LE CONFERENZE SPIRITUALI

di GIOVANNI CASSIANO

 

SECONDA CONFERENZA DELL'ABATE MOSÈ

LA DISCREZIONE


Estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline 1965


 

 

Indice dei Capitoli
I - Esordio dell'abate Mosè sulla grazia della discrezione;
II - I vantaggi che il monaco può trovare nella sola discrezione, e discorso del beato Antonio su tale argomento;
III - Errore in cui caddero Saul e Acab per non aver avuto conoscenza della discrezione;
IV - Testimonianze della sacra Scrittura sul valore della discrezione;
V - La morte del vecchio Erone;
VI - Due monaci vanno incontro alla morte per ignoranza della discrezione;
VII - Illusione in cui cadde un altro monaco per ignoranza della discrezione;
VIII - Caduta di un monaco della Mesopotamia che si lasciò ingannare;
IX - Domanda sui mezzi per acquistare la vera discrezione;
X - Risposta sul modo di acquistare la vera discrezione;
XI - Parole dell'abate Serapione. I cattivi pensieri perdono il loro veleno se manifestati. Pericolo della confidenza in noi stessi;
XII - Domanda sulla vergogna che ci fa arrossire nel rivelare i nostri pensieri agli anziani;
XIII - Risposta sul dovere di calpestare la falsa vergogna e sul pericolo di non avere compassione;
XIV - La vocazione di Samuele;
XV - La vocazione dell'apostolo Paolo;
XVI - Dovere di tendere all'acquisto della discrezione;
XVII - Digiuni e veglie senza discrezione;
XVIII - Domanda sulla misura del mangiare e del digiunare;
XIX - Quale sia la misura ottima del cibo quotidiano;
XX - Obiezione: l'astinenza non è difficile se si possono avere due pagnotte al giorno;
XXI - Risposta: l'astinenza - se fedelmente osservata - è difficile;
XXII - Quale sia la regola generale dell'astenersi e del mangiare;
XXIII - Come regolare la sovrabbondanza degli umori;
XXIV - Fatica che richiede una regola costante nel mangiare, golosità del monaco Beniamino;
XXV - Domanda: come si possa tener sempre la stessa misura;
XXVI - Risposta: nel mangiare non si deve mai oltrepassare la misura stabilita.

I - Esordio dell'abate Mosè sulla grazia della discrezione

Dopo aver concesso al sonno le prime ore del mattino, finalmente - col cuore tumultuante di gioia - vedemmo il sole tornare a splendere, e subito chiedemmo di riprendere la conferenza interrotta. L'abate Mosè incominciò: quanto desiderio, quale struggente fiamma vi divora? Io dubito che i pochi istanti sottratti alla nostra conversazione spirituale e concessi al sonno vi abbiano veramente giovato.

Osservando in voi tanto fervore, io mi sento confuso. Quanto più è grande il vostro desiderio, tanto più dovrà esser grande il mio impegno nel soddisfarlo, secondo quella parola della Scrittura che dice: " Quando siedi commensale di un gran signore, sta attento a ciò che ti vien messo dinanzi, e quando allunghi la mano, pensa che anche tu dovrai imbandire un banchetto somigliante " (Pr 23, 1-2).

Incominciamo dunque a parlare del valore della discrezione, argomento che già avevamo pregustato la scorsa notte, quando mettemmo fine alla nostra conferenza.

Innanzi tutto sarà bene sottolineare l'eccellenza di questa virtù, riferendo le sentenze dei Padri a suo riguardo. Allorché avremo conosciuto il pensiero dei Padri, porterò esempi riguardanti le miserevoli cadute di alcuni monaci; cadute che ebbero come unica causa la mancanza di discrezione. Infine dimostrerò - se ne sarò capace - i benefici e i vantaggi di questa virtù, affinché - persuasi della sua eccellenza e bontà - possiamo imparare con più gioia il modo di raggiungerla e perfezionarci in essa.

Non si tratta certamente di una virtù da poco, che possa essere acquistata con la naturale industria dell'uomo: noi non potremmo mai ottenerla se non ci fosse elargita dalla divina bontà. S. Paolo apostolo la enumera fra i doni più nobili dello Spirito Santo: ecco le sue parole: " A uno, per via dello Spirito, fu data la parola della sapienza, a un altro la parola della scienza, secondo lo stesso Spirito. A un altro la fede nel medesimo Spirito; a un altro ancora il dono delle guarigioni nell'unico Spirito " (1 Cor 12, 8-9); e poco dopo: " A un altro il discernimento ( = discrezione) degli spiriti " (1 Cor 12, 10).

Terminato l'elenco dei carismi spirituali, l'apostolo aggiunge: " Or bene, tutti questi effetti li produce l'unico e medesimo Spirito che distribuisce a ciascuno secondo che vuole " (1 Cor 12, 11).

Voi lo vedete bene, il dono della discrezione non è cosa terrestre e da poco, ma è un premio grandissimo della grazia divina. Se il monaco non si sforza di ottenerlo e non impara a bene usarlo, per saper distinguere con sicurezza gl'impulsi da cui è pervaso e sollecitato, somiglierà ad uno che va di notte, fra le tenebre più fitte, col rischio di cadere in fosse e precipizi, e anche di smarrirsi là dove la via è piana e diritta.

II - I vantaggi che il monaco può trovare nella sola discrezione, e discorso del beato Antonio su tale argomento

Un ricordo della fanciullezza mi ripresenta alla mente molti monaci anziani venuti un giorno a trovare Antonio nel deserto della Tebaide. La conversazione di quegli uomini di Dio si prolungò dal tramonto del sole all'aurora del giorno seguente, e rammento che il tema della discrezione occupò quasi tutta la nottata. Si investigò a lungo quale sia la virtù o l'osservanza che, oltre a custodire il monaco immune dai lacci e dagli inganni del demonio, possa anche farlo progredire sulla via della perfezione. Ciascuno diceva il suo pensiero secondo il proprio modo di vedere. Alcuni dicevano che a produrre si mirabili effetti era l'amore per le veglie e i digiuni, perché l'anima - spiritualizzata da quelle pratiche e fatta padrona d'un cuore e d'una carne pura - più facilmente si unisce a Dio. Altri dicevano che era la rinuncia totale, perché se l'anima riesce a spogliarsi di tutto e a liberarsi da ogni attacco o legame alla terra, può volare più spedita verso Dio. Altri ancora dicevano che era l'anacoresi, cioè l'abbandono del mondo e il ritiro nel deserto, dove la conversazione con Dio diventa più familiare e l'unione con lui più intima. Non mancò un gruppo secondo il quale la virtù prima del monaco sarebbe stata la pratica della carità, perché il Signore, nel Vangelo, ha promesso di dare il regno dei cieli a coloro che esercitano questa virtù: " Venite, benedetti dal Padre mio, entrate in possesso del regno che vi è stato preparato fin dall'origine del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere... " (Mt 25, 34-35).

Chi dava a una virtù, chi ad un'altra, il merito d'introdurre l'anima all'unione con Dio. Era già passata gran parte della notte, quando prese a parlare Antonio.

" Tutte le pratiche da voi enumerate - egli disse - sono utili all'anima assetata di Dio e desiderosa di giungere a lui, ma le tristi esperienze e le lacrimevoli cadute di molti solitari ci sconsigliano di assegnare la palma a qualcuna di codeste virtù. Noi abbiamo visto molti monaci applicarsi ai digiuni e alle veglie più rigorose, acquistarsi grande ammirazione per il loro amore alla solitudine, dar prova di distacco così completo da non serbare per sé né il pane per un sol giorno, né una sola moneta; abbiamo visto monaci caritatevoli esercitare con somma devozione le opere di misericordia, eppure, costoro si sono miseramente illusi! Non hanno saputo portare a buon termine l'opera intrapresa ed hanno posto fine al loro ammirevole fervore, alla loro vita lodevolissima, con una caduta abominevole. Perciò noi potremo riconoscere la virtù più atta a condurci a Dio, se cercheremo la causa delle loro illusioni e delle loro cadute.

Le opere di quelle virtù che voi avete enumerate, sovrabbondavano in quei monaci, ma la mancanza della discrezione fece sì che quelle opere non durassero fino in fondo. Non si trova altra causa, per spiegare la loro caduta, all'infuori di questa: essi non ebbero la possibilità di formarsi alla scuola degli anziani e non acquistarono la virtù della discrezione. E' la discrezione che, tenendosi lontana dai due eccessi contrari, insegna al monaco a camminare sempre sulla via regia, e non gli permette di deviare a destra (verso una virtù scioccamente presuntuosa, o un fervore esagerato che passerebbe i confini della buona misura), né a sinistra (verso il rilassamento e il vizio, o verso la tiepidezza dello spirito, che si annida dietro il pretesto di ben governare il corpo).

Gesù pensava alla discrezione quando nel Vangelo parlava dell'occhio che è lampada del corpo: " La lucerna del tuo corpo è il tuo occhio: se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è torbido, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre " (Mt 6, 22-23).

La discrezione, infatti, esamina atti e pensieri dell'uomo, e sceglie oculatamente quelli che sono da ammettere. Se quest'occhio interiore è cattivo, o - per parlare fuori di metafora - se siamo privi di scienza e di giudizio sicuro, se ci lasciamo trascinare dall'errore e dalla presunzione, tutto il nostro corpo sarà tenebroso, perché la luce dell'intelligenza e la nostra stessa attività si saranno oscurate. Il vizio - evidentemente - acceca, e la passione è madre di tenebre. " Se la luce che è in voi diventa tenebra - dice ancora il Signore - quanto grandi saranno le tenebre! " (Mt 6, 23).

Nessuno dubita che, se il nostro giudizio è falso e immerso nelle tenebre dell'ignoranza, anche i nostri pensieri e le nostre opere - che da quel giudizio derivano come da naturale sorgente - saranno avvolte nelle tenebre del peccato.

III - Errore in cui caddero Saul e Acab per non aver avuto conoscenza della discrezione

Saul, che Dio scelse come primo re d'Israele, per non aver posseduto l'occhio della discrezione, diventò tenebroso in tutto il corpo, e alla fine fu sbalzato dal trono. La sua " luce ", diventata sorgente di tenebre e d'errore, lo rovinò. Egli pensò che Dio avrebbe gradito di più i suoi sacrifici che l'obbedienza al comando di Samuele, e trovò modo di offendere Dio con un gesto che mirava a rendergli propizia la divina maestà (1 Sam 15).

La stessa mancanza di discrezione rovinò Acab, re d'Israele. Dopo la bella vittoria che gli era stata concessa per bontà del Signore, egli pensò che la misericordia verso i vinti sarebbe stata preferibile all'esecuzione letterale di un comando divino, che ai suoi occhi appariva crudele. Questo pensiero lo indusse a porre fine alla vittoria e allo spargimento di sangue con un atto di clemenza. Ma una simile pietà senza discrezione lo fece tenebroso in tutto il corpo e lo condannò a morte irrevocabile (1 Re 20).

IV - Testimonianze della sacra Scrittura sul valore della discrezione

Questa è la virtù della discrezione, che, dopo essere stata detta " lucerna " del corpo, viene chiamata da S. Paolo anche " sole ", là dove è detto: " Il sole non tramonti sulla vostra collera " (Ef 4, 26). La stessa virtù è chiamata nella sacra Scrittura " timone " della nostra vita: " Coloro che non hanno discrezione cadono come foglie " (Pr 11, 14). La discrezione è pur giustamente assimilata a quel dono del consiglio senza il quale la Scrittura ci proibisce di fare le cose anche piccolissime; dobbiamo infatti esser guidati dal consiglio anche quando beviamo quel vino spirituale che allieta il cuore dell'uomo (Sal 103, 15), secondo la sentenza sapienziale: " Farai tutto con consiglio; col consiglio bevi anche il vino " (Pr 31,3). E ancora: " Città senza mura e senza difesa è l'uomo che agisce senza consiglio " (Pr 25,28). Quest'ultimo passo del libro Sacro, con la figura della città incustodita e indifesa, dice assai chiaramente quanto sia nociva al monaco la mancanza di discrezione. In questa virtù sono racchiusi anche l'intelletto e il giudizio, senza i quali non ci è possibile né costruire il nostro edificio interiore, né ammassare le ricchezze spirituali, secondo una parola divina che suona così: " Una casa si edifica con la sapienza e le continue ricchezze preziose e gustose " (Pr 24, 3-4).

Dice S. Paolo che la discrezione è il cibo sostanzioso fatto per uomini completi e robusti. " Il cibo solido è fatto per uomini che hanno raggiunto il perfetto sviluppo, per coloro che hanno esercitato l'occhio a distinguere il bene dal male " (Ebr 5, 14). E' tanto evidente la sua utilità che essa viene paragonata alla parola di Dio e le vengono attribuite le prerogative di quella. La discrezione - a somiglianza della parola di Dio - è " viva, efficace, più tagliente di una spada a due tagli, così tagliente che giunge a separare l'anima e lo spirito, le giunture e il midollo: essa separa i pensieri e i sentimenti del cuore " (Ebr 4, 12).

Tutti questi testi ci convincono che senza la grazia della discrezione non ci può essere alcuna virtù completa e duratura.

Il beato Antonio e gli altri monaci andati a visitarlo, convennero all'unanimità che è la virtù della discrezione quella che conduce l'uomo, con passo fermo e impavido, fino a Dio. E' ancora la discrezione a conservare sempre intatte quelle stesse virtù di cui gli altri solitari avevano parlato prima che Antonio prendesse la parola. Per mezzo di essa, infatti, il monaco progredisce con poca fatica verso le vette della perfezione; alle quali vette - senza l'aiuto della discrezione - mai sarebbero arrivati molti di quelli che per tale via si erano già spinti molto innanzi. La discrezione dunque può esser salutata madre, custode e guida di tutte le virtù.

V La morte del vecchio Erone

Manterrò ora la promessa di confermare con esempi recenti la dottrina presentata dal beato Antonio e dagli altri Padri.

Richiamatevi alla memoria un avvenimento che non molto tempo fa avete osservato con i vostri occhi, come cioè un vecchio monaco fu vittima di una illusione diabolica e precipitò dalle vette agli abissi: lui che per ben cinquant'anni era vissuto in questo deserto, sempre fedele all'astinenza, sempre meravigliosamente affezionato alla solitudine. Come poté, quel caro vecchio, farsi mettere in trappola dal tentatore, dopo tante penitenze? Non è forse perché era privo della discrezione, e preferiva lasciarsi guidare dal suo giudizio anziché ispirarsi ai consigli e ai pareri dei fratelli? Anziché obbedire alle regole dei nostri Padri?

Per lui il digiuno era legge così rigorosa e di cui si mostrava talmente osservante, da non voler ammettere la compagnia dei confratelli neppure nella refezione del giorno di Pasqua. Ogni anno, per la solennità pasquale, tutti i monaci si radunavano in Chiesa: lui solo non vi partecipava, per paura di apparire infedele ai propositi formulati, qualora avesse mangiato un po' di legumi in compagnia dei suoi confratelli.

Questa presunzione lo rovinò. L'angelo di Satana si presentò a lui e fu ricevuto col massimo rispetto, quasi fosse un angelo di luce. Per istigazione del demonio Erone si gettò a capofitto in un pozzo, del quale l'occhio non poteva scorgere il fondo: egli confidava sulla promessa che i suoi meriti e le sue virtù lo avrebbero liberato da ogni pericolo. « Questo è certo gli sussurrava il demonio e l'esperimento ne sarà la riprova », Il merito delle sue virtù avrebbe mandato bagliori, quando lo avessero visto uscire sano e salvo dal pozzo. Così, nel cuore della notte, quello si gettò nel pozzo pensando che avrebbe fatto riconoscere i suoi meriti uscendone illeso. Ma i monaci dei dintorni, dopo aver faticato a lungo, lo tirarono fuori più morto che vivo, e dopo due giorni il disgraziato morì.

Il peggio è che morì ostinato: neppure un esperimento che gli era costato la vita lo convinse di essere stato illuso dal demonio. I monaci, profondamente commossi dalla sua fine, nonostante che facessero valere i meriti di tante fatiche e di tanti anni passati nel deserto, a mala pena poterono ottenere dal sacerdote (che era l'abate Panuzio), che Erone non fosse computato tra i suicidi e, come tale, fosse giudicato indegno del ricordo e del sacrificio che si offre in suffragio dei morti.

VI Due monaci vanno incontro alla morte per ignoranza della discrezione

Che dire di quei monaci i quali abitavano oltre il deserto della Tebaide, che un tempo era stato la dimora del beato Antonio? Essi, vinti dallo spirito d'indipendenza, dovendo viaggiare per un deserto sterminato, decisero di non prendere altro cibo all'infuori di quello che Dio avesse fatto trovare lungo il cammino.

I due poveretti vagolavano per il deserto, vicini ormai a morire di fame, quando furon visti di lontano dai Mazici, che sono un popolo superiore ad ogni altro in ferocia e crudeltà. Costoro non uccidono la gente per desiderio di preda, come fanno altre tribù, ma uccidono per il solo gusto di esercitare la loro ferocia. Ebbene, dimentichi della loro naturale crudeltà, quei selvaggi andarono incontro ai due monaci portando pane; ma uno solo dei due monaci ricordandosi della discrezione accettò quel nutrimento come un dono di Dio, con sentimenti di gioia e in ispirito di ringraziamento. Questo pane egli pensò mi è mandato da Dio, perché senza un intervento divino non si spiegherebbe come questi uomini, per i quali è una festa versare il sangue del prossimo, possano far dono del nutrimento vitale a chi per languore sta già per morire. Ma l'altro monaco rifiutò il cibo perché gli veniva offerto da mano d'uomo. Casi morì.

Tutti e due partirono da principi sbagliati, ma il primo si ricordò della discrezione e rinunziò al suo stolto proposito, l'altro, invece, perseverò nella sciocca impresa e rimase chiuso ad ogni idea di discrezione. Il Signore avrebbe voluto allontanare da lui la morte, ma quello la chiamò per non aver voluto vedere un miracolo di Dio anche nel gesto di quei barbari che, dimentichi della loro ferocia, presentavano pani invece che spade.

VII Illusione in cui cadde un altro monaco per ignoranza della discrezione

E che dire di un altro monaco del quale taccio il nome perché vive ancora? Costui accolse per lungo tempo il demonio circonfuso di luce angelica; ingannato dalle sue rivelazioni, si fidò e lo credette un messaggero di giustizia perché fra le altre cose, ogni notte gl'illuminava la cella senza bisogno di alcuna lucerna.

Alla fine il demonio gli comandò di offrire in sacrificio un suo figlio, abitante nello stesso monastero, e ciò per acquistare un merito pari a quello del patriarca Abramo. Il nostro monaco s'internò tanto in questa seduzione che avrebbe consumato il misfatto, se il ragazzo, vedendo il padre che affilava insolitamente il coltello e cercava corde per legare la vittima, non avesse indovinato il delitto che si preparava e non fosse fuggito esterrefatto.

VIII Caduta di un monaco della Mesopotamia che si lascio ingannare

Sarebbe troppo lungo narrare in tutti i particolari l'illusione in cui cadde un monaco della Mesopotamia, il quale osservava una tale astinenza che pochissimi, in tutta la regione, potevano imitarlo. Dopo molti anni di fedeltà, il diavolo lo avvicinò e a forza di rivelazioni e di sogni lo giocò così bene che quello nonostante le fatiche e le virtù che lo avevano innalzato al disopra di tutti i monaci della zona arrivò a farsi ebreo e ad accettare la circoncisione.

Volendo condurlo a lasciarsi illudere sul principio e per molto tempo il demonio gli presentò visioni veritiere, come avrebbe fatto un angelo della luce. Alla fine gli mostrò il popolo cristiano con tutti i grandi dignitari della nostra religione, come gli Apostoli e i martiri; ma era un popolo tenebroso, tetro, ridotto a forme spettrali. Dall'altra parte mostrò il popolo giudaico, con Mosè, i Patriarchi e i Profeti, tripudianti di gioia e risplendenti di una luce abbagliante. Allo stesso tempo il seduttore gli suggerì di ricevere subito la circoncisione, se voleva essere partecipe dei loro meriti e della loro felicità.

Nessuno di questi monaci sarebbe caduto vittima delle illusioni, se essi si fossero studiati di acquistare la discrezione. Perciò, queste numerose cadute e questi tristi esempi, dimostrano quanto sia pericoloso per il monaco non possedere la discrezione.

IX - Domanda sui mezzi per acquistare la vera discrezione

Germano rispose: dagli esempi recenti e dalle sentenze degli antichi Padri, ci è apparso chiarissimo che la discrezione è in certo modo la sorgente e la radice di tutte le virtù. Vorremmo ora sapere quale sia il metodo per acquistarla e il metodo per riconoscere quando è vera e proveniente da Dio, oppure falsa e suggerita dal diavolo. Così, a norma della parabola evangelica che ci avete raccontata nella precedente conferenza - e che vuol far di noi degli abili banchieri - noi potremo accorgerci se l'immagine del re, che pur è vera, è impressa su metallo illegale e rifiutare la moneta come falsa. Noi vogliamo esser dotati di quella scienza che voi, con chiare e complete spiegazioni, ci avete mostrato essere la dote più preziosa del banchiere spirituale, o banchiere secondo il Vangelo (citazione dal cosiddetto "Vangelo degli Ebrei", apocrifo - n.d.r.).

Che cosa ci gioverebbe conoscere l'eccellenza della discrezione e il metodo della sua grazia, se non conoscessimo il modo di trovarla e acquistarla?

X - Risposta sul modo di acquistare la vera discrezione

Mosé riprese: la vera discrezione si acquista per mezzo della vera umiltà. E il primo segno della vera umiltà sarà quello di lasciare agli anziani il giudizio di tutte le nostre azioni e di tutti i nostri pensieri, fino al punto che uno non si affidi mai al proprio giudizio, ma sempre e in tutto stia alle decisioni degli anziani e voglia conoscere solo dalla loro bocca ciò che sia da ritenersi buono e ciò che sia da stimarsi cattivo.

Questa disciplina, non solo insegnerà al giovane monaco a camminare diritto sulla via della vera discrezione, ma gli darà anche sicurezza contro tutti gl'inganni e tutte le insidie del nemico. E' impossibile che cada nell'illusione chi prende come regola della propria vita, non già il suo giudizio, ma gli esempi degli anziani. L'astuzia del demonio non potrà valersi dell'ignoranza di un monaco il quale non cede al falso pudore e non nasconde qualcuno di quei pensieri che gli nascono in cuore, ma tutti li mostra al prudente giudizio degli anziani, per sapere se deve ammetterli o rifiutarli.

Un cattivo pensiero, portato alla luce del giorno, perde subito il suo veleno. Prima ancora che la discrezione abbia proferita la sua sentenza, il serpente infernale, che la confessione ha tirato fuori dal suo nascondiglio tenebroso, se ne fugge svergognato. Le sue suggestioni hanno potere su noi finché restano nascoste in fondo al cuore.

XI Parole dell'abate Serapione. I cattivi pensieri perdono il loro veleno se manifestati. Pericolo della confidenza in noi stessi.

« Da fanciullo così raccontava Serapione io vivevo nel deserto con l'abate Teana, e il nemico delle anime riuscì a farmi contrarre l'abitudine che sto per dire. Ogni giorno, dopo la refezione di nona", che io consumavo insieme col buon vecchio, prendevo di nascosto una pagnotta e me la facevo scendere sotto l'abito, all'altezza del petto. Più tardi, a insaputa dell'abate, me la mangiavo di nascosto. La passione mise in me le radici e non fui capace di dominarla; anzi, la mia stessa volontà si mise a servizio della passione e continuai imperterrito il mio furto. Tuttavia, quando rientravo in me stesso, dopo aver soddisfatto la mia golosità, sentivo più dispiacere per il furto commesso che soddisfazione per l'appetito acquietato. Ero nella condizione in cui si trovarono un tempo gli ebrei, quando sotto la sferza dei sorveglianti egiziani dovevano costruire i mattoni". Ogni giorno ero costretto al mio furto; con grande dispiacere, sì, ma anche senza possibilità di sottrarmi a quella crudelissima tirannide. Avrei voluto manifestare al vecchio la mia colpa, ma avevo vergogna, e non lo facevo. Alla fine, per volontà di Dio che voleva liberarmi da quella schiavitù, accadde che alcuni monaci venissero alla cella del vecchio abate per essere edificati dalla sua conversazione.

Finito il pasto incominciò la conferenza spirituale. L'abate Teona, per rispondere alle domande che gli erano state rivolte, prese a parlare del vizio della gola e dei pensieri occulti. Mentre egli descriveva la natura di quei pensieri e la violenza che esercitano finché son tenuti nascosti, io mi sentivo toccare il cuore dalla forza del discorso ed ero atterrito dal rimorso della coscienza. Credevo che quelle parole fossero dette proprio per me, come se Dio avesse rivelato all'abate il segreto del mio cuore. Alla fine, aumentando in me il rimorso, scoppiai in singhiozzi e lacrime, e trassi fuori dal seno la pagnotta che vi avevo introdotta secondo la detestabile abitudine per mangiarla più tardi. Mettendomi in ginocchio mostrai a tutti quel pane e confessai, implorando perdono, il mio pasto clandestino di tutti i giorni. Sempre piangendo, chiesi anche le preghiere di tutti i presenti per ottenere che il Signore mi liberasse da una schiavitù tanto dura.

Allora il vecchio disse: figliolo, sta' di buon animo: la tua liberazione è già avvenuta per effetto della confessione, anche se io non ti ho detto ancora parole di perdono. Oggi tu hai trionfato del tuo antico vincitore: la tua confessione lo abbatte in modo assai più decisivo di quello che avesse abbattuto te il silenzio colpevole. Finora mai una parola, tua o di altri, aveva tentato di rintuzzare la sua audacia: per questo tu gli lasciavi la facoltà di signoreggiarti, secondo il detto di Salomone: «Perché non si resiste prontamente da parte di coloro che fanno il male, ecco che il cuore dei figli dell'uomo si riempie di pensieri malvagi »21. Ma dopo questa denuncia lo spirito di nequizia non potrà inquietarti più a lungo: il terribile serpente non potrà trovare altro nascondiglio in cui entrare, ora che lo hai portato alla luce del giorno con una salutare confessione.

Il vecchio abate non aveva ancora terminato queste parole, quando una fiaccola accesa uscì dal mio seno e riempi la cella di un acre odore di zolfo: tanto fu grande il fetore, che a mala pena lo potemmo sopportare. Allora il vecchio riprese la sua ammonizione: ecco che il Signore ti ha manifestato con un prodigio la verità delle mie parole; tu hai visto con i tuoi occhi il fomentatore di questa passione cacciato fuori dal tuo cuore per virtù di una salutare confessione. Dio ti assicura che il nemico, scovato dal suo nascondiglio, non troverà più dimora dentro il tuo cuore. E così fu. Secondo quanto il vecchio aveva detto, quella confessione fece sparire per sempre simile tirannia diabolica: il demonio non cercò neppure di risuscitare in me il ricordo di quella golosità, né mai più mi sentii sfiorare dal desiderio di rubare qualcosa.

Questa verità è espressa molto bene nell'Ecclesiaste, là dove dice: «Se il serpente morde senza fischio, a nulla vale l'opera dell'incantatore ». Il libro sacro vuole indicare così che il morso del serpente silenzioso è il più terribile.' Se chi è stato avvelenato non confessa la suggestione diabolica a qualche incantatore, cioè a qualche uomo spirituale, capace di medicate le ferite e di estrarre il veleno dal cuore, con le parole miracolose della sacra Scrittura, non ci sarà altro soccorso nel pericolo, né rimedio contro la morte.

Il mezzo certo per raggiungere facilmente la scienza della discrezione, è camminare sulle orme degli anziani. Non dobbiamo introdurre novità, non dobbiamo presumere di fare a modo nostro: dobbiamo sempre camminare per la via che ci fu tracciata dai loro insegnamenti e dai loro esempi. Con una simile formazione, non soltanto ognuno arriverà a un grado perfetto di discrezione, ma sarà pure sicuro da tutte le insidie del nemico. All'infuori del disprezzo verso i consigli degli anziani e dell'attaccamento al proprio giudizio e al proprio modo di vedere, non c'è altro VIZIO per mezzo del quale il demonio porti tanto facilmente il monaco alla rovina e alla perdizione.

Tutte le arti e tutte le scienze in cui si esercita l'ingegno umano, quantunque non giovino ad altro che a questa vita del tempo, e quantunque siano trattabili con le mani e visibili con gli occhi, non possono essere ben conosciute senza la guida di un maestro. Non è dunque da stolti credere che si possa imparare senza maestro quest'arte invisibile e nascosta in cui si richiede occhio purissimo per vedere, e in cui un errore che si commetta, non provoca già un danno temporale facile a ripararsi, ma produce la perdizione dell'anima e la morte eterna? Qui non si tratta di nemici visibili ma invisibili; e son nemici senza misericordia. Si combatte di giorno e di notte. in un combattimento spirituale. Lo scontro non è contro un nemico o due, ma contro legioni innumerevoli: l'esito tanto più è incerto quanto più è astuto il nemico e subdolo l'attacco.

Per questo è necessario seguire con somma attenzione le orme degli anziani e manifestare a loro tutto ciò che ci nasce in cuore, disprezzando i suggerimenti del falso pudore.

XII Domanda sulla vergogna che ci fa arrossire nel rivelare i nostri pensieri agli anziani

Germano La causa principale di quella vergogna dannosa che ci persuade a tacere i nostri cattivi pensieri, sta in certi fatti che si raccontano. Eccone uno. Viveva in Siria un certo monaco che fra gli anziani teneva il primo posto: un giorno venne da lui un fratello per confessare con la massima semplicità i pensieri che lo tormentavano. Ma il vecchio monaco era in un momento di collera e Il per lì non seppe fare altro che rimproverare aspramente chi gli si apriva.

Da esempi come questo viene che noi chiudiamo nel nostro intimo i pensieri cattivi e ci vergogniamo di manifestarli agli anziani; così ci priviamo del rimedio e della guarigione.

XIII Risposta sul dovere di calpestare la falsa vergogna e sul pericolo di non avere compassione

Mosè Come i giovani non sono tutti di uguale fervore, saggezza e virtù, così anche gli anziani non sono tutti allo stesso grado di perfezione e di provata santità. La saggezza dei vecchi non si misura dal candore dei loro capelli, ma dal fervore che misero in gioventù ad acquistarsi meriti. « Come potrai ritrovare nella tua vecchiaia ciò che non raccogliesti nella gioventù? La vecchiaia degna di questo nome non si riconosce da un lungo numero di anni. La sapienza sostituisce nell'uomo i capelli bianchi: la vera vecchiaia è una vita senza macchia ».

I vecchi dalla testa canuta, ma ricchi soltanto di anni, non son quelli di cui dobbiamo seguire le orme e ascoltare insegnamenti e consigli. La nostra venerazione deve rivolgersi soltanto a quegli anziani che hanno condotto da giovani una vita degna di stima e si sono formati non alla scuola del proprio capriccio, ma secondo le tradizioni dei Padri. Ci sono alcuni monaci, anzi dirò meglio: ci sono molti monaci, anche se ciò è doloroso, i quali son diventati vecchi nella tiepidezza e nell'accidia che concepirono in gioventù; ora essi cercano di acquistarsi autorità non con la santità dei costumi, ma con la quantità degli anni. A loro va il rimprovero che il Signore pronunzia per bocca del Profeta: «Gli stranieri hanno divorato la loro forza; essi son coperti di capelli bianchi e non lo sanno ».

Tutti costoro sono stati elevati a modello per la gioventù, non dalla integrità della vita o dallo zelo spiegato nel seguire l'ideale monastico, ma dalla loro età molto avanzata. Il nemico astutissimo si vale dei loro capelli bianchi per ingannare i giovani ai quali li presenta come depositari di autorità, ma è un'autorità usurpata. Con abile astuzia il nemico usa i loro esempi per far cadere nei suoi lacci anche certuni che si erano già incamminati per la via della perfezione, o per propria inclinazione o per sollecitazione di altri. La dottrina di questi monaci e gli esempi della loro virtù servono al demonio per condurre tante povere anime ad una tiepidezza funesta, o ad una disperazione mortale. Voglio darvi un esempio di quel che vado dicendo, ma non farò nomi, per non cadere nella stessa colpa del monaco di cui sto per parlarvi: egli infatti manifestava le colpe del fratello appena quello gli si era confidato. Mi limito ad esporre il fatto perché è tale da potervi servire di buona lezione.

Un anziano che io ben conosco, ricevette una volta un giovane e bravo monaco, che veniva a cercare occasione di progresso spirituale e rimedio ai suoi mali: egli era infatti tormentato dagli stimoli della carne e dallo spirito di fornicazione. Pensava di poter trovare nelle preghiere dell'anziano una consolazione al suo tormento e una medicina alle sue ferite. Ma l'altro ruppe in parole amare e disse: «È un uomo miserabile e indegno di chiamarsi monaco chiunque senta gli stimoli di un tal vizio e d'una tale concupiscenza ». I rimproveri ferirono profondamente il giovane monaco, che uscì da quella cella sprofondato nella disperazione, in preda a una mortale angoscia. Vinto ormai dallo scoraggiamento, non pensava più a guarire dal suo male, ma cercava il modo di soddisfare la passione che aveva concepita. Era tutto immerso in questo pensiero, quando incontrò l'abate Apollo, il più santo fra tutti gli anziani. Osservando il volto del giovane e l'abbattimento che vi era dipinto, Apollo comprese il dolore e la violenza del combattimento che silenziosamente gli dilaniavano l'anima. Gli domandò quindi la causa di sì gran turbamento e insisté con dolcezza. Ma l'altro non riusciva a dir parola. Il vecchio si convinse ancora di più che doveva esserci una causa assai grave a indurre quel giovane a tacere ostinatamente la ragione di una tristezza tanto grande da non poter si dissimulare nel volto, e moltiplicò le sue domande per conoscere il dolore nascosto. Vinto dalle dolci insistenze, il giovane disse tutto. Poiché, a giudizio dell'anziano che aveva consultato, non poteva esser monaco e non poteva avere i mezzi atti a respingere gli assalti della carne, disse che sarebbe andato al villaggio vicino a prender moglie. Intanto salutava la vita monastica per tornarsene nel mondo. Apollo prese allora a consolarlo con parole piene di dolcezza, affermando che anche lui era combattuto ogni giorno dagli stessi stimoli e dagli stessi ardori.

Non bisogna abbandonarsi alla disperazione - diceva l'abate - né meravigliarsi della violenza della tentazione; molto più che a vincere le tentazioni non sono i nostri sforzi ma la misericordia di Dio e la sua grazia. Gli domandò di attendere ancora un giorno, prima di prendere la decisione, e lo pregò di ritornarsene alla sua cella; egli, a sua volta, si incamminò immediatamente alla capanna di quel tale anziano.

Nell'avvicinarsi pregava così, versando lacrime e allargando le braccia: «Signore, tu solo vedi con occhi compassionevoli le forze di ciascuno e la debolezza della nostra natura, tu solo sai porvi rimedio con mano invisibile. Ti prego, trasferisci la tentazione del giovane monaco nell'anima dell'anziano, affinché egli impari, almeno sul finire dei suoi giorni, a compatire le debolezze degli afflitti e a comprendere la fragilità della gioventù ». Mentre terminava, tra gemiti, questa preghiera, vide davanti alla cella dell'anziano un etiope mostruoso che scagliava contro quel monaco saette infocate, Colpito da quelle frecce, il vecchio monaco uscì di cella e incominciò a saltare di qua e di là, come se fosse ubriaco o avesse perduto la ragione. Ora entrava, ora usciva: non era capace di trovar quiete. Alla fine si incamminò veloce sulla via che aveva preso il monaco giovane.

L'abate Apollo, vedendolo come un pazzo agitato dalle furie, capì che era stato colpito al cuore dal dardo infocato del demonio e si convinse che da ciò derivava la confusione della mente e il turbamento dei sensi. Gli si avvicinò e disse: «Dove vai con tanta fretta? Che cosa è che ti fa dimenticare la gravità senile, e ti agita come un bambino, e ti fa correre da ogni parte? ».

Quello, umiliato dal rimorso della coscienza e dalla passione vergognosa che lo tormentava, pensò che Apollo avesse indovinato la fiamma che gli si era accesa in cuore, e credendo svelato il suo segreto, non ardì rispondere. Allora Apollo gli disse: «Torna alla tua cella e impara che fino ad oggi tu sei stato o ignorato o disprezzato dal demonio: comunque non sei stato del numero di coloro che impongono al demonio una lotta continua, col loro progresso e i loro santi desideri. Vergognati! Dopo tanti anni di professione monastica, per una sola freccia che ti ha scoccato il tentatore, non solo non sei stato capace di respingerla, ma non hai saputo resistere neppure un giorno. Ecco che il Signore ha permesso tu fossi ferito affinché, sul finir della vita, imparassi per esperienza personale a compatire le debolezze altrui, e a comprendere la fragilità dei tuoi fratelli più giovani. Pensa ora quel che hai fatto: hai ricevuto un giovane monaco che sperimentava un duro assalto del demonio, e invece di incoraggiarlo con parole di consolazione, l'hai gettato nelle mani del nemico, inducendolo alla disperazione: per quanto è dipeso da te, il giovane monaco poteva finire assai male. Sappi ora che quel giovane non avrebbe avuto da sopportare un guerra così violenta, se colui che finora mai ne ha mossa a te una somigliante, non avesse visto con occhio invidioso il suo progresso spirituale. Quel giovane monaco aveva in cuore ricchezza di virtù, perciò Satana lo assaliva con le sue frecce infuocate. Senza dubbio il demonio lo ha stimato più forte di te, se ha creduto necessario attaccarlo con tanta violenza. Impara dunque a tue spese la compassione verso gli afflitti; impara a non atterrire con lo spauracchio della disperazione il fratello che versa in pericolo; impara a non esasperare la gente con parole dure: impara piuttosto a confortare tutti con parole dolci e blande, secondo il consiglio sapientissimo di Salomone: «Liberare coloro che son condotti a morte, salvare coloro che stanno per essere uccisi »25. Sull'esempio del Salvatore, guardati dallo spezzare la canna fessa e dallo spegnere il lucignolo fumigante26; domanda piuttosto la grazia di poter cantare fiduciosamente e sinceramente: «Il Signore mi ha dato una lingua sapiente per fortificare con la mia parola chi è debole e affaticato ».

Nessuno potrebbe fuggire le insidie del nemico, né spegnere o moderare gli ardori della carne _ che son fuoco acceso in noi dalla natura se la grazia di Dio non venisse in aiuto alla nostra debolezza, per proteggerla e difenderla.

Ora è chiaro il piano d'azione che Dio si proponeva in quest'opera della sua sapienza: Egli ha liberato il giovane dalla sua terribile tentazione e a te ha insegnato quale violenza possa talvolta prendere un assalto del demonio: così ti ha insegnato ad essere compassionevole. Uniamo perciò le nostre preghiere ad implorare la fine della prova che il Signore s'è degnato di mandarti per tuo spirituale profitto: « poiché egli ferisce e pur medica, percuote e pur le sue mani guariscono »; egli « umilia ed esalta, fa morire e fa vivere, fa accedere agli inferi e ne riconduce ». Che egli si degni con la rugiada traboccante del suo spirito di spegnere in te le frecce infuocate del tentatore, delle quali ha voluto che tu fossi afflitto per mia richiesta ».

Una sola preghiera del santo monaco bastò: il Signore fece cessare la tentazione improvvisamente, come improvvisamente l'aveva permessa. L'insegnamento tuttavia è chiaro: oltre a non rimproverare ai fratelli le debolezze che ci manifestano, non dobbiamo neppure disprezzare le loro pene, fossero anche molto leggere.

Non bisogna permettere che la leggerezza di uno o di pochi, i cui capelli bianchi servono al nemico per ingannare i giovani, vi faccia abbandonare quella via della salvezza che vi è stata mostrata, e vi allontani dagli insegnamenti dei Padri. Senza alcun velo di falsa vergogna, dovete manifestare agli anziani tutti i vostri pensieri e dovete attendere da loro medicina alle vostre ferite, esempi di vita santa. In questo metodo troverà soccorso e profitto chiunque si guarda dall'agire secondo il proprio giudizio e la propria personale inclinazione.

XIV - La vocazione di Samuele

La venerazione verso gli anziani è molto gradita a Dio, che ce la inculca dalle pagine della sacra Scrittura.

Per decreto della sua Provvidenza, Dio aveva scelto il piccolo Samuele, ma invece d'istruirlo direttamente e intraprendere un colloquio con lui, lo mandò una e due volte dal vecchio sacerdote (1 Sam 3). Dio volle che questo fanciullo, chiamato a diventare il suo confidente, fosse istruito da un uomo, che per giunta era in colpa: Dio volle così per l'unica ragione che quell'uomo era un anziano.

Il fanciullo giudicato degno di una vocazione altissima fu sottoposto alla direzione di un anziano affinché brillasse l'umiltà di chi era stato chiamato da Dio a un grande ministero, e fosse offerto alla gioventù un esempio di sottomissione.

XV - La vocazione dell'apostolo Paolo

L'apostolo Paolo fu chiamato direttamente da Cristo, ma colui che poteva, subito e senza intermediari, insegnargli la via della perfezione, preferì indirizzarlo ad Anania e fargli imparare da quello la via della verità. " Alzati - disse il Signore - entra in città, e là ti sarà detto quello che devi fare " (At 9, 6).

Se Dio indirizza anche Saulo a un anziano, e preferisce metterlo a quella scuola anziché istruirlo direttamente, lo fa per evitare che l'intervento diretto- spiegabile nel caso di Paolo - possa in seguito incoraggiare la presunzione. Il pericolo era che tutti avessero a persuadersi di non avere (come l'Apostolo) altra guida o maestro all'infuori di Dio, e non volessero formarsi alla scuola degli anziani.

Quanto sia da detestare la presunzione, l'apostolo stesso ce lo insegna, non solo con le parole, ma con le opere e con l'esempio. Egli infatti afferma di essersi recato a Gerusalemme unicamente per confrontare ed esaminare - in un incontro privato ed amichevole con i fratelli e predecessori nell'apostolato - il Vangelo che predicava tra i pagani, con accompagnamento di prodigi derivanti dalla grazia dello Spirito Santo. Ecco le sue parole: " Esposi loro il Vangelo quale lo predico ai Gentili, nel pensiero che io, forse, corressi o avessi corso invano " (Gal 2, 2).

Chi sarà tanto presuntuoso e cieco da volersi affidare al suo giudizio e alla sua discrezione, quando perfino il " Vaso di elezione " afferma di aver avuto bisogno di un incontro con i fratelli nell'apostolato? In questo noi abbiamo la riprova di un metodo caro al Signore: egli non manifesta la via della perfezione a chi, pur avendo la possibilità di farsi istruire, disprezza la dottrina degli anziani e le loro regole di vita, senza far caso a una parola di Dio che dovrebbe essere diligentemente ascoltata: " Interroga tuo padre e te lo insegnerà, interroga gli anziani e te lo diranno " (Dt 32, 7).

XVI - Dovere di tendere all'acquisto della discrezione

Sforziamoci dunque con tutte le nostre energie per giungere alla virtù della discrezione attraverso la pratica dell'umiltà: solo la discrezione può tenerci lontani dagli eccessi opposti.

C'è un vecchio proverbio che dice: " Acròtes isòtes ", cioè: gli eccessi sono tutti dannosi. L'eccesso del digiuno e la voracità portano allo stesso fine; le veglie smodate non sono meno dannose, per un monaco, di un sonno pigramente prolungato. Per le eccessive privazioni, uno si indebolisce ed è necessariamente ricondotto allo stato in cui prosperano la negligenza e l'apatia. Molti che non poterono essere ingannati dalla golosità, li vedemmo ingannati dai digiuni smodati: la passione vinta, prese la sua rivincita in occasione dell'infermità. Spesso le lunghe veglie e le intere notti sottratte al sonno riuscirono ad ingannare quelli che il sonno non aveva potuto vincere.

Noi, " muniti delle armi della giustizia, a destra e a sinistra " (2 Cor 6, 7) - come ci insegna S. Paolo - dobbiamo procedere con molta moderazione e passare tra i due estremi, guidati dalla discrezione. Così non ci faremo allontanare dalla giusta misura nel mortificarci, né cederemo alla gola e all'intemperanza, vinti da fiacchezza funesta.

XVII - Digiuni e veglie senza discrezione


Mi ricordo che io stesso ho più volte concepito un tale disprezzo del cibo, da stare fino a due o tre giorni senza toccarne, cosicché non mi veniva più neppure il pensiero di mangiare. Ma si trattava di suggestioni diaboliche. Mi ricordo anche che il demonio riuscì qualche volta a impedirmi compieta- mente di dormire, cosicché, per più giorni e più notti, dovetti implorare il Signore che concedesse un poco di quiete ai miei occhi. In tutte queste occasioni mi son dovuto accorgere che l’avversione al cibo e al sonno mi recavano più pericolo che la golosità e la sonnolenza.
Dobbiamo dunque essere doppiamente attenti: prima per non cadere nella colpa della gola, come chi mangia fuori tempo e fuori della giusta misura, poi attenti a prendere cibo e sonno alla giusta ora, anche se la nostra natura a ciò si rifiutasse. I due contrari assalti vengono dal demonio, ma è più grave il danno che ci può procurare un digiuno esagerato, di quello che può derivarci da un appetito soddisfatto: infatti, dopo aver mangiato con un certo eccesso, possiamo tornare alla consueta austerità con un atto di pentimento salutare, mentre dal male dell’eccessiva astinenza non è possibile riaversi.


XVIII - Domanda sulla misura del mangiare e del digiunare


Germano - Qual è la regola dell’astinenza che noi dobbiamo osservare, per passare indenni tra i due eccessi opposti?


XIX - Quale sia la misura ottima del cibo quotidiano


Mosè - Posso dirvi che i nostri Padri hanno molto discusso su questo argomento. Dopo aver osservato il metodo di non pochi solitari, i quali eran sempre vissuti di legumi, d’erbe, di frutti, i Padri stimarono preferibile l’uso del solo pane, e stabilirono che la giusta misura giornaliera era quella di due « passamazi », che sono pagnottelle di circa mezza libbra ciascuna.


XX - Obiezione: l’astinenza non è difficile se si possono avere due pagnotte al giorno


A queste parole ci rallegrammo molto e rispondemmo che una tale misura non ci pareva gravosa, anzi ci pareva indegna di chiamarsi astinenza. Noi, per esempio non saremmo mai riusciti, in un giorno, a mangiare una simile quantità di pane.


XXI - Risposta: l’astinenza - se fedelmente osservata - è difficile


Mosè - Se volete provare quanto costi al monaco la dieta sopra suggerita, mettetevi ad osservarla fedelmente, senza aggiungere alcunché di cotto, alla domenica o al sabato, o quando vi si presenti in visita qualche confratello. L’aggiunta di un cibo cotto, non solo permette che nei giorni seguenti si possa vivere con minor quantità di nutrimento, ma consente pure di poter digiunare senza alcuna difficoltà, perché il corpo continua a risentirsi il vantaggio di quel supplemento che gli è stato concesso.
Chi invece si atterrà fedelmente alla razione da me consigliata non sarà capace di rimanere un giorno senza mangiare. Mi risulta che i nostri Padri - e noi stessi lo abbiamo sperimentato personalmente più volte - trovarono grandissima difficoltà a sopportare una simile dieta e dovettero fare tanta violenza al loro appetito, da levarsi ogni volta da tavola con visibile dispiacere e non senza qualche gemito di tristezza.


XXII - Quale sia la regola generale dell’astenersi e del mangiare


La regola generale, in materia d’astinenza, si enuncia così: «ognuno deve prendere tanto cibo quanto ne occorre per sostentarlo, non per satollarlo».
In ogni eccesso c'è ugualmente grave danno, sia per dai obbliga il corpo ad un digiuno troppo rigoroso, sia per chi concede al corpo un cibo troppo abbondante. La mente nostra, illanguidita per mancanza di nutrimento, prega stancamente: perché essendo aggravata dalla pesantezza del corpo, si sente premere da involontaria sonnolenza. Ma anche un eccessivo nutrimento grava l’anima e le impedisce di levare a Dio preghiere pure e vivaci.
Per chi non è regolato nel cibo, diventa difficile anche l’osservanza della castità. Persino nei giorni in cui la carne potrà sembrare soggiogata dalla penitenza, avverrà che la sottrazione del cibo farà divampare più potente il fuoco della concupiscenza.


XXIII - Come regolare la sovrabbondanza degli umori


Quegli umori che si son raccolti nelle nostre carni, in conseguenza di una alimentazione sovrabbondante, è necessario che siano espulsi, come vuole una legge di natura, per la quale gli umori superflui non possono rimanere nel corpo in cui sarebbero eccessivi e nocivi. Noi dobbiamo perciò castigare il nostro corpo secondo una disciplina ragionevole ed uguale, cosicché, pur non potendo, per la nostra condizione umana, sottrarci a certe necessità della carne, molto raramente almeno, e non più di tre volte nel corso di un anno, abbiamo a trovarci inquinati dalle immondizie che fuoriescono dal corpo. Ed è pur necessario che un tale fenomeno si produca senza eccitazione alcuna, durante la quiete del sonno, in assenza di ogni immaginazione lubrica, che sarebbe segno di una voluttà nascosta.
Ecco dunque la regola aurea dell’astinenza, secondo il giudizio dei Padri e nostro: un pasto di solo pane ogni giorno, ma tale da lasciare sopravvivere un po’ di fame. In tal modo l’anima e il corpo rimangono in uno stato uniforme: né abbattuti dal digiuno, né appesantiti dalla sazietà. Con un regime di tal sorta si arriva al punto che il monaco, verso l’ora del tramonto, non si ricorda più e non si accorge più d’aver mangiato.


XXIV - Fatica che richiede una regola costante nel mangiare, golosità del monaco Beniamino


Il regime da noi consigliato è tanto difficile che alcuni monaci, ignari della perfetta discrezione, preferiscono digiunare un giorno intero e serbare una doppia razione di pane per il giorno seguente, al fine di potersi concedere, col pasto che fanno, la desiderata sazietà. Questo, come voi ben sapete, è il metodo costantemente seguito da un vostro compatriota, il monaco Beniamino. Per sottrarsi a una penitenza sempre uguale e ad una sobrietà snervante, egli preferiva digiunare due giorni di seguito, ma quando si metteva a mangiare, voleva soddisfare, con una razione aumentata, tutta la sua voracità. Quattro pagnotte gli consentivano di soddisfare il suo appetito e di ben riempirsi il ventre, mentre i due giorni di digiuno facevano da giusto contrappeso a una solenne scorpacciata.
Per la ostinazione pertinace a vivere secondo il proprio capriccio, voi sapete che bella fine ha fatto il monaco Beniamino: ha lasciato il deserto per correre dietro alla falsa filosofia del mondo e alle vanità del secolo. La sua defezione serva di esempio e confermi la validità della tradizione trasmessaci dai Padri. La sua caduta insegni che chiunque si fa guidare dalla propria inclinazione e dal proprio personale giudizio, non arriverà mai al culmine della perfezione. Anzi, non potrà far a meno di essere ingannato dalle pericolose illusioni del demonio.


XXV - Domanda: come si possa tener sempre la stessa misura


Germano - E come sarà possibile osservare questa regola senza mai contravvenire? Talvolta, dopo aver rotto il digiuno all’ora di nona, il monaco si troverà a dover ricevere un ospite, e in tal caso, per non venir meno ai doveri tanto raccomandati della cortesia, sarà necessario che prenda con quello un supplemento alla quotidiana razione di cibo.


XXVI - Risposta: nel mangiare non si deve mai oltrepassare la misura stabilita


Mose - Bisogna osservare contemporaneamente l’uno e l’altro dovere. Da una parte conviene osservare scrupolosamente l’astinenza nel cibo, per amore della temperanza e della purezza; d’altra parte, per dovere d’ospitalità, d’aiuto fraterno e di carità, conviene ricevere gentilmente i fratelli che arrivano. Sarebbe poi veramente assurdo che, ricevendo un fratello alla nostra mensa, anzi ricevendo Cristo nella persona del fratello, non prendessimo cibo con lui e assistessimo al suo pasto come estranei. Ecco perciò il metodo da seguire: non esser meritevoli di condanna né in uno né in altro senso.
All’ora nona dobbiamo mangiare una sola delle due pagnotte che dalla regola ci son concesse: la seconda la serberemo alla sera, in vista dell’ospite che potrebbe arrivare, Se l’ospite arriverà realmente, noi mangeremo con lui il pane dell’amicizia, senza nulla aggiungere alla consueta razione giornaliera. In tal modo l’arrivo di un fratello, che deve sempre essere cosa lieta, non potrà arrecarci alcuna tristezza, perché potremo rendergli gli onori dell’ospitalità senza nulla sottrarre al rigore della nostra disciplina. Se invece non avremo visite, potremo da soli mangiare tranquillamente il nostro pane: esso ci è dovuto e ne abbiamo il diritto. Se all’ora di nona avremo mangiato una sola pagnotta, l’aggiunta di una seconda verso l’ora del tramonto, non ci graverà lo stomaco, come avviene talvolta a certi monaci i quali - credendo di osservare un’astinenza più rigorosa - mangiano tutta la razione alla sera. Così il nutrimento abbondante, preso da poco, rende la loro mente appesantita e distratta durante la recita del vespro e della preghiera notturna.
La consuetudine di prender cibo all’ora di nona ha innegabili vantaggi: non solo lo spirito del monaco si sente libero e pronto per le preci notturne, ma si trova ben disposto anche per la recita di vespro, in quanto a quell’ora è già avvenuta la digestione.
Per due volte il venerabile Mosè ci aveva nutriti della sua parola: con la seconda conferenza ci aveva fatto conoscere la virtù della discrezione, con la prima ci aveva già fatto conoscere il carattere della rinuncia, nonché il fine prossimo e quello remoto della vita monastica. Così, quel che prima noi cercavamo alla cieca, mossi solo dal fervore dello spirito e dallo zelo di Dio, ci appariva ora più chiaro del sole. Vedevamo bene ormai che fino a quel momento eravamo andati vagando, lontani dalla purezza del cuore e dalla via retta. Questa persuasione si faceva ancor più viva quando riflettevamo che anche le attività materiali della vita mondana, per arrivare allo scopo che si propongono, richiedono conoscenza del fine e riflessione attenta sul modo atto a raggiungerlo.

 


Ritorno all'indice delle "CONFERENZE SPIRITUALI"


Ritorno alle "Regole monastiche"


| Ora, lege et labora | San Benedetto | Santa Regola | Attualità di San Benedetto |

| Storia del Monachesimo | A Diogneto | Imitazione di Cristo | Sacra Bibbia |


23 maggio 2015                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net