Regola di S. Benedetto

Capitolo XXXVI - I fratelli infermi

  1. L'assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona,

  2. il quale ha detto di sé: "Sono stato malato e mi avete visitato",

  3. e: "Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me".

  4. I malati però riflettano, a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono,

  5. ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un merito più grande.

  6. Quindi l'abate vigili con la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo.

  7. Per i monaci ammalati ci sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso.

  8. Si conceda loro l'uso dei bagni, tutte le volte che ciò si renderà necessario a scopo terapeutico; ai sani, invece, e specialmente ai più giovani venga consentito più raramente.

  9. I malati più deboli avranno anche il permesso di mangiare carne per potersi rimettere in forze; però, appena ristabiliti, si astengano tutti dalla carne come al solito.

  10. Ma la più grande preoccupazione dell'abate deve essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui.

Capitolo XXXVII - I vecchi e i ragazzi

  1. Benché la stessa natura umana sia portata alla compassione per queste due età, dei vecchi, cioè, e dei ragazzi, bisogna che se ne interessi anche l'autorità della Regola.

  2. Si tenga sempre conto della loro fragilità e, per quanto riguarda i cibi, non siano affatto obbligati all'austerità della Regola,

  3. Ma, con amorevole indulgenza, si conceda loro un anticipo sulle ore fissate per i pasti.


 

Tratto dal libro "IL CHIOSTRO" di Kathleen Norris.
  Arnoldo Mondadori Editore

«Com'è dolce la vita! »

  

I vecchi monaci sono poco socievoli e semplici nel contempo. Si posano sul mondo con più leggerezza rispetto a noi.

PETER LEVI The Frontiers of Paradise

  

Se i monasteri sono rinomati per i sacri spazi, per le imponenti chiese e i vialetti che portano al chiostro, che con eloquenza parlano del silenzio, sovente i luoghi santi per eccellenza, lungi dall'essere silenti, risuonano al contrario di conversazioni. Nel cosiddetto «centro di ritiro» o «centro di cura» o «ala ospedaliera» (al lettore la scelta dell'eufemismo più appropriato), dove risiede la gran parte dei membri più anziani di una comunità, la storia orale del monastero è più viva che mai. Nel secolo questi ambienti si designano in genere con l'espressione, ben più temuta, di «case di riposo». Che i monasteri riflettano la propria cultura è un fenomeno inevitabile e nemmeno i benedettini sono immuni dal timore della vecchiaia e dell'irriverenza dell'anziano che guastano la società americana. La vita comunitaria, così come essi la praticano, è talmente intensa che, nel corso degli anni, un affronto sentito o un abuso di potere può farsi un gravoso fardello. Perciò si possono talvolta incontrare monaci di mezza età convinti di avere un conto da regolare con un confratello più vecchio, che anni addietro fu magari il loro insegnante, il loro superiore, il loro maestro di noviziato, il loro abate. Ma se la comunità funziona a dovere, i vegliardi mostrano il rispetto di sé proprio di chi ha trascorso l'intera esistenza ad ascoltare e a essere ascoltato.

Oltretutto, i monasteri sono la riprova, spesso sorprendente, che, laddove individui diversi e di varia età si trovino a convivere, sugli anziani ricade il ruolo di impartire lezioni di possibilità. Il monaco o la suora che propongono di piantare alberi benedetti nel giardino claustrale o di innalzare un recinto in pietra a delimitare la proprietà monastica possono ispirare il nuovo arrivato, perplesso dai compiti tediosi e poco affascinanti del noviziato, quali pulire e lucidare i pavimenti, lavare le finestre, fare il giardinaggio tra cumuli di letame e aiuole, tutte cose che, ai suoi occhi, hanno poco a che fare con una vita dedicata a Dio.

Il centro di ritiro è il luogo dove comunemente si incontrano anziani spogliatisi a tal punto della propria pretenziosità da arricchirsi di una santità tangibile. Spegnendo le luci, si può immaginare di vederli risplendere al buio, radiosi di quella «apertura al tutto» e di quella trasparenza di cuore che, a dirla con lo studioso Peter Brown, rendeva il padre Antonio del deserto riconoscibile ai pellegrini del IV secolo persino in mezzo a una folla di monaci in abito nero. Di frequente i novizi incaricati di accudire gli anziani e gli infermi della comunità hanno modo di scoprire che questo tipo di santità risalta di più in chi ha sopportato con pazienza e grazia molti anni di debilitazione e di prolungate sofferenze fisiche. Non si vuole con ciò fare del sentimentalismo sul dolore, sia chiaro, ma prendere atto che talora l'infermità fisica può trasformarsi in salute dell'anima. L'esempio di una sorella calma, equilibrata, pacatamente allegra e generosa, da anni affetta da una neuropatologia degenerativa, è molto più significativo agli occhi di una giovane monaca di qualsiasi libro di teologia o lezione di storia monastica. In comunità essa ha trovato in una donna l'ausilio necessario a cogliere l'autentico valore delle grandi anime della tradizione cristiana, da Ildegarda di Bingen a Giulia di Norwich a Teresa di Lisieux, ciascuna capace di commutare i patimenti corporali in una profondità d'amore tale che a tutt'oggi continuiamo a raccoglierne i benefici.

Se il monaco stereotipo possiede una fede serena e certa, la realtà è ben diversa, specie per quanto concerne i cenobiti più giovani, di sovente impegnati in una possente battaglia sui temi della fede e del credere. Sul finire di un recente convegno organizzato dall'Istituto monastico, una settimana pregna di conferenze illuminanti tenute da un benedettino francese contemplativo, Ghislain Lafont, un giovane, travagliato trappista prese la parola: «Si è accennato alla perdita della fede nella società americana. Che dire, invece, di tale fenomeno in seno ai monasteri stessi?», confessando di nutrire forti dubbi in qualità di monaco. Accadeva talvolta che per quanto considerasse il cenobio la sua casa, la vita tra quelle mura si facesse per lui quasi insostenibile. Padre Lafont annuì per nulla sorpreso e replicò con un commento a un tempo pratico e assolutamente monastico, che mi commosse: «Certo siamo deboli, incapaci di tener testa a determinate situazioni. Ma se sapremo conservare la fede, la speranza e la carità, finiremo per sprigionarle in un modo o nell'altro. E la gente che arriva al cenobio può vedere in noi ciò che noi stessi siamo ormai incapaci di cogliere».

Se la vita benedettina è una vita dedita all'amore del prossimo, alla ricerca di Dio nel consorzio umano, ne consegue che gli strumenti della salvezza sono lì, a portata di mano, negli altri monaci. Cosa significhi incarnare Cristo, farsi individui emananti amore, può insegnarlo al novizio sia chi offre amore e sostegno, sia chi è verso di lui incompatibile o insensibile. In tale contesto, le amicizie all'interno del monastero possono diventare fonte di ispirazione per tutti. A pranzo con diverse suore benedettine mi furono serviti una volta i racconti di due sorelle, da tempo scomparse, che, invecchiando, diventarono inseparabili. Delle due, una aveva perduto quasi tutti i capelli e aveva preso l'abitudine di indossare una parrucca di un rosso fiammante. Un giorno che erano dirette a braccetto alla cappella per la funzione, benché la parrucca fosse molto più di sghimbescio del solito, qualcuno sentì l'altra suora dire all'amica: «Perbacco, hai un bellissimo aspetto stamane». E quando una delle due fu costretta a stabilirsi nell'ospizio del convento, si congedò dall'amica dicendole: «Non dimenticarmi». E quella ribatté: «Come potrei? Sei la mia parte migliore».

I giovani cenobiti trovano diletto in queste storie, in queste esistenze. Chi non ha avuto l'opportunità di conoscere bene i propri nonni, nel monastero sente farsi avanti in sé la consapevolezza di aver trovato molti nonni, molte guide di vita in comune, molti modelli per l'ardito viaggio. I voti non sono rispettati in America, terra degli impegni eliminabili, per cui se un matrimonio o la vita in una comunità monastica non funzionano, la tendenza è a togliere il disturbo. I novizi, uomini e donne, non possono evitare di soffrire di questa tensione: l'impegno assunto fa sì che essi accumulino un'aggressività, un'ansia, che soltanto il tempo trascorso nel chiostro può far scemare. Ma se ai giovani, ancora sintonizzati con i principi secolari della competitività, è assegnata la cura degli anziani, le dimensioni dell'impegno monastico si fanno più evidenti. Guidando un'anziana ricalcitrante al bagno o in cappella, una voce interiore ricorda loro: Questo è quanto puoi sperare di diventare.

E’ un messaggio capace di trasformare. Giovani monaci che pregano assieme ad anziani infermi, la cui devozione sembra terribilmente antiquata, possono scoprire, in quanto spirituali, di avere con essi molto in comune. Prestando il debito ascolto, possono apprendere cose che li aiuteranno a diventare monaci. «Un anno, il giorno di Candelora» mi raccontò un giovane cenobita «fui sopraffatto dalla considerazione di un confratello, che con il volgere degli anni era andato rallegrandosi di somigliare a Simeone, l'anziano che trascorre le ore seduto nel tempio, ad attendere il messia promesso.»

Dissi un giorno a un mio caro amico, un religioso trentenne, che, nonostante il mio grande affetto per lui, erano quelli che vivevano al chiostro da cinquant'anni ad affascinarmi realmente. Al che egli sospirò, replicando: «E' come vivere in una centrifuga, una gran cosa per chi vuole uscirne buono e puro». Mica male, come paragone. I monaci e le monache anziani raggiungono in effetti una bellezza duratura e radicale grazie ai lunghi anni di disciplina, che svelano una libertà allettante allo sguardo altrui. Pur non possedendo alcun certificato di «maestri spirituali», una sorta di mania del momento tra i giovani cenobiti contemporanei, questi vegliardi sono spesso le persone a cui tutti si rivolgono. Genuinamente umili al punto da rifiutare il titolo, possiedono una saggezza e una santità dagli altri riconosciute e raccolte. Incontrarli può essere un abbagliamento, la rivelazione di una santa semplicità.

Al termine di una sessione dell'Istituto monastico, mi recai in visita da una delle persone che al mondo prediligo di più, un anziano monaco sulla via della cecità. Sta perdendo la vista così come ha vissuto, con grazia e vispezza, memore e grato dei numerosi doni ricevuti nel corso di una lunga esistenza. Come di consueto, si scusò per il disordine nella sua cella, quindi con orgoglio mise in mostra il suo ultimo gingillo: un radioregistratore per ascoltare le ultime puntate di America, nonché le più recenti pubblicazioni in ambito di teologia liturgica, la materia cui si è dedicato per tutta la vita.

Mi chiese se volevo accompagnarlo a visitare un altro fratello, caduto malamente il giorno prima, un sacerdote che non conoscevo e che, pur avendo superato l'ottantina, era andato in pensione da pochissimo, dopo anni di servizio prestato come cappellano in un carcere poco distante dal chiostro. Ne parlavano tutti con ammirazione, come di un uomo umilmente realistico nei confronti del proprio sacerdozio. «Sapeva che moltissimi prigionieri si recavano alla messa soltanto per ammazzare il tempo, per uscire dalla cella» ebbe a raccontarmi un giovane. «Ma a lui bastava. Perseverò sempre, nella speranza di fare del bene.»

L'infermiera stava uscendo dalla stanza. Ci disse che il malato aveva sonnecchiato a intervalli per tutta la mattinata, in attesa di essere trasportato all'ospedale vicino per un'esplorazione mediante TAC. Poiché, cadendo, aveva battuto il capo, i medici intendevano verificare l'entità della lesione. Mi innervosiva l'idea di disturbare un uomo che poteva essere addormentato o, in preda a grandi sofferenze, desideroso di tranquillità. Mai avrei potuto prevedere quel che sarebbe accaduto. Entrando nella stanza, un'altra infermiera gli annunciò: «Ci sono visite. Due persone». A quella notizia udimmo una voce flebile rispondere: «Ah... com'è dolce la vita!». E quando ci vide, ancora una volta ripeté: «Com'è dolce la vita».

Nella sua biografia su san Benedetto, Gregorio Magno narra la storia di un uomo che visitò l'asceta nel suo romitaggio, spiegandogli che, essendo Pasqua, gli aveva portato in dono del cibo. Il santo replicò: «E' davvero Pasqua, perché ho avuto la grazia di vederti». In piedi nella clinica monastica, ebbi l'impressione di aver ricevuto la stessa, sconvolgente benedizione. Epitomo dello spirito di ospitalità benedettina (nella sua Regola, il santo dice semplicemente: «Tutti gli ospiti che arrivano siano accolti come Cristo»), il saluto del cenobita mi dimostrò anche la natura dell'Incarnazione propria del monasticismo, che non è teoria né teologia, ma stile di vita.

Per una settimana all'Istituto si erano ponderati e dibattuti i fondamenti del «modus monastico», quegli elementi essenziali quali lettura sacra, liturgia, lavoro, silenzio, attenzione e stabilità. Ora, alla presenza di due anziani con oltre cent'anni di vita claustrale sommati assieme, mi venne in chiaro lo scopo del tutto: quello, cioè, di edificare le persone nella comunità, nella stabilità e nell'ospitalità, perché possano accogliere se stesse vicendevolmente, oltreché la vita stessa, come un dolce dono, nonostante i crudeli alti e bassi, nonostante gli oltraggi della vecchiaia e delle infermità fisiche.

In tutta probabilità, l'anziano padre disteso in quel letto di ospedale trasalirebbe sapendo quanto quel giorno apparve bello ai miei occhi, con quel suo viso orrendamente illividito; come irradiò l'amore di Cristo; o apprendendo che, da quell'incontro, trassi la netta impressione di aver ricevuto da un abba del deserto parole che nemmeno sapevo mi fossero necessarie: «Com'è dolce la vita». Pur ignorando come fosse da giovane, sono certa che, come ogni altro benedettino di mia conoscenza, fu costretto a lottare per diventare un uomo monastico. E probabilmente, egli si affretterebbe ad assicurarmi che ancora si vede costretto a battagliare, che ancora abbisogna di guida e di correzione spirituali nel perseguimento della «conversione del cuore» che è voto unico ai benedettini. Con un semplice gesto, costui aveva saputo energicamente dimostrare il mistero dell'Incarnazione proprio della fede cristiana. Il modo in cui, volendo citare Teresa d'Avila, noi siamo i soli occhi, la sola bocca, le sole mani, i soli piedi e il solo cuore che Cristo possiede in terra.

Uomo vecchio e malato, aveva ricevuto la visita non di una, ma addirittura di due persone. Poteva trattarsi di altro se non della dolcezza e del dono di Dio? La sua accoglienza mi rincuorò, mostrandomi qualcosa che è facile perdere di vista nelle nostre esistenze maledettamente stracolme di attività, e cioè che gli esseri umani esistono gli uni per gli altri. E che quando siamo giù di corda, è sufficiente talvolta vedere la bontà sprigionare da un altro per poterla riscoprire in noi stessi.

 


Testo della Regola    Temi della Regola


| Ora, lege et labora | San Benedetto | Santa Regola | Attualità di San Benedetto

| Storia del Monachesimo | A Diogneto | Imitazione di Cristo | Sacra Bibbia |


21 giugno 2014                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net