Monachesimo e mondo d'oggi

estratto da "Pedagogia viva. Cîteaux novecento anni dopo"

di Cristiana Piccardo O.S.B.

Jaka Book


Con la, così detta, morte delle ideologie, che erano pur sempre il tentativo di una risposta alla domanda di felicità che è al cuore di ogni uomo, non solo non esistono più  oggi risposte convincenti o per lo meno l'utopia di una risposta, ma si verifica un attutimento delle domande. E la perdita di domande appare infinitamente più grave della perdita di risposte. Tuttavia c'è un passo ulteriore che val la pena di menzionare. In un vecchio articolo, ma non superato, di «Le Monde», un pensatore uruguaiano, Eduardo Galeano, parlava di «rottura della memoria». Cito letteralmente il testo che mi sembra avere una certa importanza per definire il volto attuale del mondo:

«La cultura del consumismo che spinge verso il mercato condanna tutto ciò che vende alla immediata dimenticanza: le cose invecchiano in un batter d'occhio per essere rapidamente rimpiazzate da altre cose, altrettanto effimere. Lo shopping-center, tempio in cui si celebrano le messe dei consumismo, è un simbolo eccellente dei messaggi che dominano la nostra epoca; esso esiste al di fuori del tempo e dello spazio, non ha né età né radici, non ha memoria. La televisione è il miglior vettore di questi messaggi. C'innaffia di immagini che nascono per essere immediatamente dimenticate. Ogni immagine seppellisce l'immagine precedente e non sopravvive all’immagine successiva. Gli avvenimenti umani, divenuti oggetto di consumo, muoiono, come le cose, nell`istante stesso in cui sono utilizzati. Ogni notizia è senza legame con le altre, divorziata dal proprio passato e dal passato di ogni altra informazione. Nell’era dello zapping, l'eccesso di informazioni produce un eccesso di ignoranza. I mass media e la scuola non ci aiutano a capire la realtà e a ricostruire la memoria. La cultura consumistica che è cultura alienante, ci condiziona a credere che le cose succedono perché devono succedere. Incapace di riconoscere la sua origine, il tempo presente proietta sul futuro la propria ripetizione: domani è un altro oggi».

E conclude:

«Ma la memoria è viva, la memoria non contempla la storia, la memoria fa storia, è nell`aria che respiriamo. La memoria ci respira (...) A volte ci capita di rimpiangere un passato che ci inventiamo, e di preferirlo ad un presente che ci sfida, ad un avvenire che ci spaventa. La memoria non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Non rinnega la nostalgia di un passato, ma preferisce la speranza, il rischio, le tempeste del presente. I Greci dicevano che la memoria era figlia del tempo e del mare: e non avevano torto».

Il papa nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della pace del 1997 non ha esitato ad affermare: «Non si può rimanere prigionieri del passato: occorre, per i singoli come per i popoli, una sorta di ‘purificazione della memoria‘».

E la memoria è per Giovanni Paolo II la coscienza di un passato che germina nell’oggi come responsabilità dell'istante vitale in cui ci muoviamo e che si volge al futuro come speranza.

La domanda è chiederci se abbiamo ancora una memoria, se il mondo in cui viviamo respira ancora una cultura della memoria.

È affermazione ormai comune che il nichilismo ed il panteismo dettano troppi comportamenti umani e sociali dell'oggi. La percezione delle cose come illusorie o come il nulla che non veicola alcuna partecipazione dell’uomo all’Essere, o il confluire indistinto dell'esperienza umana in quel «mare dell'essere» proprio del panteismo, negano la dimensione autentica della persona, la sua individualità, la sua responsabilità. E, in certo qual modo, negano la sua memoria e la consegnano o all'arroganza del farsi dal sé, o alla percezione frammentaria nell'urto delle circostanze, o alla omologazione della propria individualità in un pacificante stordimento.

Appare nel mondo d'oggi il triste spettacolo di vite senza spessore di esistenza, prive non solo di memoria storica, ma di quella memoria ben più consistente che è la coscienza di un`origine, di una tradizione e di un destino. Da qui la radicale soggettivizzazione di ogni esperienza umana ed anche della religiosità e della morale, in cui un relativismo di credenze e di comportamenti etici è ormai eretto a sistema.

Forse una seconda caratteristica del mondo attuale potrebbe essere quella che chiamano la «quarta guerra mondiale del neoliberalismo». Sembra che, dopo la bomba atomica che distrusse Hiroshima, sia nata la bomba al neutrone che distrugge la vita rispettando le costruzioni esistenti, per arrivare oggi alla bomba finanziaria che distrugge le nazioni (e di conseguenza l'identità dei popoli) facendole diventare una semplice pedina nel gioco della mondializzazione economica. Una guerra planetaria contro l'umanità, la sua memoria culturale, le sue differenze artistiche o scientifiche, le sue libere scelte di modalità di produzione e mercato, di sopravvivenza e sviluppo secondo il genio tipico di ogni popolo. il fenomeno di un imbarbarimento economico indice di un imbarbarimento culturale le cui linee anonime di collegamento sono egregiamente fornite dai mass-media e dall'esplosione informatica. Si sviluppa logicamente una mentalità e una cultura di mercato. A parte le conseguenze sociologiche di tale cultura - accumulo e manipolazione della ricchezza, aumento della povertà in aree sempre più vaste, permeate di disoccupazione e precarietà, aumento della criminalità organizzata sorto le forme più svariate -, è la trasformazione culturale e si direbbe antropologica ciò che più colpisce. Una cultura di mercato inevitabilmente elimina. come prassi normale (ed è tale «normalità» che spaventa), l'inutile e propone l`efficiente; scarta la gratuità di ogni spazio e tempo per coltivare solo l'intensa commercializzazione, non edifica cattedrali, ma centri commerciali; non respira in silenzi contemplativi, ma si condensa in discoteche in cui è sovrano il rumore e l`oblio dell’individualità; non costruisce memoria, ma inghiotte voracemente il passato, con la sua densità storica, nell`effimero di una moda immediata che scompare così come nasce.

Si potrebbe accennare anche all`angoscia dell'intensa settorializzazione a cui assistiamo. In qualsiasi campo della vita individuale e sociale si procede ormai per specializzazioni estremamente settorializzate. Per diagnosticare una malattia occorre ormai consultare una decina di specialisti diversi e per curarla ci si deve muovere in settori assistenziali ed ospedalieri ben compaginati in unità ben differenziate. Il problema non è la specializzazione, ma la totale perdita di una visione unitaria della vita, dell'uomo, del mondo: si raggiunge forse il dato specifico, ma non si riesce più ad inquadrarlo nel mistero della persona, nella complessità unitaria dell'uomo e della vita. Certamente non è da ascriversi alla settorializzazione sociale e antropologica il tremendo pullulare di sette religiose o pseudoreligiose emergenti ovunque, e tuttavia si è tentati di applicare la settorializzazione culturale che frammenta la convivenza sociale anche alla dimensione religiosa dell'uomo, e al suo desiderio di felicità e di infinito, che si canalizza verso forme gnostiche che riducono la visione unitaria dell`uomo e del suo destino ad esperienze estremamente limitanti e parziali, ammantate di iniziazione misterica, di emozioni pseudomistiche e della metafisica dell`autoaffermazione.

Brevissimi spunti del volto contingente del mondo in cui viviamo e che domani si diversificherà ancor più in infinite modalità espressive nella veloce trasformazione sociale. Di fronte a questa realtà e alla sua provocazione si pone il monachesimo di oggi e di sempre, e la domanda sul suo significato è ineludibile. Che cosa è mai il monachesimo?

Il monachesimo non è un tentativo di risposta; non è un sistema di credenze; non è nemmeno una specifica religione: il monachesimo è una visione dell'uomo e del suo destino; della vita e del suo divenire; del tempo e della sua dimensione escatologica; dello spazio e della sua proiezione oltre la precarietà del limite contingente, che scaturisce come sorgente viva dal mistero della creazione, dell'incarnazione, della redenzione, della resurrezione e della trasfigurazione. È, cioè, una visione esistenziale che procede dalla fede, nella fede, verso la fede totale. Il monachesimo prorompe dalla costante ricerca umana di pienezza di senso e di significato; è tensione vitale verso la felicità: è memoria che trascende il tempo, ampiezza escatologica del futuro; è movimento di conversione e trasfigurazione dell'essere: parte dall'incarnazione e all'incarnazione ritorna, per incontrare nella persona unica ed infinita del Figlio di Dio, salvezza e destino, principio e fine, la pienezza della vita e la fonte di ogni sussistenza.

In questa cultura del non senso («cultura della morte», diremmo con Giovanni Paolo II), il monachesimo si propone come il senso positivo dell`uomo e della vita, si propone come spazio di umanità nuova. Viktor Frankl, il fondatore della logoterapia, afferma di avere un unico interesse primario nella sua vita: «Ho trovato il significato della mia vita nell’aiutare altri a trovare nella loro vita un significato». Un'affermazione che, in parte, esprime anche la realtà monastica: ricupero di un significato o, meglio, esperienza umana che riceve dal Figlio di Dio pienezza di contenuto; un significato così radicale della vita e del destino da poterlo proporre al mondo come esperienza di vera umanità.

Dalla ricchissima tradizione cisterciense emerge, a mio parere, esattamente questo: una particolare ricchezza di umanità, una visione dell’uomo, della vita, del tempo, dello spazio, che danno dimensione di gratuità e bellezza all’esperienza umana; una concezione della relazione e della convivenza che spazia nel campo dell'amicizia e della comunione come spazio connaturale; il significato di una conversione verso una trasfigurazione, «conformazione», che supera l'angusto limite dell’ambiziosa affermazione mondana e dà all’uomo un'immensa possibilità di incontro con l`infinito e con il reale. È quindi la proposta di un senso alla cultura del non senso, Viktor Frankl fa un'altra affermazione interessante: «Se cerco la ragione più nascosta della motivazione per la quale ho creato la logoterapia, posso menzionare una cosa soltanto: la pietà per le vittime del cinismo contemporaneo». Ed è impressionante che uno scienziato, uno psichiatra, denunci il cinismo contemporaneo (e che cosa è più evidente del non senso, come cinismo dell`epoca) come la malattia più contagiosa e mortale dell`epoca in cui viviamo.

 


 

Nota 1) San Bernardo e i Cistercensi (da Dizionario di Storia della Chiesa di Di Guy Bedouelle - Edizioni Studio Domenicano)


Anche se S. Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) non ha fondato l’Ordine dei Cistercensi, fu tuttavia per quarant'anni il promotore, l'ispiratore e il vero simbolo di questa applicazione rigorosa della Regola di S. Benedetto da Norcia. E' infatti proprio all'interno dell`Ordine di Cluny che nasce l`esigenza di una vita più austera e più solitaria, nella quale siano vietate tutte le compromissioni finanziarie e materiali, e ci si dedichi all'educazione dei giovani e all’assistenza dei poveri.
Roberto di Molesme e Stefano Harding, giovane monaco inglese venuto in Europa Continentale per i suoi studi, ottengono il permesso del legato pontificio di fondare a Cîteaux - nel 1098 - un'abbazia dove seguire un'interpretazione letterale e rigorosa della Regola benedettina, caratterizzata dal lavoro manuale, dall`ascesi, dal silenzio e dalla solitudine.
Prima di ritornare a Molesme, Roberto lascia a Cîteaux un nuovo abate, Alberico, al quale succede Stefano Harding. Dopo le difficoltà iniziali, il nuovo Ordine si rafforza con l’entrata di Bernardo di Fontaine-lès-Dijon, accompagnato da una trentina di parenti e amici. Cîteaux si da allora una sua struttura con la “Carta della carità” redatta da Stefano Harding nel 1119. L'uniformità e la severità dell'osservanza si accompagnano all'autonomia delle abbazie unite dal vincolo della “carità” e dalla figura dell'abate della comunità fondatrice. Invece della centralizzazione preferita da Cluny, l'Ordine cistercense è fondato su uno scambio reciproco di doveri - ispirati da profonda carità - tra le abbazie figlie e le abbazie madri, tra le quali le cinque capostipiti: Cîteaux, La Ferté, Pontigny, Clairvaux, fondata da S. Bernardo, e Morimond.

Il successo dell’Ordine cistercense è subito immenso: alla morte di S. Bernardo esso conta già 343 abbazie. I monaci provengono sia dal laicato sia dalle abbazie cluniacensi, il che provoca per tutto il XII secolo delle frequenti polemiche, che la lettera inviata da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, a S. Bernardo, ammirevole per spirito di pace, non riesce a placare che in parte.
Il successo di Cîteaux si spiega sia con la sua capacità di integrate il bisogno di ritornare alla severità delle abitudini cenobitiche - assai diffuso nell'XI secolo - innestandolo sull’antica Regola benedettina, sia con il suo riuscito tentativo di inserire nella vita religiosa le esigenze della riforrna gregoriana. I fratelli conversi cistercensi - che svolgono il ruolo degli operai salariati di Cluny -, incaricati di molte attività agricole, abitano in "fienili" separati dalle abbazie, e assicurano un`efficace organizzazione materiale.
Ma è essenzialmente la figura di S. Bernardo, presente in tutti i grandi avvenimenti della cristianità del suo tempo, che dona a Cîteaux il suo prestigio. Troviamo S. Bernardo in tutte le grandi contese dell'epoca: egli è un riformatore, e viene anche chiamato a svolgere un ruolo decisivo nella cristianità quando - a partire dal 1130 - uno scisma divide la Chiesa romana
tra Anacleto II (morto nel 1138), della famiglia Pierleone, e Innocenzo II, del quale S. Bernardo prende senza esitazione le difese al Concilio di Etampes. S. Bernardo è anche il consigliere del papa Eugenio III, che era stato suo discepolo, e al quale S. Bernardo dedica il trattato De consideratione, nel quale afferma che l’umiltà del Pontefice è la forza stessa del Papato. Si trova proprio in questo trattato la formulazione della dottrina detta delle “due spade", che servira poi a teorizzare la “teocrazia” medievale (la supremazia del Papa anche nell’ambito temporale). Su ordine di Eugenio III, S. Bernardo predica anche la Seconda crociata, prima a Vezelay, poi in Germania.
Dal punto di vista intellettuale lo scontro più aspro Bernardo lo sostiene contro Abelardo, mostrando nell’insegnamento di questo teologo alcuni aspetti che potevano portare all’eresia. Al Concilio di Sens S. Bernardo rifiuta l'applicazione della dialettica in teologia, preferendo un'analisi più ammirativa e contemplativa del mistero; e di ciò troviamo vari esempi nel suo Commentario al Cantico dei Cantici e nel suo trattato De diligendo Deo.



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21 giugno 2014                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net