LE CONFERENZE SPIRITUALI

di GIOVANNI CASSIANO

 

CONFERENZA IX: L’ORAZIONE


Estratto da “Dispensa di Storia della Spiritualità antica”

A cura di Antonio Montanari – A.A. 2012 – 2013 – dal sito www.teologiamilano.it


Indice estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline - 1965


Indice dei Capitoli

I - Introduzione alla conferenza;

II - Parole dell'abate Isacco sull'essenza della preghiera;

III - Come si ottiene una preghiera pura é sincera;

IV - Mobilità dell'anima, che vien paragonata ad una piuma;

V - Le cause da cui deriva l'appesantimento dello spirito;

VI - Visione di un monaco anziano circa l'inquieto affannarsi di un confratello;

VII - Domanda: se sia più difficile conservare i buoni pensieri o farli nascere;

VIII - Risposta sulle diverse forme di preghiera;

IX - Le quattro specie di preghiera;

X - Ordine da seguire tra le quattro specie di, preghiera;

XI - Ossecrazione;

XII - Promessa;

XIII - Domanda;

XIV - Rendimento di grazie;

XV - Se le quattro forme di preghiera siano necessarie a tutti simultaneamente, oppure siano necessarie a ciascuno separatamente;

XVI - A quali forme di preghiera dobbiamo preferibilmente rivolgerei;

XVII - Quattro forme di preghiera indicate dall'esempio del Signore;

XVIII - Il Pater Noster;

XIX - « Venga il tuo regno »;

XX - « Sia fatta la tua volontà »;

XXI - Il pane soprasostanziale o quotidiano;

XXII - «Rimetti a noi i nostri debiti »;

XXIII - «Non c'indurre in tentazione »;

XXIV - Non si devono chiedere altre cose oltre quelle contenute nella preghiera del Signore;

XXV - Natura di una preghiera più sublime del Pater;

XXVI - Varie cause di compunzione;

XXVII - Diverse forme che la compunzione può assumere;

XXVIII - Domanda: perché non dipende da noi il dono delle lacrime?;

XXIX - Diversità dei sentimenti che si manifestano attraverso le lacrime;

XXX - Non si cerchi di versare lacrime quando non sono spontanee;

XXXI - Parere dell'abate Antonio sulla natura della preghiera;

XXXII - Il segno per giudicare che siamo stati esauditi;

XXXIII - Obiezione: la fiducia di essere esauditi conviene soltanto ai santi;

XXXIV - Risposta: diverse cause che fanno esaudire le nostre preghiere;

XXXV - Preghiera nella propria cella e a porta chiusa;

XXXVI - Utilità della preghiera breve e silenziosa.

 

 I - Premessa alla Conferenza

Le due conferenze seguenti, pronunciate dal venerando abate Isacco intorno alla ininterrotta continuità dell'orazione, adempiranno, con l'aiuto del Signore, la promessa da me avanzata fin dal secondo libro delle Istituzioni. Una volta compiuto il lavoro, io credo d'aver soddisfatto l'incarico ricevuto dal vescovo Castore, di felicissima memoria, ed espresso da voi, benignissimo vescovo Leonzio, ed Elladio, fratello santo. Mi scuso, prima di tutto, dell'ampiezza di questa trattazione, perché essa è stata estesa più largamente di quanto avevamo deciso nel periodo dei nostri progetti, pur avendo io cercato di trattarne in misura succinta e di aver lasciato moltissimi elementi nel silenzio. Di fatto, il beato Isacco, dopo aver trattato a lungo di diversi argomenti che io, per amore di brevità, ho lasciato da parte, così finalmente prese a parlare.

II - Le parole dell'abate Isacco sulla natura della preghiera

«Tutta la finalità del monaco e la perfezione del suo cuore tendono alla continua e ininterrotta perseveranza della preghiera e, in più, per quanto è concesso alla fragilità dell'uomo, all'immobile tranquillità della mente e ad una perseverante purezza, per effetto della quale noi andiamo in cerca instancabilmente ed esercitiamo continuamente non soltanto la fatica del corpo, ma anche la contrizione dello spirito. Esiste fra l'una e l'altra certo quale reciproco e inseparabile legame. E di fatto, come l'ordinamento di tutte le virtù tende alla perfezione della preghiera, così pure, se tutte queste esigenze non saranno fra loro congiunte e aggregate dal complemento della preghiera, non potranno certo perdurare ferme e stabili. Infatti, come senza tali requisiti non sarà possibile acquistare e assicurare una perenne e costante tranquillità di quella preghiera, di cui stiamo parlando, così pure quelle virtù che predispongono alla preghiera non potranno essere assicurate senza l'assiduità dell'orazione. E allora noi non potremo, con un discorso improvvisato, né trattare convenientemente dell'effetto della preghiera né introdurci nel suo fine principale, che si raggiunge con la costruzione di tutte le virtù, se prima, in vista del suo raggiungimento, non richiameremo ed esamineremo ordinatamente quegli elementi che occorre eliminare oppure disporre, e, in più, secondo il contesto del brano evangelico a, non saranno discussi e diligentemente aggregati i coefficienti che contribuiscono alla costruzione di quella spirituale e altissima torre. E tuttavia tali elementi né gioveranno, anche se preparati, né potranno essere sovrapposti l'uno all'altro per raggiungere opportunamente la sommità della perfezione, se prima, una volta effettuata la ripulitura dei vizi e rimossi i grossi e morti ruderi delle passioni, non verranno gettati sopra la terra viva e solida del nostro cuore, come si usa dire, anzi, sulla pietra evangelica, i fondamenti della semplicità e dell'umiltà; è con tali criteri di costruzione che si dovrà edificare la torre delle virtù spirituali al punto da venire immobilmente assicurati fino ad essere elevati con la fiducia d'una propria fermezza ai sommi fastigi dei cieli. Colui che si appoggerà su tali fondamenti, anche se cadranno scrosci di pioggia rovinosa, anche se irromperanno violenti rovesci di persecuzione alla maniera di colpi d'ariete, anche se si scatenerà la terribile tempesta degli spiriti nemici, non solo non lo colpirà alcuna rovina, ma quell'urto non riuscirà in alcun modo a smuoverlo dalla sua fermezza.

III - In che modo si raggiunge una preghiera pura e semplice

Ne segue allora che, affinché la preghiera possa riuscire coltivata con quel fervore e quella purezza, con la quale deve essere condotta, debbono essere osservate in tutti i modi le norme seguenti. Anzitutto dev'essere bandita nel modo più completo la sollecitudine provocata dalle tendenze carnali, in secondo luogo non si deve ammettere alcuna preoccupazione di qualche affare o di qualche altro stimolo, ma neppure, e del tutto, il loro ricordo. Nel modo stesso vanno eliminate le detrazioni, i vani colloqui o quelli prolungati, come pure le scurrilità. In modo completo dev'essere rimosso l'insorgere dell'ira e della tristezza, così come dev'essere estirpato il dannoso fomite della concupiscenza carnale e della brama del danaro. E allora, una volta distrutti ed eliminati tutti questi e simili vizi, i quali possono apparire perfino agli occhi degli uomini, e assicurata, come già abbiamo detto, una tale epurazione purificatrice, la quale si ottiene attraverso una purezza fatta di semplicità e di innocenza, occorrerà gettare anzitutto i fondamenti inconcussi d'una profonda umiltà, i quali, ovviamente, siano in grado di sostenere quella torre che si eleva fino al cielo; in secondo luogo occorre aggiungere la costruzione spirituale delle virtù e impedire all'animo ogni distrazione e divagazione lubrica, in modo che a poco a poco l'animo stesso cominci ad elevarsi alla contemplazione di Dio e alla visione delle realtà spirituali. Tutto quello infatti che l'animo nostro ha concepito prima dell'ora dell'orazione, necessariamente ritornerà a farsi presente attraverso la suggestione della memoria, allorché noi ci metteremo a pregare. Perché, quali noi ci ripromettiamo di essere trovati durante la nostra orazione, tali dobbiamo disporci ad essere prima del tempo destinato alla preghiera. Nell'applicarci all'orazione la mente si ritrova nello stato in cui s'era precedentemente atteggiata: quindi, nel disporsi a pregare, ecco affacciarsi ai nostri occhi l'immagine del nostro abituale comportamento e perfino il ricordo delle parole e le impressioni dei nostri sentimenti, ed eccoci allora inclini, secondo le nostre disposizioni, alla irascibilità o alla tristezza, a risentire in noi i motivi della passata concupiscenza o della grottesca risibilità nel parlare, di cui c'è perfino vergogna a parlare, come pure il facile ricorso a precedenti discorsi. E allora, prima di metterci a pregare, procuriamo di escludere con sollecitudine, dall'intimità del nostro cuore, quanto non vorremmo vi entrasse, appunto per poter adempiere quello che ci è stato suggerito dall'Apostolo: "Pregate senza interruzione", e ancora: "(Voglio che gli uomini preghino) ovunque si trovino, alzando al cielo mani pure, senza ira e senza contese". Noi non saremo in grado di aderire a questi suggerimenti, se la nostra anima, purificata da ogni contagio dei vizi e dedita unicamente alle virtù come a dei beni ad essa connaturali, non si nutrirà della continua contemplazione di Dio onnipotente.

IV- Mobilità dellanima, che vien paragonata ad una piuma

La natura dell’anima si può paragonare opportunamente ad una lanugine o ad una piuma leggera. Se l’umidità che sopraggiunge dall’esterno non corrompe e non penetra la piuma, essa, per la leggerezza della sua natura, con l’aiuto di un minimo soffio di vento, si leva verso le altezze del cielo. Ma se è appesantita e penetrata da qualche liquido, non solo non sarà più rapita dalla sua naturale leggerezza ai voli per l’aria, ma sarà precipitata, dal peso del liquido assorbito, verso la bassezza della terra.

La stessa cosa avviene per l’anima nostra. Se i vizi e le preoccupazioni mondane non l’appesantiscono, se l’umore della libidine non la corrompe, essa, sollevata dal privilegio naturale della purezza, si innalzerà verso le altezze, al più leggero soffio della meditazione spirituale, e, lasciando le cose basse della terra, volerà a quelle invisibili del cielo. Perciò noi siamo assai opportunamente ammoniti dal Signore nel Vangelo con questo comando: « Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non si aggravino per crapula, o per ubriachezza, o per le preoccupazioni della vita ». Se dunque vogliamo che le nostre preghiere penetrino i cieli e li travalichino dobbiamo liberare l’anima nostra da ogni vizio terreno, mondarla dalle sozzure delle passioni, ridurla alla sua naturale imponderabilità. Allora la sua preghiera, non più gravata dal peso dei vizi, salirà fino a Dio.

V - Le cause da cui deriva l'appesantimento dello spirito.

Guardiamo ora da quali cause l’anima è appesantita, secondo la parola del Signore. Egli non ha parlato di adulterio, di fornicazione, di omicidio, bestemmia, furto: nessuno infatti ignora che queste colpe causano la morte e la dannazione eterna. Ha rammentato invece la crapula, l’ubriachezza, le cure, o preoccupazioni del mondo, le quali cose son tanto lontane da essere sfuggite o giudicate dannose dagli uomini del mondo, che perfino molti monaci lo dico arrossendo - vi si gettano dentro, come se fossero cose innocenti e utili.

Quei tre vizi, presi alla lettera, appesantiscono l’anima, separano da Dio, la precipitano a terra. Tuttavia è facile evitarli, specialmente per noi che siamo separati dal mondo e dal suo modo di vivere, con una distanza ben lunga, né abbiamo alcuna occasione, di farci prendere dall’affanno per le cose visibili, o dagli eccessi del bere e del mangiare.

C’è però un’altra crapula non meno dannosa, c’è una ubriachezza spirituale più difficile ad evitarsi, c’è una cura o preoccupazione mondana che assale anche noi, nonostante che abbiamo rinunciato completamente alle nostre ricchezze ed abbiamo eliminato ogni uso di vino e di banchetti. Quelle colpe non cessano di farci cadere nelle loro reti, anche se viviamo nella più completa solitudine.

Il profeta parla di noi quando dice: « Svegliatevi voi che siete ubriachi, ma non di vino ». Un altro profeta dice: « Stupite e strabiliate, brancolate e vacillate, inebriatevi ma non per vino, brancolate ma non per ubriachezza ». Il vino che produce questa ebbrezza non può essere altro che il « furore dei dragoni » di cui parla il profeta. Vedete ora da quale radice deriva quel vino. Dice ancora la sacra Scrittura: « La loro vite viene dalla vigna di Sodoma e dai dintorni di Gomorra ».

Volete ora conoscere il frutto di questa vite, il prodotto di questo tralcio? Ecco: « L’uva loro è uva di fiele, e i grappoli sono amarissimi ».

Certamente, se non saremo puri da ogni vizio e immuni dalla crapula delle passioni, avremo rinunciato invano allabbondanza del vino e del cibo: il nostro cuore risentirà la pesantezza d’una ubriachezza e di una crapula più dannosa ancora.

A provare che le preoccupazioni della vita secolaresca possono talvolta cadere anche su di noi, a dispetto della nostra separazione dalla vita del mondo, interviene la regola degli anziani. Essi affermano che tutto quanto supera le necessità della vita quotidiana e i bisogni più elementari della carne, deve essere ritenuto una preoccupazione di questo mondo. Per esempio: se il lavoro a cui corrisponde un soldo di compenso basta per provvedere ai nostri bisogni, è male lavorare e affaticarci allo scopo di guadagnare due o tre soldi. Due tuniche bastano a coprirci: una per il giorno e una per la notte; non dobbiamo perciò procurare di possederne tre o quattro. Una o due celle basterebbero per ripararci, ma noi, presi dalle ambizioni secolaresche e dal desiderio di grandeggiare, ce ne costruiamo quattro o anche cinque, e le vogliamo riccamente ornate e più grandi di quel che chiedono le nostre necessità. In tutto ciò dimostriamo - per quanto ci è possibile - di essere presi dalle passioni e dalle concupiscenze del mondo.

VI - Visione di un monaco anziano circa l'ingiusto affannarsi di un confratello

Ci sono motivi chiarissimi per dire che tutto questo avviene dietro suggerimento del demonio.

Uno dei nostri anziani più stimati, passava un giorno presso la cella di un confratello, il quale era ammalato di quella malattia che stiamo descrivendo. Non passava giorno senza che quel monaco si inquietasse a riparare o costruire cose superflue. L’anziano lo vide di lontano, mentre s’affannava a spezzare una pietra durissima per mezzo di un maglio. Accanto a lui vide un Etiope che aveva intrecciato le sue mani a quelle del monaco, e tirava con lui colpi di maglio; inoltre lo provocava a quel lavoro accostandogli fiaccole ardenti. Lanziano si fermò a lungo, sia per osservare gli incitamenti del crudelissimo demonio, sia per ammirare la spaventosa illusione del monaco. Quando il poveretto, mezzo morto dalla dura fatica, vorrebbe prendersi un po’ di riposo, o metter fine all’opera, lo spirito maligno lo incita a riprendere il maglio, a non abbandonare l’opera intrapresa, ma a portarla a termine. Incitato così, il nostro monaco non sente affatto il peso di sì grande fatica.

Il vecchio monaco alla fine, profondamente commosso di questo inganno del demonio, si indirizza alla cella del confratello e lo saluta così: « Che cosa stai facendo, fratello? ». Quello risponde: « Lavoriamo su questa pietra durissima, per vedere se alla fine la manderemo in frantumi ». Allora il vecchio riprese: « Hai detto bene « Lavoriamo », perché non sei solo a tirar colpi di maglio: un altro è con te, che tu non vedi, ma sta al tuo fianco durante il lavoro, non già per aiutarti, ma per istigarti violentemente ».

Per dimostrare che l’anima nostra è immune dal contagio delle ambizioni secolaresche non basta dunque star lontani da quelle occupazioni che, anche volendo, non potremmo esercitare; non basterà disprezzare quelle cose alle quali non è possibile attaccarsi senza incontrare la disapprovazione degli uomini spirituali e di quelli mondani.

Noi dimostreremo di esserci liberati da quel male, se rifiuteremo con fermezza inflessibile anche le cose che si possono lecitamente usare, o che si potrebbero coprire con una certa apparenza di onestà.

Queste cose che sembrano da poco - anzi da nulla - e sono perciò comunemente ammesse dagli uomini della nostra professione, viste nella giusta luce, appaiono gravissime. Non sono certo meno gravi, per la nostra coscienza

di monaci, di quel che siano le grandi colpe per la coscienza degli uomini mondani. Le cosiddette « cose da nulla » impediscono al monaco di purificarsi dalle scorie terrestri, per poi elevarsi a Dio.

Elevarsi a Dio : ecco dove il nostro cuore dovrebbe tendere incessantemente; la più piccola separazione dal sommo Bene dovrebbe sembrarci una morte: la peggiore delle morti.

Quando lanima si sarà stabilita in questa tranquillità e si sarà sciolta da tutti i legami delle passioni carnali, per aderire con tutte le potenze del cuore a questo Bene unico e sommo, allora si avvererà il comando dell’Apostolo:

« Pregate senza mai cessare »; « In ogni luogo innalzate le vostre mani pure, senza odio e senza contesa ». In forza di questa purezza l’anima si libera dai sensi e dalla terra, e si atteggia a somiglianza degli angeli. Allora, tutto quello che pensa o che fa, diventa preghiera pura e sincera.

VII - Domanda: se sia difficile conservare i buoni pensieri, o farli nascere.

Germano - Volesse il cielo che noi avessimo, nel trattenere i buoni pensieri, la stessa facilità che abbiamo nel concepirli! Essi invece, appena li abbiamo formati - col ricordo delle parole lette nei libri sacri, o con la memoria di qualche azione virtuosa, o per mezzo della contemplazione dei misteri celesti - prendono adagio adagio a fuggire dalla mente, e ben presto scompaiono. Se poi la mente scopre qualche nuova sorgente dei buoni pensieri, subito insorgono le distrazioni, e quei pensieri che eravamo riusciti a fissare, sia pur debolmente, se ne vanno, sospinti da una nefasta volubilità. Lanima è incapace di rimanere costantemente sui buoni pensieri. Anche quando sembra che in qualche modo riesca a conservarli, è lecito credere che c’è riuscita per caso, piuttosto che per la sua diligenza: Inoltre, come si potrà credere che la loro nascita dipenda dalla nostra libera volontà, se poi la loro perseveranza non dipende da noi?

Ma affinché l’esame di questo argomento non ci porti troppo lontano dal tema dell’orazione che abbiamo preso a trattare, lasciamo la questione riguardante l’origine dei buoni pensieri ad altro tempo, e intanto parliamo della natura della preghiera: è una questione che c’interessa tanto. Noi chiediamo che ci sia spiegato in che cosa consiste la preghiera. La questione è di grande importanza, dal momento che l’Apostolo ci esorta a non interrompere la preghiera: « Pregate - egli dice - senza intermissione ».

Noi desideriamo innanzi tutto che ci sia spiegata la natura della preghiera, poi quale sia la proprietà specifica di una preghiera incessante.

Infine desideriamo sapere quali sono i mezzi per rimanere nella preghiera e renderla perpetua.

L’esperienza quotidiana e il discorso che abbiamo udito dalle tue labbra santissime ci dimostrano che un cuore mediocremente impegnato non arriva a questa forma di preghiera. Eppure, la tua dottrina ha riposto il fine del monaco e il culmine della perfezione, nella preghiera perfetta.

VIII - Le diverse forme della preghiera

ISACCO:          «Io sono del parere che senza una grande purezza del cuore e dell'anima e senza l'illuminazione dello Spirito Santo non sia possibile comprendere tutte le specie della preghiera. Tali specie sono tante, quante in un'anima, o meglio, in tutte le anime, possono esservi prodotti i generi e le forme differenti. Pertanto, sebbene risulti che per l'inettitudine del nostro cuore noi non riusciremo a individuare tutte le specie proprie della preghiera, tuttavia, per quanto la mediocrità della mia esperienza lo consentirà, tenteremo in ogni modo di discorrerne. Infatti, secondo il grado della purezza, alla quale ogni anima tende, e secondo la disposizione effettiva, in cui, o per motivi esteriori o per la sua operosità, ogni anima si perfeziona, quelle varie specie di preghiera in ogni momento si modificano; ne segue allora con certezza che da nessuno possono essere pronunciate preghiere sempre uguali. E in realtà ognuno prega in un modo, allorché si sente lieto, e invece prega in altro modo, quando si sente oppresso dal peso della tristezza o della disperazione; prega in un modo, quando si sente forte per i successi del suo spirito, e in un altro modo, allorché è preso di mira dall'assalto delle tentazioni; in un modo, allorché chiede il perdono per i propri peccati, in un altro, quando domanda l'acquisto d'una grazia o prega per ottenere la sicura estinzione di qualche vizio; in un modo, allorché si sente contrito nella considerazione dell'inferno e per il timore del giudizio futuro, in un altro, quando s'infiamma per la speranza e il desiderio dei beni futuri; in un modo, allorché si trova nelle necessità e nei pericoli, in un altro, quando vive nella sicurezza e nella tranquillità; in un modo, allorché viene illuminato dalla rivelazione dei misteri celesti, in un altro, quando si sente represso dalla sterilità in fatto di virtù e dall'aridità in fatto di aspirazioni.

IX - Le quattro specie di preghiera

Quindi, una volta richiamati questi accenni intorno alla varietà delle preghiere, benché non sia stato esposto da me quanto l'importanza della materia esigeva, ma solo quanto l'ha permesso l'angustia del tempo e, senza dubbio, la ristrettezza del mio ingegno e il torpore del nostro cuore, subentra ora per noi una difficoltà ben più grande in vista dell'esposizione delle varie specie della preghiera, trattate ognuna singolarmente, così come l'Apostolo le ha distinte, distinguendole in quattro forme: "Raccomando prima di tutto che si facciano obsecrazioni, orazioni, suppliche e ringraziamenti per tutti gli uomini". Non v'è alcun dubbio che tale distinzione sia stata fatta dall'Apostolo non senza motivi fondati. Anzitutto dovremo indagare che cosa egli intenda per obsecrazioni, orazione, supplica e ringraziamento. In secondo luogo occorrerà ricercare se queste quattro specie di preghiera siano da praticare tutte contemporaneamente, vale a dire, se occorra associarle insieme ogni qualvolta che uno si mette a pregare, oppure siano da offrire a Dio alternativamente e singolarmente, come, per esempio, se si debba prima praticare le obsecrazioni, poi le orazioni, poi le suppliche e i ringraziamenti, ovvero se uno debba offrire le obsecrazioni, uno le orazioni, un altro le suppliche, un altro ancora i ringraziamenti, in rapporto cioè alla propria età, relativamente alla quale ogni anima riesce a progredire in proporzione al proprio impegno.

X - Quale è l’ordine da osservare nella pratica delle quattro specie di preghiera

In primo luogo occorre trattare delle proprietà stesse dei vocaboli e dei termini, e così esaminare bene quale differenza intercorra fra orazione, obsecrazione e supplica; in secondo luogo occorrerà decidere, in modo analogo, se sarà bene presentare quella successione singolarmente ovvero unitamente; in terzo luogo dovremo indagare se quell'ordine, disposto dall'autorità stessa dell'Apostolo, esiga d'essere in qualche modo ampliato a beneficio di chi ascolta, oppure debba essere accolta nella sua semplicità quella distinzione stessa, tanto da ritenere che la disposizione sia stata offerta dall'Apostolo con tutta indifferenza, ma una tale conclusione a me parrebbe assurda: non bisogna affatto ritenere che lo Spirito Santo abbia enumerato proprio per mezzo dell'Apostolo qualche provvedimento solo di passaggio e senza motivo fondato Perciò noi tratteremo ogni parte a sé stante con lo stesso ordine con cui tutto abbiamo ricevuto, e ne tratteremo così come il Signore ci concederà di parlarne.

XI - L'obsecrazione

Dice l'Apostolo: "Raccomando prima di tutto che si facciano obsecrazioni". L'obsecrazione è un'implorazione ossia una domanda dettata a causa dei peccati; per essa ognuno, ravveduto per le colpe commesse al presente o nel passato, chiede perdono.

XII - L'orazione

Le orazioni comportano certi impegni, con i quali noi offriamo, ossia, votiamo a Dio qualche cosa, ed è quello che in lingua greca si dice euché, cioè voto. Infatti, là dove in greco è detto: tàs euchàs mou tò Kuriò apodòso, in latino si legge: "Io offrirò al Signore i miei voti" , e questo, secondo la proprietà del termine, così può essere tradotto: "Io offrirò al Signore le mie orazioni". Anche quello che leggiamo nell'Ecclesiaste: "Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo", scrive similmente in greco: eàn eùxe euchèn tò Kuriò, vale a dire: "Se voi offrirete un'orazione al Signore, non rimandate il compierla". E così essa sarà posta in atto da ciascuno di noi in questo modo. Noi infatti preghiamo allorché, rinunciando a questo mondo, promettiamo, una volta negati a tutte le attitudini e ai rapporti con il mondo, di servire il Signore con tutta la dedizione del cuore. Noi preghiamo, allorché, dopo aver disprezzato gli onori del secolo e rinunziato alle ricchezze terrene, aderiamo al Signore con tutta la contrizione del cuore e con la povertà di spirito. Noi preghiamo, allorché promettiamo di coltivare per sempre una purissima castità del corpo e un'incrollabile pazienza, o anche quando facciamo voto di sradicare dal nostro cuore le radici dell'irascibilità e della tristezza, che è una causa di morte. Se noi poi, abbandonandoci all'ignavia e ritornando agli antichi vizi, non adempiremo le nostre promesse, diverremo colpevoli per non aver tenuto fede a quelle stesse nostre promesse e ai nostri voti, al punto che si dirà di noi: "Era meglio non fare voti piuttosto che fare voti e poi non mantenerli". Tale sentenza si può esprimere così secondo la lingua greca: "È meglio non pregare piuttosto che pregare e poi non mantenere".

XIII - La supplica

Al terzo posto sono poste le suppliche, quelle che noi, nel fervore dello spirito, siamo soliti presentare anche per gli altri, sia che le nostre richieste tengano presenti i nostri familiari oppure si estendano alla pace di tutto il mondo, come pure, tanto per servirmi delle parole dello stesso Apostolo, noi eleviamo suppliche "per tutti gli uomini, per i re e per tutti coloro che stanno al potere".

XIV - Il ringraziamento

Al quarto luogo sono poste le azioni di grazia, quelle che l'anima esprime al Signore con ineffabile impeto, allorché ricorda i benefici ricevuti da Dio nel tempo passato, oppure quando pone mente a quali e quanto grandi favori Iddio intende concedere nell'avvenire a coloro che lo amano. Ed è pure con questa stessa disposizione che talora vengono espresse preghiere più abbondanti, allorché il nostro spirito, considerando con occhi purissimi i premi riservati ai santi nella vita futura, si sente animato a dirigere a Dio, con immensa gioia, grazie ineffabili.

XV - Si discute se queste specie di preghiera siano necessarie tutte insieme e per tutti, oppure ognuna singolarmente e successivamente per ciascuno, a parte.

Da coteste quattro specie nascono solitamente occasioni di larghe suppliche. Infatti dalla specie dell'obsecrazione, la quale è originata dalla compunzione dei peccati e dalla disposizione dell'orazione, che a sua volta nasce dalla fiducia nell'emissione dei voti e del loro compimento in base alla purità della coscienza, come pure dalle suppliche, originate dall'ardore della carità, e dalla gratitudine, generata a sua volta dalla considerazione dei benefici di Dio, della sua grandezza e dalla sua pietà, è da allora, ripeto, che noi rimaniamo convinti che prendono vita molto spesso ferventissime e infuocate preghiere al punto che appare evidente come tutte le specie di preghiera da noi fin qui richiamate riescano utili a tutti gli uomini, tanto che in un solo e medesimo individuo la variazione intesa ora delle obsecrazioni, ora delle orazioni, ora delle domande, produrrà sincere e frequentissime suppliche. E tuttavia la prima specie (le obsecrazioni) sembra convenire maggiormente ai principianti, poiché essi sono ancora presi dal rimorso e dal ricordo dei loro vizi; la seconda (le orazioni) sembra adatta a coloro che si sono già assicurati, per l'effetto del loro progresso spirituale e per il conseguimento delle virtù, una certa elevatezza del loro spirito; la terza (la domanda) è adatta a coloro, i quali, adempiendo alla perfezione le esigenze dei loro voti, sono indotti a intervenire in favore degli altri, in considerazione della loro fragilità, stimolati, come si sentono, dall'impulso della carità; la quarta è adatta per coloro i quali, dopo avere ormai repressa nel loro cuore la spina punitrice della loro coscienza, divenuti sicuri, si dedicano ormai con mente purissima alla considerazione della generosità del Signore e alle misericordie da Lui concesse nel passato e che Egli elargisce nel presente e prepara per il futuro, e così si sentono attratti con cuore ferventissimo a quella preghiera infuocata che dalle parole non può essere né compresa né espressa.

Talora però l'anima, una volta stabilitasi in quell'autentico grado di purezza, e in esso inizialmente radicatasi, raccogliendo nel loro insieme tutte quelle forme di preghiera e trascorrendo dall'una all'altra alla maniera d'una fiamma inafferrabile e vorace, suole rivolgere a Dio preghiere d'un vigore purissimo; lo Spirito Santo, intervenendo a sua volta, le rivolge a Dio a nostra insaputa; l'anima concepisce allora, in quell'unico momento, ed effonde con ineffabile profusione suppliche così ardenti, quante in altro tempo la mente non saprebbe ripetere, non dico a parole, ma nemmeno nel ricordo. Può perciò accadere talora che qualcuno, in qualunque grado venga a trovarsi, si ritrovi nella condizione di emettere preghiere pure e intense, poiché, pur essendo egli nel primo e umile grado della vita spirituale, il grado che si estende nel timore del giudizio finale, proprio allora egli venga sorpreso dalla compunzione del cuore al punto da sentirsi nel pieno dell'impeto della obsecrazione con non minore alacrità di chi invece, per la purezza del suo cuore, contemplando ed esaminando la magnificenza di Dio, si senta invaso da una gioia ineffabile. E in realtà, secondo la sentenza stessa del Signore, egli comincia ad amare di più, perché riconosce che gli è stato perdonato di più.

XVI - Quale forma di preghiera dobbiamo preferire?

E tuttavia noi dobbiamo adeguarci di preferenza, in vista del progresso della nostra vita e del raggiungimento delle virtù, a quella specie di preghiera, la quale viene effusa con la contemplazione dei beni futuri e anche con l'ardore della carità, oppure, o con certezza, tanto per parlare più umilmente e secondo la misura dei principianti, attenerci alla preghiera destinata al progresso delle virtù ordinarie e all'estinzione d'ogni vizio. In casi diversi infatti noi non potremmo in alcun modo giungere a specie di preghiera più elevate, di cui abbiamo in precedenza fatta parola, a meno che la mente non progredisca lentamente e gradatamente attraverso l'ordine di queste nostre domande.

XVII - Delle quattro specie di preghiera offerte dall'esempio di Nostro Signore

Queste quattro specie di orazione così formulate il Signore stesso si è degnato, col suo esempio, di insegnarcele, così designandole, sicché anche in questo Egli compì quanto di Lui è detto: "Gesù cominciò a fare e ad insegnare tutto questo". Infatti così Egli prese ad osservare la specie dell'obsecrazione: "Padre, se è possibile, passi da me questo calice". Valga anche quello che, in rapporto alla sua persona, si legge nel Salmo: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Vi sono altri passi, simili a questi, ed è preghiera anche questa, allorché Egli così si esprime: "Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare". Ed ecco un altro testo: "Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità". Si ha una domanda, allorché Egli così prega: "Padre, voglio che anche quelli che mi hai dati, siano con me, dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai data", come pure: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno". Il ringraziamento è così da Lui espresso: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te". E ancora: «Padre, ti ringrazio, perché mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre tu mi dai ascolto". E tuttavia, sebbene il Signore stesso abbia dichiarato il dovere di offrire le quattro specie di preghiera distintamente e in momenti diversi secondo il modo da noi in precedenza indicato, nondimeno il Signore ha pure dimostrato che quelle forme si possono esprimere anche con una supplica perfetta, e lo ha enunciato col suo esempio per mezzo di quella continuata preghiera da Lui stesso pronunciata, quella che noi leggiamo verso la conclusione del vangelo di Giovanni ad E poiché sarebbe troppo lungo ripercorrere tutto questo testo, ogni diligente lettore potrà persuadersi di questa certezza anche solo consultando direttamente il testo ora da noi richiamato. Ad ogni modo anche l'Apostolo, nella sua lettera diretta ai Filippesi, pur mutando l'ordine succedentesi delle vane specie d'orazione, dichiarò molto espressamente che talvolta quelle preghiere dovrebbero essere elevate tutte insieme sotto l'impulso di una identica supplica. E così egli scrive: "In ogni promessa e obsecrazione le vostre domande siano presentate a Dio con azioni di grazie". Con questo ammonimento egli volle farci intendere in modo del tutto particolare che nell'orazione e nell'obsecrazione, l'azione di grazie dev'essere aggiunta alla domanda.

XVIII - La preghiera del Signore

Tali specie di suppliche saranno seguite da una disposizione dell'animo ancora più alta e soprannaturale, confermatasi a sua volta in vista della contemplazione del solo Dio e dell'ardore della carità, per la quale la mente, appena libera e proiettata in avanti, parla con pietà particolare con Dio come col proprio padre. E che poi per noi sia un dovere quello d'aspirare ad acquistare un tale stato del nostro animo, ce lo indica la formula della preghiera dettata dal Signore, che così appunto si esprime: "Padre nostro". E allora, poiché noi confessiamo con la nostra stessa voce che nostro Padre è Dio, signore dell'universo, noi ammettiamo pure con certezza di essere stati liberati dalla condizione della schiavitù e di essere stati ammessi nell'adozione di figli, tanto è vero che subito vi si aggiunge:  "che sei nei cieli".  Il fine di questa preghiera è appunto quello di farci disprezzare con ogni orrore la dimora della vita presente, per la quale noi abbiamo in questa terra come in un luogo straniero che ci separa tanto lontano dal nostro Padre, e così dovremmo preferire il raggiungimento di quella regione, in cui confessiamo che risiede il Padre nostro, in modo da prepararci a questo fine con sommo desiderio, senza permetterci nulla di quello che, rendendoci indegni della nostra professione e della nobiltà di un'adozione così grande, e privandoci, perché indegni, dell'eredità paterna, ci obblighi ad incorrere nell'ira della sua giustizia e della sua severità. Una volta immessi in quest'ordine e grado di figlio, noi ci infiammeremo ben presto della pietà tutta propria dei buoni figli, tanto da coltivare tutto il nostro affetto, non già per soddisfare le nostre voglie, ma per la gloria del nostro Padre, dicendo a Lui: "Sia santificato il tuo nome", e così testimoniare che il nostro desiderio e la nostra gioia sono la gloria del nostro Padre. Saremo insomma imitatori di colui che disse: "Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l'ha mandato, è veritiero, e in lui non c'è ingiustizia". Anche Paolo, vaso di elezione, ripieno com'egli è di quell'affetto, desidera divenire anatema, separato da Cristo, pur di vedere acquistata a lui una grande famiglia e accresciuta per la gloria del Padre suo la salvezza di tutto il popolo di Israele. Egli desidera morire per Cristo, sicuro com'egli è, perché è certo che nessuno può morire in vista della vera vita. Perciò egli afferma: "Ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti". Quale meraviglia può esservi allora, se il vaso di elezione desidera divenire anatema e separato da Cristo proprio per la gloria di Cristo, per la conversione dei suoi fratelli e la salvezza dei gentili così privilegiati, dato che perfino il profeta Michea preferì divenire bugiardo e privato dell'ispirazione dello Spirito Santo, purché al popolo giudaico fossero risparmiate le piaghe e le rovine da lui predette? Così infatti egli afferma: "Volesse Dio che io fossi un uomo, in cui non risiedesse lo Spirito, e così pronunciassi menzogne".  E lasciamo pur da parte l'aspirazione dell'autore della Legge (mosaica), il quale non ricusò di soccombere unitamente ai suoi fratelli, qualora fossero condannati a perire, e così si espresse: "Ti prego, Signore; questo popolo ha commesso un grande peccato; ed ora perdona loro questa colpa, oppure, se non perdoni, cancellami dal tuo libro, che hai scritto". Ed ecco le parole seguenti: "Sia santificato il tuo nome": esse potrebbero benissimo essere intese anche nel senso che Dio è santificato dalla nostra perfezione. Rivolgendoci infatti a Lui e dicendo: "Sia santificato il tuo nome" con tali parole noi intendiamo dire questo: rendici in grado, o Padre, di comprendere quanto sia grande la tua santità o almeno di meritare di comprenderla, o anche fa' in modo che la tua santità sia manifesta per effetto della nostra vita spirituale. È allora che tutto questo si adempie efficacemente in noi, allorché "gli uomini vedono le nostre opere buone e rendono gloria al Padre nostro che è nei cieli".

XIX – « Venga il tuo regno »

Con la seconda domanda del Pater Noster, l’anima purissima esprime il desiderio che venga presto il regno di Dio suo Padre. Qui si può intendere in primo luogo quel regno che Gesù Cristo fonda ogni giorno nell’anima dei santi.

Ecco come quel regno si stabilisce: quando il demonio è stato cacciato dal nostro cuore, unitamente ai vizi coi quali lo corrompeva, Dio entra in noi come un re e nello stesso tempo sparge nell’anima il buon odore della virtù. Vinta ormai la fornicazione, la castità incomincia a regnare; superata l’ira, la pace ne prende il posto; calpestata e schiacciata la superbia, l’umiltà incomincia a regnare.

Ma si può anche intendere quel regno che è stato promesso - per il tempo stabilito da Dio - a tutti i perfetti, a tutti i figli di Dio. A quel tempo Cristo dirà: « Venite, benedetti dal Padre mio; possedete il regno che fu preparato per voi fin dall’origine del mondo ». L’anima guarda con occhi desiderosi e attenti quel regno, lo brama, lo aspetta, e intanto dice: « Venga il tuo regno ». Sa, per testimonianza della propria coscienza, che appena quel regno si mostrerà ne diventerà partecipe. Non cè invece alcun peccatore che possa osare di pronunciar quelle parole o di formulare un simile voto. Non vuole infatti vedere il tribunale del giudice colui che dal giudizio non si ripromette né palma né corona, come compenso per i suoi meriti, ma sa che incontrerà un giusto castigo.

XX – « Sia fatta la tua volontà »

La terza domanda dei figli del Padre è questa: « Sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra ». Non ci può essere una preghiera più bella di quella che desidera la terra fatta uguale al cielo. Che cosa significa infatti la domanda « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra », se non che gli uomini siano simili agli angeli? Come quegli spiriti beati fanno in cielo la volontà divina, così si desidera che gli uomini, in terra, facciano la volontà di Dio e non la propria.

Una preghiera di tal genere potrà liberarla dal profondo del cuore colui che crede aver Dio disposto tutte le cose di questo mondo per il nostro bene: gioie e dolori. Chi prega così deve credere che la Provvidenza divina ha più sollecitudine per la salvezza e il bene di coloro che ad essa si affidano, di quel che non siamo solleciti noi per noi stessi. Ma questa stessa domanda si potrebbe anche intendere nel senso che Dio ci vuole tutti salvi, secondo la parola nota di san Paolo: « Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità ». Di questa volontà salvifica parla anche il profeta Isaia in persona dell’Eterno Padre: « Ogni mia volontà sarà adempiuta ». Perciò, quando diciamo: « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra », è come se dicessimo, con altre parole: « Come quelli che sono in cielo, così tutti coloro che sono in terra, si salvino, o Padre, per la conoscenza del tuo nome! »

XXI - Il pane soprassostanziale o quotidiano

Vien poi la domanda: « Dacci oggi il nostro pane Epiùsion, cioè soprassostanziale », oppure (secondo un altro evangelista) « il nostro pane quotidiano ».

Il primo aggettivo, « soprassostanziale », indica la nobiltà e la preziosità del nostro cibo; nobiltà e preziosità che lo pongono al di sopra di ogni sostanza e gli fanno superare in grandezza e santità tutte le creature. Il secondo aggettivo indica l’uso che bisogna farne e la sua utilità. Il termine « quotidiano » significa che senza questo pane noi non possiamo vivere neppure un giorno della nostra vita spirituale. La parola « oggi », « dacci oggi », indica che bisogna nutrirsene tutti i giorni: non basterebbe averlo ricevuto ieri, se non ci fosse dato anche oggi.

Il bisogno quotidiano che noi abbiamo di questo pane c’insegna a rivolgere continuamente a Dio questa preghiera. Non c’è infatti un sol giorno in cui non sia per noi necessario mangiare questo pane per fortificare il cuore del nostro uomo interiore.

Tuttavia la parola « oggi » si può intendere anche in riferimento alla vita presente. Allora la domanda prende questa forma: « Finché siamo in questo mondo, donaci questo pane. Sappiamo bene che lo donerai anche nel regno eterno a coloro che l’avranno meritato, ma noi ti preghiamo di donarcelo fin d’ora, perché chi non l’avrà ricevuto in questa vita, non potrà esserne partecipe neppure nell’altra ».

XXII - « Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori ».

« Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori ».

O clemenza ineffabile di Dio! Non solo ci ha dato in questa domanda un modello di preghiera; non solo ha stabilito una regola di comportamento a lui accetto; non solo attraverso la formula con la quale vuole essere continua- mente pregato - ci strappa dal cuore le radici dell’ira e della tristezza, ma presenta un’occasione, apre una via a fare su di noi un giudizio misericordioso. Dio ci dà in certo modo la possibilità di addolcire la sua sentenza, di obbligarlo al perdono con l’esempio pratico della nostra indulgenza. Gli diciamo infatti: « Perdona a noi, come noi perdoniamo agli altri ».

Basandosi fiducioso su questa preghiera, domanderà perdono con la certezza di essere esaudito chiunque si sarà dimostrato remissivo verso i suoi debitori. Si noti bene la parola: « verso i suoi propri debitori », non verso quelli del Signore. Dico questo perché molti di noi sono soliti (cosa veramente insopportabile) dimostrarsi dolci e indulgenti quando si tratta di offese fatte a Dio, anche se sono gravissime. Ma quando le offese toccano noi; allora vogliamo la riparazione con severità inflessibile. È certo però che chiunque non avrà perdonato dal profondo del cuore le offese ricevute dal fratello, recitando questa domanda del Pater, attirerà su di sé la condanna e non il perdono: egli infatti chiederà un giudizio più severo proprio perché dirà: « Perdonami, Signore, come ho perdonato io ». Se sarà trattato come suona la sua domanda, che altro gli toccherà se non una punizione implacabile e una sentenza irreformabile? Dunque, se vogliamo essere giudicati benignamente, vediamo di essere anche noi benigni verso coloro che ci hanno recato qualche offesa.

Molti tremano a questo pensiero; perciò, quando il popolo raccolto in chiesa recita coralmente il Pater Noster, lasciano passare questa domanda senza dirla, per paura di condannarsi (e non di giustificarsi) con la loro stessa bocca. Ma non si accorgono che queste sottigliezze sono sciocche di fronte al divin Giudice? Il suo giudizio non si sfugge: egli ha voluto far capire in anticipo, a coloro che lo pregano, come li giudicherà. Perché non vuole essere severo verso di noi egli ci ha rivelato la regola del suo giudizio, affinché noi giudichiamo i fratelli - quando hanno commesso qualche cosa contro di noi - come noi stessi desideriamo essere giudicati da lui. « Il giudizio sarà senza misericordia per colui che non ha usato misericordia ».

XXIII - « Non c’indurre in tentazione »

La domanda che viene ora: « non c’indurre in tentazione », fa nascere una questione difficile. Se preghiamo per non essere messi alla prova, come si dimostrerà che c’è in noi la virtù della costanza? Sta scritto infatti: « Chi non è stato tentato, non è stato provato ». E non è anche detto: « Felice l’uomo che sopporta la tentazione »?

Pertanto la domanda: « Non cindurre in tentazione », non significa: non permettere che siamo tentati; significa invece: non permettere che, quando la tentazione ci coglie, siamo da essa superati. Giobbe, per esempio, fu tentato, ma non fu indotto in tentazione, perché non accusò Dio di mancare di sapienza, né si lasciò trascinare alla bestemmia. Fu tentato Abramo, fu tentato Giuseppe, ma nessuno dei due fu indotto in tentazione, perché nessuno acconsentì al tentatore.

Viene poi lultima domanda: « Ma liberaci dal male ». Vale a dire: non permettere che noi siamo tentati dal diavolo al disopra delle nostre forze, ma « con la tentazione procuraci la via d’uscita, onde possiamo sopportarla ».

XXIV - Non dobbiamo domandare nulla in più di quanto è compreso in questa orazione del Signore

Voi dunque potete ora vedere quale sia la forma dell'orazione, per mezzo della quale lo stesso giudice dispose d'essere pregato: in essa non è contenuta nessuna domanda di ricchezze, nessun'aspirazione alle dignità, nessuna pretesa di potere e di potenza, nessun accenno alla sanità del corpo e alla vita temporale. Egli infatti esige che a Lui, creatore dell'eternità, nulla sia domandato che sappia di fugace, di interessato, di temporale. Ne segue allora che gli infligge una gravissima ingiuria chiunque, messe da parte le domande che importano valori eterni, preferisce chiedergli qualche dono di valore transitorio e peribile, e così rischia di incorrere, con la sua preghiera interessata, più in un'offesa che non nella propiziazione del giudice.

XXV - Natura di una preghiera più  sublime

Questa orazione del Pater, sebbene sembri contenere ogni pienezza di perfezione, appunto perché suggerita e fissata dall'autorità del Signore, tuttavia essa induce coloro che abitualmente la recitano, ad adottare la forma di preghiera più elevata, già da noi in precedenza richiamata: essa li induce progressivamente ad un'orazione ardente, nota a pochissimi e da pochissimi sperimentata, anzi, per meglio esprimermi, ineffabile; tale orazione, trascendendo ogni senso umano, non si esprime con il suono della voce, con il movimento della lingua, o con la pronuncia delle parole, essa è tale che la mente, illuminata dall'infusione della luce celeste, non la esprime con voci umane e ristrette, ma, al contrario, essa la effonde come da una fonte copiosissima e la invia fino a Dio copiosamente e ineffabilmente, e produce tanta effusione in quel solo movimento, quanta la mente, una volta ritornata in se stessa, non potrebbe esprimere facilmente a parole, né ripercorrere. Un tale stato di orazione ce lo indicò anche Nostro Signore con la formula di quella supplica che Egli, come s'è detto, ritiratosi tutto solo sul monte, oppure, tacitamente, espresse, allorché, nella preghiera della sua agonia, profuse perfino con gocce di sangue, con un esempio inimitabile di intensità.

XXVI - Diverse cause di compunzione

ISACCO: «Chi potrebbe sufficientemente, anche se fornito d'una su­periore esperienza, esporre la varietà, le cause stesse e l'origine della compunzione, da cui la mente, infiammata e ardente, vie­ne sospinta fino all'adozione di preghiere pure e ferventissime? Di tali elementi, almeno in parte, per quanto mi sarà possibile con l'aiuto dell'illuminazione del Signore, io ora tratterò, pro­ponendo alcuni esempi.

Alcune volte un versetto di qualche Salmo, durante la recitazione, mi offrì l'occasione d'una pre­ghiera molto ardente. Talora la melodia armoniosa d'un con­fratello eccitò il mio animo stupito ad elevarsi ad un'orazione molto attenta. Io so pure che l'impegno e il fervore della reci­tazione dei Salmi ha suscitato nei presenti un grandissimo fer­vore. Anche l'esortazione d'un uomo perfetto e la sua conver­sazione hanno spesso contribuito ad elevare a preghiere fervi­dissime l'animo di chi versava nella passività. Io so pure che, in occasione della morte d'un confratello o d'una persona cara non sono stato meno indotto alla pienezza della compunzione. Ed anche il ricordo della mia tiepidezza ha suscitato talvolta in me un salutare ardore dello spirito. In questo modo non v’ha dubbio che non mancano innumerevoli occasioni, per le quali, con la grazia di Dio, ci possiamo sollevare dalla tiepidezza e dalla sonnolenza dello spirito.

XXVII - Le varie forme della compunzione

Non è di minore difficoltà indagare in quale misura e in quali modi tali forme di compunzione scaturiscano dall'inti­mità dell'anima. Spesso infatti, per effetto d'una gioia ineffabi­le e dell'alacrità dello spirito, emerge il frutto d'una compun­zione saluberrima al punto da prorompere perfino in certe gri­da a causa della eccezionalità di quella gioia, e così la giocon­dità del cuore e la grandezza dell'esultanza penetrino perfino nella cella del monaco vicino. Talora invece la mente si racco­glie in silenzio entro il segreto d'una profonda taciturnità al punto che lo stupore di quella improvvisa illuminazione spegne del tutto ogni vibrazione di voce, sicché lo spirito, così sorpre­so, trattiene nell'intimo le sue sensazioni o le esclude, e allora effonde davanti a Dio i propri desideri con gemiti inesprimibi­li. Talora invece l’anima è sorpresa da tale profusione di compunzione e da tanto dolore da non poter superarlo in altro mo­do, se non con l'effusione delle lacrime.

XXVIII - Perché non è in nostro potere l'effusione delle lacrime

GERMANO: «Quest'aspetto della compunzione, anche da parte mia, la mia ristrettezza non lo ignora. Frequentemente infatti, apparse le lacrime al ricordo delle mie colpe, fui ricolma­to, come tu hai rammentato, da tale ineffabile gioia per la visi­ta del Signore, che la grandezza di quella letizia mi suggerì di non dover disperare del perdono. Io ritengo che non vi sareb­be nulla di più sublime di quello stato, se il suo ricupero dipendesse dall'arbitrio nostro. Talvolta infatti, pur desiderando io con tutte le forze stimolarmi per giungere ad una simile com­punzione delle lacrime con il raffigurarmi davanti agli occhi tutti i miei errori e i miei peccati, non riesco ad eccitare quell'abbondanza di lacrime, e così i miei occhi persistono nella condizione stessa di una durissima pietra al punto che da essi non fuoriesce neppure una stilla di pianto. E così io, quanto godo nella profusione delle lacrime concessa da Dio, altrettan­to provo dolore, allorché io, pur desiderandolo, non riesco a trovarla»

XXIX - Varietà delle compunzioni mostrate nelle lacrime

ISACCO: «Non ogni profusione di lacrime deriva da un unico sentimento, così come non è prodotta da una sola virtù. In un modo infatti sgorga il pianto, allorché esso prorompe a cau­sa della spina dei peccati che punge il nostro cuore, ed è allora che così è scritto: “Sono stremato per i lunghi lamenti; ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto”; e di nuovo: “Fa’ scorrere come torrente le tue lacrime giorno e notte! Non darti pace, non abbia tregua la pupilla del tuo occhio”; in altro modo sgorga il pianto, allorché esso ir­rompe dalla contemplazione dei beni eterni e dal desiderio del­lo splendore futuro, da cui pure derivano sorgenti più copiose di lacrime per l'eccesso della gioia e l'ampiezza dell'aspirazio­ne, allorché la nostra anima tende alla fortezza del Dio vivente ed esclama: “Quando verrò ed apparirò davanti a Dio? Le la­crime sono il mio pane giorno e notte!”; ogni giorno ella pro­clama con alta voce e lamenti: “Ahimè! Il mio esilio si è prolungato”, e ancora: “L’anima mia vi ha abitato a lungo come straniera”.

In altro modo ancora scaturiscono le lacrime non provocate dalla coscienza di colpe gravi, ma dal timore dell'in­ferno o dal pensiero di quel terribile giudizio; anche il profeta, colpito da questo terrore, così prega, rivolto al Signore: "Non chiamare a giudizio il tuo servo, perché davanti a te nessun vi­vente è giusto".

Vi è pure un genere ulteriore di lacrime, pro­dotto non da motivi di coscienza, ma per la durezza dei peccati degli altri: è per questo movente che pianse Samuele a cau­sa di Saul, come pure il Signore nel vangelo per la città di Ge­rusalemme, ed anche Geremia, il quale, in età remota, così si esprime: “Chi spargerà acqua sul mio capo e una fonte di lacri­me sui miei occhi? Giorno e notte io piangerò i morti della fi­glia del mio popolo”. Tali risultano pure le lacrime, delle quali è parola nel Salmo 101: “Di cenere io mi nutro come di pane, e alla mia bevanda io mescolo il pianto”. È certo che tali lacrime non sono provocate dal sentimento, in merito al quale nel Salmo 6 esse sgorgano nella persona di un penitente; esse prorompono anche a causa delle ansietà, delle angustie e delle tribolazioni di questa vita, da cui anche i giusti vengono colpiti in questo mondo. Questa realtà la dichiara con tutta evi­denza non solo il testo di un Salmo, ma anche il suo titolo, per­ché, proprio nella persona di quel povero, di cui nel vangelo è scritto: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli", così è dichiarato: “Preghiera dì un povero, quando è afflitto e sfoga dinanzi a Dio la sua angoscia”.

XXX - Non si debbono provocare le lacrime, se esse non sgorgano spontaneamente

Ne segue dunque che corre una forte differenza fra queste lacrime e quelle che sgorgano da un cuore duro e da occhi secchi. Anche se noi crediamo che tali lacrime non siano infrut­tuose, infatti la loro emissione è dovuta a un buon proposito, soprattutto da parte di coloro che non hanno ancora raggiunto una scienza perfetta o non sono riusciti a purificarsi del tutto dalle macchie di vizi antichi e recenti, quanti tuttavia sono già arrivati alla brama delle virtù, non devono in nessun modo pro­vocare l'emissione delle lacrime, così come non devono sfor­zarsi per produrre ad ogni costo il pianto, tutto proprio dell’uomo esteriore. Un tale pianto infatti, prodotto in qualunque modo, non potrà mai raggiungere la ricchezza delle lacrime spontanee; al contrario, esso, con quegli sforzi, abbatte l'anima di chi prega, lo mortifica, lo abbassa a livello d'uomo, e lo distacca da quella sublimità celeste, nella quale la mente elevata di chi prega dev'essere incessantemente fissa, e così lo costrin­gerà, una volta soggiogato dall'intensità della preghiera perso­nale, a languire, divenuto vittima di lacrime sterili e forzatamente provocate.

XXXI - Giudizio dell'abate Antonio sulla natura della preghiera

E affinché voi comprendiate la natura della vera orazione, io non vi esporrò una mia idea, ma la sentenza del beato Antonio. Sappiamo che talvolta egli durò così a lungo immerso nella preghiera che, mentre era ancora elevato nell'estasi della sua orazione, allorché cominciava a levarsi la luce del sole, l'abbiamo udito esclamare nel fervore del suo spinto: "Perché mi importuni, o sole, che già sorgi, tanto che mi distogli dallo splendore di questa luce?". E allora, affinché noi pure, secondo la misura della nostra esiguità, osiamo allegare qualche aggiunta a questa ammirevole sentenza, assocerò, in base alla mia esperienza, qualche idea su quali indizi si può ritenere che la preghiera sia udita dal Signore.

XXXII - Gli indizi dell'esaudimento della preghiera

Quando, nel pregare, nessuna esitazione è intervenuta a ostacolarci e neppure s'è  interposta a distoglierci, con qualche diffidenza, dalla fiducia posta nella nostra orazione, ma, al contrario, per la stessa effusione della nostra preghiera, avremo avuto la sensazione d'aver ottenuto quanto chiedevamo, allora non mettiamo dubbi che le nostre orazioni non siano arrivate fino a Dio. E in effetti, tanto ognuno meriterà di essere esaudito e di ottenere quanto avrà creduto d'essere tenuto presente da Dio e avrà creduto che Dio possa concedere. Di fatto, è irreversibile questa sentenza di Nostro Signore: "Tutto quello che voi domandate nella preghiera, abbiate fiducia di ottenerlo, e vi sarà accordato".

XXXIII – Obiezione: la fiducia di essere esaudito conviene soltanto ai santi

GERMANO: «Noi siamo convinti che una tale fiducia d'essere esauditi deriva ovviamente dalla purezza della propria coscienza. Noi perciò, il cui cuore è ancora punto dalla spina dei peccati, come potremo nutrire quella fiducia, non essendo protetti da quei meriti, per i quali dovremmo presumere fiduciosamente che le nostre preghiere verrebbero esaudite?».

XXXIV - Risposta: diverse cause che fanno esaudire le nostre preghiere

Isacco - Il Vangelo e le profezie ci assicurano che le cause per le quali siamo esauditi sono molte, come sono molte le anime e le loro disposizioni.

Ecco un prima condizione: che due anime siano unite nella loro preghiera, secondo quanto è indicato dalla voce del Signore: « Se due di voi si mettono d’accordo sulla terra a domandare qualsiasi cosa, essa sarà loro concessa dal Padre mio che sta nei cieli ».

Unaltra condizione è la pienezza della fede, quella fede che vien paragonata ad un granello di senape: « Se avrete fede quanto un grano di senape, direte a questo monte: passa di qui a là! e passerà ».

Altra condizione per essere esauditi è che la preghiera sia assidua. Questa assiduità, a causa della sua insistenza instancabile, è chiamata dal Signore « importunità »: « Io vi dico che se egli non si levasse a darglieli (i pani) perché è suo amico, pure si alzerà per l’insistenza e gliene darà quanti ha di bisogno ».

Un’altra condizione è l’elemosina: « Chiudi l’elemosina nel cuore del povero, essa t’impetrerà la liberazione da ogni male ».

Una condizione per essere esauditi è l’emendazione della vita e la pratica delle opere di misericordia, secondo quel detto del Signore: « Rompi le catene dell’empietà, togli i pesi che ti aggravano ». Poco più avanti, dopo aver condannato l’inutilità di un digiuno senza frutto, il Signore aggiunge: « Allora tu invocherai, e il Signore ti esaudirà; chiamerai, ed egli dirà: eccomi ».

Talvolta anche l’eccesso della tribolazione può essere un segno che saremo esauditi. Ce lo attestano queste parole dei libri Sacri: « Nella tribolazione ho elevato la mia voce al Signore ed egli mi ha esaudito ». E ancora: « Non opprimere il forestiero e non l’affliggere, perché se griderà a me io l’esaudirò, per la mia misericordia ».

Vedete quanto sono numerosi i modi nei quali si può ottenere la grazia d’essere esauditi; nessuno dunque - anche se la coscienza gli rimorde - disperi di essere ascoltato, quando si tratta dei beni eterni e di ciò che è necessario per la salvezza. Io vedo quanto siamo miseri e voglio ammettere che a noi mancano completamente le virtù di cui abbiamo parlato sopra. Non abbiamo quel lodevole consenso fra due anime; non abbiamo la fede che è paragonata al grano di senape; siamo lontani da quelle opere di misericordia che il profeta descrive; ma non potremo avere quella importunità che è disposizione di chiunque la voglia? Eppure il Signore promette di concedere, anche per la sola importunità, tutto ciò che gli domanderemo. Insistiamo dunque nella preghiera, senza esitare e senza dubitare. Crediamo fermamente che la costanza nel chiedere ci farà ottenere tutto ciò che avremo domandato nel nome del Signore.

Gesù, che desidera sommamente concederci i beni celesti ed eterni, ci esorta affinché gli facciamo una dolce violenza con la nostra importunità. Egli è lontanissimo dal disprezzare e schiacciare gl’importuni: li invita, li loda, promette che concederà volentieri tutto quello che gli chiederanno. « Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate e vi sarà aperto. Perché chi chiede, riceve: chi cerca, trova: a chi picchia sarà aperto ». E ancora: « Ogni cosa che domanderete con fede l’otterrete. Niente vi sarà impossibile ».

Perciò, se noi siamo privi di tutte le condizioni per essere esauditi, ci incoraggi almeno l’insistenza degli importuni. Essa non chiede né grandi meriti né grandi fatiche, si lascia prendere da chi la vuole. Ma stiamo certi di questo: chi dubita, mentre prega, di poter essere esaudito, non sarà esaudito.

Per incoraggiarci a pregare incessantemente, cè anche l’esempio, già riferito, del profeta Daniele. Egli fu esaudito fin dal primo giorno in cui pregò, ma l’effetto della sua preghiera l’ottenne dopo ventun giorni. Anche noi dunque non dobbiamo raffreddare l’ardore delle nostre preghiere se vediamo che l’effetto tarda a venire. Può darsi che sia il Signore a ritardare la grazia, e ciò per il nostro bene. Può darsi che l’angelo mandato a portarci il dono di Dio, pur essendo già partito dal trono dell’Altissimo, sia ritardato dal demonio che gli si oppone. E quell’angelo non potrà certo comunicarci la grazia di cui è stato fatto latore, se al suo arrivo ci troverà intiepiditi nella nostra preghiera. Questo inconveniente sarebbe capitato anche al profeta Daniele, se egli, con virtù incomparabile, non avesse perseverato nella preghiera per ventun giorni.

Non ci lasciamo allontanare dalla costanza nella fede per qualche pensiero di disperazione; rimaniamo immobili anche quando ci accorgiamo di non aver ottenuto quel che chiedevamo. Non dubitiamo della parola del Signore che dice: « Ogni cosa che domanderete con fede l’otterrete ». Dobbiamo considerare anche una frase di san Giovanni evangelista che toglie ogni dubbio sull’argomento di cui ci occupiamo. « Questa è la fiducia che noi abbiamo in Lui; che qualunque cosa chiederemo secondo la sua volontà, Egli ci esaudisce ».

Con questo siamo avvertiti che si deve avere completa fiducia di essere esauditi quando chiediamo ciò che è conforme alla volontà di Dio, non ciò che conviene ai nostri gusti e al nostro piacere naturale. Questo sentimento siamo invitati ad unirlo anche alla preghiera del Pater Noster, quando diciamo: « Sia fatta la tua volontà ». La tua - si noti bene - non la nostra. Se ci richiamiamo alla mente la parola dell’Apostolo: « Noi non sappiamo ciò che conviene domandare », ci accorgeremo che noi, qualche volta, chiediamo cose contrarie alla nostra salvezza; è dunque logico che Dio, il quale conosce meglio di noi ciò che ci aiuta e ciò che ci danneggia, ce le neghi. È certo che qualche cosa di simile accadde allApostolo delle Genti. Egli pregava che fosse allontanato l’angelo di Satana messogli vicino dalla volontà benefica di Dio per percuoterlo. « Tre volte - egli dice - ho pregato il Signore perché lo allontanasse da me. Ed Egli mi rispose: ti basti la mia grazia, perché la virtù ha il suo compimento nelle infermità ».

Anche il Signore espresse nella sua preghiera di uomo lo stesso sentimento, per offrirci in questo, come nel resto, un modello da imitare: « Padre - Egli disse - se è possibile, passi da me questo calice: però si faccia la tua volontà e non la mia ». Eppure, anche la sua volontà umana non contrasta con quella del Padre; dice infatti la Scrittura: « Il Figlio dell’Uomo è venuto a salvare ciò che era perduto e a dare la sua vita per la redenzione di molti ». A proposito della sua vita dice il Signore stesso: « Nessuno me la toglie ma io la dò da me stesso: ho il potere di darla e il potere di riprenderla ». Sulla continua unione di volontà fra Gesù Cristo e il Padre, così parla il profeta David, in persona del Messia, al salmo 39: « Io voglio, mio Dio, fare la tua volontà ». È vero che noi leggiamo a riguardo del Padre queste parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito », ma anche del Figlio si legge così: « Diede se stesso per i nostri peccati ». Come del Padre si legge: « Non risparmiò il suo proprio Figliolo, ma per tutti noi lo diede », così del Figlio è detto: « È stato sacrificato perché lo ha voluto ». L’unione di volontà tra il Padre e il Figlio è manifesta dovunque, anche nel mistero della risurrezione, in cui vediamo che la loro azione converge. Infatti, se l’Apostolo afferma che fu il Padre a risuscitare Cristo da morte, « Dio Padre lo risuscitò da morte », anche il Figlio assicura che sarà lui a riedificare il tempio del suo corpo: « Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo riedificherò ».

Ammaestrati dagli esempi del Signore, dobbiamo terminare le nostre preghiere con una clausola simile a quella che usava Lui: dobbiamo aggiungere a tutte le nostre richieste: « Però si faccia la tua volontà e non la mia ».

Questo è il significato dei tre inchini che si fanno nelle assemblee dei monaci: a conclusione della sinassi; ma è certo che un monaco assorto nella preghiera non si accorgerà di questo gesto.

XXXV - La preghiera elevata nella propria cella, a porta chiusa

Prima di tutto occorre senza dubbio tener presente con molta diligenza quel precetto del vangelo, il quale ordina che, entrando nella nostra camera per pregare il Padre nostro, ne chiudiamo la porta. Tale precetto sarà da noi osservato in questo modo. Noi pregheremo veramente nell'intimità della nostra camera, allorché, rimessa completamente dal nostro cuore la risonanza di tutti i pensieri e di tutte le sollecitudini, eleveremo in qualche modo in tutta segretezza e familiarità le nostre preghiere al Signore. Noi dunque preghiamo a porte chiuse allorché, serrate le labbra e in completo silenzio, eleviamo le nostre suppliche a Colui che non tiene conto delle parole, ma scruta il cuore. Preghiamo in segreto, allorché noi presentiamo unicamente a Dio le nostre richieste solo con il cuore e con l'attenzione della mente, sicché neppure le potenze del male potranno conoscere il contenuto della nostra orazione. E necessario dunque pregare in pieno silenzio, non solo per non distrarre col nostro mormorio e con la nostra voce i fratelli vicini, e così non importunare il raccoglimento di quanti stanno pregando, ma anche perché il silenzio della nostra orazione resti pure occulto per i nostri nemici, i quali, a causa delle nostre preghiere, sarebbero indotti ad attaccarci maggiormente. E così che noi metteremo in pratica quel precetto: "Custodisci le porte della tua bocca davanti a colei che riposa vicino a te".

XXXVI - Utilità della preghiera breve e silenziosa

E' questo il motivo, per cui noi dobbiamo pregare frequentemente, ma anche brevemente, appunto perché così, non dilungandoci, il nemico non avrà modo, con le sue insidie, d'insinuare nel nostro cuore qualcosa di estraneo. 

E questo infatti il sacrificio vero, perché "uno spirito contrito è sacrificio a Dio"; e questa l'offerta salutare, queste le pure oblazioni, questo "il sacrificio della giustizia"; "questo il sacrificio di lode"; queste le "vittime pingui e adipose, i ricchi olocausti", offerti dai cuori contriti e umiliati, sicché, nell'offrirli nel modo e con l'attenzione dello spirito già da noi indicata, potremo presentarli con tutta l'efficacia, dicendo: "Come incenso salga a Te la mia preghiera; le mie mani alzate, come sacrificio della sera". Ma ecco che il giungere dell'ora della notte consiglia anche a noi di compiere quel sacrificio della sera, e allora, sebbene di questo nostro argomento sembri siano stati trattati, nonostante i limiti della mia pochezza, molti aspetti e con larghezza, tuttavia, data l'elevatezza e le difficoltà della materia, credo che tutto sia stato discusso con molta ristrettezza».

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 E noi allora, pieni di meraviglia ancora più che saziati, celebrata la sinassi della sera, ristorammo con un poco di sonno le nostre membra, e al primo apparire della luce ritornammo nelle nostre dimore, gioiosi per la promessa d'una trattazione ulteriore e più larga, e soddisfatti sia per l'acquisto delle notizie ricevute sia per la sicurezza della promessa a noi annunziata. Eravamo persuasi che era stata a noi dimostrata soltanto l'eccellenza della preghiera, ma il metodo e l'efficacia, con cui viene acquistata e fissata la sua continuità, noi eravamo convinti di non averli ancora del tutto assicurati in quel primo discorso.


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23 maggio 2015                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net