Regola di S. Benedetto

 

Capitolo IV - Gli strumenti delle buone opere:  "
55 -Ascoltare volentieri la lettura della parola di Dio,..."

Capitolo XLVIII - Il lavoro quotidiano:
1  -
L'ozio è nemico dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio. .....  
4 -
dalle 9 fino all'ora di Sesta si dedichino allo studio della parola di Dio.  
10 -
Dal 14 settembre, poi, fino al principio della Quaresima, si applichino allo studio fino alle 9,... 
13 -
Dopo il pranzo si dedichino alla lettura personale o allo studio dei salmi.  
14 -
Durante la Quaresima leggano dall'alba fino alle 9 inoltrate e poi lavorino in conformità agli ordini ricevuti fino verso le 4 pomeridiane. 
22 -
Anche alla domenica si dedichino tutti allo studio della parola di Dio, a eccezione di quelli destinati ai vari servizi."


SAN BENEDETTO E LA «LECTIO DIVINA»

(Omelia tenuta in Duomo il 26 aprile 1980 in occasione del XV centenario della nascita di san Benedetto)

estratto da "IL VESCOVO E IL MONACO" di CARLO MARIA MARTINI; Cardinale Arcivescovo di Milano

edito dall'Abbazia San Benedetto di Seregno

 

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, carissimi figli e figlie di san Benedetto, qui radunati per questa solenne celebrazione.

Commemoriamo insieme il XV anniversario della nascita di san Benedetto, grande padre del monachesimo occidentale, patrono dell’Europa. Vorremmo saperlo fare con le parole, con la conoscenza profonda dello spirito monastico benedettino e con il calore religioso che ha contraddistinto in questa Chiesa per tanti anni il magistero del card. Ildefonso Schuster. Durante tutta la sua vita egli ha studiato questo carisma, lo ha proclamato e lo ha vissuto; la sua memoria ancora rimane tra noi come di un rappresentante vivo per molto tempo in questa Chiesa di questo spirito, di questa grande tradizione monastica e religiosa.

Ciò che vorrei fare io questa sera è molto più semplice: è un discorso cordiale, diretto soprattutto a quei carissimi figli e figlie di san Benedetto radunati qui per celebrare insieme questa festa dì famiglia.

E’ forse la prima volta nella storia di questo luogo che si trovano radunate qui insieme anche le religiose claustrali. Considerando questo evento come eccezionale nella loro vita, esse sono venute qui, quest’oggi, a costruire il loro monastero; il loro chiostro è oggi questa basilica, è oggi la nostra preghiera e tutti noi siamo fatti partecipi della loro vita monastica contemplativa. Vi sono dunque molte cose oggi che ci toccano profondamente il cuore, che suscitano la nostra commozione e la nostra riconoscenza.

In primo luogo la riconoscenza per tutto il bene che la Chiesa, e in particolare la Chiesa in Lombardia, la Chiesa in questa diocesi, in questa città ha ricevuto lungo i secoli dalla tradizione benedettina. E qui dovrebbero parlare i santi, tutti coloro che sono stati formati alla vita spirituale attingendo a questa tradizione; ma potrebbero parlare anche i letterati, gli storici, gli artisti, gli economisti, coloro i quali potrebbero comunicare i benefici di civiltà, di arte, di letteratura, di costume, di approfondimento della vita religiosa e civile, di opere di assistenza, di carità, di servizio che sono state promosse dalle abbazie benedettine in tutta l’Italia, in Europa, in particolare in questa regione, nel corso dei secoli.

Vorrei però semplicemente limitarmi a qualche ricordo personale e ad una riflessione interiore sul significato di questa presenza benedettina nella Chiesa. Ricordo e riflessione che potremmo collegare alle parole della prima lettura che abbiamo ascoltato degli Atti degli Apostoli, dove leggiamo che Paolo e Barnaba, intrattenendosi coi cristiani di Antiochia, li esortavano «a perseverare nella grazia di Dio”.

Ecco dunque la parola che io vorrei rivolgere a tutti i religiosi e le religiose qui presenti, facendo mia questa esortazione “a perseverare nella grazia di Dio” nella loro vocazione. E’ una parola che può servire anche per tutti gli altri fedeli qui presenti, per cercare di cogliere qualcosa dello spirito di questa vocazione, per lasciarsene illuminare nella vita e nella preghiera.

Vorrei partire da qualche ricordo personale. Ricordo i frequenti pellegrinaggi che, quando mi trovavo a Roma, facevo a Subiaco, fermandomi a pregare per un certo spazio di tempo sotto quella grande roccia che sembra protesa sul luogo di preghiera e quasi pronta a cadere, ma che invece rimane là, ferma, per la mano di san Benedetto che dice: “Non toccare i miei figli!”.

In questa zona rupestre, un tempo abbandonata nell’alta valle dell’Aniene, mi sono recato più volte; ho pregato presso lo Speco, sono sceso lungo i gradini di pietra, fino al luogo dove si  dice che san Benedetto incontrasse i pastori, fino al roveto, cercando di palpare sulle pietre, luogo dopo luogo, i momenti della permanenza e della preghiera del giovane san Benedetto.

Ricordo ancora i soggiorni a S. Scolastica; cercavo di partecipare alla preghiera monastica della comunità tenendo sempre dentro di me una domanda: che cosa spingeva Benedetto a venire qui, a isolarsi nella preghiera. Che cosa diceva a Dio durante questa preghiera, come passava le notti. Che cosa lo faceva restare qui, lontano da tutto. E più ancora: che cosa spingeva questo giovane maturatosi nella preghiera a raccogliere altri con sé a pregare insieme, che cosa facevano, che significato aveva la loro esperienza per la Chiesa di quel momento?

E andavo percorrendo l’alta valle dell’Aniene cercando i segni degli oratori smarriti intorno alle valli di questa montagna di san Benedetto. Erano i numerosi luoghi di preghiera dove i piccoli gruppi di giovani venuti da Roma per sfuggire all’atmosfera ormai irrespirabile della città, fra tutta quella vanità e dissipazione che vigeva in Roma, si ritiravano con lui per ritrovare la sorgente del loro cristianesimo, per fare un’esperienza autentica di vita.

Riflettendo sui valori ricercati e vissuti da san Benedetto, si comprende il significato per la società di quel tempo dell’esperienza monastica poi  divenuta sempre più chiara, sempre più precisa nell’ambito e nella estensione della Regola. Riflettendo oggi sulla preghiera e sui tanti valori che la Regola contiene ancora per il mondo contemporaneo, vorrei fermarmi semplicemente su uno di essi che ha un profondo significato per la Chiesa e che, se assimilato e vissuto da noi, ci porterebbe a ripetere quell’esperienza sorgiva, affascinante del Vangelo cosi come l’hanno fatta Benedetto e i suoi primi compagni.

Voglio parlarvi di quel valore che si chiama la «lectio divina», che tradurremmo malamente in italiano la “lettura divina”. Vogliamo quest’oggi intrattenerci un po’ meglio per capire che cosa significhi questa preziosa eredità che la tradizione benedettina ha saputo valorizzare, approfondire e tramandare viva alle nostre generazioni. Si tratta, come dice la parola, di una lettura, di una “lectio”; la parola “lettura” però non rende in italiano la realtà di cui si tratta.

Quando noi parliamo di lettura pensiamo a una scorsa superficiale di una pagina scritta, a qualche cosa che si guarda così, distrattamente, e non rimane. Invece questa lettura monastica è una lettura fatta di ascolto, di ruminazione, di ripetizione riflessa della Parola. La parola viene non soltanto letta superficialmente con l’occhio, ma viene ricevuta nel cuore, viene ascoltata con le orecchie, viene custodita, viene ripetuta, meditata;  è una parola che scende lentamente nel cuore e lo riempie. Voi potete già qui immaginare quale tesoro di pace, di riflessione, di calma, produce questo esercizio. E’ tutto il contrario di quell’affanno, di quella rapidità di lettura, di ascolto e di dialogo, di corsa quotidiana che rende le nostre città così affannose e la nostra vita sempre così stanca. Esso introduce nella nostra realtà quotidiana un ritmo di vita più semplice, tranquillo, attraverso momenti privilegiati di lettura ritmata, meditata, assaporata lentamente, che diventa quindi già uno stile di calma, di dignità, uno stile di accostarsi alle cose non attraverso la fretta di chi vuole divorare, consumare tutto, ma attraverso la calma di chi aspetta di ricevere un dono.

Ma questa “lectio”, questa lettura meditata e riflessa, fatta di ritmi di ascolto, è lectio «divina», ha cioè per oggetto le parole stesse di Dio: la Scrittura. Noi vediamo applicata qui dall’antichissima tradizione monastica quello che poi la Chiesa del Concilio Vaticano II nel c. 6° della “Dei Verbum” inculca ripetutamente per tutti i cristiani come qualcosa da riscoprire, da ritrovare, da rimettere nel seno di tutte le comunità: cioè la lettura continuata, prolungata di tutta la sacra Scrittura, che ci mette di fronte ogni giorno, ogni settimana, con ritmi ben determinati, tutto il piano divino di salvezza.

E’ lettura divina, lettura della sacra Scrittura che  comprende le parole divine, lettura che ci apre il piano divino di salvezza, lettura che ci permette in qualche maniera di toccare Dio, di sentire Gesù Cristo che ci parla, di mettere in pratica quella ricerca di Dio, “ricerca vera” di Dio che è l’anima della vita benedettina ed è l’anima della ricerca di ogni uomo: ricercare Dio, cercare di conoscerlo, di toccarlo, di vederlo. Ora, la lettura attenta, prolungata, devota della sacra Scrittura ci permette di vedere Dio, di toccare Dio, di toccare il suo piano di salvezza e di immergere la nostra vita nel ritmo di questo piano di salvezza. E non basta.

Lettura “divina» non soltanto perché ci mette di fronte alle parole di Dio e al piano di Dio, ma perché ci permette di leggere con il libro della Scrittura anche il libro stesso della nostra vita come opera di Dio. La Bibbia è lo specchio della nostra vita: in essa ci si dice chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che significato hanno gli eventi della giornata, che significato hanno le sofferenze che attraversiamo, che significato ha tutto ciò che si agita oggi nell’uomo.

La Bibbia ci rivela di tutte queste cose l’aspetto divino, il mistero di grazia di Dio. Ed ecco che attraverso questo esercizio della “lectio divina», della lettura continuata e prolungata della Scrittura, noi arriviamo a quel punto meraviglioso dell’esistenza descritto da papa Giovanni Paolo II  nella sua enciclica “Redemptor hominis”: ci troviamo di fronte a un grande stupore perché vediamo quanto grande sia l’uomo per il quale Dio ha fatto tanto.

La “lectio divina”, la lettura della Bibbia organica, attenta, intelligente, ci permette di scoprire nella nostra vita il mistero di Dio: ed è per questo che la vita monastica, in particolare la vita contemplativa, in genere la vita benedettina e tutte le tradizioni che ne derivano e hanno il ritmo di questa lettura della Bibbia, costituiscono un modello di vita ideale, un modello di vita umano, sano, capace di congiungere preghiera e lavoro, capace di capire le cose di Dio e le cose dell’uomo, capace di scendere nei misteri dello Spirito e di espandersi nelle creazioni dell’arte, capace di leggere i codici e capace di coltivare la terra, capace di guardare in alto verso Dio e di ritornare verso i fratelli con carità, semplicità, amore, a sostegno e a servizio dei malati, degli infermi, di tutti coloro che hanno bisogno di essere accolti. Raccogliamo dunque, fra gli altri frutti di questa celebrazione, l’esortazione “a perseverare nella grazia di Dio” che è questa “lectio divina” che ci è data nelle mani.

Mi augurerei davvero che tutti i monasteri, tutti i centri di vita benedettina della diocesi diventassero altrettanti centri dai quali si diffonde la capacità, il metodo, l’uso della “lettura» della  Bibbia, attenta e prolungata, fatta dai singoli, dalle famiglie, dai gruppi, in particolare poi dalle parrocchie nella liturgia. In questo noi veramente riscopriremmo il grande tesoro che san Benedetto ha trovato in mezzo alla solitudine dei monti, e che poi lo ha riportato in mezzo alla gente facendolo operatore di civiltà.

Chiediamo che anche in noi si operi questa santa sintesi tra civiltà e vita interiore, tra pace con Dio e pace che diffondiamo tra gli uomini, attraverso la valorizzazione di questo dono immenso della sacra Scrittura che ci è dato nelle mani e che la tradizione benedettina ci insegna a leggere e a scrutare.    

(“Rivista diocesana milanese”, 71, 1980, pp. 611-615)

 


Excursus sulla LECTIO DIVINA

Estratto da "Appunti sulla Regola di S. Benedetto" di D. Lorenzo Sena, OSB. Silv.

pubblicato sul sito Web del Monastero S. Vincenzo di Bassano Romano (VT) (http://sanvincenzo.silvestrini.org)

SOMMARIO: 

- Introduzione - 
- I: Concetto generale. Il metodo dei Padri. L'esegesi spirituale. 
- II: Disposizioni fondamentali per la lectio divina. 
- III: I vari momenti della lectio divina: 1) lectio; 2) meditatio; 3) oratio; 4) contemplatio. 
- IV: Alcune difficoltà. 
- Conclusione.

INTRODUZIONE

Il motto divenuto tradizionale per i Benedettini (ma non c'è nella Regola, né è stato coniato dai monaci, ma applicato ad essi da altri), cioè "ORA et LABORA", passa sotto silenzio la "LECTIO DIVINA" (=l.d.), alla quale la Regola di S. Benedetto (=RB) e tutta la tradizione monastica accordano una particolare attenzione. San Benedetto (=SB), stabilendo nel capitolo 48 l'orario del monaco, distribuisce tra il lavoro e la lectio divina il tempo rimasto libero dalla preghiera. Per molto tempo, durante il periodo patristico e l'alto medioevo, la pratica della lectio divina fu continua e molto sentita tra i monaci e fuori; man mano, a partire dal sec. XII, divenne più rara e scomparve del tutto all'epoca del massimo sviluppo della "devotio moderna" (sec. XV), quando la spiritualità trovò una forma di preghiera nuova e l'orazione mentale divenne un esercizio di pietà che non si alimentava più principalmente alla Bibbia. Tutto questo è durato fino al movimento biblico del sec. XX con il ritorno alla S. Scrittura; tra il 1940 e il 1950, con lo sviluppo del movimento liturgico francese, la formula si diffuse di nuovo largamente tra i monaci e fuori.

Il nostro tempo ha dunque riscoperto l'importanza almeno - se non ancora la pratica abituale e sapienziale - della lectio divina, soprattutto dopo la Costituzione dogmatica "Dei Verbum" (=DV) sulla divina rivelazione del Concilio Ecumenico

Vaticano II, che è tutta nutrita di termini e di idee fornite dalla tradizione della lectio divina nelle diverse epoche; si può dire che tutta la parte finale della DV ne raccomandi la pratica. Nelle "Proposte" approvate dal Congresso degli Abati del 1967 ("La vita benedettina"), la lectio divina è presentata come una delle attività principali del monaco, insieme alla preghiera e al lavoro. Così si è tornati - almeno a livello di convinzione - alla triplice articolazione della giornata monastica: PREGHIERA - LECTIO - LAVORO.

 

I. CONCETTO GENERALE. IL METODO DEI PADRI. L'ESEGESI SPIRITUALE.

Che cos'è dunque la lectio divina? è un modo particolare di accostarsi alla Parola di Dio, in vista soprattutto della preghiera, e l'ascolto-risposta di (quindi colloquio con) Dio attraverso la parola scritta: "Nei libri sacri il Padre (...) viene incontro ai suoi figli e discorre con loro" (DV.21). Per i Padri della Chiesa e del monachesimo era una cosa familiare e normale: il contatto continuo, amoroso con la parola di Dio, fino ad assimilarla e a farsene assimilare. Per questo nella Regola non si può trovare una dottrina sistematica della lectio divina, perché questa è data per scontata; si dice soltanto ripetutamente (RB.48,1. 4. 10. 13. 14. 17. 18. 22) "vacare lectioni" « dedicarsi alla lettura », oppure "in lectione divina" « nella lettura divina ». In senso proprio e stretto, denotava la lettura della S. Scrittura.

Fin dalle origini del monachesimo, la Bibbia è stata il libro dei monaci anacoreti e cenobiti; i grandi maestri inculcarono la necessità della lettura frequente e assidua; chiamata "alimento celestiale", "pane caduto dal cielo", "pane e sangue di Cristo", la Scrittura costituiva lo strumento imprescindibile - e spesso unico - della formazione del monaco, e del suo itinerario spirituale fino all'incontro con Dio. Divinae vacare lectioni « dedicarsi alla (o "essere libero" per la) lettura divina » era la formula con cui si indicava questa lettura approfondita del monaco, questa assimilazione della parola di Dio attraverso la lettura.

S. Pacomio aveva stabilito che tutti nel monastero sapessero a memoria alcuni passi della S. Scrittura e, come minimo, il NT e il salterio; questo era il programma comune, e generalmente venne rispettato in seguito da tutti i monaci.

La Bibbia costituiva la lettura essenziale, frequente, assidua dei monaci e della Chiesa tutta. Nel medioevo non abbiamo che una esegesi molto imperfetta, se la paragoniamo a quella di oggi, resa possibile dai progressi della filologia e delle altre scienze moderne. Eppure allora la Scrittura alimentava abbondantemente la vita dei monaci e della Chiesa in genere, soprattutto attraverso una esegesi spirituale. Per i monaci dell'antichità e del medioevo, la Bibbia non può essere separata dai commentari che ne hanno fatto i Padri della Chiesa; i loro scritti sono spesso designati semplicemente come "expositiones" « esposizioni » dei libri sacri, perché qualunque sia il genere letterario da essi adottato, non hanno fatto altro che spiegare versetti della Scrittura.

In pratica i monaci avevano una familiarità tale con la Scrittura, da esserne veramente "impastati": indubbiamente la Bibbia era il libro del monaco, e il monaco l'uomo della Bibbia; la sua preghiera consisteva spesso nel ripetere lentamente, "gustandoli", versetti della Scrittura (la cosiddetta "ruminatio", come più avanti vedremo). Alla base di questo interesse primordiale e quasi esclusivo verso la Bibbia, c'è la convinzione che esiste un legame stretto tra vita monastica e parola di Dio; e in particolare la convinzione dell'unità tra le varie fasi dell'economia divina: dall'AT in su, è la stessa storia della salvezza, che ha il suo culmine nel mistero pasquale di Cristo, al quale ogni monaco, ogni cristiano, partecipa, facendo suoi i misteri di cui parlano le Scritture; in un certo modo lo stesso Spirito di Dio, che ha ispirato gli autori dei libri sacri, continua ad agire in coloro che li leggono e che cercano di ripetere quella esperienza di cui parlano i sacri testi.

I monaci soprattutto vedevano la loro vita in questa linea: vita monastica come "Historia Salutis" « Storia della Salvezza ». (Si veda, su questo, lo studio fondamentale e bellissimo di B. CALATI, Historia salutis, in: Vita Monastica 12 (1959), n.56, pp.3-48, l'intero fascicolo). Tutta la Scrittura, quindi, va vista nell'unità dell'AT e del NT, alla luce del mistero di Cristo e della Chiesa: l'AT va letto come preparazione al Nuovo, come una grande storia profetica, unica grande profezia che annuncia Cristo, la Chiesa e noi, cioè che Cristo, la Chiesa e noi esprimeremo in tutta la pienezza di fede, nella speranza del compimento glorioso. Cristo è la chiave dei Testamenti, perché Egli è la Parola definitiva di Dio, la Parola « il Verbo » fatta carne nella pienezza dei tempi, in cui tutte le promesse di Dio e le parole precedenti hanno avuto il loro compimento: "Lui che cerco nei libri", diceva S. Agostino.

Ma il mistero di Cristo continua nel mistero della Chiesa e nella vita di ogni singolo credente, che sono la continuazione - attualizzazione del mistero della salvezza. Quindi tutta la Scrittura viene letta come annuncio-profezia di Cristo, della Chiesa, del cristiano. Questo è il metodo dei Padri, dalla cui riflessione è scaturita la dottrina dei diversi "sensi biblici": la tradizione medioevale ne conosce quattro:

- senso letterale ("littera gesta docet" « la lettera insegna i fatti »);

- senso allegorico ("quid credas, allegoria" « l'allegoria insegna ciò che devi credere »);

- senso morale ("moralis quid agas" « il senso morale ti insegna come comportarti »);

- senso anagogico, cioè escatologico o contemplativo ("quo tendas, anagogia" « l'anagogia ti insegna a cosa devi tendere »).

Il senso letterale è la "corteccia", gli altri tre costituiscono l'approfondimento, il senso spirituale. Caratteristico della tradizione monastica è l'accentuazione dell'aspetto esperienziale e dell'aspetto escatologico. Maestro per eccellenza di questo senso spirituale della S. Scrittura è stato S,Gregorio Magno (cf. B. CALATI, S. Gregorio Magno e la Bibbia, in AA.VV., Bibbia e spiritualità, Ed. Paoline, Roma 1967, pp.121-178); i suoi commentari biblici ci dimostrano il senso profondo che egli scopre nella Scrittura, intendendo la vita spirituale come compimento della storia sacra in ogni fedele. Alcuni testi: "Queste cose che crediamo avvenute storicamente, speriamo anche che si realizzeranno misticamente" (Moralia, libro 35, c. XV, n.35); "(...) oltre il senso letterale, tutte le cose scritte, per disposizione dello Spirito Santo « dispensatione Sancti Spiritus! ». E Beda il Venerabile commentava così il brano di Gregorio: "egli ha spiegato il libro (di Giobbe) secondo il senso letterale, e come va riferito ai misteri di Cristo e della Chiesa e come va applicato a ciascun fedele" (Storia di Inghilterra, libro II, cap.1).

Ecco: è il mistero di Cristo, della Chiesa e ci ciascuno di noi. A questo criterio deve ridursi il valore teologico della lectio divina nel senso di lettura "oggettiva", cioè adattare se stesso a ciò che dice la Bibbia, rivivere tutte le avventure del popolo eletto, tutto il Vangelo, la vita degli Apostoli, ecc.; cioè la Scrittura ci dà il mezzo per passare attraverso le esperienze religiose dei personaggi di cui parla, e queste sono le più varie, possono quindi rispondere ai bisogni di tutti, di tutte le età e di tutte le situazioni spirituali. L'anima deve provare gli stati d'animo interiori dei santi dell'Antico e del NT, realizzare i loro atti, riprodurre le loro virtù, imitare le loro penitenze.

Un esempio tipico di questo senso spirituale a cui è diretta la lectio divina, l'abbiamo nel II Libro dei Dialoghi. è il "vir Dei Benedictus", specialmente, che Gregorio ci presenta, come la formula più viva del senso spirituale e del senso pieno della Scrittura. Benedetto è l'uomo e l'esperienza viva della "unità dei Testamenti". Nuovo Mosé, nuovo Eliseo, nuovo Elia, nuovo David, nuovo Pietro, "questo uomo fu davvero ripieno dello spirito di tutti i giusti", ma ripieno specialmente delle Spirito di Gesù, nel quale si unificarono i due Testamenti:

"L'uomo di Dio Benedetto ebbe un unico Spirito: quello di Colui che mediante la grazia della redenzione, riempì i cuori di tutti gli eletti (...), di lui è scritto: "dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto" (II. Dial. cap. 8).

Così i Padri intendevano questa unione intima con la Scrittura. Bisogna vivere tutta la Bibbia, partecipare interamente a ciò che si legge. Si veda ancora questo testo meraviglioso di Cassiano: "Fortificato da questo cibo, (il monaco) penetra a tal punto nei sentimenti espressi dai salmi, che egli li recita ormai non come composti dal profeta, ma come se fosse lui stesso l'autore, come un'opera personale nella più profonda compunzione; o almeno pensa che i salmi sono stati composti apposta per lui, e capisce che ciò che i salmi esprimono, non si è avverato solo in tempi lontani nella persona del profeta, ma trova anche in lui al momento presente il suo compimento" (Coll. X, 11). Se tutto ciò è vero dell'AT, a più forte ragione vale per il NT, per Cristo; il Vangelo ci offre l'occasione di penetrare il consiglio di Paolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo" (Filip. 2, 5). Ecco come tutta la Bibbia si legge come un unico filo conduttore, con l'occhio cioè illuminato dal carisma profetico, come mistero di storia sacra, storia della salvezza, che dovrà compiersi fino al ritorno glorioso di Gesù.

 

II. DISPOSIZIONI FONDAMENTALI PER LA LECTIO DIVINA

Con questa mentalità dobbiamo accostarci anche oggi al sacro testo. Il Concilio ricorda che la S. Scrittura deve "essere letta e interpretata con l'aiuto dello stesso Spirito, mediante il quale è stata scritta" (DV.12). è la disposizione fondamentale davanti alla parola di Dio: va letta nella fede, va penetrata attraverso l'intervento dello Spirito Santo, come parola che viene da Dio e a Dio conduce. Il monaco, che deve essere soprattutto l'uomo dell'ascolto, è attento alla parola di Dio per accoglierla, custodirla, metterla in pratica, produrre frutti (Mt.13,23). "Scopo della lectio divina è la ricerca di Dio nella parola scritta.

Perciò la lectio in tutta la tradizione monastica è ritenuta uno dei mezzi più comuni e caratteristici della vita dei monaci" (La Vita Benedettina, Congresso degli Abati 1967, n.19 c). Riportiamo anche quest'altra recente descrizione della lectio divina: "Si tratta di una lettura meditata, soprattutto della Bibbia, e prolungata in preghiera contemplativa. Questo tipo di lettura sapienziale ha occupato in ogni tempo un posto importante, per non dire essenziale, nella vita spirituale, in particolare nella vita dei monaci" (J. M. DELVAUX, Lectio divina, in Collectanea Cisterciensia 33 (1971) 104).

Notiamo quindi che la lectio divina non è solamente la lettura o lo studio della Scrittura: è la ricerca di Dio nella sua parola scritta. Una lettura, sia pur spirituale, che ha per scopo la preparazione di una conferenza, di un articolo o dell'omelia, oppure la curiosità erudita o estetica, non risponde alla definizione della lectio divina Essa vale non per quello che ci fa acquisire (avere), ma per quello che ci fa diventare (essere). Ecco perché si parla di lettura "sapienziale" (e la 'Sapientia' è gusto delle cose di Dio, un dono dello Spirito Santo), è una contemplazione delle Scritture, una lettura in vista della preghiera. Allora è una lettura sacra e divina. Tradotta in italiano, l'espressione perde un po' della sua forza: "lettura", per noi, è un termine troppo superficiale; "studio" è troppo intellettuale; "meditazione" forse sa troppo di psicologistico e di pietistico » è preferibile lasciare l'espressione "lectio divina" (che include e trascende queste tappe, come vedremo), oppure tradurre: "pregare la Parola" (come nel titolo del libro di E. BIANCHI).

Evidentemente la Bibbia è l'oggetto "primordiale", nel senso di principale e fondamentale della lectio divina; ma l'orizzonte si può allargare: "la lectio divina deve avere per principale oggetto la S. Scrittura; tuttavia abbraccia anche con molta larghezza i Padri, la tradizione, gli esempi e la dottrina dei santi, la riflessione sempre viva della Chiesa nel corso dei secoli" (La Vita Benedettina, op. cit., n.19 d). Perché, in fondo, la lectio non è divina in ragione del testo letto, ma in ragione del modo con cui il testo viene letto. Leggere la Bibbia per semplice curiosità intellettuale o per spirito polemico, non è lectio divina; leggere il giornale per discernere, attraverso gli elementi politici e i vari avvenimenti, i "segni di Dio" nella storia, può essere lectio divina; in questo caso si tratterebbe di leggere la storia quotidiana al modo dei profeti d'Israele!.

Alcuni testi ci aiuteranno a comprendere meglio alcuni aspetti della lectio divina.

- In Neemia 8,1-12 possiamo notare una specie di teologia della liturgia della parola. Dopo il ritorno dall'esilio, inizia una nuova fase storica per tutto Israele, e questo avviene con una solenne liturgia a cui tutto il popolo è invitato (vv.1-2). Dopo una benedizione di lode al Signore, si legge la parola di Dio per una intera giornata, brano per brano, traducendo le parole ebraiche al popolo che conosceva solo l'aramaico, con spiegazione e commento a cura di Esdra e dei leviti. E il popolo, pensando alla sua infedeltà all'alleanza, è mosso a pentimento e piange. Ecco una caratteristica della lectio divina: nella sua parola, Dio si fa presente, tocca e penetra i cuori; allora l'uomo è disarmato di fronte alla parola di Dio, l'uomo si arrende, immediatamente appare la contraddizione tra l'iniziativa da parte di Dio e l'infedeltà da parte dell'uomo; ed ecco il pentimento; ma è un pianto salutare per la salvezza; quindi viene la parola di consolazione: "Non piangete..." (v.9).

- In Luca 4,21, Gesù ci dà un approfondimento del metodo della lectio divina: primo, perché Egli realizza in sé quello che le Scritture dicevano; secondo, perché Egli riferisce all'"oggi" la parola di Dio. Il brano di Isaia 61,1-2 trova il suo "oggi" nella proclamazione di Gesù: "Oggi si compie...". Ebbene, la parola di Dio scritta nei libri sacri non è stata detta - lo sappiamo - solo nel momento in cui Egli parlò al suo portavoce, ma è detta (nel senso più forte) ogni volta che il testo viene proclamato, in qualunque forma, nella celebrazione liturgica (cf. SC.7; DV.21) o anche nella lettura privata, perché sempre "la Parola di Dio è viva, efficace..." (Ebr.4,12; cf. Is.55,10-11).

Dunque Dio parla a me, qui, in questo momento. L'attualizzazione della Parola di Dio per me, "hic et nunc", è il perno della lectio divina "Oggi si compie in voi questa Scrittura": è il passaggio del Mar Rosso, come la manna del deserto, il vino miracoloso di Cana, la guarigione del sordomuto: "Oggi si compie...". Ecco perchè si parla di lettura personale, di un confronto continuo con la Scrittura. Secondo una definizione assai diffusa nel medioevo attraverso Gregorio Magno, ma la cui paternità spetta a S. Agostino, la Bibbia è come uno specchio in cui si deve veder riprodotta l'immagine da seguire e, se da questa si discosta la propria condotta, è dovere del singolo ridurre o eliminare lo scarto che rende l'uomo difforme dal modello biblico. Il Maestro interiore rivolge a ciascuno un messaggio personale e unico, ma ciò attraverso un messaggio universale, anteriore a noi, che nella Bibbia è proposto a tutti; tocca quindi a ciascuno farlo individuale, interiorizzarlo, attualizzarlo per sé. Nei racconti e nei libri storici, il lettore confronterà la sua esperienza con quella dei personaggi biblici, vedrà l'iniziativa di Dio e la risposta dell'uomo: tutto servirà come simbolo della realtà della vita cristiana.

Fra le tante parti così diverse che compongono la Bibbia, ciascuno avrà delle legittime preferenze: chi si nutre molto bene dell'AT, chi del NT, a qualcuno piace particolarmente S. Paolo, a qualcun altro piacciono i Vangeli, chi preferisce i Sinottici, chi Giovanni, qualcuno si ritrova meglio nei libri sapienziali o nei salmi, qualcun altro nei Profeti. Perché nella Bibbia si trova tutto, ci si può riferire a tutti i casi: che ciascuno ponga davanti al sacro testo le questioni e i problemi suoi, e Dio darà la risposta a lui adatta. Perché la lectio divina è un dialogo d'amore, il cuore si lascia toccare da ciò che Dio dice; Dio parla e io rispondo: è una conversazione con una Persona Viva che mi interpella e mi coinvolge in una comunione di vita. Questa è la grande, suprema esegesi. Questo è il succo della lectio divina.

 

III. I VARI MOMENTI DELLA LECTIO DIVINA

Illustriamo ora i vari atti in cui si articola la lectio divina, come sono stati consacrati dalla tradizione monastica, in quanto si tratta di una lettura meditata e orante della parola di Dio. Nel sec.XII, Guigo II il Certosino ha così sintetizzato le tappe di questo ascoltare-rispondere, che è poi l'arco di tutta la vita spirituale: 1. Lectio - 2. Meditatio - 3. Oratio - 4. Contemplatio. (Una traduzione italiana della lettera di Guigo, "Scala claustralium" « La Scala dei monaci », si trova in appendice al libro di E. BIANCHI, Pregare la Parola, pp.75-91).

1. Lettura « Lectio ».

E' il punto di partenza. Per giungere a quella intimità con la sacra pagina, intimità di cui si è parlato sopra, è necessaria una lettura continua e organica. Tutti gli autori monastici insistono su questo punto, perchè esso è la condizione preliminare per stabilire col testo un rapporto personale e proficuo. Allora bisogna applicarsi al testo con attenzione, con calma, e soprattutto accostarsi nello spirito. Prima di iniziare la lettura, bisogna mettersi in una disposizione particolare e invocare lo Spirito Santo che venga ad illuminarci. Un autore moderno dice che la parola di Dio ha bisogno di una "epiclesi" (come il pane e il vino). Nella lectio divina il credente deve fare questa epiclesi in unione con la grande epiclesi eucaristica. Ci vuole poi fedeltà, continuità, assiduità. Bisogna dedicare alla lectio divina un tempo, e un tempo adatto, non i ritagli di tempo, nella fretta e nella distrazione. E questo non è facile oggi; può diventare un vero esercizio di ascesi. Deve essere una lettura assidua: è una condizione indispensabile per la lectio divina

Bisogna leggere la Bibbia, soprattutto la Bibbia, leggerla spesso e leggerla interamente. (sfogliare a caso qua e la forse non è cosa utile), senza trascurare quelle parti dell'AT che forse possono sembrare poco utilizzabili nella vita spirituale. Alle volte saremo tentati di scegliere testi molto densi, ma è meglio seguire tutte le parti, perchè in tal modo si introduce nella vita interiore un elemento di varietà; lo spirito umano è facile ad abituarsi a tutto! Non dimentichiamo poi che la parola di Dio ha la qualità di essere cibo quotidiano e, come ogni nostro pasto, non sempre ci può dare quella soddisfazione e quell'appagamento di cui soltanto in rari momenti ci è dato di godere. Il caso di aridità diventa il momento dell'ascolto di Dio nella fede, nel buio della fede; questi "silenzi" di Dio sono salutare, perchè ci fanno comprendere la nostra incapacità a pregare e ci aiutano a fissare lo sguardo in Dio solo.

Ci vuole dunque assiduità: leggere e rileggere, perchè la parola di Dio penetri. (Concretamente, si potrebbero scegliere due strade: o seguire il lezionario quotidiano, così si ha anche l'aggancio con la liturgia del giorno; oppure fare la lettura continuativa dei singoli libri della Scrittura; ma anche qui ognuno ha la sua esperienza, lo Spirito soffia dove vuole!). Come risultato di questo contatto continuo con la parola di Dio, si finisce per subire una sorta di condizionamento psicologico con le idee, le immagini, le frasi stesse della S. Scrittura, fino a farci acquistare ciò che si può chiamare una "mentalità biblica", che influisce continuamente sulle nostre scelte.

2. MEDITAZIONE « Meditatio »

Secondo momento, che per altro non si distingue chiaramente dal primo: si passa insensibilmente dalla lettura all'approfondimento. Per gli antichi, la "meditatio" non era quello che noi intendiamo oggi per "meditazione", ma era un esercizio di lettura, di ripetizione, anche pronunziata, delle parole fino a imparare il testo a memoria; "meditatio" nel senso di "exercitatio", ed era un esercizio in cui interveniva la persona intera: il corpo, perchè la bocca pronunziava il testo; la memoria che lo riteneva; l'intelligenza che si sforzava di penetrarne il significato; la volontà che si proponeva di metterlo in atto nella vita pratica. I Padri parlavano anche di "masticare" la Parola, per essi c'era la famosa "ruminatio" della S. Scrittura, cioè ritornare sul testo, richiamarne le parole, ritrovare il tema centrale e imprimerlo profondamente nel cuore. Le testimonianze sono numerosissime: Atanasio a proposito di Antonio il Grande, Girolamo, Ambrogio, Agostino, Isidoro,... su su fino al medioevo (nei libri elencati in bibliografia si possono trovare molti testi): cercavano il "sapore" della Scrittura, non la scienza. Giovanni di Fecamp (sec. XI) parla di "gustarla in ore cordis" « "nella bocca del cuore", ma l'espressione è intraducibile ». Tutte le testimonianze dei Padri vanno viste alla luce del salmo 118: "Nel silenzio della notte medito la tua parola..., nel cuore della notte mi alzo per leggere la tua parola..., medito la tua parola..., desidero la tua parola..., la tua parola è la mia gioia..., giorno e notte medito la tua parola..., la tua parola mi fa vivere..." (salmo 118, passim).

Come non richiamare qui, quale modello singolare, l'atteggiamento meraviglioso di Maria SS. ma? Lei, l'umile ancella del Signore (Lc.1,38), che ha creduto alla Parola (Lc.1,45), se ne stava in silenzio, ascoltando, meditando e custodendo nel suo cuore ciò che faceva e diceva Gesù (Lc2,19.51; 11,27-28).

Poiché si tratta di un lavoro paziente di approfondimento, di "gustare" la parola di Dio, ci serviamo anche degli strumenti culturali e scientifici che abbiamo, e dei commenti patristici e spirituali. Ricordiamoci che il fine è la meditazione del testo stesso; la comprensione del testo che è richiesta dalla lectio divina, dipende dall'intelligenza dell'intera Bibbia, dalla conoscenza della "Scrittura attraverso la Scrittura" (è il metodo dei Padri), dalla capacità di lettura mediante concordanze, accostamenti, richiami di testi paralleli. Si provi ad esempio con un brano sulla Bibbia di Gerusalemme, andando a cercare tutti i richiami indicati in margine; si vedrà come l'orizzonte si allarga e pian piano si estra nell'atmosfera della parola di Dio; si crea così uno spazio di risonanza, che illumina e accresce il messaggio e provoca, sotto l'azione dello Spirito Santo, l'intelligenza estensiva e spirituale. S. Gregorio Magno, grande maestro della lettura spirituale della Scrittura,, ha un'espressione bellissima: "Scriptura crescit cum legente" « "la Scrittura cresce con chi legge", Omelia VII su Ezechiele, libro I, n.8», cioè le Scritture sante si sviluppano e accrescono nel loro senso e negli annunci profetici di salvezza, a seconda della fede e dell'amore di chi legge.

3. PREGHIERA « Oratio »

I momenti precedenti quasi conducono alla preghiera. In realtà già quanto detto finora è una forma di preghiera; si tratta di prenderne coscienza, ed è la risposta alla lettura, si entra in conversazione con Dio; la parola è venuta in noi ed ora torna a Dio sotto forma di preghiera. Ed è questa la vera preghiera cristiana, quella che sgorga dal cuore al tocco della divina parola. "Cerca di non dire niente senza di Lui" - dice S. Agostino - "ed Egli non dirà nulla senza di te" (Esposizione sul salmo 85,1); cioè, prega con la parola di Dio ed Egli allora non manderà a vuoto in te la sua Parola. Si tratta di fare nostre le parole della Scrittura, farle entrare nel cuore, e poi restituirle a Dio dopo averle segnate con la nostra adesione. Ascoltiamo ancora S. Agostino: "Se il salmo è preghiera, pregate; se è gemito, gemete; se è riconoscente, siate nella gioia; se è un testo di speranza, sperate; se ispira il timore, temete" (Esposizione sul salmo 33). è una risposta nell'umiltà, nella piccolezza, ma anche nella franchezza che è possibile proprio quando si parla a Dio con le sue parole. Lo ha ben compreso l'intelligenza liturgica della Chiesa che ci mette sulle labbra sempre parole ispirate. (Penso sia superfluo - tanto appare scontato da quanto detto - ricordare l'aggancio tra lectio divina e liturgia: la lectio divina è preparazione e, nello stesso tempo, prolungamento della liturgia della parola. (Vedi soprattutto: AA.VV. L'oggi della Parola di Dio nella Liturgia, Torino, 1969).

Abituiamoci dunque a nutrire la nostra preghiera di tutto quel ricco deposito che la Parola di Dio, letta nel silenzio, o ascoltata nella proclamazione liturgica, ha lasciato in noi.

 

4. CONTEMPLAZIONE « Contemplatio »

Non è qualcosa a cui arriviamo noi, con sforzi personali, è un dono dello Spirito Santo che germoglia sulla nostra lettura pregata. Non è estasi, né esperienza straordinaria, o stato mistico, o visione, ma è esperienza viva di fede, è Cristo che si manifesta nelle Scritture. Egli è così entrato nella parte più intima del nostro essere: non ci resta che guardarlo e contemplarlo, come Maria la Madre di Gesù a Betlemme, e come Maria di Betania seduta ai suoi piedi (Lc.10,39). Ogni pagina della Scrittura ci svela questo Cristo e ce lo fa emergere nella lectio divina.

Gesù, nel Vangelo di Giovanni, promette l'esperienza di Dio a chi lo ama veramente e accoglie la sua parola, quando parla di un "manifestarsi" a lui (Giov.14,21.23); e ancora dice: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Giov.17,3). Sappiamo tutta la forza di quel verbo "conoscere" « ebraico "jadà, intraducibile nelle nostre lingue), un 'conoscere' frutto di amore, entrare in profonda comunione, creare un rapporto di intimità con Lui, un "conoscere sapienziale", quella conoscenza di Cristo di cui tanto spesso parla S. Paolo (Efes.3,10; Filip.3,10; Colos.1,10; 2,2-3; 3,10; ecc.) e che si identifica con la fede adulta di ogni cristiano; essa è l'oggetto della preghiera dell'Apostolo per i fedeli: "(...) potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e (...) siate in grado di conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perchè siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef.3,16-19). Questa è la sostanza di ciò che Cassiano e la tradizione monastica chiamano la "oratio pura", questa è la contemplatio nell'ultima tappa della lectio divina.

 

IV. ALCUNE DIFFICOLTA'

Non vogliamo, al termine di questa esposizione, dissimulare alcune difficoltà. Se si dice - e giustamente - che la pietà monastica è fondata sulla Bibbia, non bisogna dimenticare che il soggetto di tale lettura è l'uomo concreto, l'uomo del nostro tempo, con il suo bagaglio psicologico e ambientale.

Una prima difficoltà deriva dal fatto stesso della lettura, di come si serve della lettura l'uomo d'oggi. L'uomo moderno legge velocemente; la civiltà moderna esige velocità nella stessa lettura, la quale è soprattutto "informativa", tende a far sapere il maggior numero di cose nel minor tempo possibile: la lectio divina, invece, deve essere lenta. La lettura che cerca di acquistare nuove conoscenze lo vuole fare nella maniera più veloce: la lectio divina, al contrario, è a base di "ruminazione", cioè della lenta assimilazione del testo letto. L'uomo moderno, poi, legge per agire, si documenta in vista dell'azione, la sua lettura guarda all'efficacia, all'efficienza: la lectio divina, invece, deve essere disinteressata. L'uomo moderno, inoltre, legge per distrarsi: di qui la moda (anche nei film e in TV) dei romanzi d'evasione, dei gialli intricati, della fantascienza, per uscire appunto dal quotidiano, dalla vita di sempre: la lectio divina è una lettura impegnata, in cui uno si sente realmente e direttamente coinvolto. E ancora l'uomo moderno si informa e si distrae collettivamente: fino a pochi anni fa c'era la civiltà del libro che sviluppa un'informazione individuale, ora, con i mass-media, la civiltà attuale produce un tipo di informazione collettiva: la lectio divina, invece, è una lettura solitaria, un rapporto personalissimo tra pagina sacra e lettore.

Altra difficoltà: non dimentichiamo che la S. Scrittura non sempre è così facile o immediata; richiede una certa preparazione, studio, e quindi tempo. Un'altra difficoltà è data dal fatto che i testi dei Padri non sono così facilmente gustabili, se non si ha una determinata formazione, se non si entra in una certa mentalità. Alcune interpretazioni allegoriche sembrano a noi un pò ricercate e forzate, non ci danno il senso dell'immediato, dell'attualizzazione ovvia ed evidente; siamo abituati poi a un linguaggio diverso, ecc. Tuttavia, non dobbiamo lasciare (anzi dobbiamo riscoprire) i Padri: il loro metodo è il migliore per una lettura orante della Bibbia; è un cibo duro, ma solido e nutriente.

Aggiungiamo tutte le difficoltà dell'uomo di oggi per raccogliersi, per concentrarsi. Per riuscire in questo, ci vuole sforzo continuo, fatica, allenamento. Bisogna proprio riconsiderare il rapporto tra preghiera, lectio e ascesi. C'è tutto il problema di una certa preparazione alla preghiera e alla lectio divina: una preparazione remota, che comprende tutta la vita, uno sforzo di coerenza alla propria vocazione, l'evitare una eccessiva agitazione e dissipazione nel lavoro o nel ministero; una preparazione prossima, per stabilire pace e silenzio in noi stessi, oltre che all'esterno... Tutte queste cose non sono sempre così facili e soprattutto non sono affatto scontate: dobbiamo fare i conti con le situazioni concrete della vita e della persona umana!.

E pensiamo quindi al problema di fondo, cioè a una dimensione maggiormente contemplativa della vita monastica. Per arrivare a quell'atmosfera in cui sia possibile una proficua lectio divina, bisogna recuperare il valore della solitudine, del silenzio, di una vita nascosta in Dio, valori che forse davanti al mondo d'oggi il monachesimo è chiamato a incarnare e testimoniare.

 

CONCLUSIONE

Davanti alle difficoltà accennate, davanti forse a tutta l'esposizione precedente, si potrebbe avere l'impressione di un apparato complesso, complicato, e ci si potrebbe chiedere se la lectio divina non sia un "esercizio monastico" divenuto anacronistico, resto di una civiltà passata. Ma se si prova a dare spazio allo Spirito del Signore, se ci si mette con semplicità e povertà davanti a Lui, tutto appare molto più semplice. Bisogna fare l'esperienza, sia pure nello sforzo, nell'aridità. Dobbiamo tornare alla lectio divina, tornare a fare il vero "metodo" di vita spirituale.

S. Gregorio Magno rimproverava dolcemente Teodoro, il caro amico medico, perchè non trovava più il tempo di attendere quotidianamente alla lectio divina come si era impegnato: "ogni giorno medita le parole del tuo Creatore. Conosci il cuore di Dio nelle parole di Dio" «disce cor Dei in verbis Dei, Epistola 31,54». Quel povero Servolo, paralitico e analfabeta, che con grande sacrificio si era procurato il codice della Scrittura e se la faceva leggere dai suoi visitatori, è proposto da Gregorio come esempio (IV.Dial.15; Omelie sui Vangeli 15,5). All'abate Giovanni raccomanda che attenda "ad lectionem atque orationem" « alla lettura e all'orazione »; e ai suoi monaci rivolge lo stesso invito, lamentandosi che non li vede "ad lectionem vacare" (Epistola 3,3). Il santo abate Equizio, che ha tanti punti in comune con S. Benedetto, è presentato da Gregorio nella sua predicazione peregrinante con l'immancabile codice della S. Scrittura (I. Dial. 4). E c'è l'esempio fulgido di Gregorio stesso, Pontefice, ma fedele come un monaco alla lectio divina; nella predicazione, commentando Ezechiele, fa un umile e commovente esame di coscienza personale di fronte alla parola di Dio: "Tacere non posso )...; parlerò, parlerò affinché la spada della parola di Dio (...) arrivi a trafiggere (...); parlerò, parlerò affinché la parola di Dio risuoni anche contro di me per mezzo mio" (Omelia XI su Ezechiele, libro I, n.5).

Venendo poi a noi monaci silvestrini, troviamo splendidi esempi di lectio divina nella Vita Silvestri e nelle Vite dei suoi primi discepoli. La ruminatio verbi sia anche per noi nutrimento e consolidamento spirituale. Se non ne comprendiamo l'utilità, il Signore ci faccia la grazia di sentire, come Agostino in una serata d'agosto del 386 in un giardino a Milano: "Tolle, lege" « prendi e leggi »! (Confes. VIII, 12,29). Alcune indicazioni pratiche per "pregare la Parola" si possono trovare in E. BIANCHI, Pregare la Parola, pp.67-69).

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NOTA BIBLIOGRAFICA

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21 giugno 2014                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net