" furono usati piu` raramente e furono sostituiti da "monaco" e "monastero".

Militando sotto la Regola e l'abate:

Per il verbo "militando", vedi il concetto della vita monastica come milizia nel commento al prologo (Prol 3,40, 45 incluso nel concetto di "schola").Il cenobitisno si basa su due colonne: la Regola e l'abate. La prima, la Regola, e` una legge scritta costituita da usanze tradizionali, la "disciplina coenobiorum" di cui parla Cassiano, tramandata oralmente e poi fissata nello scritto; ha il carattere di stabilita` e di autorita`; la mancanza di essa e` un pericolo per gli eremiti che non siano ben formati e la causa principale della cattiva condotta dei sarabaiti e girovaghi. La seconda colonna, l'abate, e` la regola vivente, una persona costituita in autorita` che interpreta la legge scritta.

3-5: Seconda specie: gli anacoreti o eremiti

La RB non distingue tra i due nomi. Essi formano, come per S.Girolamo e per Cassiano, la seconda specie. "Anacoreta" viene dal greco <ana>, che significa lontananza e <koreo>, che significa abitare e percio` significa "colui che vive in disparte"; "eremita" viene dal greco <eremos>, che significa luogo deserto. Praticamente i due termini sono sinonimi, anche se anacoreta si riserva per i grandi asceti del deserto. SB spiega chi sono questi eremiti. Vissuto da solo per tre anni nello speco sublacense, egli sa per esperienza i pericoli di quella vita che in se stessa e` di alta perfezione.

La vita eremitica

Tanto superiore al normale temperamento degli uomini, la vita eremitica esige particolarissima chiamata divina e formazione spirituale per non cadere in illusioni; percio` SB determina bene i requisite dei veri eremiti. Non si tratta di gente che e` al primo fervore della vita spirituale, ma di chi ha fatto un lungo tirocinio in monastero. Gia` S.Girolamo voleva lo stesso e cosi` Cassiano; l'idea che gli eremiti debbano prima formarsi nei cenobi era comunissima nell'antico monachesimo, tanto che a volte il cenobio era considerato quasi unicamente come scuola di solitari (non e` questo evidentemente il caso della RB). Figli legittimi dei cenobiti, gli eremiti costituiscono quasi un monachesimo di elite, un'aristocrazia monastica; hanno superato il livello comune e possono accedere al combattimento da soli nell'eremo.

L'idea della lotta, il tema della milizia cristiana domina in questo versetti: il monastero e considerato come una specie di accademia militare dove si debbono formare le unita` speciali degli anacoreti. La comunita` dei fratelli e` come un esercito in combattimento attivo e continuo contro il demonio; i cenobiti si aiutano l'un l'altro come buoni compagni d'armi. Gli eremiti escono dalle loro file ben addestrati o equipaggiati o armati (tali sono i significati attribuibili al termine "instructi") per il combattimento individuale nella vita del deserto. Quali nemici speciali dei solitari si citano i pensieri: e` noto quanto gli eremiti dell'oriente dovettero lottare contro i pensieri, ed e` chiaro che questo e` un pericolo molto piu` grave per un eremita privo com'e`, a differenza del cenobita, del sostegno dei fratelli e dei superiori. Allettamenti della carne: altro genere di lotta frequentissima presso i solitari; si ricordino le tentazioni di Antonio nel deserto e la lotta di SB a Subiaco (Dial.II, c.2).

Con l'aiuto di Dio

Dopo tanta insistenza sulla ormai acquisita sufficienza a combattere da soli, era necessaria questa aggiunta contro il pericolo di presunzione di sapore pelagiano; della necessita` della grazia SB e` convinto e la richiama ad ogni occasione.

6-9: Terza specie: i sarabaiti

Con i "sarabaiti" irrompono nella RB i falsi monaci, per la degenerazione dei costumi che li rende una caricatura dei veri monaci. Secondo Herwegen, i sarabaiti sarebbero la corruzione del monachesimo di citta', i girovaghi (quarta specie della RB) la corruzione del monachesimo di campagna. Il termine "sarabaita" deriva dall'egiziano <sar> = disperso e <abet> = monastero e significa "uno che vive per conto proprio". Dice Cassiano: "Dal fatto che si staccavano dalle comunita` dei cenobi e ognuno per conto suo badava ai propri bisogni, sono stati chiamati, con termine proprio della lingua egiziana, <sarabaiti>". Secondo altri, deriverebbe dall'aramaico <sarab> = ribelle.

come oro nella fornace

Concetto biblico comune: cf. Prov.27,21; Sap.3.6; Sir.2,5. "Mostrano di mentire a Dio", reminiscenza di Atti 5,3-4 "mentire allo Spirito Santo"; l'espressione ricorre anche nei salmi (17,46; 77,36; 80,16...).

con la tonsura

La tonsura, o taglio dei capelli, fu, fin dai primi secoli, un segno distintivo, benche` ancora non esclusivo, dei chierici e dei monaci. Da principio significava solo portare i capelli corti. Ma almeno fin dal sec.VI, e` in uso anche la "corona" di capelli lasciata sulla testa rasata; ma probabilmente i monaci usarono a lungo quella primitiva e a questa forse pensa SB. I preti diocesani usarono da molto tempo, fino a poco fa, la tonsura ridotta a un piccolo cerchio rasato al vertice del capo (volgarmente la "chierica" perche` con la prima tonsura si entrava a far parte del clero). Presso i monaci e gli altri religiosi sono state varie fino ai tempi recentile fogge della tonsura; presso i benedettini italiani, per es., essa consisteva in una sottile linea che incideva i capelli in senso orizzontale (la "corona"). La tonsura ha voluto sempre significare una speciale appartenenza a Dio e, specialmente per i monaci, la rinuncia alle vanita` del mondo. Cio` spiega ancor meglio l'espressione di SB.

Vivono a gruppi di due o tre

E' la frase di S.Girolamo e di Cassiano; gruppetti quindi molto esigui dove non si poteva svolgere una vita seriamente regolare e dove era facile mettersi d'accordo per seguire i propri comodi.

oppure da soli, senza pastore

E' il caso dei falsi eremiti che SB raggruppa qui, mentre Cassiano ne fa la quarta specie di monaci. Non solamente sono senza Regola, ma anche senza un capo, appunto l'opposto dei cenobiti, che "militano sotto una regola e un abate" (v.2).

SB, pur trattando male questo sarabaiti, usa pero` una certa moderazione nella sua critica e solo in questa ultima parte mostra il ridicolo del loro criterio di vita (v.9). S.Girolamo e Cassiano sono molto piu` duri e si dilungano nel bollare a fuoco e ridicolizzare questi monaci.

(Un po' di esagerazione?)

Tuttavia, sia detto tra parentesi, ci si potrebbe porre il dubbio se questa critica non sia esagerata o ingiusta, per lo meno nel generalizzare in un modo cosi` assoluto. Partendo dal cenobitismo ad oltranza, S.Girolamo e Cassiano mettono in ridicolo e criticano tutti quelli che non vivono secondo quelle leggi. Certamente, il monachesimo libero e vario che fioriva un po' dappertutto, poteva dar luogo ad abusi e sicuramente ne dava; certamente, molti di quei monaci erano ipocriti, Ma condannare in blocco tutta una maniera diversa di servire Dio nell'ascetismo, e` un'altra cosa.

In realta' pare che i sarabaiti non erano quelli che Cassiano (e SB) fanno apparire come cenobiti degenerati e rinnegati, ma la sopravvivenza, la naturale evoluzione dell'ascetismo premonastico, come e` provato da molti testi dei secoli IV e V. Non perche` il cenobitismo stretto offre maggiori garanzie di andare a Dio, almeno teoricamente, si debbono disprezzare, in modo generale e assoluto, le altre specie di monaci (Colombas).

10-11: Quarta specie: i girovaghi

Questa quarta specie e' considerata la peggiore da SB. "Girovaghi" viene dal greco <ghiros> = giro e dal latino <vagus> = vagare. S.Agostino li chiama "cicumcelliones", cioe` vaganti di cella in cella. SB bolla a fuoco questi vagabondi; l'intera vita la passano cosi`: sono la scrocconeria e la fannullaggine divenuta sistema, schiavi dei propri capricci (e` chiaro che non si sarebbero mai adattati a vivere sotto un abate!) e della propria golosita` (e` l'aspetto piu` degradante della loro vita). La RM indugia a lungo (ben 62 versetti) a descrivere i costumi e le arti degli ingordi girovaghi, ma con tono caricaturale e particolari esagerati, anche se pittoreschi, al cui confronto spicca la gravita` e la sobrieta` di SB.

(Un po' di esagerazione?)

E anche qui si potrebbe fare l'osservazione, almeno come dubbio, fatta sopra per i sarabaiti. In realta` questi monaci chiamati girovaghi hanno una tradizione degna di tutto rispetto: il cosiddetto monachesimo itinerante che risale alle origini stesse della Chiesa. Effettivamente esisteva nella Chiesa primitiva una categoria speciale di cristiani i quali, senza patria, senza casa, viaggiava di citta` in citta` compiendo l'ufficio di predicatori ambulanti. Man mano poi che le comunita` crstiane si consolidarono intorno ai vescovi stabili, questa classe di predicatori perse la sua ragion d'essere. Tuttavia alcuni continuarono questa vita errabonda non come predicatori del vangelo, ma per motivi ascetici. Questa pare l'origine dei girovaghi cosi` strapazzati in RM e RB, monaci che volevano prendere sul serio l'imitazione di Gesu` Cristo il quale "non aveva dove posare il capo" (Lc 9,58); soli o in piccoli gruppi praticavano la piu` stretta poverta`, vivevano di cio` che davano loro o dei frutti che trovavano nelle campagne, passavano la notte in rifugi di fortuna o all'addiaccio e ritenevano un titolo di gloria essere chiamati vagabondi o pazzi. La curiosa storia di uno di questi monaci antichi si puo` leggere nella "Storia Lausiaca" di Palladio, c.37. (Colombas).

 

12-13: Conclusione: la Regola e` scritta per i cenobiti

SB si ferma solo alla prima specie. E` chiaro che esclude la terza e la quarta. Ma che dire degli eremiti? Senza dubbia e` una categoria legittima; ma SB la considera superiore o inferiore ai cenobiti? La questione e` dibattuta. Certamente, ispirandosi come fa a Cassiano, SB dovrebbe ritenere l'opinione comune secondo cui la vita ancoretica rappresenta la realizzzazione piu` perfetta dello stato monastico; pero` non la ritiene la via piu` comune e sopratutto non adatta alla maggior parte degli uomini.

La fortissima specie dei cenobiti

"Fortissima specie" o "la specie migliore". SB e` preso dall'eccellenza di questa specie, anche di fronte agli eremiti, appunto perche` la virtu` che lo stato cenobitico da` modo di esercitare continuamente, sopratutto l'obbedienza, la carita` fraterna e la pazienza, lo rendono il piu` adatto di tutti, il piu` umano, il meno esposto alle illusioni.

"Valoroso" o "fortissimo" esprime la fortezza d'animo che questa categoria richiede, perche` la pratica quotidiana e perseverante delle virtu` monastiche, nella monotonia delle azioni e nella stabilita` di luogo e di confratelli, costituisce veramente una continua sofferenza (che fecero paragonare la vita monastica vissuta integralmente a un lento martirio).

Veniamo ad organizzare con l'aiuto di Dio

Iniziando la grande opera dell'organizzazione della vita del cenobio nei suoi elementi costitutivi, ascetici e disciplinari, SB si richiama all'aiuto do Dio, come ha raccomandato di fare al discepolo prima di iniziare qualunque opera buona (cf.Prol.4)


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21 giugno 2014                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net