PASSIONE DEI MARTIRI D'AGAUNO

 (Citata nella Vita dei Padri del Giura ai paragrafi 2 e 44)

Estratto e tradotto da "The lives of the Jura Fathers" - Autori vari - Cistercian Publications 1999.

INTRODUZIONE

La passione dei Martiri di Agauno pretende di essere un resoconto del martirio di “seimila seicento uomini” in armi della legione tebana sotto Massimiano ad Acaunus (Agaune in francese, Agauno in italiano) alla fine del terzo secolo; Eucherio di Lione ne ha inviato il resoconto in una lettera al Vescovo Salvius intorno all'anno 450.

Dopo diverse controversie tra gli studiosi, ormai tutti concordano nell'affermare che la Passione è una completa finzione; anche l'autore della vita dei Padri del Giura sembra un po’ perplesso per il numero inverosimile di martiri:

“Infiammato con l’ardore della fede, (Romano) decise di recarsi ad Agauno presso la basilica dei santi, dovrei dire piuttosto all’accampamento dei martiri, secondo la testimonianza fornita dalla storia della loro passione, una passione che, lungi dal riuscire a contenere 6.600 uomini in un edificio, non ha nemmeno potuto rinchiuderli tutti in questa pianura, come suppongo” (cfr. Vita di Romano, par. 44).

L'autore della Vita, però, non si occupava di consenso accademico. Includiamo qui una traduzione della Passione per quattro motivi:

(1) Romano, come la citazione di cui sopra mostra, pensava alquanto ai martiri tebani, tanto da fare il difficile percorso verso il loro santuario ad Agauno;

(2) uno dei destinatari della Vita dei Padri del Giura è stato in qualche modo collegato con il santuario: “tu Giovanni segui l'esempio dell’apostolo Giovanni e ti chini sulla tomba di S. Maurizio, capo della legione dei martiri tebani, così come un tempo l’Apostolo preferito, confidente dei divini misteri, si chinò sul petto dell’Autore della salvezza “(cfr. par. 2);

(3) come la citazione qui sopra mostra, anche il nostro autore conosceva la Passione come “documento pubblicato”;

(4) l’evidenza, per quanto ambigua ed imprecisa, collega i monasteri del Giura con il monastero di San Maurizio ad Acaunus (Saint-Maurice d'Agaune), il più grande dei monasteri della Borgogna. Il monastero fu fondato nel 515 presso il sito del sepolcro.



SANT’EUCHERIO, VESCOVO DI LIONE

PASSIONE DEI MARTIRI DI AGAUNO, SAN MAURIZIO E COMPAGNI

 (Libera traduzione da "Patrologia Latina" - Migne, Vol. 50, col. 827-832)

Prefazione

 Eucherio al santo e beato signore in Cristo, vescovo Salvius.

Ho inviato alla tua beatitudine la passione scritta dei nostri martiri, poiché temevo che, per mancanza di cura, il tempo cancellasse dalla memoria degli uomini gli atti di un così glorioso martirio. Mi sono informato della verità di quest'evento presso delle persone debitamente informate, da quelle stesse che affermavano di avere avuto la notizia delle circostanze di questa passione, così come io le riporto qui, di sant’Isacco, vescovo di Ginevra, che le aveva ricevute, io credo, del beato vescovo Teodoro, che lo ha preceduta nel tempo.

Così, mentre altri vengono da vari luoghi e da diverse province ad offrire, in onore ed al servizio dei santi, dei presenti d'oro, di denaro e di altre cose, noi offriamo questo scritto, che è la nostra (opera), se voi la gradite, chiedendo loro pressantemente in cambio di intercedere per tutti i miei peccati e di protrarre sempre in futuro la protezione dei miei patroni. Inoltre, ricordatevi di noi davanti al Signore, santo e giustamente beato fratello, e davanti a voi che siete sempre uniti al servizio dei santi.

  

PASSIONE DEI MARTIRI DI AGAUNO.

I. Per onorare gli atti dei santi martiri che hanno illustrato Agauno con (il loro) sangue glorioso, noi abbiamo dato notizia di una passione e l’abbiamo esattamente riportata nello stesso ordine in cui ci è stata trasmessa. Poiché una tradizione successiva e continua ha messo nella dimenticanza la memoria di quest'evento, e se un luogo particolare, se una città particolare è resa illustre non senza motivo dal possesso delle reliquie di un solo martire, poiché questi santi hanno offerto al Dio Altissimo la loro preziosa vita, con quale riverenza non si deve visitare il luogo consacrato di Agauno, dove si sa che tante migliaia di martiri sono stati messi a morte per Cristo.

 II. Sotto Massimiano, che governava l'impero romano con Diocleziano, suo collega, delle moltitudini di martiri furono tormentate o messe a morte nella maggior parte delle province. Questo stesso Massimiano, in preda all'avarizia, alla lussuria, alla crudeltà ed agli altri vizi, era fuori di senno, in modo che, dedicandosi ai riti esecrabili dei pagani, egli aveva armato la sua empietà contro il Dio del cielo per fare scomparire il nome stesso del cristianesimo. Se alcuni avessero osato allora professare il culto del vero Dio, sarebbero stati trascinati ai supplizi o alla morte dalle truppe di soldati inviati da qualsiasi parte, e questo principe sembrava avere fatto tregua con le nazioni barbare per volgere le sue armi contro la religione.

C'era allora nell'esercito una legione di soldati che si chiamavano Tebani. A quel tempo si chiamava legione quella che aveva sei mila sei cento uomini in armi. Chiamati dalle regioni dell'Oriente, erano venuti in aiuto a Massimiano; uomini assidui nelle cose della guerra, apprezzati per il loro coraggio, ma ancor più degni per la loro fede, combattevano per l'imperatore con coraggio, per Cristo per devozione. Il comandamento del Vangelo non lo dimenticavano, anche sotto le armi: essi rendevano a Dio ciò che è di Dio ed a Cesare ciò che è di Cesare.

Dunque, siccome li destinavano, così come gli altri soldati, ad arrestare la moltitudine dei cristiani, furono i soli ad osare di rifiutarsi a questo ruolo crudele e non vollero ottemperare a tali ordini. Massimiano non era distante poiché, affaticato dalla strada, si era fermato vicino a Octodure (Marigny, nel Vallese); quando i corrieri vennero ad annunciargli che questa legione ribelle agli ordini imperiali si era fermata nelle strette di Agauno, la sua indignazione lo rese furioso. Ma prima di ricordare il seguito, mi sembra doveroso inserire in questa relazione la situazione del luogo.

 III. Agauno è circa a sessanta miglia della città di Ginevra e distante quattordici miglia dalla testa del lago Lemano, nel quale si getta il Rodano. Questo stesso luogo è situato in una valle tra le montagne delle Alpi dove i viaggiatori scoprono dinanzi a loro una via stretta ed austera, poiché il Rodano, che corrode le rocce alla loro base, lascia ai passanti un cammino appena praticabile. Ma una volta superate le gole, si scopre improvvisamente, tra le pendenze rocciose delle montagne, una pianura abbastanza spaziosa. È in questo luogo che si era fermata la santa legione. È per questo che, come abbiamo detto prima, Massimiano avendo avuto la notizia della risposta del Tebani, si abbandona ai trasporti della collera che stimola in lui il rifiuto dei suoi ordini; egli comanda che un soldato su dieci di questa legione sia colpito dalla spada, per portare più facilmente gli altri a sottomettersi per paura; ed ordina nuovamente di costringerli ad inseguire i cristiani. Ma quando si comunicò questa nuova ingiunzione ai Tebani e quando appresero che si esigevano ancora da loro empie esecuzioni, scoppiarono nel campo clamori e confusione; tutti affermano che mai, per chiunque, non sarebbero arrivati a compiere opere così sacrileghe; che maledirebbero sempre il culto empio degli idoli; che erano strettamente uniti ai cristiani e che, essendo stato istruiti dal culto della santa e divina religione, adoravano soltanto l'unico eterno Dio; che preferivano sopportare gli ultimi supplizi piuttosto che fare qualcosa che fosse contrario alla fede cristiana. Apprendendo ciò, Massimiano, più crudele di una bestia selvaggia, si abbandona nuovamente al suo carattere sanguinario ed ordina che ancora una volta uno su dieci di loro sia messo a morte e che gli altri siano costretti comunque ad effettuare ciò che avevano disprezzato. Essendo questi ordini portati al campo, quello che, a caso, si trovava essere il decimo, fu tirato da parte e messo a morte. Il resto di tutti i soldati si esortava reciprocamente a persistere con coraggio ad un'opera così luminosa.

 IV. In questa circostanza, il più grande sostegno della fede si trovò in san Maurizio, allora a capo di questa legione, come viene riportato; con Essuperio, il suo aiutante di campo, come si dice nell'esercito, e Candido, senatore dei soldati, esortava ciascuno per infiammarli, li metteva in guardia e ricordava anche gli esempi dei loro fedeli compagni d'armi martiri. In nome del loro impegno per Cristo ed in nome delle leggi divine, Maurizio li incoraggiava tutti a morire, se fosse necessario, e li esortava a seguire questi fratelli di armi ed i loro compagni che già li avevano preceduti nel cielo. Allora l'ardore glorioso del martirio abbracciava questi beati uomini. Animati dunque ed incoraggiati dai loro ufficiali ed istruttori, essi indirizzano a Massimiano, reso pazzo di rabbia, delle rispettose quanto coraggiose dichiarazioni, che si riporta essere state fatte in questo modo:

“Noi siamo, o imperatore, tuoi soldati, ma tuttavia, come lo confessiamo in tutta libertà, siamo i servi di Dio. A te dobbiamo l'obbedienza militare, a Lui una coscienza pura. Da te riceviamo il salario del nostro lavoro, da Lui abbiamo accolto il principio della vita. Noi non possiamo assolutamente seguirti, o imperatore, fino a rinnegare il Dio creatore, sì, nostro creatore, e, che tu lo voglia o no, il tuo Dio creatore. Se non siamo costretti ad atti abbastanza funesti da offendere Lui, (è) a te a che noi obbediremo ancora, come lo abbiamo sempre fatto; se è altrimenti, obbediremo a Lui piuttosto che a te. Noi ti offriamo, per utilizzarle contro qualunque nemico, le nostre mani che noi giudichiamo criminali nello sporcarsi del sangue di innocenti. Queste mani che sanno combattere gli empi ed i nemici, non sanno colpire uomini pii e cittadini. Ci ricordiamo che abbiamo preso le armi in favore dei cittadini piuttosto che contro di loro. Abbiamo sempre combattuto per la giustizia, per la pietà, per la salvezza degli innocenti: è stata quella, per noi, fino ad oggi, la ricompensa per i pericoli (affrontati). Noi abbiamo combattuto con lealtà, ma questa, come la conserveremo verso di te, se non la conserveremo verso il nostro Dio? Ci siamo inizialmente impegnati per giuramento verso Dio ed in seguito ci siamo impegnati per giuramento verso l'imperatore; credilo, nulla ci obbligherà a mantenere il secondo (giuramento) se noi rompiamo il primo. Sono cristiani quelli che tu ci ordini di cercare di condurli al supplizio; non è necessario che tu ne cerchi altri: ecco, noi ora confessiamo Dio Padre, creatore di tutte le cose, e noi crediamo che suo figlio Gesù Cristo è Dio. Abbiamo visto i compagni delle nostre fatiche e dei nostri pericoli essere sgozzati dal ferro, ed il loro sangue schizzare su noi, e tuttavia la morte dei nostri santi compagni d'armi, non la piangiamo e non ci lamentiamo della morte violenta dei nostri fratelli, bensì piuttosto li lodiamo; la gioia accompagna coloro che sono stati trovati degni di soffrire per il loro Signore Dio. Ed ora, anche quest'ultima circostanza della nostra vita non ci ha spinti alla sommossa; no, anche la più intensa disperazione che emerge nel cuore dei pericoli non ci ha fatto prendere le armi contro di te, o imperatore. Ecco che noi siamo armati e non resistiamo, perché noi preferiamo essere messi a morte piuttosto che uccidere, preferiamo morire innocenti che vivere colpevoli. Se tu emani ancora nuovi decreti contro noi, se tu dai nuovi ordini, se porti nuove minacce, fuochi, torture, spade, noi siamo pronti a subirle. Ci dichiariamo cristiani, non possiamo perseguitare dei cristiani„.

V. Massimiano, dopo avere inteso ciò ed avere scoperto l'attaccamento caparbio di questi uomini alla fede in Cristo, disperando che una costanza così gloriosa potesse essere superata, decretò in un’unica condanna che tutti fossero messi a morte ed ordinò che la cosa fosse fatta da truppe di soldati che li avrebbero circondati. Quando arrivarono vicino alla beata legione, lanciarono le loro spade sacrileghe contro i santi che non rifiutavano di morire per amore della vita. Colpiti da ogni lato con la spada, non si lagnavano neppure e non resistevano, ma al contrario, avendo depositato le armi, essi consegnarono le loro teste ai persecutori e presentarono il loro collo ed il loro corpo senza difesa a coloro che li colpivano. Neppure il loro grande numero, né la fiducia nelle armi di cui erano forniti, li portarono a sostenere con la spada la loro giusta causa ma, ricordandosi soltanto che confessavano Colui che fu condotto alla morte senza lamentarsi e che, come un agnello, non aprì la bocca, anche loro, come una gregge di pecore del Signore, soffrirono di essere lacerati come da lupi che si gettano su di loro.

La terra, in questo luogo, fu coperta dai corpi, precipitati nella morte, di questi uomini pii. Ruscelli di sangue prezioso si sparsero. Quale pazzia, eccetto la guerra, diede mai a vedere una tale carneficina di corpi umani? Quale barbarie ha mai ordinato che tanti uomini perissero insieme, fossero anche colpevoli? Il loro grande numero non li salvò, benché innocenti, mentre è abitudine di lasciare impuniti gli errori della moltitudine.

Fu dunque con questa estrema crudeltà del più feroce tiranno che perì questo popolo di santi che disprezzò la realtà delle cose presenti a causa della speranza nelle cose future. Così fu messa a morte questa legione realmente angelica che, come lo crediamo, è ora unita nei cieli alle legioni degli angeli e con esse divide per sempre la loro lode del Signore Dio degli eserciti.

 VI. Il martire Vittore non era di questa legione e non era più soldato, ma veterano dell'esercito. Cammin facendo, si trovò improvvisamente in mezzo ai soldati che, felici delle spoglie dei martiri, festeggiavano da tutte le parti; essi lo invitarono a mangiare con loro. Ma quando, nell'ebrezza della gioia, gli comunicarono in dettaglio il motivo, prendendo in orrore sia la festa che i commensali, volle allontanarsi. A questo punto gli chiesero se per caso non fosse cristiano anche lui. Vittore rispose loro che lo era e lo sarebbe sempre stato. Immediatamente si gettarono su lui e lo uccisero. All'istante fu associato agli altri martiri, tanto per morte che per onore.

Di questo grande numero di martiri, conosciamo soltanto i nomi dei beati Maurizio, Essuperio, Candido e Vittore; gli altri ci sono sconosciuti, ma sono scritti nel libro di vita. Si considerano anche come (membri) di questa legione i martiri Urso e Vittore che la tradizione assicura essere stati massacrati a Soletta (in ted. Solothurn). La fortezza di Soletta è situata sul fiume Aar, non lontano dal Reno.

 VII. Occorre indicare quale fu il prezzo di tale atto, ricordando la sorte che in seguito venne a colpire il crudele tiranno Massimiano. Avendo architettato ostacoli per fare perire il suo genero Costantino, che regnava allora, il suo tradimento fu scoperto. Arrestato intorno a Marsiglia, fu strangolato poco dopo. Questo infame supplizio terminò la sua vita criminale con una morte meritata. Viene riportato che i corpi dei beati martiri di Agauno furono ritrovati numerosi anni dopo la passione da san Teodoro, vescovo di questo luogo; e mentre faceva costruire in loro onore una basilica che, appoggiata ad una immensa roccia, è accessibile soltanto da un lato, si produsse un miracolo che io penso di non dover tacere. Fra gli operai che erano stati destinati a contribuire a quest'opera, ci fu un operaio che era ancora pagano. Una domenica, mentre gli altri (operai) si erano allontanati per prepararsi alle celebrazioni di questo giorno, era sul cantiere. Improvvisamente, in questa solitudine, mentre i santi si manifestavano a lui con una viva luce, questo operaio fu afferrato ed gettato a terra per subire punizione e supplizio. Mentre lo si affligge di colpi, egli distingue chiaramente la folla dei martiri che gli rimproverano di essere il solo a mancare in chiesa in questa domenica e di osare, lui pagano, a contribuire alla santa opera di questa costruzione. Questo fatto tuttavia fu accolto dai santi con una tale misericordia che l'operaio pieno di spavento e di turbamento, chiese per sé stesso il nome di Cristiano e si fece cristiano.

 VIII. Non tacerò neppure quest'altro miracolo dei santi, perché è famoso e conosciuto da tutti: la moglie di Quincius, uomo distinto rivestito di funzioni pubbliche, era colpita da una paralisi che le aveva fatto perdere l'uso dei piedi; chiese urgentemente a suo marito di farla trasportare ad Agauno nonostante la lunghezza della strada. Quando arrivò, la portò sulle braccia nella basilica dei santi martiri; ritornò a piedi al suo alloggio, e poiché le sue membra, prima paralizzate, tornarono in movimento, oggi manifesta il miracolo di cui è stata oggetto.

Ho creduto di dovere inserire soltanto questi due miracoli nella mia passione dei santi. Ce ne sono molti altri, sia di liberazione dai demoni sia di altre guarigioni, che in questo luogo ogni giorno opera la virtù del Signore, tramite i suoi santi.

 


Ritorno alla pagina iniziale sui Padri del Giura


Ritorno alla pagina iniziale "Regole monastiche e conventuali"


| Ora, lege et labora | San Benedetto | Santa Regola | Attualità di San Benedetto |

| Storia del Monachesimo | A Diogneto | Imitazione di Cristo | Sacra Bibbia |


26 febbraio 2015                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net