Marcus Cassinensis

Carmen de S. Benedicto

Carme in lode di S. Benedetto

di Marco Poeta

Patrologia Latina vol. 80 col. 183-6.

J. P. Migne Parisiis 1850

 Estratto da "Antologia Benedettina"

a cura di Dom Placido Lugano O.S.B.

Ist. Padano di Arti Grafiche 1948

(PL 80 0183C)
Caeca profanatas coleret dum turba figuras,
Et manibus factos crederet esse deos,
Templa ruinosis haec olim struxerat aris,
Queis dabat obsceno sacra cruenta Iovi.
Sed iussus veniens, eremoque vocatus ab alta,
Purgavit sanctus hanc Benedictus humum.
Sculptaque confractis deiecit marmora signis,
Et templum vivo praebuit esse Deo.

 

Allor che il cieco vulgo forme profane adorava
e i propri manufatti credeva fosser numi;
un giorno avea qui eretto sacrari su diruti altari,
ove cruente vittime caddero all’empio Giove.
Ma qui giunse ispirato dal cielo e all’invito del colle
san Benedetto e il suolo purificò dai riti.
E i marmi sculti infranse, rovesciò le statue e volle
che in questo luogo un tempio sorgesse al vero Dio.

Huc properet, coelos optat qui cernere apertos
Nec removet votum semita dura pium.
Semper difficili quaeruntur magna labore,
Arctam semper habet vita beata viam.
Huc ergo cum scelerum depressus fasce subissem,
Depositum sensi pondus abesse mihi. (0183D)

Qui venga chi gli spazi del ciel contemplare desia
né del sentier l’asprezza mai gli distolga il voto.
Costantemente il grande con aspro lavoro si acquista,
stretta una strada adduce alla vita beata.
Qui non appena io venni sotto il grave peso di colpe,
libero mi sentii del pesante fardello.

Credo quod et felix vita fruar insuper illa
Oras pro Marco si, Benedicte, tuo.
Hunc plebs stulta locum quondam vocitaverat arcem,
Marmoreisque sacrum fecerat esse deis.
Quod tunc si vero signasset nomine quisquam,
Tartareum potuit iure vocare Chaos. (0184C)

E credo anch’io felice di godere un giorno cielo,
se pel tuo Marco preghi, san Benedetto mio.
Un dì la stola plebe avea questo luogo nomato
la «rocca», dedicandola a deità di marmo.
Pur se qualcun si fosse del verace nome servito,
ben lo avrebbe appellato un infernale caos.

Ad quem caecatis errantes mentibus ibant
Improba mortifero reddere vota Iovi.
Sed puto praevisae culmen signaverat aulae,
Nomine tunc arcis templa moderna vocans.
In quibus aeternae damnatur porta gehennae,
Arxque modo vitae est, quae fuit ante necis.
De qua stelligeri pulsatur ianua coeli,
Dum canit angelicis turba beata modis.

Al quale d’ogni parte correvano in frotte gli stolti
a sciorre turpi voti pel mortifero Giove.
Ma penso che a quest’inclita sede ben fu apposto quel nome
chiamando «rocca» il tempio che qui adesso si ammira
Dove la porta è chiusa ormai dell’eterna geena,
e rocca è della vita l’arce che fu di morte.
Arce da cui si tocca la porta del cielo stellato,
mentre felice il popolo intona canti angelici.

De qua colloqueris vero, Benedicte, Tonanti,
Monticula et sacri dux eremita chori.
Ad quam tu ex alio monitus cum monte venires,
Per deserta tibi, dux, via, Christus erat.
Namque duos iuvenes bivium perduxit ad omne,
Qui te firmarent quod sequereris iter.
Hic quoque viventi iusto praedixerat uni,
His tu parce locis, alter amicus adest. (0184D)

Di qui tu al vero Dio parli, o Benedetto, del monte
abitatore e duce solitario del coro.
E d’altro colle venendovi per ispirazione divina,
nell’ermo ti guidava Cristo che è duce e via.
Infatti ad ogni bivio mandava due angeli innanzi,
perché ti assicurassero il cammin da seguire.
Ed al sol uomo giusto che qui si trovava Egli disse:
lasciamo questo colle, un altro amico arriva.

Te sibi sublato tenebris mons coelitus horret,
Et pallet nebulis concolor ipse suis.
Moerent, et largis distillant fletibus antra,
Cumque suis plangunt tabida lustra focis.
Teque lacus liquidi vero flevere dolore,
Et sparsit laceras silva soluta comas. (0185A)

Or che ascendesti al cielo, s’avviluppa in tenebre il monte
e livido s’è fatto come le nebbie sue.
Versando abbondantissime lacrime ora gemono gli antri
e le caverne struggonsi di pianto ne’ lor seni.
Commossi di dolore ti piangono i limpidi laghi
e la selva le chiome lacere sparge al vento.

Credar ficta loqui, nisi te, ne solus abires,
Tres subito corvi promeruere sequi.
Hic quoque te clausum populi te teste requirunt,
Exspectas noctis cum pia festa sacrae.
Qui velut orbati raucis tibi flere querelis
Instant, convictu quod caruere tuo
Ast huc perducto scopuli cessere, rubique
Siccaque mirandas terra retexit aquas.

Si penserà ch’io inventi; ma perché sol non partisse,
tre corvi meritarono d’accompagnarti al cielo.
Qui ti cercano i popoli, qui dentro rinchiuso, e lo attesti
quando aspetti le veglie pie della notte sacra.
Come orfani non cessano di piangere con rauche loquele,
perché furono orbati della presenza tua.
Ma innanzi al tuo passaggio cedetter le rupi e i pruni
e zampillò dell’arida terra mirabil’acqua.

Certum est mons Christi quod montibus imperet ipsis,
Subiecit pedibus mons caput ipse tuis.
Utque suum tu sancte supervegetere cacumen,
Submisso tumidam vertice planat humum. (0186A)

Certo il monte di Cristo, che su tutti gli altri sovrasta,
Ecco che a’ piedi tuoi il suo vertice umilia.
E perché sulla vetta il tuo culto prosperi e cresca,
esso abbassa la cima ed appiana il terreno.

Neve fatigentur qui te, Benedicte, requirunt,
Molliter obliquum flectit ubique latus.
Hunc mons ipse tamen iuste tibi reddit honorem
Qui meruit tantum te decorante bonum.
Arida tu cuius hortis componis amoenis,
Nudaque fecundo palmite saxa tegis.

E ad evitar fatica per chi, Benedetto, a te viene,
piega in dolce declivio ovunque i fianchi obliqui.
Giusto onore ti rende questo monte al quale recasti
tanto ben divenendo il suo maggior decoro.
Tu qui l’aride zolle trasformi in ameni giardini,
Le nude rocce copri di pampini fecondi.

Mirantur scopuli fruges, et non sua poma,
Pomiferisque viret silva dumata comis.
Sic hominum steriles in fructum dirigis actus,
Sicca salutari flumine corda rigans.
Sic, rogo, nunc spinas in frugem verte malignas,
Quae lacerant Marci pectora bruta tui.

Si ammiran sulle rupi le biade ed insoliti frutti,
e verdeggia la selva di fruttifere chiome.
Così gli sterili atti degli uomini in frutti converti,
di salutari linfe rigando gli arsi cuori.
Così, ti prego, in messi trasforma le spine moleste,
che lacerano il cuore del tuo inerte Marco.

 


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15 ottobre 2017                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net