Sant'Alberto e la Regola del Carmelo


 

SANT’ALBERTO di GERUSALEMME

vescovo e martire (ca. 1150-1214) 14 Settembre

Estratto da “Il primo grande dizionario dei santi: secondo il calendario

di Alban Butler – PIEMME 2001

 

 Sant'Alberto da Gerusalemme

 

Affresco nel Monastero Stella Maris sul Monte Carmelo –

Fonte: Sito dei Carmelitani http://ocarm.org/

 

«Il 15 luglio 1099, dopo un assedio durato cinque settimane i crociati, guidati da Goffredo di Buglione, invasero e conquistarono Gerusalemme. Tra i passi da compiere per consolidare la loro presenza, era necessario sostituire i beneficiari greci delle sedi principali con vescovi occidentali… »

 

Nel corso del secolo successivo, il patriarcato latino di Gerusalemme fu occupato da uomini dal carattere equivoco come la posizione in cui si trovavano. Alla morte del patriarca Michele nel 1203, i Canonici regolari del Santo Sepolcro erano assai insoddisfatti di questa situazione, e con l’appoggio del re di Gerusalemme, Amalrico II di Lusignano (1197-1205), chiesero al papa di mandare qualcuno, dalla provata abilità e santità, che fosse conosciuto anche in Palestina. Con riluttanza a separarsene, il papa scelse Alberto, che al tempo era vescovo di Vercelli.

 

Alberto proveniva da una distinta famiglia di Parma, e si sa poco dei primi anni di vita, eccetto che nacque a Castel Gualtieri, nella metà del XII secolo. Dopo aver terminato (brillantemente) gli studi in teologia e diritto, diventò canonico nell’abbazia della S. Croce a Mortara, vicino a Pavia. Nel 1134, all’età di circa trentacinque anni, fu eletto vescovo di Bobbio, ma non ebbe il tempo di stabilirsi perché trasferito quasi subito a Vercelli. Per più di quindici anni, oltre a compiere i suoi doveri di vescovo, fu un inestimabile mediatore e diplomatico nella sfera più ampia della politica papale: fu scelto come intermediario tra papa Clemente III (1187-1191) e Federico Barbarossa (1152-1190) nel processo di riconciliazione tra Chiesa e Impero, iniziato durante il regno del predecessore di Clemente, Gregorio III. Successivamente come legato di papa Innocenzo III (1198-1216), mediò la pace tra Parma e Piacenza, nel 1199. Innocenzo non voleva lasciarlo andare, ma lodò la scelta saggia, così nel 1205 Alberto partì, come patriarca di Gerusalemme e nunzio apostolico in Palestina.

 

In questo periodo si era già conclusa la terza crociata, e il sultano, il Saladino, aveva riconquistato molte zone della Palestina, inclusa Gerusalemme. La corte del re franco si era spostata ad Akko (S. Giovanni d’Acri), come era avvenuto anche per la sede del patriarca latino. Dalla sua sede di Akko, Alberto cominciò a guadagnarsi la fiducia dei mussulmani, oltre che dei cristiani (cosa che i suoi predecessori non erano riusciti a fare). Nei successivi nove anni, mise in pratica il suo talento per la diplomazia e la riconciliazione, tentando di mantenere la pace tra i governanti franchi e i loro seguaci all’interno delle differenti fazioni occidentali, e tra gli indigeni mussulmani del paese e i loro invasori cristiani.

 

Alberto è ricordato principalmente, in ogni caso, per qualcosa di completamente diverso: tra il 1205 e il 1210, S. Brocardo (2 settembre), priore degli eremiti che vivevano su Monte Carmelo, gli chiese di redigere una regola che disciplinasse il loro stile di vita.

 

Alberto accettò, e il risultato fu un documento composto di sedici capitoli, concisi e chiari, che prevedevano, tra le altre norme, la completa obbedienza al superiore nominato, celle separate per ogni eremita, un oratorio in comune, lavoro manuale per tutti, lunghi digiuni e totale astinenza dalla carne, il silenzio dal vespro fino a dopo l’ora Terza, e la preghiera costante. Questa regola, che fece conquistare ad Alberto il primato di legislatore, se non di fondatore dell’ordine carmelitano, fu confermata da Onorio III (1216-27) e successivamente modificato da Innocenzo IV (1243-1254).

 

Nel 1213 Innocenzo III chiese ad Alberto di prepararsi a partecipare al IV concilio Lateranense, che avrebbe dovuto iniziare nel novembre 1215, e in vista del quale Alberto trascorse i successivi dodici mesi facendo il possibile per portare avanti i tentativi del papa di riconquistare Gerusalemme, ma non potè farlo al concilio.

 

Stava partecipando a una processione ad Akko, durante la festa dell’Esaltazione della S. Croce (14 set.), quando un uomo che aveva licenziato poco tempo prima dall’incarico di direttore dell’ospedale Santo Spirito della città, si fece largo tra la folla e lo pugnalò a morte. La festa di Alberto venne introdotta dai carmelitani nel 1411 (per ironia, non fu celebrata dal proprio ordine, i Canonici Regolari del Laterano, per molto tempo).

 


Regola del Carmelo

Estratto daUna fraternità orante e profetica in un mondo che cambia

Bruno Secondin ocarm - Graphe.it Edizioni 2007

  Regola del Carmelo

Sant’Alberto consegna la Regola a San Brocardo

Quadro di Pietro Lorenzetti (1280-1348)– Pinacoteca Nazionale di Siena – fonte Wikimedia

 

All'origine c’era la “norma di vita” formula vitae) di sant'Alberto di Vercelli o di Gerusalemme (†1214), data ai “fratelli eremiti del Monte Carmelo (poi chiamati Carmelitani) tra il 1206 e il 1214, quando Alberto era Patriarca di Gerusalemme, e risiedeva ad Acco, non lontano dal Carmelo. Con successivi ritocchi, venne approvata definitivamente come vera e propria Regula da Innocenzo IV il 1° ottobre 1247, con la bolla Quae honorem Conditoris (cf. Reg. Vat. 221 fol. 465V-466r). Fino ad oggi tutti i rami della Famiglia Carmelitana (frati, monache, suore) la premettono al testo delle Costituzioni, ed è rimasta immutata nel testo definitivo di Innocenzo IV.

Le cosiddette mitigazioni sono delle concessioni pontificie sulla pratica di alcuni precetti particolari; come l’astinenza, il digiuno, le rendite, la ricreazione; ma non hanno mai modificato il testo originale delia Regula. Esse sono adattate oggi con piena libertà e secondo le situazioni religiose e culturali locali. La “norma di vita” primitiva, quella data da Alberto, è andata perduta dopo la redazione del testo dell’approvazione definitiva, perciò essa non ha più avuto nessun valore giuridico. Innocenzo IV stesso aveva ordinato di correggerla secondo la nuova trascrizione o di distruggerla.

La Regola carmelitana afferma che è fondamentale; «vivere nell’ossequio di Gesù Cristo e servire fedelmente a Lui con cuore puro e totale dedicazione» (RC 2). Per vivere sulle orme di Gesù Cristo i Carmelitani, alla luce delle grandi figure storiche dei maestri di vita spirituale, si impegnano più specificamente a;

    organizzare la loro vita come fraternità povera e orante, con strutture semplici

      trattarsi come fratelli, con piena carità, nel rispetto delle diversità personali e di età

      meditare giorno e notte la Parola del Signore facendola nucleo della preghiera

      celebrare ogni giorno l’eucaristia come centro vitale del progetto comune

      crescere nella fedeltà a Cristo con la lotta spirituale e il dialogo fraterno

      costruire fraternità contemplative, per fermentare la Chiesa di amore

      lavorare con le proprie mani, come Paolo apostolo, in segno di solidarietà con tutti

      purificarsi da ogni traccia di male, per andare incontro al Signore con cuore puro

      vivere con risorse limitate e incerte, mettendo in comune i pochi beni posseduti

      coltivare l’imitazione di Elia profeta e di Maria, la Madre del Redentore

La Regola carmelitana è la più breve fra le Regole conosciute (1080 parole), è composta di brevi indicazioni pratiche e numerosi precetti biblici. Ancora oggi è ricca di ispirazione per la vita. Dal 1999 i Carmelitani (O. Carm) e i Carmelitani Scalzi (OCD.) hanno concordato una nuova numerazione dei capitoletti del testo latino, senza però introdurre dei titoletti (vedi il testo latino in Appendice al libro, pp. 69-72).

(Rispetto al testo originario diviso in 21 capitoli, la nuova numerazione prevede una suddivisione del testo in 24 capitoletti. Ndr))

…. Omissis ….

 

Capitolo 1

Ascoltare le domande per trovare le risposte

Vorrei cominciare mostrando una mia perplessità, che però ho trovato con una certa frequenza anche fra i membri della famiglia carmelitana.

Ha senso oggi considerare ispirativo di vita e di opzioni ecclesiali, un testo degli inizi del 1200, scritto in latino, sotto forma di lettera, dal patriarca di Gerusalemme, Alberto di Vercelli (1150-1214), che però mai aveva potuto arrivare alla sua sede? È un testo che è stato scritto per un piccolo gruppo di laici penitenti, di origine europea, pellegrini in Terra santa, dove vivevano come una colonia di eremiti presso la “fonte di Elia” (nel Wadi-ain-es-Siah), non lontano dal promontorio del Carmelo.

Il loro contesto e la loro origine, anche i loro problemi, la loro mentalità e la loro esperienza spirituale, erano e restano totalmente differenti dalla nostra esperienza, dalla nostra cultura, dalla nostra spiritualità. Per quanto affascinante e suggestivo appaia a noi il medioevo con le sue cattedrali romaniche e gotiche e le sue molteplici teologie, i suoi testi mistici e le sue angosciose scenografìe, a chi mai verrebbe voglia di vivere a quel modo oggi?

Possiamo anche aggiungere: alla luce del grande patrimonio di teologia spirituale e di santità personale dei “dottori” carmelitani: Teresa di Gesù, Giovanni della Croce, Teresa di Lisieux, che cosa può dirci e darci la Regola del Carmelo (RC) - anteriore di vari secoli (4 e 7 secoli, rispettivamente) a questi maestri - di interessante, di ispirativo, di attuale? E di fronte al nostro mondo in trasformazione rapida e convulsa cosa mai potrà dirci? Vale davvero la pena insistere su questa memoria delle origini, sulla sua visione del mondo, sulla sua antropologia medievale, le sue sottolineature ascetiche, la sua genericità pericolosa?

Non sarebbe piuttosto meglio riscrivere - in maniera moderna e con linguaggio ispirativo e suggestivo, come fanno certe nuove comunità - il progetto carismatico del Carmelo, sulla base delle esigenze e delle sfide attuali? E anche le nuove esperienze carmelitane di vita eremitica - che nostalgicamente si rifanno addirittura alla vitae formula - non si vedono poi costrette a riempire i molti temi mancanti nella RC con altre prescrizioni e altri dettagli?

Partire da queste e altre domande non è un vezzo provocatorio, è una esigenza seria, alla quale forse non sempre facciamo attenzione. Di fatto nella testa e nel cuore di molti carmelitani e carmelitane proprio questo tipo di interrogativi frullano e provocano una resistenza dura a riprendere in mano la Regola del Carmelo con animo disponibile. Svilupperemo pertanto il nostro discorso tenendo sullo sfondo proprio questa fatica.

 

A. Dai dubbi alle scoperte

Siamo partiti dalle perplessità, ma potremmo continuare a sollevare tanti altri dubbi e perplessità: ognuno di noi ha certamente qualche cosa di suo da aggiungere. Io stesso sono passato per queste domande negli anni ‘60 e ‘70, quando il soffio del Concilio aveva messo in moto molte nuove prospettive ecclesiali e culturali, che non riuscivo a mettere in relazione con la Regola del Carmelo e con quello che ne avevo capito fino allora. Essa sembrava un reperto archeologico, simile a tanti monumenti famosi che il tempo lascia semi-distrutti, e però nessuno vuole buttar via. Intoccabili e ingombranti allo stesso tempo sono quei monumenti.

Intoccabile, ma praticamente inutile, appariva la Regola, seppure posta per tradizione all’inizio delle Constitutiones. Forse era mero omaggio alla tradizione lontana, forse una proclamazione puntigliosa di appartenenza e di continuità (specie quando la si definiva primitiva). O forse poteva essere la fonte ispirativa e il criterio di autenticità per tutto il resto che le Constitutiones offrivano con molti dettagli?

Da qui è cominciata una nuova avventura, una nuova ricerca di interpretazione e di incarnazione: che abbiamo vissuto in tanti, in particolare all’inizio degli anni ’8o. E così è stata data una seconda giovinezza a questo testo. Con studi e riflessioni, ripensamenti e demitizzazioni, è stato possibile scoprire un senso di modernità e attualità ecclesiale nel progetto di vita della RC e nelle sue prospettive spirituali ed ecclesiali.

Beato il disagio che generava la lettura da tanti assimilata e diffusa della RC!

Proprio esso ha provocato una ricerca di “attualizzazione”: e non è stato un modo di fuggire regressivamente nel passato, ma la scoperta dei “semi di futuro” che in essa si contengono. Ma bisognava riprendere l’interpretazione da capo, con l’aiuto di nuove risorse ermeneutiche e facendo rimbombare nelle nostre vite le nuove domande esistenziali. Si è trattato di un gioco complesso: un lavoro a volte faticoso, a volte esaltante, fatto con più mani, molta pazienza e molta passione.

 

 


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30 settembre 2015                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net