BASILIO DI CESAREA

INTRODUZIONE ALLE "REGOLE"

 

Estratto da “La vocazione cristiana – Un percorso attraverso la Regola di san Basilio” di Hans Urs von Balthasar – Ed. Jaca Book 2003

  

2. Il percorso delle regole di Basilio

 

In base alle ricerche di F. Laun il benedettino J. Gribomont ha scritto una ampia storia testuale degli scritti ascetici di san Basilio e ha potuto documentare, accanto a singoli risultati parziali, il fatto che il santo ha compiuto un percorso dall’originaria concezione attraverso diversi stadi intermedi fino ad una redazione conclusiva.

La prima stesura, l’unica che può essere definita «regola» in senso stretto e che venne come tale intesa da Basilio e dai suoi contemporanei, non è proprio una regola monastica, bensì una «regola ecclesiastica». Essa è la prima opera di colui che, tornato a casa dagli studi, si era ritirato nel romitaggio sull'Iris. Sono estrapolati più di 1500 versetti dal Nuovo Testamento, ripartiti in 80 regole (öρος) con sottocapitoli e brevi, incisivi titoli e frasi-guida. Formano così quel che si può definire l’enchiridion del cristiano deciso. Sono le HΘIKA, le «Regole morali». Esse si rivolgono a tutti i cristiani di buona volontà, contengono verso la fine anche istruzioni bibliche per il clero e i laici: gli sposati, le vedove, le vergini, i genitori, i padroni e i soldati. Basilio non ha mai voluto scrivere un’altra regola. Tuttavia i veri destinatari dell’opera erano probabilmente il gruppo di asceti, riuniti intorno ad Eustazio. Con le «Regole morali» Basilio cerca di guadagnare l’unico possibile fondamento teologico per collocare il loro movimento, sospettato di settarismo e di conventicola, all’interno della Chiesa universale. Egli non tratta della loro particolarità, bensì dell’esistenza cristiana in generale. Nel momento, però, che interpreta questa con la radicalità del Vangelo, come Origene ed Eustazio, fa del particolare l’universale. Non si può allora, come fa p. Humbert Claude, asserire che con queste regole Basilio si rivolge esclusivamente ai monaci, né al contrario, con L. Vischer affermare che egli «plasma la Chiesa sul modello del monastero», dato che di fronte alla situazione in cui Basilio venne a trovarsi e che egli intenzionalmente cercò di interpretare arcaicamente, come appartenente al primo cristianesimo, non si può parlare di «monachesimo» e di «monastero».

Il secondo stadio è costituito da quello che Gribomont ha chiamato il «piccolo Asceticon», che ci è conservato solo nella traduzione latina di Rufino ed è stato incorporato da Benedetto di Aniane nella sua raccolta di regole. In questo stadio troviamo ancora unito quanto nel terzo passaggio verrà separato, con notevoli aggiunte, nelle due collezioni: le «regole diffuse» e le «regole brevi». All’origine vi è la redazione di conversazioni che Basilio, già sacerdote e forse vescovo, tenne nei suoi viaggi con i gruppi di asceti di Eustazio, nelle ore notturne dopo la liturgia della sera, in conversazioni familiari dove gli venivano poste delle domande cui egli rispondeva nello spirito delle sue regole evangeliche. Queste sue risposte vennero trascritte dagli «stenografi» di Eustazio. Anche nella stesura successiva ampliata quando la forma della domanda-risposta è poco più che una finzione letteraria, Basilio ha voluto per questi intrattenimenti la forma di domanda e risposta. Non solo    dal punto di vista letterario, ma anche per la teologia e la storia della Chiesa «il piccolo Asceticon» costituisce una interessante forma di passaggio tra un gruppo di cristiani decisi, aperti alla Chiesa universale e un ordine monastico che si stava organizzando e istituzionalizzando. I carismi dell’organismo generale della Chiesa passano a funzioni e ministeri, senza rinunciare all’interpretazione carismatica; l’obbedienza verso la regola di Cristo così fortemente sottolineata dalle «Regole morali» prende la forma di un’obbedienza concreta anche nei confronti dei superiori della fraternità. Una certa anacoresi (contemporaneamente intesa come distacco dai beni temporali), che già i parenti di Basilio avevano compiuto ed egli stesso aveva praticato e incoraggiato, diventa una premessa molto utile, anzi necessaria della perfezione. Tuttavia tutto resta ancora aperto all’ideale delle Etica (le Regole Morali. Ndr): obbedire a Dio in Cristo in tutto ciò che è richiesto dalla regola del Vangelo. In questo modo, infatti, è già compiuto per Basilio il passo difficile e decisivo, è già presa la grande decisione della vita, è rifiutato il pericoloso libertinismo degli eremiti in cui ogni anacoreta dava l’impressione di poter agire secondo il proprio beneplacito. La dodicesima questione dice: «È lecito o conveniente permettersi di fare o dire ciò che si crede bene ma non è confermato dalla testimonianza delle Scritture ispirate da Dio?».

La risposta rimanda alla perfetta obbedienza del Figlio di Dio così come la presenta Giovanni e continua: «Chi dunque può giungere a tal grado di follia da osare qualcosa da sé stesso o anche solo concepirlo nel pensiero, proprio lui che ha bisogno dello Spirito santo e buono quale guida per dirigersi sulla via della verità nei pensieri, nelle parole e nelle azioni ed è cieco e avanza nelle tenebre privo del sole di giustizia, il Signore nostro Gesù Cristo, che lo illumina con i suoi comandamenti come con raggi di luce?». Non è tanto difficile obbedire ad un uomo quanto lasciar spazio in sé al divino Spirito di obbedienza nei confronti del comandamento di Cristo. Se una parola della Scrittura è comandamento per il cristiano, allora bisogna obbedirvi in ogni situazione e fino alla morte; se, invece, la Scrittura permette la libera scelta, allora vale la considerazione di Paolo che dice: «Tutto mi è lecito, ma non tutto edifica. Nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma ciascuno quello degli altri» (1 Cor 10,23s).

Il       terzo e ultimo stadio è costituito dalla redazione, conservata in greco, delle regole diffuse e brevi, che correttamente dovrebbe chiamarsi il «grande Asceticon» e non contiene propriamente delle regole, bensì istruzioni e precisazioni che regolano la forma di vita degli asceti che ora si può ben chiamare monastica. Benché le regole diffuse tendano a una certa sistemazione teologica, più che sviluppare un argomento esse in realtà presuppongono alcune situazioni di fatto (ad esempio la vita celibataria e tutto ciò che ha a che fare con la castità). Le regole diffuse contengono quanto di definitivo Basilio ha selezionato e ordinato dal materiale informe di innumerevoli singole disposizioni (regole brevi) date oralmente. Qui la vita ascetica ha preso forma a partire dalle necessità della convivenza. Questa stessa, peraltro, viene ampiamente giustificata a partire dalla Scrittura: l’uomo è di natura socievole, lo è ancora di più come cristiano; l’apologo paolino del corpo e delle membra viene applicato alla più ristretta comunità dei monasteri. L’anacoreta non ha la possibilità né di praticare umilmente l’amore del prossimo né di lasciarsi correggere dal prossimo. Corre allora il pericolo della superbia. I ministeri nella vita religiosa sono i carismi della guida. Il superiore è «l’occhio», solamente Cristo è il «capo». L’ordinamento carismatico è ancora presente dappertutto: lì dove sono presenti diversi e dichiarati carismi di guida, gli interessati devono succedersi nella guida e prestarsi reciprocamente obbedienza nell’umiltà, mentre la comunità deve vigilare sul corretto esercizio del carisma ed eventualmente criticarlo. Basilio appare qui più arcaico e, per quel che riguarda la possibilità di applicazione, più ingenuo del saggio Pacomio o di Benedetto i quali a priori concepiscono l’obbedienza in modo più rigoroso. «Basilio non fu né fondatore né superiore, per questo per tutta la sua vita gli rimase estranea l’espressa preferenza di Pacomio per una concezione assoluta e centralistica dell’obbedienza». L'obbedienza al superiore non è mai al centro dell'attenzione, al contrario nelle Etica, ad esempio, si parla con grande veemenza di obbedienza cristiana fino alla morte, anzi fino alla morte di croce come la regola più esigente verso il Vangelo. La grande finalità dell'ascesi basiliana è la morte con Cristo: come distacco (apotaxis) da tutti i beni terreni e rinuncia (enkrateia) a tutte le passioni e desideri. Questo aspetto ci conduce all'ultimo argomento: allo spirito cristiano che prende corpo nelle regole basiliane.


Introduzione alle Regole Ampie e Brevi

Estratto dal libro "Basilio - Opere ascetiche" a cura di U. Neri - Ed. UTET – 2013

e) Le cosiddette «Regole»

«Di seguito alle Morali aggiungeremo tutte le risposte date alle domande dei fratelli a proposito del comune esercizio della vita secondo Dio»; con queste poche parole, nella prefazione al corpus asceticum se ne annuncia la parte più cospicua: le cosiddette Regole ampie e le Regole brevi. Su queste «domande dei fratelli» e sulle «risposte» di Basilio ci dà un’informazione di prima mano Basilio stesso, scrivendo nel 375 a Eustazio di Sebaste, e ricordando i tempi ormai lontani degli inizi della sua vita monastica: «Visitavo le fraternità e vi passavo le notti in preghiera, e parlavo e ascoltavo, intrattenendomi in discorsi su Dio». Altrove è più prodigo di dettagli: «Noi, a cui è stato affidato il ministero della Parola, permettiamo in privato a tutti quelli che si presentano di interrogarci liberamente, sia su quanto concerne la sanità della fede, sia sulla verità della vita secondo il vangelo del Signore nostro Gesù Cristo. Da parte vostra, oltre a quello che imparate in comune, dovete interrogare anche privatamente. () Se dunque per questo ci ha riuniti Iddio, e c’è piena quiete dai tumulti esteriori, non diamo di nuovo i nostri corpi al sonno, ma trascorriamo quel che resta della notte nella ricerca di ciò che è necessario». Basilio, che si presenta come un πρεσβύτερος, al quale è stato dato il «carisma dell’insegnamento», e «affidato il ministero della Parola», e che altre volte, con la predicazione, «rende testimonianza in pubblico alla Chiesa tutta», è ora dopo la preghiera notturna dei monaci alla quale ha partecipato disponibile a rispondere a ogni questione, sulla fede o sulla vita evangelica, postagli dai fratelli: le sue risposte sono spesso accuratamente annotate dai tachigrafi. così è nata la raccolta delle «Regole», che come si vede bene di regole non hanno altro che il nome; anzi, neppure quello, come un tempo si credeva: Basilio non le ha mai chiamate così, e i titoli più primitivi le designano, correttamente, come «domande».

D’altra parte, fa opportunamente notare Gribomont, «chiamare le domande őpor è un controsenso, del tutto opposto al pensiero di Basilio, per il quale solo la Scrittura faceva legge, e che non ha mai pensato di presentarsi personalmente come un’autorità»; tuttavia, poiché le edizioni continuano a chiamarle «Regole», anche noi dopo aver ben messo in guardia sul valore di questo termine ci atterremo all’uso comune.

Questa serie di domande-risposte ha avuto due edizioni successive curate dallo stesso Basilio. Introduzione alla prima era il citato proemio alle attuali «Regole brevi»; il testo di quell’edizione – perduta nel greco – è stato conservato in una traduzione latina del sec. V°, opera di Rufino— conosciuto dalla Regula Benedicti, inserito nella Concordia regularum di Benedetto di Aniana (sec. IX, e largamente diffuso in tutto il mondo occidentale – e in alcuni manoscritti siriaci. Quello che il Gribomont, scopritore del testo siriaco, ha chiamato Piccolo asceticon, comprendeva, dopo il proemio, 203 domande-risposte (183 nella tradizione siriaca) come risulta dal proemio stesso, fu pubblicato da Basilio quando, o presbitero o già vescovo, visitava assiduamente le comunità monastiche che vivevano sotto l’influsso congiunto suo e di Eustazio.

Rispetto a questa edizione, quella di cui abbiamo il testo greco è di non poco posteriore e alquanto più vasta (Grande asceticon): amplia infatti notevolmente, suddividendoli in 23 capitoli, i primi 11 numeri dell’edizione precedente, li fa seguire da 32 nuovi capitoli del medesimo genere, e – lasciando invariate le altre domande-risposte preesistenti – ne aggiunge un buon centinaio; venendo così a costituire, il tutto di questa nuova edizione, 55 capitoli lunghi e 318 domande-risposte (Alle 313 comunemente note, Gribomont ne ha aggiunte 5 (extravagantes), riportate in alcuni manoscritti).

Sia nel Piccolo che nel Grande asceticon sono nettamente individuabili due sezioni. Ad esse – come ben mostra la storia del testo – certo non corrispondevano, originariamente, due serie numericamente distinte o diversamente intitolate: ma nemmeno si può dar torto a quelle recensioni manoscritte che le hanno contrassegnate con i nomi, rispettivamente, di ampie (sono i primi 55 «capitoli» dei quali si è detto) e brevi (le domande-risposte seguenti).

Questa titolazione, tuttavia, non è ancora adeguata, perché non è soltanto questione di lunghezza: più intrinsecamente, la natura stessa delle due serie è alquanto diversa. Le attuali Regole ampie, infatti – come già i primi 11 numeri del Piccolo asceticon – sono una vera e propria «catechesi sistematica», cioè una ordinata e distesa esposizione di princìpi e di norme generali, accuratamente elaborata e redatta, certo sulla base dell’esperienza e della problematica concreta, da Basilio; mentre le Regole brevi non sono che una semplice «raccolta di improvvisazioni orali, senza dubbio scritte dagli uditori così come erano state dette». Quindi, se la forma di domanda appare nelle ampie una «finzione letteraria», nelle brevi possiamo leggere – e tali ci appaiono con immediatezza impressionante – domande verissime, trascritte sovente senza alcuna correzione, e risposte date d’impulso, senza che alcuna mano sia poi intervenuta ad arrotondare la forma o a smorzare la forza. Le ampie e le brevi, dunque, non si ricoprono affatto e – per diversi motivi – sono documenti per noi ugualmente preziosi.


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22 aprile 2015        a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net