Patres nostri

Presenza dei Padri

nelle antiche regole monastiche

d’Occidente

di Mantè Lenkaityté - Università di Vilnius, Lituania

Estratta e tradotta da: "Revue d'études augustiniennes et patristiques", 52 (2006), 261-285.

(Link al testo originale per le moltissime citazioni delle regole esaminate)

 

Il monachesimo d'Occidente deve molto ai monaci d'Oriente. Nella letteratura ascetica latina, il modello dei padri orientali, in particolare quello dei monaci egiziani, è succeduto al modello del martirio, e sono questi padri che, dopo la fine delle persecuzioni, garantivano la continuità con i tempi apostolici. Il modello biblico del monaco, ispirato sia al Vecchio che al Nuovo Testamento, si è arricchito di un'esperienza più recente: essendo santi per le grazie ricevute da Cristo, gli antichi padri del monachesimo sono, a loro volta, diventati modelli che riflettevano qualcosa della perfezione di Gesù a cui cercavano di conformare la loro intera vita.

I padri orientali sono fortemente presenti in tutta l'antica letteratura monastica latina, sia nelle numerose traduzioni greche che negli scritti originali. I monaci d'Oriente non sono solo i personaggi principali delle Vite greche (come la Vita di Antonio scritta da Atanasio di Alessandria nel 356, che ben presto divenne il "Vangelo del monachesimo d'Occidente [1]"), ma si incontrano anche come modelli da seguire nel mondo latino: le Vite, le lettere, i sermoni, i dialoghi e le storie di pellegrinaggi. Negli ultimi decenni, il tema del monachesimo orientale nella letteratura latina antica è stato studiato da diversi punti di vista: le questioni trattate comprendono il ruolo della tradizione, la paternità degli scritti, le influenze storiche e spirituali.

In questo studio, per il quale abbiamo analizzato i testi elencati da Adalbert de Vogüé nella sua opera Les règles monastiques anciennes (Le regole monastiche antiche) (400-700) [2], ci limiteremo alle frasi usate per esprimere i nomi e le persone orientali nelle regole latine [3]. Vedremo i riferimenti espliciti a delle persone ed a degli scritti, menzionate come modelli esemplari, come un richiamo all'autorità o per giustificare una particolare prescrizione, e per cercare di individuare il loro carattere orientale (che non è sempre espresso in termini espliciti).

 

I. – I Padri negli scritti di Pacomio e Giovanni Cassiano

Per capire meglio l'ambiente da cui provengono certi termini nelle regole, abbiamo incluso nella nostra ricerca alcuni scritti la cui origine non è propriamente occidentale, come la Regola di Pacomio, tradotta dal greco in latino da Girolamo, o che non sono regole propriamente dette, come i primi quattro libri delle Istituzioni di Giovanni Cassiano, ma che hanno avuto un'influenza considerevole sulle successive regole occidentali [4]. Ci sono molti riferimenti agli antichi padri in queste opere [5]. Chi sono questi padri e come sono designati?

A. La Pachomiana latina

Il corpus pacomiano, Pachomiana latina, è stato tradotto dal greco in latino da Gerolimo nel 404. Esso è composto da quattro gruppi di prescrizioni monastiche (i Praecepta, i Praecepta et Instituta, i Praecepta atque Iudicia, e i Praecepta ac Leges), chiamate anche la Regola di Pacomio, undici epistole di Pacomio, un’epistola di Teodoro ed il Liber Orsiesii, il testamento spirituale di Orsiesi, che fu uno dei successori di Pacomio [6].

In questi scritti, Pacomio appare come un’autorità morale e spirituale, un vero maestro della prima comunità cenobitica dell'Alto Egitto. Nei numerosi riferimenti a Pacomio, il suo nome è sempre preceduto da pater noster, nostro padre. Questo gruppo di parole, pater noster Pachomius, è particolarmente presente in tutti i titoli dei testi che gli sono attribuiti   e si incontra una volta nel testo del Liber Orsiesii. Negli stessi testi, il nome di Pacomio viene generalmente omesso, ma rimane sempre implicito. Più spesso ci si accontenta di riferirsi al pater noster, a volte al pater, associandolo alla sua eredità legislativa ed alla sua autorità educativa. Quindi i fratelli del coenobium devono vivere secondo i praecepta, normam veritatis, regulas, mandata, traditiones, institutiones di Pacomio, che è il trasmettitore della Legge divina e che, a motivo della sua autorità, può essere messo sullo stesso piano dell’Apostolo e dei santi della Bibbia. La sua recente presenza e la sua attività di maestro sono evocate come fondamenti di numerosi precetti che Orsiesi lascia alla comunità nel suo Testamento.

Tuttavia, Pacomio non è il solo a costituire l’autorità a fianco dei riferimenti biblici. A più riprese i monaci sono incitati a seguire i precetti degli antichi, praecepta maiorum [7]. Orsiesi evoca spesso i patres nostri ed i patres sancti come dei maestri spirituali che hanno insegnato la dottrina del Vecchio e del Nuovo Testamento. Questi padri hanno già lasciato la patria terrestre, ma la loro memoria deve restare presente presso coloro che vogliono partecipare alla vita eterna con loro. Ora, nella Pachomiana Latina, noi assistiamo alla costituzione di una tradizione qui si riferisce sia al fondatore del coenobium, nostro padre Pacomio, ed agli anziani, i patres ed i maiores la cui autorità fondamentale è trasmessa alla comunità tramite i loro praecepta.

 

B. I primi quattro libri delle Istituzioni di Giovanni Cassiano

Se i patres della Pachomiana erano membri della stessa comunità pacomiana, i padri offerti come modelli da Giovanni Cassiano sono completamente estranei ai destinatari delle sue Conferenze (verso il 425) e delle Istituzioni cenobitiche (verso 420-424), scritte per introdurre le comunità monastiche della Gallia alla spiritualità degli asceti dell’Egitto e della Palestina. Nei primi quattro libri delle Istituzioni , sono soprattutto gli usi e le istituzioni liturgiche dei monasteri del Basso Egitto che Cassiano descrive [8]. Come fa Cassiano a designare i padri orientali?

Nella prefazione al suo progetto, Cassiano dice che esporrà le istituzioni dell'Egitto e della Palestina, come sono state trasmesse dai patres, padri. Più avanti, presenta il suo proposito sulla correzione dei costumi e sulla vita perfetta "secondo ciò che abbiamo ricevuto dai nostri anziani (a senioribus nostris)". Alla fine dello stesso paragrafo, questi anziani sono caratterizzati come sancti ac spiritales patri, i padri santi e spirituali, che sono i guardiani della tradizione apostolica. La prima frase del secondo libro, dedicata all'ufficio divino, dichiara che sono i santi padri, sancti patres, che in Oriente hanno fissato la misura per le preghiere canoniche ed i salmi.

L'antichità dei precetti e la santità dei loro autori orientali sono evocati ogni volta che si fa riferimento alla loro autorità. Così, le istituzioni esposte da Cassiano "non sono quelle introdotte dalla volontà di una minoranza, ma quelle che la loro antichità e l'accordo della moltitudine di santi padri (innumerositas sanctorum patrum) hanno trasmesso di generazione in generazione". Dobbiamo ricordare le opere degli antichi e sottrarre tutto ciò "di cui non vediamo esempi, né tra i santi antichi (veteres sancti) che hanno gettato le basi di questo stato di vita, né tra i padri del nostro tempo (patres nostri temporis) che, fino ad oggi, conservano le istituzioni che hanno ricevuto".

Questi padri dell’Egitto e della Tebaide abitano nei monasteri che erano stati fondati per dimorarvi "per successioni e tradizioni degli antichi", per successions ac traditiones maiorum. Ecco perché i monaci della Gallia, che sfortunatamente sono "più inclini ad esigere l'osservanza delle loro invenzioni che a mantenere la provata dottrina degli antichi (examinatam maiorum doctrinam)", devono essere educati dalle istituzioni più antiche dai primi padri, antiquissimorum patrum, e gli antichi decreti dei santi padri, sanctorum patrum, non devono essere soppressi.

Anche nel racconto sull'origine angelica del canone dell'ufficio divino, i padri che non arrivano a mettersi d'accordo sulla misura del culto quotidiano non perdono niente del loro rispettabile ruolo. Sono designati come dei venerabili padri, venerabiles patres, che si sono riuniti nella venerabile assemblea, venerabilis patrum senatus.

Questi riferimenti ai padri nei primi libri delle Istituzioni ci mostrano che l'autore non li designa da nessuna parte come padri orientali (non troviamo espressioni come, ad esempio, patres orientales). È solo dal contesto che il lettore può capire che si tratta di realtà e figure orientali. Vedremo che, anche nelle regole, i padri orientali non saranno definiti da termini particolari. La distinzione terminologica tra padri orientali e padri occidentali non è necessaria, perché fanno tutti parte della Tradizione cristiana.

Accanto ai santi padri, che con il loro comportamento sono modelli esemplari, Giovanni Cassiano rende omaggio, nella prefazione alla sua opera, ai suoi predecessori, Basilio e Girolamo, che "hanno già elaborato numerosi opuscoli su questo argomento. [...] Il primo, a dei fratelli che lo interrogavano su varie istituzioni o questioni, rispose non solo in maniera eloquente, ma anche con abbondanti testimonianze delle divine Scritture. Il secondo non si accontentò di pubblicare libri scritti da lui stesso, ma tradusse in latino numerosi testi composti in greco". Questo riferimento alla Regola di Basilio, alle opere ascetiche di Girolamo e specialmente alla sua traduzione della Regola di Pacomio colloca ormai i tre asceti come i portatori della dottrina dei Padri orientali [9] per la tradizione posteriore.

 

II. – I padri orientali nelle regole latine

A. La paternità orientale delle Regole dei Padri

La più antica regola monastica latina originale è la Regola di Agostino (che comprende l'Ordo Monasterii, composto verso il 395 da Alipio, l'intimo amico di Agostino, ed il Praeceptum , redatto verso il 397 da Agostino stesso), ma poiché non vi troviamo un riferimento esplicito alle usanza orientali [10], la cronologia ci conduce poi ad una famiglia di regole anonime o pseudonime collegate alla storia del monastero di Lérins, fondato da Santo Onorato verso il 400-410. Sono le Regole dei Padri: la Regola dei quattro Padri (Regula Sanctorum Patrum, composta verso il 400-410), la Seconda Regola dei Padri (Statuta patrum, 427), la Regola di Macario (Regula Sancti Macharii Abbatis, verso il 490), la Regola Orientale (Regula Orientalis, verso il 515-520) e la Terza Regola dei Padri (535) [11].

La caratteristica comune di questi quattro testi di modeste dimensioni è il titolo che rivendica una paternità orientale.

Il titolo della Regola dei Quattro Padri (Reg. s. Patrum) ci dice che fu scritta da Serapione, Macario, Pafnuzio e l'altro Macario. Il testo stesso della regola è composto da quattro discorsi, ognuno dei quali è introdotto da uno dei nomi menzionati nel titolo. Pertanto, Serapione parla per prima, poi Macario e Pafnuzio, e la regola termina con il discorso dell'altro Macario. I nomi di questi quattro monaci egiziani (che hanno un aspetto decisamente orientale) erano ben noti al pubblico latino attraverso le opere di Girolamo e di Giovanni Cassiano, l'anonima Storia dei monaci in Egitto (Historia Monachorum in Aegypto), tradotta in latino da Rufino verso il 400, così come i due libri sul monachesimo egiziano aggiunti da Rufino alla traduzione della Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea.

La Seconda Regola dei Padri è meno esplicita riguardo alla sua parentela. I nomi orientali non appaiono più nel suo titolo e neppure nel testo. Sono sostituiti da Patres, non essendo ciò meno allusivo. La regola inizia con una breve formula incipit statuta patrum e si conclude con esplicit statuta patrum. Nella prefazione alla regola gli autori garantiscono che la presente legislazione segue la tradizione dei Padri: "Mentre sedevamo insieme [...] secondo la tradizione dei santi Padri (patrum virorum sanctorum), abbiamo deciso di scrivere e di organizzare la regola che sarà osservata nel monastero per il progresso dei fratelli".

La Regola di Macario evoca ancora il prestigio orientale, poiché fu scritta dal "santo abate Macario che ebbe sotto la sua giurisdizione cinquemila monaci". Macario non è più chiamato pater, ma abbas [12], poiché è l'abate di un grande monastero. Secondo A. de Vogüé, il prestigioso nome di Macario e l'enorme cifra di cinquemila monaci fanno pensare ad un documento pseudo-egiziano, la Vita Pachomii, che circolava in Occidente prima della Vita greca tradotta da Dionigi il Piccolo. Ora, è chiaro che la regola rivendica una tradizione agiografica ben definita [13].

La Regola Orientale non è solo anonima, ma anche impersonale. All'inizio come alla fine, è chiamata semplicemente "Orientale": incipit regula orientalis ed esplicit regula orientalis , senza alcun riferimento a nomi particolari e neanche a dei padri. Tuttavia, il suo titolo allude alla sua origine "orientale" agli occhi del lettore, e sappiamo che la Regola fa un uso massiccio della Regola di Pacomio, tradotta da Girolamo.

Nella regola più recente di questo gruppo, la Terza Regola dei Padri, non osserviamo più questa ambizione di un'origine orientale. La prima frase è l'unica ad invocare le istituzioni dei padri senza alcuna aggiunta esplicativa. A differenza della Seconda Regola dei Padri, le regula et instituta patrum non esprimono più un solenne sentimento orientale. Ciò può essere spiegato dal fatto che la Regola non proviene da un ambiente propriamente monastico, ma dal Concilio di Auvergne del 535, di cui riflette le condizioni.

B. Le regole del VI secolo

Abbiamo visto che i primi testi legislativi occidentali, le Regole dei Padri, hanno l’obiettivo di convincere i lettori [14] del loro carattere orientale assegnando la loro paternità agli Orientali, da dove proviene evidentemente l'autorità. Certamente, nel periodo successivo, le regole latine non pretendono più di essere nate in Oriente, ma l'importanza della tradizione orientale non scompare: ora sono gli stessi precetti che fanno numerose allusioni alle opere ascetiche di origine orientale.

Nell'Italia del VI secolo, videro la luce due regole importanti. Sono la Regola del Maestro, imponente per le sue dimensioni, e la Regola di San Benedetto, che è stato fortemente influenzato dalla prima, ma è anche diventata la fondatrice della tradizione monastica del Medioevo.

1) La regola del Maestro

La Regola del Maestro (Regula Magistri) risale ad un’epoca anteriore al 530. Il suo autore è anonimo, ma dipende molto dagli scritti di Giovanni Cassiano, Basilio e un po’ da Agostino. Eppure non sono questi nomi che vengono evocati quando l'autore della regola vuole giustificare uno dei suoi precetti.

Nel capitolo dove si parla delle vane parole, incontriamo il nome di Origene: "Inoltre, una saggia sentenza di Origene dice" e subito dopo è citata una sentenza di Sesto [15] [Enchiridion 152: "E' meglio gettare invano una pietra che una parola"]. Nel capitolo che tratta dell'incontro dei fratelli leggiamo: "È così, leggiamo, che fecero gli eremiti Paolo ed Antonio quando si incontrarono". Segue la citazione della Vita di Paolo eremita di Girolamo (Vita Pauli 9).

Come abbiamo già notato in Giovanni Cassiano, il Maestro trova anche una giustificazione per alcune delle sue regole nei precetti dei padri. Dice a proposito dell'ufficio divino: "secondo l'usanza dell'antichità e la regola stabilita dalle istituzioni dei Padri (patrum instituta); sull’accoglienza dei postulanti: "I Padri (patres) prescrivono al monastero di non restituire i beni degli apostati ed i loro doni"; sull'eredità del postulante ricco: "Ascolta il salutare consiglio della nostra regola, che i Padri (patres) decretarono".

Un altro gruppo di riferimenti espliciti nella regola del Maestro ci rimanda alle Vite dei Padri, le cui reminiscenze si trovano in diversi capitoli della regola. Così, il Maestro permette alimenti supplementari la domenica dicendo: "secondo il testo che si legge nelle Vite dei Padri", una frase seguita da un reminiscenza di un racconto dall’Historia Monachorum (Hist. Mon. 7,10). Le Vite dei Padri servono a sostenere la dichiarazione che prima di partire è necessario dire addio ai fratelli: "come si legge nelle Vite dei Padri". Le Vite dei Padri servono come supporto all'affermazione che prima di partire è necessario che i fratelli si dicano addio: "come si legge nelle Vite dei Padri". L'episodio sull'umiltà dell'abate viene introdotto da parole analoghe: "come leggiamo più volte nelle Vite dei Padri".

Infine, la regola termina con una frase che abbiamo già incontrato nelle Regole dei Padri: "Fine della Regola dei Santi Padri".

Ora, nella Regola del Maestro, notiamo diversi modi di appellarsi all'autorità dei padri. Innanzitutto, per impostare alcuni dei suoi precetti, l'autore cita dei nomi orientali (Origene e gli anacoreti Paolo e Antonio) che erano probabilmente ben noti alla comunità dei fratelli. In secondo luogo, per stabilire una certa consuetudine cenobitica, il Maestro fa riferimento ai consigli ed alle istituzioni degli antichi Padri. Di certo ciò può riferirsi ad una raccolta di testi legislativi precedenti, ma si può anche supporre l'esistenza di una tradizione orale che, trasmessa di generazione in generazione, avrebbe segnato la memoria della comunità monastica. Noi possiamo soprattutto basare quest'ipotesi sul fatto che - e ciò ci porta alla nostra terza osservazione – nel caso in cui il monastero possedeva le opere nella biblioteca, il Maestro rinvia ai testi scritti (comprendiamo ciò per il fatto che questi erano letti: legimus (noi leggiamo), legitur (si legge)).

 

2) La Regola di San Benedetto

La tendenza a riferirsi sempre di più ai testi scritti è ancora più rimarcabile nella Regola di San Benedetto (Regula Benedicti). Questa regola è stata composta verso il 530-560 dall'abate di Monte Cassino in Italia. Si ispira non solo alla Regola del Maestro, ma attinge direttamente a fonti più antiche, come Pacomio, Basilio, le Regole dei Padri e specialmente a sant'Agostino.

Come la Regola del Maestro, la Regola di San Benedetto richiama più volte le Vite dei Padri. Due riferimenti alle Vite sono usati per far vergognare quei monaci il cui fervore non è più vivo come quello degli antichi padri. I fratelli di oggi non devono trascurare l'ordine di cantare l'intero salterio in una settimana "dal momento che leggiamo (legimus) che una volta i nostri santi Padri (sancti patres nostri) lo facevano coraggiosamente in un giorno", né abusare dell'uso del vino "benché noi leggiamo (legamus) che il vino non sia assolutamente fatto per i monaci". Questi due legimus si riferiscono agli Apoftegmi dei Padri (Verba seniorum), che furono tradotto nella metà del sesto secolo da Pelagio.

L'autorità legislativa dei Padri è rafforzata dal fatto che è associata all'autorità degli apostoli e della stessa regola. Così, l'ottavo grado di umiltà è raggiunto "quando un monaco fa solo ciò che è comandato dalla regola comune del monastero e dagli esempi degli anziani (maiorum exempla)", ed i veri monaci sono coloro che "vivono del lavoro delle loro mani, come i nostri padri (patres nostri) e gli apostoli".

Ciò che è nuovo nella Regola di San Benedetto è il fatto che egli designa esplicitamente i libri non biblici che devono essere letti durante le ore liturgiche e durante le ore dedicate all'educazione dei fratelli [16]. Così, nel capitolo sui servizi divini durante la notte, la regola ordina di leggere la Bibbia ed i commentari dei Padri durante le veglie: "Durante le veglie si leggeranno i libri di autorità divina [...], così come i commentari fatti dagli stimati ed ortodossi Padri cattolici". D'altra parte, prima del sonno, non sono più le opere dottrinali, ma piuttosto le opere con contenuto spirituale che sono raccomandate: "Tutti si siederanno insieme e qualcuno leggerà le Conferenze o le Vite dei Padri o qualcos'altro che edifichi gli ascoltatori. [...] Se è un giorno di digiuno, una volta detto il vespro, dopo un breve intervallo si passerà a leggere le Conferenze, come abbiamo detto. "

Un elenco ancora più dettagliato delle opere raccomandate per "uno che si affretta verso la perfezione della vita religiosa" si trova nell'epilogo della Regola. L'enumerazione delle opere inizia con gli insegnamenti dei santi Padri: "Vi sono insegnamenti dei santi Padri la cui osservanza conduce l'uomo al culmine della perfezione”. Si potrebbe discutere se i santi padri non indichino qui le grandi figure bibliche come Abramo, Isacco, Giacobbe o i Profeti, specialmente perché la frase che segue immediatamente richiama l’autorità divina. Ma subito dopo l'evocazione delle Sacre Scritture, San Benedetto si rivolge esplicitamente ai Padri della Chiesa ed ai loro commentari: “Quale è il libro dei santi Padri cattolici che non ci faccia ascoltare come correre sempre sulla via diretta finché giungeremo al nostro creatore?" Seguono le opere spirituali che sono "gli strumenti delle virtù per i monaci di buona condotta ed obbedienti" : " Ed ancora le Conferenze dei Padri e le loro Istituzioni e le loro Vite, così come la Regola del nostro santo Padre Basilio. "

L'ultima frase ci indica i testi usati per l'educazione spirituale nella comunità di San Benedetto, e tutti hanno un sapore orientale. Le Conferenze e le Istituzioni sono probabilmente utilizzate per designare le opere di Giovanni Cassiano, il cui nome potrebbe non essere stato menzionato per vari motivi [17]. Le Vite dei Padri sono forse la raccolta tradotta da Pelagio (Verba seniorum), le cui esplicite citazioni nella regola sono già state citate. D'altra parte, il titolo di Vite dei Padri può riguardare anche molte altre opere, come la Vita di Paolo di Girolamo, già citata dal Maestro, e l'Historia Monachorum di Rufino a cui la regola deve molto [18]. Il titolo dato a Basilio (sanctus Pater noster) è identico alla designazione dei padri del deserto nella citazione dal primo apoftegma preso in prestito da Pelagio (Reg. Ben. 18,25). Quindi, possiamo constatare che nella Regola di san Benedetto i padri non solo servono come autorità per fondare certi precetti, come era il caso nella Regola del Maestro, ma hanno acquisito uno ruolo formale. Accanto alle Sacre Scritture, c'è un certo corpus di testi dei Padri che l'autore della regola raccomanda ai fratelli, siano essi i commentari biblici o le opere spirituali dei Padri orientali. Nel momento in cui la tradizione orale si era molto indebolita, erano i soli testi che potevano trasmettere l'esperienza orientale. Questo potrebbe spiegare perché, in tutte le citazioni della regola benedettina che abbiamo prima fornito, il ruolo del trasmettitore della tradizione è attribuito al libro, e non più ai "consigli dei padri", alla "moltitudine di padri" ed alle loro "antiche istituzioni", termini che abbiamo osservato nelle Istituzioni di Cassiano e di nuovo nella Regola del Maestro, e che presuppongono piuttosto la trasmissione orale.

 

3) La regola di Paolo e Stefano

Un po' più tardiva, ma proveniente dalla stessa regione, troviamo la Regola di Paolo e Stefano (Regula Pauli e Stephani). Fu scritta per un monastero dell'Italia centrale nella seconda metà del VI secolo. La regola, che non sembra riferirsi né al Maestro né a Benedetto, ma attinge direttamente a delle fonti più antiche, Pacomio e Basilio, espone in una dottrina piuttosto dettagliata come e perché i fratelli devono seguire le regole dei padri.

Accanto alla dottrina ed alla disciplina degli apostoli, si parla di quelle dei "nostri padri" (patrum nostrorum), ed uno di essi è citato subito dopo. È sant'Agostino che serve da regola per l’Ufficio Divino: "Inoltre è opportuno che noi prendiamo a modello la dottrina una e semplice degli apostoli e dei nostri padri, che rendiamo saldo il cuore mediante la grazia e che sottomettiamo alla disciplina la nostra condotta: inoltre dobbiamo cantare ciò che è da cantare, come dice il beato Agostino: mentre non cantiamo ciò che non è scritto (da cantare)".

Il penultimo capitolo della Regola di Paolo e Stefano è molto simile all'epilogo della Regola di San Benedetto (Reg. Ben. 73), poiché presenta la disciplina degli antichi padri come un ideale per chi vuole abbracciare una disciplina più rigorosa. Le regole dei Padri trasmettono non solo le loro esortazioni e la loro disciplina, ma propongono anche di seguire i loro esempi: "Perciò si leggano assiduamente le regole dei Padri (regulae patrum) affinché, adeguando il nostro udito interiore alle loro sante esortazioni, concepiamo un dolcissimo amore per la disciplina e seguiamo i loro esempi di vita, con l’aiuto del Signore in ogni cosa”. Gli autori della regola si scusano per aver avuto l'audacia di comporre un testo legislativo, essendoci già le regole dei santi e beati Padri: "Infatti anche queste cose di cui vi abbiamo parlato direttamente con scritti particolari (per ogni argomento), non abbiamo avuto la presunzione di esporle a voi in modo temerario per beffare le regole dei santi e beatissimi Padri (sanctorum e beatissimorum patrum regulae); ma ci siamo preoccupati di ripetervi per iscritto in particolare soltanto quelle cose tratte dal loro ordinamento". La regola pretende soltanto di riassumere e chiarire "la pienezza della santa (vita di) conversione e la perfetta dottrina della vita spirituale" che "ci vengono lette nelle regole di questi santi Padri (in sanctorum patrum regulis), la cui vita, per dono divino, è degna di approvazione ed ai quali è affidata l’autorità di insegnare".

 

4) La Regola di Cesario

Questa pratica, fondamentale nelle regole, di utilizzare i testi precedenti si trova anche nella Regola di Cesario (Regula Caesarii) per le monache di Arles, che pretende di essere, anch’essa, una scelta di prescrizioni tradizionali. Nella sua regola, scritta tra i 512 ed il 534, Cesario d'Arles si riferisce esplicitamente tre volte ai padri. Già all'inizio del suo lavoro, egli si basa sulla loro autorità: "Abbiamo stabilito per voi, secondo gli statuti degli antichi Padri (secundum statuta antiquorum patrum), delle linee guida spirituali e sante, che indicano come dovete vivere in questo monastero”. Sappiamo che questi "antichi padri" le cui tracce sono numerose nel lavoro legislativo di Cesario sono Pacomio, Giovanni Cassiano, le prime due regole dei Padri e soprattutto sant'Agostino.

Verso la fine della regola, Cesario fa un altro richiamo alle sue fonti e questa volta i padri sono associati alle Sacre Scritture: "Perché non è da noi stessi che ci permettiamo di parlare, ma secondo ciò che si legge nelle Scritture canoniche e ciò che si trova in grande abbondanza nei libri degli antichi padri (antiquorum patrum libris): queste sono le fonti da cui deriva il nostro salutare consiglio, con grande affetto e vera carità". E solo due capitoli dopo Cesario avverte che qualunque monaca sprezzante del riepilogo della regola che "è stata scritta per la vostra salvezza ed in conformità con gli insegnamenti dei Santi Padri (secundum institutionem sanctorum patrum)" sarà espulsa dalla comunità.

 

5) La Regola di Tarnant

Da un’epoca successiva, la seconda metà del VI secolo, abbiamo la Regola di Tarnant (Regula Tarnantensis), un monastero sconosciuto della   Gallia meridionale. In questa regola, che prende molto in prestito dalla Regola di Pacomio, dalla Regola di Agostino, dalla Regola di Cesario e dalla Regola di Aureliano, troviamo due citazioni che si riferiscono ai padri. Per fissare il precetto di non trascurare i beni del monastero, la regola si riferisce - senza citarlo - ad Evagrio, una frase del quale (Sent. 75) è introdotta con le parole: sicut ait quidam patrum. Due capitoli dopo, incontriamo il nome di Cipriano, citato come autorità riguardo al divieto nei confronti dei fratelli di partecipare ai matrimoni: sicut dixit beatissimus Ciprianus. Quindi, sebbene la regola sia già una selezione di regole più antiche, l'autore non disdegna di introdurre altri padri dove lo ritiene appropriato. Il ruolo di queste aggiunte è sempre la stessa – basare la regolamentazione sulla tradizione dei padri, sia con un nome orientale nascosto, come Evagrio, o con un riferimento diretto a un padre latino come nel caso di Cipriano.

 

C. Le regole spagnole del settimo secolo

In un'altra parte del mondo cristiano, la Spagna del VII secolo, sono state scritte tre regole - la regola di Isidoro, la Regola di Fruttuoso e la Regola Comune - in cui possiamo vedere lo stesso atteggiamento di rispetto riguardo alla tradizione dei padri, espressa in termini espliciti e poco diversa da quella che abbiamo già incontrato nelle regole precedenti: Regola di Isidoro (Regula Isidori), vescovo di Siviglia, scritta per il coenobium Honorianense verso il 615-619 [19]; la Regola di Fruttuoso (Regula Fructuosi), futuro vescovo di Braga, allora abate del monastero da lui fondato a Compludo, che compose circa verso la metà del VII secolo; infine, la Regola Comune (Regula communis), talvolta anche attribuita a Fruttuoso di Braga, scritta dopo il 665.

Il "programma" della Regola di Isidoro è esposto nella sua prefazione che, di nuovo, ricorda il famoso epilogo della Regola di San Benedetto. Isidoro dice che conosce molte regole ed istituzioni degli antichi padri (praecepta vel instituta maiorum), ma che ha voluto fare una selezione dei loro precetti e scrivere una regola in un linguaggio più rustico per coloro che "si sono convertiti dopo un vita dei peccatori". I più perfetti, tuttavia, possono impegnarsi in pratiche più ardue seguendo più da vicino la disciplina degli antichi (veterum disciplina).

La traccia di questo atteggiamento - la frequente evocazione della disciplina dei padri - la notiamo nelle tre regole spagnole. Così, per determinare i giorni di interruzione dei digiuni, Isidoro cita i padri (sancti patres, antiqui patres) tre volte, l'ultima delle quali si riferisce esplicitamente ai Padri del deserto come "si legge", e l'ultimo capitolo della stessa regola invita ad osservare in tutto i precetti degli antichi padri (maiorum patrum). Secondo la Regola di Fruttuoso, i decani devono impedire ai giovani di essere negligenti offrendo loro esempi di santi e spirituali (spirituales ac sancti). I postulanti saranno ammessi al monastero solo dopo essere stati messi alla prova "come insegnano i decreti dei padri". Nella Regola Comune, il modello dei Padri è evocato non solo per i monaci incaricati delle greggi, in modo che non mormorino, ma anche per gli abati del monastero contro il vizio dell'avarizia. Negli ultimi capitoli della Regola - che sembrano essere un'aggiunta successiva - viene fatto divieto ai fratelli di parlare alle sorelle; fare così sarebbe violare le istituzioni dei padri.

Affinché l'esempio dei padri rimanga sempre presente nello spirito dei membri della comunità, tutte le regole spagnole prescrivono di leggere gli antichi precetti. Così, secondo la regola di Isidoro, i padri del monastero devono tenere conferenze tre volte alla settimana per la correzione dei vizi. Anche in loro assenza, è necessario riunirsi e far leggere i precetti regolari dei padri (praecepta patrum regularia) a beneficio di tutti: quelli che li ignorano "impareranno ciò che essi seguono"; quelli che già li conoscono rinfrescheranno la loro memoria. La regola di Fruttuoso prende in prestito questo precetto modificandolo un po': le regole dei Padri (regulae patrum) vengono lette e commentate da un anziano o dal prevosto del monastero; d'altra parte, la regola del monastero e le Vite dei Padri (Vitae Patrum) fanno parte dei testi che vengono letti in estate dopo i vespri. Nella Regola Comune, gli abati sono invitati a leggere i commenti dei Padri sulle Sacre Scritture per agire sempre secondo la loro dottrina e proteggersi dalle eresie.

In base all'analisi delle fonti, sappiamo che i padri spesso invocati nelle regole spagnole includono sicuramente Pacomio ed Agostino per la Regola di Isidoro; Pacomio, Girolamo, Giovanni Cassiano, Agostino e persino Isidoro per la Regola di Fruttuoso; infine, Giovanni Cassiano, Girolamo ed Isidoro per la Regola Comune. Tuttavia, l'unico nome che viene esplicitamente menzionato è quello di Girolamo, che funge da autorità per due volte nella Regola Comune.

 

D. L'ambiente irlandese: la Regola di Colombano

Dall'ambiente irlandese ci è giunta la Regola di Colombano (Regula monachorum) [20], che è stata scritta sul continente tra il   591 ed il 610 e che si basa molto su Basilio, Cassiano e Gerolimo. Nel capitolo sull'Ufficio divino, si legge un riferimento ai "cattolici", la cui "moltitudine è tale che mille di padri (abbates), così si dice, vivono sotto lo stesso archimandrita (archimandrita)". Nell'antica letteratura latina, archimandrita è un termine raro associato ai superiori dei monasteri d'Oriente. Le due parole quindi, abbate e archimandrita, che non vengono usate da nessun'altra parte nella Regola di Colombano, hanno un forte sapore orientale, anche se non vi è alcun riferimento diretto all'Oriente.

 

E. Le regole-centone

1) La regola di Eugippio

Prima di concludere, per avere una visione più completa dei padri nelle regole, vorremmo citare rapidamente le regole i cui testi non sono composizioni indipendenti, ma sono delle vere compilazioni di altre regole o altri scritti. Ad esempio, la Regola di Eugippio (Eugippii regula), abate del monastero di san Severino a Napoli, che deve essere stata composta verso il 530, riproduce tutta la Regola di S. Agostino, poi brani di vari autori, in particolare il Maestro, Giovanni Cassiano e Basilio. In questa regola, troviamo citato un intero capitolo della Regola di Pacomio (Praecepta et Instituta 18) dove i termini sancti e praecepta maiorum appaiono più volte. È chiaro che, nel contesto del VI secolo, questi termini hanno un significato diverso rispetto all'epoca in cui Girolamo tradusse la Regola di Pacomio. Eppure i precetti che raccomandano di seguire i santi (cioè i santi Padri) e le regole degli antichi non hanno perso nulla del loro contenuto. Al contrario, hanno acquisito ancora più autorità, nella misura in cui si riferiscono ad una tradizione ancora più antica, quindi più rispettabile.

 

2) La regola di Cassiano

Un esempio ancora più eloquente può essere la cosiddetta Regola di Cassiano (Regula Cassiani). Questa regola, proveniente dall'ambiente fruttuosiano degli anni 640-660, non è una vera legislazione, ma, secondo A. de Vogüé, un adattamento letterario dei primi quattro libri delle Istituzioni (scritte nel 421 circa) di Giovanni Cassiano, "volto a facilitare l'ascolto di questa classica opera nelle conferenze dove si leggono le Regole dei Padri". Il testo della Regola trascrive quasi letteralmente l'opera di Cassiano, pur mantenendo molti riferimenti ai Padri di cui abbiamo già visto la maggior parte nel primo capitolo della nostra esposizione. D'altra parte, per il legislatore spagnolo i monaci orientali descritti da Cassiano appaiono spesso sotto il nome di "padri" o "nostri padri". Infine, la forma verbale, che era descrittiva nelle Istituzioni, assume un valore imperativo nella Regola, ed il contrasto tra i costumi dei monaci egiziani ed i costumi dei monaci orientali, importante per le Istituzioni, non è più percepito nella Regola. Nel contesto della Regola di Cassiano "la tradizione orientale, presa nel suo insieme, retrocede così in un passato immemorabile" in cui l'autorità è delegata ai "padri" di un tempo.

 

III. - Conclusione

All'inizio del nostro lavoro, il nostro scopo era quello di rintracciare le parole che si riferivano specificamente al carattere orientale nei riferimenti espliciti agli antichi padri ed alla tradizione della loro disciplina negli antichi testi legislativi del mondo latino [21]. Tuttavia, nel corso di questa ricerca, ci siamo resi conto che, per gli antichi, il valore che contava non era l'Oriente come tale, ma l'antica tradizione che gli è propria. Così, i padri occidentali appartenenti a questa stessa tradizione sono ugualmente invocati a fianco di quelli dell'Oriente: Girolamo può apparire come un maestro dell'ascetismo orientale [22], mentre sant'Agostino è un'autorità per l'ufficio divino. Il fatto che le loro opere siano alla base di gran parte dei nostri testi non deve neanche essere trascurato. Il vocabolario, nel frattempo, non varia molto secondo l'epoca. Espressioni come patres nostri, patres sancti, patres antiqui, spirituales, doctrina et disciplina maiorum si possono trovare sia nella traduzione latina della Regola di Pacomio dell'inizio del V secolo, che nelle regole spagnole del VII secolo. Dal punto di vista cronologico, i Padri sono evocati costantemente nelle regole di tutte le generazioni. Tuttavia, sul piano della nozione e dell'utilizzo dei riferimenti ai Padri, si può verificare una certa evoluzione attraverso le epoche storiche.

Per gli autori degli scritti pacomiani il loro padre spirituale, Pacomio, menzionato come pater noster, era una figura recente le cui reminiscenze erano ancora molto vive. Tuttavia, la pratica e l'insegnamento dei "padri" dei tempi più antichi sono già valorizzati dagli stessi legislatori. La tendenza è solo di crescita. Giovanni Cassiano distingue tra i padri antichi - i mitici fondatori del cenobitismo egiziano - e quelli del nostro tempo e del nostro luogo. Lui stesso trasmette l'antico insegnamento che è ancora vivo tra i padri orientali. Egli evoca anche le illustri figure di Basilio e Girolamo e le loro opere, e le fissa già per il "canone" della tradizione successiva. I primi documenti veramente legislativi dell'Occidente - le Regole dei Padri - si riferiscono all'autorità dei legislatori orientali come se queste regole fossero state scritte dagli stessi testimoni dei Padri del deserto. La vera svolta noi la osserviamo nella Regola del Maestro e nella Regola di San Benedetto. La tradizione orale qui non è più viva, l'esperienza dei Padri è accessibile solo attraverso testimonianze scritte, una lista dettagliata delle quali è redatta da San Benedetto. Notiamo anche una tendenza a basare certi precetti sull'autorità di nomi noti (Origene, Basilio, Cipriano, Agostino, Girolamo, gli anacoreti Paolo e Antonio), ma questi nomi non formano una rigida lista.

La letteratura legislativa successiva tende ad utilizzare i testi precedenti. Questa usanza è esplicitamente evocata dalle regole stesse. Esse non pretendono di essere solo delle selezioni di precetti più antichi destinate solo ai meno perfetti, mentre le altezze della perfezione sono insegnate attraverso le antiche istituzioni e gli esempi degli antichi Padri, conosciuti grazie alle loro Vite.

Naturalmente, il gusto per il riutilizzo dei testi antichi e per il ricorso agli esempi dei Padri ha segnato la letteratura latina medievale, ma questi testi non hanno mai cessato di vivere: "Non si utilizzavano come documenti morti; adattandoli, venivano inseriti, in ogni epoca ed in ogni ambiente, in un contesto vivente in cui hanno continuato a rimanere attuali" [23].

 



[1] L’espressione appartiene à J. Gribomont, «L’influence de l ’Orient sur les débuts du monachisme latin (L'influenza dell'Oriente sull'esordio del monachesimo latino)», Atti del convegno internazionale sul tema: L ’Oriente cristiano nella storia della civiltà, Accademia nazionale dei Lincei 361, Quaderno 62, Roma, 1964, p. 120.

[2] A. de Vogüé, Les règles monastiques anciennes (400-700), Typologie des sources du Moyen Âge occidental (Tipologia delle fonti del Medioevo occidentale) 46, Turnhout, 1985. Quasi tutto questo corpus delle antiche regole ci è trasmesso dal Codex Regularum della fine dell'VIII secolo, riunito da Benedetto d'Aniane. Le antiche regole monastiche occidentali provengono dal periodo compreso tra l'inizio del V secolo e l'VIII secolo. Esse provengono da differenti regioni dell'Europa - Italia, Spagna, Gallia. Le dimensioni delle regole sono molto varie, da alcune pagine (la Regola di Agostino, la Regola dei Quattro Padri) fino a dimensioni molto grandi come la Regola del Maestro, Eugippio e Benedetto. La struttura delle regole non è meno diversa del loro formato (riguardo ai vari tipi di regole si veda A. de Vogüé, Les règles monastiques anciennes..., p. 19-22 et G. Penco, «Osservazioni preliminari sui caratteri dell’antica letteratura monastica», Aevum 35, 1961, p. 220-246, in particolare p. 236-237).

[3] Come regole monastiche latine noi intendiamo ogni scritto latino destinato ad un gruppo di monachi o monache e che presenta un certo carattere legislativo. Si veda, A. de Vogüé, Les règles monastiques anciennes..., p. 11. E dello stesso autore, « Les règles cénobitiques d’Occident (Le regole cenobitiche d'Occidente)», Autour de saint Benoît, La Règle en son temps et dans le nôtre, (Riguardo a san Benedetto. La Regola nel suo tempo e nel nostro) Vie monastique 4, Bellefontaine, 1975, p. 15-28. G. Penco fornisce importanti osservazioni sul carattere letterario delle regole in «Osservazioni preliminari...», citato nella nota precedente.

[4] Malgrado il carattere descrittivo dei primi libri delle Istituzioni, A. de Vogüé li considera come un campione della letteratura della regole monastiche (A. de Vogüé, « Les sources des quatre premiers livres des Institutions de Jean Cassien (Le fonti dei primi quattro libri delle Istituzioni di Giovanni Cassiano) », De saint Pachôme à Jean Cassien. Etudes littéraires et doctrinales sur le monachisme égyptien à ses débuts, (Da san Pacomio a Giovanni Cassiano. Studi letterali e dottrinale sul monachesimo egiziano ai suoi esordi) Studia Anselmiana 120, Rome, 1996, p. 373-456 (= Studia Monastica 27, 1985, p. 241-311), in particolare p. 374-376). Le Istituzioni, con la Regola di Pacomio, La Regola di Agostino, la Regola di Basilio e la Regola dei Quattro Padri costituiscono due prime generazioni, che hanno generato tutte le regole latine posteriori. Riguardi ai legami di affiliazione tra le regole si veda A. de Vogüé, Les règles monastiques anciennes..., p. 12-16.

[5] Il fatto che due regole madri, la Regola di Agostino e la Regola di Basilio, non abbiano riferimenti simili può essere spiegato dal loro fine; per i loro autori, i precetti che forniscono sono fondati solo sull'interpretazione dalla Scrittura.

[6] La data di composizione della Regola nella versione originale (in lingua copta) rimane sconosciuta. La Regola ci è stata conservata nella sua interezza solo nella versione latina di Girolamo.

[7] Non è sempre facile distinguere se la designazione di maiores sia applicata agli anziani del passato, a coloro che sono ancora in vita o ai superiori del monastero. Si veda A. de Vogüé, «Le nom du supérieur de monastère dans la règle pachômienne (Il nome di superiore di monastero nella regola pacomiana)», De saint Pachôme à Jean Cassien..., p. 71-77 (= Studia Monastica 15, 1973, p. 17-22), in particolare p. 76, n. 21.

[8] Gli otto ultimi libri delle Istituzioni (Ist. V-XII) trattano degli otto vizi capitali. Questa dottrina ascetica è destinata a completare la formazione del cenobita ed a prepararlo per la contemplazione che è il soggetto delle ventiquattro Conferenze. Queste insistono soprattutto sulla disciplina dell'uomo interiore.

[9] I motivi per i quali Cassiano tace il nome di Rufino, il traduttore della regola basiliana in latino, e non nomina l'autore degli scritti pacomiani, sono esposti da A. de Vogüé: questo comportamento "può spiegarsi sia per la fama di Basilio e di Gerolimo, sia per lo sfavore di cui soffre Rufino in seguito alla controversia origenista, sia perché Cassiano è del parere di sostituire il mito dell'origine apostolica del cenobitismo egiziano con la realtà meno prestigiosa della sua fondazione tramite Pacomio nel IV secolo" (Opera già citata: "Les sources des quatre premiers livres...", p.379).

[10] Tuttavia essa non è esente da influssi orientali: la liturgia esposta nell'Ordo monasterii ha per origine Betlemme (Luc Verheijen, La Règle de saint Augustin, t. I., p. 133-137), mentre l'orario della Regola è affine ad una tradizione egiziana (A. de Vogüé, «L’horaire de l ’Ordo monasterii. Ses rapports avec le monachisme égyptien (L'oario dell'Ordo monasterii. I suoi rapporti con il monachesimo egizionao) », Homo spiritalis. Festgabe für Luc Verheijen zu seinem 70. Geburtstag (Cerimonia per il 70° compleanno di Luc Verheijen), redatto da C. Mayer, Cassiciacum 38, Würzburg, 1987, p. 240-258). Inoltre l'ascetismo egiziano ha profondamente segnato la conversione di Agostino. Nelle sue Confessioni, egli racconta come sia stato turbato dalla Vita di Antonio, in seguito alla storia che gli raccontò Ponticiano (Conf. VIII, 6, 13-7,18).

[11] Secondo l'editore delle regole di A. de Vogüé, la Regola dei Quattro Padri sarebbe la "carta di fondazione" del coenobium leriniano. La Seconda Regola dei Padri, un testo molto breve, fu probabilmente scritto a Lérins per aggiornare la Regola dei Padri da cui dipende. La regola di Macario sarebbe apparsa sotto l'abbaziato di Porcario nello stesso monastero, la Regola

Orientale sarebbe stata redatta partendo da una legislazione riferita all'abate Marin di Lérins e la Terza Regola sarebbe stata elaborata al Concilio di Clérmont nel 535 e testimonierebbe la clericalizzazione dei monasteri e influenza esercitata su di essi dall'episcopato. Si veda Les Règles des Saints Pères, ed. A. de Vogüé, t. I-II, (SC 297-298), Parigi, 1982.

[12] Nelle regole latine dell'epoca, il titolo abbas sostituisce gli altri termini (is qui praeest, pater monasterii, princeps, praepositus) che sono stati dati al superiore del monastero nelle regole più antiche.

[13] Questa Vita Pachomii presenta Pacomio come il successore di un cenobiarca nominato Macario, lui stesso discepolo ed erede di Antonio. La sola differenza è che il numero dei monaci nella regola è dieci volte inferiore a quello della Vita. Si veda A. de Vogüé, Les Règles des Saints Pères, t. I, p. 289-292.

[14] Sarebbe più corretto dire "gli ascoltatori", poiché più spesso i testi erano letti nella comunità ad alta voce.

[15] Nota del traduttore. Le Sentenze di Sesto Pitagorico, in greco "Enchiridion", sono citate per la prima volta da Origene a metà del III secolo. L'autore dell'opera resta sconosciuto. Il testo potrebbe essere di epoca ellenistica, ma rivisto dal punto di vista cristiano; potrebbe essere opera del filosofo latino Quinto Sestio (I sec. a.C.), che scriveva in greco e professava teorie pitagoriche e stoiche, oppure potrebbe semplicemente essere opera di un cristiano del II secolo. Tirannio Rufino, che predispose la traduzione latina di 451 detti di Sesto Pitagorico, le riteneva opera del papa Sisto II.

[16] Al di fuori delle letture liturgiche, le regole trattano della ripartizione delle ore di lettura privata (lectio divina), l'apprendimento della lettura da parte dei novizi, ed il modo di recitare e di leggere i testi durante il lavoro o nel refettorio. Fino alla Regola di san Benedetto, il solo testo legittimato dalle regole a fianco delle Sacre Scritture era la regola stessa che i membri della comunità dovevano conoscere molto bene.

[17] Il lettore poteva riconoscere le opere senza che Benedetto avesse bisogno di citare l'autore, oppure l'autore della regola voleva evitare il nome di Cassiano che era considerato come un eretico. Si veda A. de Vogüé, La Règle de saint Benoît, t. I, p. 147, A. Böckman, op. cit., p. 119.

[18] La lista può essere prolungata dalla Vita di Antonio di Atanasio di Alessandria, la Vita di Pacomio tradotta dal greco da Dionigi il Piccolo, e la Storia Lausiaca di Palladio. Cfr. J. T. Lienhard, « Index of Reported Patristic and Classical Citations, Allusions and Parallels in the "Regula Benedicti" (Catalogo delle citazioni, allusioni e parallelismi Patristici e Classici nella "Regula Benedicti"», Revue bénédictine 89, 1979, p. 230-270.

[19] Non è sicuro che Isidoro fosse lui stesso un monaco. E' possibile che con la sua regola sia intervenuto in una comunità che, avendo a disposizione solo un certo Codex regularum, avesse bisogno di una regola più adatta alla vita in una certa regione. Si veda J. Campos, I. Rocca, San Leandro, San Isidoro, San Fructuoso. Reglas monásticas de la España visigoda, Bibliotheca de Autores Cristianos 321, Madrid, 1971.

[20] Colombano redasse anche un'altra regola, Regula coenobialis, di carattere disciplinare e che contiene soltanto delle sanzioni penali.

[21] In tutto il corpus esaminato (circa trenta regole) noi abbiamo trovato indicazioni che si riferiscono all'Oriente o ai Padri in quattordici regole, ovvero in quasi la metà degli antichi testi legislativi.

[22] Nella tradizione medioevale, Gerolimo è spesso considerato come un orientale. Si veda J Leclercq, L'amour des lettres et le désir de Dieu (L'amore delle lettere ed il desiderio di Dio), Paris, 1990, p.88.

[23] Da J. Leclercq, opera citata prima, p.97. La posterità dei Padri nel Medioevo è trattata nella stessa opera, p. 87-107.

 


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10 aprile 2019                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net