Regola di S. Benedetto

Capitolo XLVIII - Il lavoro quotidiano: "L'ozio è nemico dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio. ..... Ma se le esigenze locali o la povertà richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino, perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli. Tutto però si svolga con discrezione, in considerazione dei più deboli. ....."

Capitolo LVII - I monaci che praticano un'arte o un mestiere: "Se in monastero ci sono dei fratelli esperti in un'arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l'abate lo permetta... "affinché in ogni cosa sia glorificato Dio". "



MONACHESIMO E LAVORO

IL LAVORO E I PADRI DEL DESERTO

 

Scuola di cultura monastica – Monastero san Benedetto: Milano 22 OTTOBRE 2007

Estratto dal sito "www.benedettineitaliane.org"

Sr. M. Teresa Bussimi OSB AP

 

Il problema del lavoro non è mai stato risolto facilmente o definitivamente nel monachesimo. Le più grandi autorità spirituali hanno sempre visto nel lavoro serio e faticoso un elemento di perfezione individuale e di servizio fraterno. D'altra parte, però, l’ideale della vita celeste o paradisiaca spesso espresso secondo la tradizione filosofica greca, in termini di vita contemplativa, e l'assenza di ogni preoccupazione interessata, tendono a combattere i motivi che spingono gli uomini a lavorare e a ridurre al minimo il tempo dedicato al lavoro stesso.

 La Bibbia stessa offre orientamenti assai diversi riguardo a questo argomento:

" Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e custodisse ".

La natura fa dell'uomo il collaboratore di Dio, il lavoro è intimamente legato alla sua condizione. Il libro della Sapienza lo dice in modo magnifico: "Dio dei padri e Signore di misericordia, che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l'uomo, perché domini sulle creature fatte da te, e governi il mondo con santità e giustizia" (Sap 9, 2-3).

La Gaudium et Spes ricordando questo testo aggiunge: "Riconoscendo Dio come il creatore di tutte le cose, la natura umana gli riferisce il suo essere così come l'universo, in modo che, essendo tutto sottomesso all'uomo, il nome stesso di Dio sia glorificato su tutta la terra" (GS 34).

Il peccato dell'uomo ha reso il lavoro faticoso, ma non gli ha tolto la sua dignità ed il suo valore. Questa dottrina ha preservato Israele dal disprezzo del lavoro, e ne ha tenuto lontani i monaci, nonostante la concezione della civiltà greco-latina in cui la maggior parte di loro ha vissuto.

Complessivamente si può dire che la Bibbia invita a un senso di responsabilità nei confronti del mondo creato e dei compiti che esso impone all'uomo. Tuttavia certi racconti miracolosi, dei quali la manna nel deserto può esserne il simbolo, farebbero supporre che Dio provvede a nutrire i fedeli che «passano» attraverso questo mondo, protesi verso il termine dell'Esodo, senza che essi debbano preoccuparsi di lavorare. Così, per contrasto, il lavoro può apparire come una schiavitù imposta dal Faraone e dai suoi fabbricatori di mattoni. Nel corso della sua vita pubblica, sembra che né Gesù né i suoi discepoli lavorino. E neppure la comunità idilliaca di Gerusalemme sembra dedicata al lavoro: si vendono le terre sulle quali si sarebbe potuto lavorare. L'attesa escatologica e la confidenza nel Padre celeste annullano ogni preoccupazione terrena: «Non lavorate per il cibo che perisce»[1], «Maria ha scelto la parte migliore»[2]. Nella comunità di Salonica, questa concentrazione sulla speranza aveva certamente generato l'ozio; Paolo, però, reagisce vivamente intimando: «che chi non vuol lavorare, non mangi »[3]. Paolo dà l'esempio e vive del lavoro delle sue mani [4].

La diversa concezione del lavoro era presente anche nella filosofia: la tradizione filosofica greca, soprattutto quella a tendenza contemplativa (Platone, Aristotele), non era molto favorevole al lavoro servile; lo stoicismo, pur senza attribuire al lavoro la considerazione in cui oggi è tenuto, apprezza l'amore per il lavoro, si preoccupa del servizio sociale e mette in debito rilievo che nessuna condizione preclude la ricerca della saggezza. Per comprendere ciò, bisogna tener presente che il lavoro manuale era compito esclusivo degli schiavi e che spiriti elevati come Cicerone considerano disonorevole il lavoro retribuito e interessato.

 Nel monachesimo il problema del lavoro è in qualche modo legato a quello della povertà. In Egitto, vivere del lavoro delle proprie mani è stato sempre ritenuto conveniente; in Siria e in Oriente, al contrario, vivere della Provvidenza, cioè di elemosine, appare segno di perfezione. È raro che i monaci chiedano l'elemosina per se stessi; ma accade loro di rivendicare i diritti dei poveri e di profittare essi stessi di questa imposta sacra (Alessandro l'Acèmeta[5]). L'ala estrema di questo monachesimo mendicante è rappresentata dai Messaliani. La situazione si presenta già diversa allorché i monaci si dedicano a opere di misericordia, come gli ospedali, e vivono essi stessi di beneficenza, lavorando però effettivamente al servizio delle loro opere. I monaci, compresi quelli d'Egitto e quelli di Basilio, considerandosi come i poveri di cui parla Cristo, hanno sempre tentato di ottenere l'esenzione dalle imposte, ciò che può ritenersi una forma di beneficenza pubblica.

 L'apoftegma I di Antonio, che apre la raccolta degli Apoftegmi, vede il lavoro come un mezzo provvidenziale per dare sostegno alla preghiera in una alternanza voluta da Dio e psicologicamente felice. Giovanni Colobos, che aveva voluto realizzare una esistenza veramente angelica pregando, ma escludendo il lavoro, è condotto a farne penitenza (Giovanni Colobos 2). L'ideale della amerimnia («essere senza preoccupazioni» per servire unicamente Dio: «Desidero non avere preoccupazioni, come gli angeli, che non lavorano ma servono ininterrottamente Dio» - Giovanni Colobos 2) e il desiderio di «pregare senza interruzione» [6] obbedendo a un comando biblico, hanno portato a non considerare il lavoro come un comandamento divino. Presto però ci si rese conto della difficoltà di mantenere a lungo un tale livello, e si comprese come un lavoro fosse un sollievo alla tensione. La sua introduzione viene perciò vista come un aiuto alla debolezza umana. Senza dubbio questo lavoro non è fine a se stesso; è invece un parergon, una occupazione secondaria, subordinata all'ergon essenziale, la preghiera[7], che è l'occupazione principale della vita monastica[8]. Tuttavia il lavoro è tra le forme di penitenza e di merito più apprezzate; consente infatti di praticare la carità, precetto fondamentale del Vangelo: « Lavora più che puoi, in modo da poter praticare la carità »[9].

 In compenso, il monaco, riducendo al minimo le sue necessità, sente appena il bisogno di lavorare. L'Historia monachorum e altre narrazioni ci mostrano come la speranza di un nutrimento mandato miracolosamente da Dio, quale segno di riconoscimento della confidenza del monaco tutto dedito alla preghiera, rimanga un tema frequente. In altri racconti, il 1avoro non rappresenta altro che una mera occupazione; il monaco intreccia e disfa i suoi canestri per tenere le mani occupate durante le sue preghiere. Il lavoro appare spesso come cosa di per sé priva di importanza, offerta quale segno di obbedienza, senza interesse alcuno per la qualità dell'opera prodotta.

Le diverse concezioni del lavoro presenti negli Apoftegmi, in Evagrio[10], in Cassiano[11] indicano come tutta la tradizione che fa capo a Pimenio sia contraria al lavoro dei campi, ritenuto fonte di distrazione perché svolto all'aria aperta. (La Regola del Maestro rappresenta in Occidente tale orientamento). Ma sarebbe tuttavia un errore identificare troppo facilmente questa tradizione con quella vigente a Scete.

 Allorché Gerolamo[12], ancora giovane, vuole acquisire la padronanza dei suoi istinti, pensa di dedicarsi ostinatamente a un lavoro; non si tratta tuttavia di un lavoro manuale: studia l'ebraico, copia manoscritti. Più tardi comporrà, insegnerà, tradurrà. Lo stesso fa Rufino, mentre Evagrio copia manoscritti. Sullo sfondo bisogna supporre la presenza di persone come Paola o Melania che sovvenzionano questa attività intellettuale. Questa attività liberale è legata a un'altra forma di «mendicità»; sarà infatti proprio questa attività a rendere possibile la fioritura intellettuale e artistica del monachesimo posteriore. Come l'attività caritatevole, essa rimarrà sempre attuale.

 San Basilio, di fronte alle tendenze messaliane, è il più esplicito dottore del lavoro monastico, in una direzione analoga a quella di san Paolo, educatore dei Tessalonicesi. Lavorare non deve essere per Basilio un modo per guadagnarsi da vivere, giacché è il Signore a provvedere a ciò; egli vuole invece che si lavori per gli altri e, in generale, per obbedire al comando di Dio. "Il lavoro è nell'ordine di Dio, esso permette la sussistenza dei fratelli e l'aiuto a quelli che sono nella necessità" (Rd 37). Egli cerca i mestieri compatibili con la professione di monaco e fornisce dei consigli sulla loro scelta tuttora validi (Rd 38-40).

 Nel corso dei primi secoli cristiani, a tensione tra le due concezioni del lavoro continua. All'inizio del sec. V, san Nilo di Ancira si lamenta dei monaci che danno troppa importanza al lavoro e pensano di arricchirsi senza più porsi preoccupazioni spirituali. Altri, anche giovani, rifiutano di lavorare; così sarà per i Messaliani per i quali san Nilo non ha parole migliori.

Nel sud dell'Egitto, i monaci pacomiani rischiano invece di peccare più per eccesso di lavoro e di ricchezza che per ozio. Il massimo del rendimento tuttavia, non rappresenta per Pacomio l'ideale più alto; la semplicità nell'obbedienza e l'assiduità alle conferenze spirituali gli stanno più a cuore.

 Si comprende così che, sin dalle origini, il monachesimo ha dovuto guardarsi dai due eccessi, e si vede che, solo quando è riuscito a evitare di cadere nell'uno o nell'altro di questi eccessi, si è potuto evolvere un gusto del lavoro ben fatto, fine a se stesso e un'arte capace di realizzarlo, che lasciano prevedere la qualità artistica e l'equilibrio umano delle sue belle realizzazioni medioevali. Nel monastero ci saranno quindi dei giardini e dei laboratori il cui elenco non è fissato una volta per tutte. Con la sua abituale fiducia, san Benedetto concede a coloro che hanno un talento il permesso di metterlo in atto, aprendo così la strada a nuovi tipi di artigianato. Nel passato ed ancora oggi i monaci benedettini non hanno fatto cadere nel vuoto questa accondiscendente disposizione. Tuttavia Benedetto non ha previsto la possibilità che Basilio (forse a motivo della sua carica episcopale) dava ai suoi monaci di curare gli ammalati negli ospedali. Invece fa sua la preferenza accordata da Basilio al lavoro nei campi, poiché diceva quest'ultimo: "Questa occupazione ha in se stessa ciò di cui ha bisogno per essere esercitata e dispensa i monaci dal molto viaggiare. Tuttavia bisogna vigilare affinché non conseguano turbamenti ed agitazioni a causa dei vicini" [13].

 I Padri del deserto proibivano severamente il lavoro dei campi, poiché questo "impediva di fare della cella un soggiorno fisso ed immutabile, costringendo il monaco a lavorare all'aria aperta. I suoi pensieri avrebbero così svolazzato, per così dire, nello spazio aperto davanti ad essi; tutto l'indirizzo della sua anima, questo rivolgersi all'unico fine, che è qualcosa di così flebile, svanirebbe in mezzo a tanti oggetti diversi" [14].

 La Regola del Maestro paventa soprattutto il timore che i vicini, con le loro dispute e le loro grida, possano nuocere "ai fratelli spirituali" e che un lavoro troppo faticoso possa impedire loro di digiunare.

 San Benedetto non si ferma davanti a questi timori. Non li pone al di sopra del comandamento dato da Dio all'uomo, e si accontenta di rassicurare coloro che potrebbero essere turbati dalla necessità di fare la mietitura: "Saranno veramente monaci se vivono del lavoro delle loro mani".

Pare di sentire una citazione del Vaticano II:" Il lavoro dei campi ha un posto eminente nella vocazione integrale dell'uomo. Effettivamente quando egli coltiva la terra con le sue mani o con l'ausilio di mezzi tecnici, affinché produca frutti e divenga una dimora degna di tutta la famiglia umana….l'uomo realizza il piano di Dio di dominare la terra, di portare a termine la creazione e nello stesso tempo coltiva se stesso[15].

 San Benedetto non fa del lavoro un semplice mezzo, come era per i Padri del deserto. Tuttavia il valore intrinseco che gli riconosce non è assoluto. Come tutti i valori terreni, quello del lavoro è infravalente, "questo valore resta sottomesso ai valori religiosi sotto il cui sovrano ordinamento tutto si trova coordinato alla gloria di Dio"[16].

 Il primo buon risultato del lavoro è il suo profitto spirituale. I padri del deserto gli attribuiscono una grande importanza: "Il lavoro è necessario per prevenire le divagazioni del pensiero, aiutare nella custodia della cella, allontanare gli assalti delle passioni, vincere l'accidia"[17]. "I monaci gettano il peso del loro lavoro come se fosse un'ancora ben salda ed immobile nei confronti dei movimenti impuri del cuore e del flusso incessante dei pensieri"[18].

 San Benedetto lo riassume con la sentenza biblica: "L'ozio è nemico dell'anima", poiché, da una parte la lascia aperta alle tentazioni del demonio, e dall'altra è esso stesso un detrimento per l'uomo che non sfrutta i talenti che devono servire a Dio e agli uomini, per quanto piccoli che siano.

Così, San Benedetto raccomanda di assegnare ad ognuno un lavoro commisurato alle sue forze e possibilità e soltanto il legislatore del cenobitismo gli riconobbe il suo valore umano.

 

IL LAVORO NELLA VITA DEI PADRI DEL DESERTO

Dopo questo brevissimo sguardo sul sorgere della spiritualità del lavoro, ci soffermiamo ora in modo particolare sui Padri del deserto, straordinarie figure che intorno al IV secolo hanno dato inizio alla splendida esperienza del monachesimo. La prima caratteristica che balza agli occhi di chi si incontra con le eccezionali personalità dei padri del deserto è la «follia»: il loro modo di vivere, così come ci è stato tramandato, è ricolmo di prodigi, di stranezze, di penitenze crudeli, di visioni celestiali e demoniache. Si tratta, però, di una sorta di follia santa e sapiente, ovvero di quell'atteggiamento tipico di chi, trovata la perla preziosa, lascia tutto per essa ed è pronto a seguire il Signore fin sulla croce, laddove la «stoltezza» raggiunge il suo massimo grado, rivelandosi nello stesso tempo risolutivamente salvifica. Lo stupore che prende leggendo la vita di questi uomini straordinari non deriva dalla vita eroica che hanno vissuto, ma dal loro aver creduto e messo in pratica il Vangelo così come lo leggevano.

 Ecco farsi presenti le personalità eccezionali di Antonio il Grande, detto la «Stella del deserto», di Pacomio[19], di Macario, dei monaci di Scete[20] e delle Celle. E accanto a questi protagonisti trovano posto anche figure minori, dai tratti davvero folli, come san Simone, che dopo ventinove anni di solitudine si recò a Gerusalemme, compiendovi azioni pressoché innominabili (si legò un cane morto alla cintura, si finse storpio, entrò nudo nei bagni pubblici) per soddisfare il suo desiderio di umiliazione, o come Apollo lo squartatore, che si inginocchiava dinanzi a chiunque andasse a trovarlo reputandolo non un fratello, ma Dio in persona. Non v'è dubbio che in tutto ciò vi sia pure qualcosa di inquietante, ma sarebbe meraviglioso se fossimo tutti malati di tale "follia" per avere la forza di rifiutare i beni terreni e seguire solo la via del Signore.

 Nell'ascesi solitaria, i Padri (abba) e le Madri (amma) del deserto cercavano la via dell'hésychia, della pace interiore. Testimoni di una fede cristiana vissuta con radicalità, ebbero numerosi discepoli e i loro detti o apoftegmi, in cui traspaiono sapienza evangelica e arguzia umana, furono raccolti e tradotti in varie lingue, dando vita al genere letterario dei Paterika.

Accanto alla Vita di Antonio, scritta dal vescovo di Alessandria, Atanasio il Grande, e alla Historia Lausiaca di Palladio, le varie raccolte di Apoftegmi restano le fonti più importanti per accostarsi alla spiritualità di questi asceti.

Agli inizi, gli eremiti, completamente isolati, avevano ciascuno il loro regime ed il loro orario, a seconda dell'ispirazione divina o delle fantasie individuali. Per essi in Oriente come in Occidente, non c'era né domenica né anno liturgico. Il giorno di Pasqua, san Benedetto, nella sua solitudine di Subiaco, non sapeva che quel giorno fosse la grande festa cristiana. Lo stesso accadeva per i primi Padri del deserto. Antonio, tra le rovine del suo fortino o nella sua grotta del monte Qolzum, conduceva, giorno dopo giorno, una vita di preghiera e di lavoro che andava avanti instancabilmente lungo il corso delle settimane, dei mesi, degli anni. Senza dubbio questa vita era più fervorosa e più intensa nelle tenebre notturne, poiché il santo eremita deplorava talvolta il sorgere del sole: «O sole, perché mi disturbi? Ti levi così presto solo per strapparmi ai chiarori della vera luce!» [21] Della vita quotidiana di questi primi mistici del deserto possiamo soltanto dire che vivevano continuamente uniti a Dio e che il resto non aveva molta importanza per loro. Tuttavia si vede già delinearsi tutto ciò che Poemen presenterà molti anni dopo come l'osservanza visibile dell'anacoreta in cella: lavorare manualmente, mangiare una volta al giorno, tacere e «meditare», cioè recitare a memoria le parole di Dio. Non si parla di preghiera, sia perché essa è compresa in questa «meditazione» sia perché è l'attività prima ed essenziale del monaco, che deve essere continua ed accompagnare ogni occupazione, sia, infine, perché la preghiera appartiene piuttosto alle attività nascoste, intime e personali, nelle quali Poemen vede «il progresso nascosto in cella». L’apoftegma 9,20 di abba Isaia dirà: «Quando stai in cella, preoccupati in continuazione di queste tre cose: il lavoro manuale, la "meditazione" e la preghiera».

 Le intuizioni iniziali di un fondatore sono di solito rivelatrici dell'impronta data a coloro che si sono messi alla sua scuola e hanno cercato di essere eredi del suo pensiero. Antonio, che è nato verso il 251, inaugura la vita solitaria verso il 272, muore nel 356 a 105 anni, può essere considerato il padre dei solitari d'Egitto nel III e IV secolo. Non è un inizio in senso assoluto, perché già prima di lui e nel suo tempo c'erano altri solitari che vivevano da eremiti o in una cittadina, o, più spesso, nei pressi di un villaggio; costoro tuttavia hanno lasciato poche tracce. Antonio, che ha lavorato su una materia ancora amorfa, ma preesistente, è tuttavia il primo organizzatore della vita solitaria.

 Orbene « un giorno abba Antonio era stato preso da grande acedia22 nel deserto e non vedeva più chiaro nei suoi pensieri. Oppresso, diceva a Dio: " Signore, desidero vivere (per te), eppure i miei pensieri non me lo permettono. Che farò, Signore, nella prova, e come vivrò (per te)?" Successivamente, passeggiando fuori della cella al sorgere del sole, aveva visto qualcuno perfettamente identico a lui, Antonio, che seduto si dedicava al proprio lavoro, poi si alzava prontamente, (lasciando) il proprio lavoro per pregare. Poi si sedeva di nuovo per rimettersi ad intrecciare delle stuoie, poi si rialzava un'altra volta per pregare. Aveva fatto così numerose volte: era un angelo del Signore mandato per fortificare Antonio, (questi) sentì la voce dell'angelo che gli diceva: " Antonio, fa' così e vivrai ", e l'angelo se ne andò. Quando Antonio sentì questo fu pieno di gioia e lodava Dio »; e fu fedele a questo programma fino alla morte.

 Siamo qui alle origini del grande principio che ritmerà le giornate monastiche: «Ora et labora», «Prega e lavora»; non pregare solamente, non lavorare unicamente, ma cercare di fare alternare armoniosamente l'una e l'altra cosa. Era questa una scelta coraggiosa, poiché significava il rifiuto di un'eresia ben precisa, quella dei Messaliani o Euchiti, chiamati anche adelfiani, lampeziani, entusiasti o eufemiti, il cui miraggio aveva sedotto più di un monaco. I due termini «Messaliani» «Euchiti » hanno un'origine parallela, una siriaca e l'altra greca: In siriaco, saly significa pregare; mesalyono chi si dedica alla preghiera; maesalyonouto l'eresia dei Messaliani. Quanto al termine «Euchites», si ricollega direttamente ai termini greci euchesthai euché, pregare e preghiera.

 In sintesi, credevano che, in seguito al peccato originale di Adamo, ognuno avesse un demone unito alla propria anima e che esso non fosse stato espulso con il battesimo: l'unica maniera di espellerlo era la continua ed incessante preghiera con lo scopo di eliminare ogni passione e desiderio. Comparvero intorno al 360 in Mesopotamia, il loro fondatore è Adelfio (da cui il nome adelfiani), espulso da Antiochia nel 376 dal vescovo Flaviano e autore del testo Asceticus. Un'ulteriore condanna fu loro inflitta dal sinodo di Side del 390 ca. e dal concilio di Efeso del 431 (dove venne condannato il loro libro Asceticus).

Continuarono però ad esistere in Armenia fino al IX secolo. I messaliani praticavano la preghiera incessante, si rifiutavano di lavorare, vivendo nelle piazze e vagando da una città all'altra e prendendo, secondo loro, ad esempio la vita itinerante di Gesù e degli apostoli. Essi, inoltre, consideravano inutili i sacramenti e la mediazione della Chiesa. [22]

Secondo i Messaliani, il monaco doveva lasciare qualsiasi lavoro per dedicarsi unicamente alla preghiera.

 Due episodi bastano per mettere in luce la loro teoria e la replica decisiva che opponevano loro i Padri del Deserto. Un Messaliano era andato a trovare abba Silvano. Lo scoprì intento al lavoro manuale con i suoi discepoli. Ricordò allora all'anziano due parole del vangelo: «Lavorate non per il cibo che perisce, ma per quello che dura per la vita eterna»[23], poiché «Maria ha scelto la parte migliore»[24]. L'anziano non rispose nulla, ma disse semplicemente al suo discepolo Zaccaria: «Dà un libro a questo fratello, e conducilo in una cella vuota». Quando fu l'ora nona, il fratello guardava nella strada se qualcuno venisse a invitarlo a pranzo; ma non venne nessuno. Allora, poiché nessuno giungeva e la fame si faceva lancinante, il fratello andò a trovare Silvano e gli chiese: ”I fratelli non hanno mangiato oggi?”, Silvano gli rispose: «Sì. Ma tu sei un uomo spirituale e, (perciò), non hai bisogno del nostro cibo. Noi invece siamo esseri corporei; anche noi vogliamo mangiare ed è per questo che lavoriamo. Ma tu hai scelto "la parte migliore" e tu leggi e preghi tutto il giorno; perché avresti bisogno di un cibo corporale?» Quando il fratello intese questo da Silvano, cadde ai suoi piedi e disse: "Perdonami". L'anziano gli disse: "Maria ha bisogno di Marta, poiché è grazie a Marta che Maria è stata lodata». 

Semplici riflessioni di buon senso, si dirà. Sia pure, ma è sempre meritorio conservare il proprio buon senso quando un gruppo di pressione cerca di togliercelo. Dicendo: «Maria ha bisogno di Marta», Silvano va però al di là del buon senso; cioè, soggiacente nella sua riflessione, il rifiuto di esaltare la superiorità di uno stato di vita su di un altro e una ferma volontà di combattere ogni forma di orgoglio spirituale.

 Alcuni Messaliani erano andati a trovare abba Lucio. «Questi domandò loro: "Qual è il vostro lavoro manuale, fratelli?" Risposero: "Non facciamo nessun lavoro manuale, ma cerchiamo di comportarci come l'Apostolo consiglia: Pregate continuamente[25] ". L'anziano disse loro: "Voi non mangiate quindi mai e non dormite mai?" Risposero: "Oh sì! mangiamo e dormiamo anche noi." L'anziano riprese: "E quando mangiate e dormite, chi prega al posto vostro?” Non sapevano che cosa rispondere. Allora l'anziano disse loro: "Voi non agite secondo le vostre parole, ma permettetemi di suggerirvi un buon modo per praticare la preghiera continua. Quando sono seduto al mio lavoro manuale e intreccio palme, dico: Abbi pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia[26] e vado fino alla fine del salmo. È una preghiera, sì o no?" L'anziano continuò: "Ricevo per il mio lavoro manuale sedici soldi al giorno; ne uso dieci per i miei bisogni, il resto lo do in elemosina ai poveri. Coloro che hanno ricevuto il denaro pregano al mio posto, mentre mangio o dormo; e la raccomandazione: Pregate continuamente, è così compiuta per grazia di Cristo." I fratelli, avendo tratto profitto da queste parole, se ne andarono con gioia.

 L'errore messaliano, col pretesto di pregare continuamente, favoriva in modo evidente l'ozio (aergia), e perfino la pigrizia (argia), e non si mancò di rimproverarglielo. Questa eresia complessa non si riduceva del resto all'illuminismo, ma associava pseudomisticismo e sensualità, ascesi e lassismo.

 Contro di essi Agostino scrisse il famoso De opere monachorum (= Il lavoro dei monaci), confutando con ironia e humour le conseguenze dei loro principi, e ribadendo che sacerdoti e chierici hanno diritto a vivere del Vangelo, ma non i monaci che devono lavorare[27]. S. Basilio ha meglio armonizzato , in maniera magistrale, i testi del NT citati in contrapposizione dalle correnti opposte; il nocciolo della sua argomentazione è questo: “Dobbiamo non affannarci, non preoccuparci del cibo che perisce, ma di quello spirituale che è fare la volontà del Padre[28]; ma la volontà del Padre è soccorrere i deboli e i bisognosi; dobbiamo dunque lavorare, non per noi, ma per i poveri in cui riconosciamo Cristo”[29].

 Pur riprovando l'errore dei Messaliani, i Padri del Deserto accondiscendevano, in casi particolari, a dispensare un monaco da qualsiasi lavoro manuale per permettergli di attendere unicamente alla preghiera. Così Apollo di Scete, dopo aver passato i suoi primi quarant'anni di vita senza dire preghiera alcuna, aveva coronato questa prima fase selvaggia della sua esistenza con un crimine orribile: aveva sventrato una donna incinta per il solo piacere di vedere come era fatto il feto che portava in seno. Preso poi da rimorso - e ne aveva ben d'onde - era andato a confessare il suo peccato ai Padri di Scete; divenuto uno di loro, era stato dispensato da qualsiasi lavoro manuale per poter pregare continuamente, ripetendo sempre notte e giorno la stessa formula: « Ho peccato da uomo; perdonami da Dio».

 Senza limitarsi a casi così estremi e senza attendere l'età avanzata o l'incapacità di lavorare, alcuni umili monaci, particolarmente dotati per la preghiera, erano autorizzati a passare l'intera giornata nella salmodia e nell'orazione; uno di loro trovava ogni sera nella cella il suo cibo (un pane caldo) mandato da Dio; non lo trovò più il giorno in cui, cedendo al consiglio di un fratello, si era messo a lavorare; stancarsi nella preghiera non è infatti «un lavoro perfetto», e Dio voleva persuaderlo di ciò, preferendo la sua preghiera al suo lavoro.

 Diceva Isacco il Siro: « Esiste una pigrizia che è più vantaggiosa del lavoro: quando un uomo è in riposo in tutta purezza, con i sensi e gli istinti continuamente prostrati davanti a Dio. In questa apparente pigrizia, anche le sue ossa fanno salire una lode a Dio, secondo la parola del profeta: 'Tutte le mie ossa diranno: Signore, chi è simile a te?'[30] ».

 In una tale atmosfera, il lavoro non diventava mai più importante della preghiera. Per quattro mesi Macario il Cittadino era andato ogni giorno a trovare un monaco per parlargli; lo aveva sempre trovato in preghiera. Silvano era rimasto un giorno in estasi dall'aurora fino all'ora nona: era stato rapito nei cieli davanti a Dio. Arsenio restava in preghiera ogni settimana dal tramonto del sabato fino all'alba della domenica; e molti lo imitavano.

 Achille invece lavorava giorno e notte quanto più poteva, «temendo di incorrere nella collera di Dio». Certuni lavoravano non perché ne avessero bisogno per vivere, ma per non restare in ozio e per evitare la noia, per poter fare anche delle elemosine ai bisognosi, o semplicemente per avere di che ristorare gli eventuali visitatori[31] .

 Dice Isaia: «Occupati al tuo lavoro manuale perché il povero trovi del pane; l'ozio infatti è la morte e la rovina dell'anima». Cassiano[32] racconta la storia di un abba Paolo che viveva in fondo al deserto, a sette giorni di cammino dalle regioni abitate. Aveva un orto che gli forniva di che nutrirsi, ma fabbricava anche cesti che accatastava nella sua grotta e che ogni anno bruciava, non avendo a chi venderli.

 

L'ALTERNARSI DI LAVORO E PREGHIERA

Finché l'eremita dimorava solo, non era necessario che si fissasse un orario. Si sforzava solamente di ridurre al minimo le necessità del corpo, per poter consacrare più tempo possibile alla sua anima e a Dio. Poteva così passare diversi giorni senza mangiare né dormire, impegnato costantemente nella preghiera e nel lavoro. L'uomo però non è un angelo e i più grandi mistici restano esseri umani che hanno bisogno non soltanto di ristorare regolarmente le loro forze corporali, ma anche di rinvigorire ogni tanto la loro energia spirituale per vincere la noia che nasce fatalmente dalla routine. Questa lezione fu quella data un giorno ad Antonio dall’ angelo e che già abbiamo citato ed è riportata in un apoftegma posto all'inizio della collezione alfabetica, senza dubbio per via della sua importanza in ogni vita monastica.

Questa ricetta ricevuta da un angelo e trasmessa da Antonio ai suoi discepoli si sarebbe diffusa ovunque nel deserto, tanto che qualsiasi viaggiatore o pellegrino che scorgesse un anacoreta nella sua cella a Scete nel IV secolo, aveva tutte le probabilità di trovarlo seduto ad intrecciare la sua corda o in piedi a pregare. Quella era la trama della sua vita quotidiana. Se non è sempre menzionata questa pratica negli apoftegmi, è perché era diventata come una regola. Quando si dice di un fratello «che non lasciava mai il suo lavoro manuale e che la preghiera saliva continuamente davanti a Dio» è perché si tratta di una lodevole eccezione; infatti questo monaco «era anche umilissimo e molto stabile nel suo stato». Altra eccezione: Bané non si sedeva mai, lavorava e mangiava in piedi; non doveva quindi alzarsi per pregare.

È probabile che Antonio, prima della visione, intrecciasse già la corda pregando. Quello che l'angelo gli insegna, è di interrompere ogni tanto il suo lavoro e di alzarsi per pregare. Il cambiamento della posizione del corpo, unito al cambiamento di occupazione, spezza la monotonia del soggiorno in cella e obbliga il monaco a restare sveglio corporalmente e spiritualmente.

 

IL LAVORO DEL MONACO IN CELLA

Pare che il lavoro di intrecciare vimini sia stato adottato prestissimo dai monaci come lavoro ideale del solitario nella sua cella. Era il lavoro che Pacomio aveva imparato accanto al suo primo maestro Palamone . Nel deserto di Scete, si trovavano vicino alle paludi canne, giunchi e rami di palma. Se ne raccoglieva una provvista e la si ammassava nella cella per farla seccare. È dietro uno di questi mucchi che si nascose un discepolo di Mosè, sfuggendo così al massacro durante una incursione di barbari a Scete.

 Le foglie di palma venivano prima staccate dai rami e messe a bagno nell'acqua per ammorbidirle. Poi si tagliavano con un coltello e se ne faceva una lunga corda intrecciata che poteva essere venduta così, o servire a fabbricare cesti, panieri o stuoie. Si potevano fare anche delle cinghie per le bestie da soma. Quando una nuova recluta arrivava nel deserto, un anziano gli insegnava la tecnica del mestiere. Ciascuno era più o meno veloce a intrecciare o a cucire secondo la sua abilità. In una notte Achille non faceva meno di venti braccia di corda, cioè circa ventiquattro metri. Paolo il Semplice in una giornata, lavorando fino a quindici ore, ne faceva quindici braccia, ma, per metterlo alla prova, Antonio gli fece disfare tutto quanto aveva intrecciato e ricominciare prima di mangiare. Durante una visita di Macario ad Antonio, l'uno e l'altro intrecciarono corda tutta la notte. La corda fatta da Macario scendeva dalla finestra fino nella grotta. Antonio, ammirando la sua lunghezza, disse: «Una grande potenza esce da queste mani».

 Quando la corda era destinata alla fabbricazione di una cesta, si calcolava prima la lunghezza necessaria per fare il cesto delle dimensioni volute. Il capo della treccia era fissato al muro. Un giorno, Giovanni Colobos, assorto in contemplazione, fece un solo cesto con la corda che aveva preparato per farne due, e se ne accorse solo arrivando al muro. Meghezio faceva ogni giorno tre cesti, il valore di ciò che mangiava.

 Questo lavoro di intreccio si eseguiva quasi automaticamente e lo spirito era libero per la preghiera. Poteva essere fatto anche di notte, al buio. Doroteo, che occupava la giornata a raccogliere pietre per costruire celle, trascorreva la notte a intrecciare corda. La confezione di stuoie di giunco era un lavoro più faticoso. Spesso ci si scorticava le mani. Macario impiegava tre giorni per fabbricare una stuoia. Alcuni anacoreti lavoravano il lino, in particolare a Nitria, ma anche altrove. Pare che la materia prima potesse variare a seconda delle stagioni.

Un apoftegma segnala un anziano che «non faceva il lavoro corrispondente alla stagione, ma al tempo delle reti, lavorava la paglia, e quando si intrecciava l'ordito lavorava il lino, affinché il suo spirito non fosse turbato dai lavori». Un altro apoftegma trovava che la tessitura del lino non si addicesse a un monaco perché, vendendo del bel tessuto, rischiava di essere preso dall'allettamento del guadagno: «Se, infatti, si vede qualcuno portare cesti, stuoie o setacci, si dice: "È un monaco"; ma se si vede qualcuno vendere del tessuto fine, si dice: "Ecco un commerciante!"». La critica prova che i monaci che tessevano lino non erano poi così rari, e, mentre maneggiavano il fuso, potevano avere pensieri salutari. Uno diceva: «Lascio cadere il fuso e mi metto la morte davanti agli occhi prima di riprenderlo». E un altro: «Per molto tempo ebbi l'abitudine di lasciar cadere il fuso e di domandarmi se sarei vissuto abbastanza a lungo per riprenderlo, aspettando la morte». Si citava anche la parola di Agatone: «Non lascio salire nel mio cuore un solo pensiero cattivo, neanche il tempo di estrarre il fuso dal buco». Quando il monaco intento a cucire si lasciava sfuggire l'ago, il demonio poteva intervenire e fare luce, come accadde al presuntuoso Valeno.

 La fabbricazione di reti per la pesca e la caccia era ugualmente un lavoro monastico. Achille vi si applicava, ma sappiamo che faceva anche della corda, a1meno di notte. C'erano anche monaci che lavoravano il papiro, ma era un lavoro più delicato. Vi è un altro lavoro da menzionare: la calligrafia. Evagrio era particolarmente dotato in questo campo. Conosciamo il nome di due altri copisti che vivevano a Scete: Marco, discepolo di Silvano, e Pafnuzio. Ma l'anziano che, come abbiamo visto, criticava la tessitura del lino, metteva in guardia anche il monaco calligrafo, dicendo «che ha bisogno di umiliare il suo cuore, perché svolge una mansione che porta all'orgoglio». Certo non era così per quell'eremita del Sinai che riceveva ordinazioni di trascrizioni, ma che morì senza aver scritto niente per nessuno, perché passava il suo tempo a pensare alla morte e a piangere. A Scete un anziano trascriveva libri, ma, poiché ogni tanto aveva delle estasi, gli capitava di «saltare delle righe e di omettere la punteggiatura». Al suo cliente che glielo faceva notare, rispondeva semplicemente: «Va', fa prima ciò che è scritto, poi ritornerai e ti copierò il resto» .

 C'erano tuttavia altre occupazioni possibili: quella di scriba o di giardiniere, o il lavoro dei campi, o il cucito, o la costruzione delle celle. I Padri incoraggiavano poco il mestiere di scriba, poiché sembrava loro che portasse all'orgoglio: quello di sarto sembrava ancor meno raccomandabile e poco monastico, per i contatti che comportava con i laici; i mestieri più raccomandati erano quindi quelli che permettevano ai monaci di vivere piccoli e nascosti. Il frutto del lavoro manuale era venduto nella città più vicina ed erano previste alcune regole di vendita: bisognava chiedere un prezzo inferiore a quello che proponevano i secolari ed accontentarsi di ciò che veniva dato per la merce, anche se il pagamento era inferiore alla modica somma proposta. I monaci erano dunque invitati al disinteresse e a testimoniare la loro fiducia nella Provvidenza divina, che non li avrebbe abbandonati. Qualche volta i fratelli non riuscivano a vendere il frutto del loro lavoro manuale o non avevano ordinazioni, condividendo in questi casi la condizione dei più poveri e dei più indigenti. 

Ho iniziato con Antonio, il padre dei solitari che vivevano nei deserti d'Egitto nel III e IV secolo. Termino con Pacomio, il padre dei cenobiti, ma che, prima di « istituzionalizzare » e di organizzare le attività della vita solitaria mediante il cenobitismo, aveva anche lui vissuto la vita solitaria. Nel momento della prima realizzazione del suo progetto cenobita, un angelo gli era apparso ed aveva formulato i grandi principi che avrebbero regolato la sua istituzione. Uno era: «Darai ad ognuno un lavoro secondo le proprie forze». Siamo ricondotti ai consigli dati ad Antonio, ugualmente da un angelo; ma questa volta sono impartite alcune precisazioni supplementari: tutti dovranno lavorare e il genere di lavoro non sarà lasciato al capriccio e alla fantasia del monaco; chi ha la responsabilità della sua formazione, deve prevederlo. Ma il lavoro sarà prescritto in proporzione alle forze fisiche e psicologiche di ciascuno e nel rispetto della sua grazia particolare. Tale principio era stato seguito, prima di Pacomio, già da Poemen: egli aveva autorizzato un fratello ad un lavoro giudicato poco monastico, ma che era il solo soddisfacente ed equilibrante per lui, il solo che corrispondesse alle sue attitudini e ai suoi gusti.

 Non dobbiamo idealizzare: ci sono stati sicuramente monaci pigri o incapaci di lavoro, tra i Padri del Deserto, come pure in tutte le comunità monastiche che sono venute dopo. Ma, nel loro insieme, i Padri del Deserto hanno accettato la legge del lavoro e affermato i suoi vantaggi per il corpo e per l'anima. Il libro dei Proverbi, influenzato dalla saggezza egiziana, abbonda di sarcasmi e di invettive contro i pigri; per le loro origini e per il loro radicamento nella terra natale, i Padri d'Egitto erano portati spontaneamente ad accettare la legge del lavoro. C'è stata perciò, da parte loro e subito, una presa di posizione realistica, ferma e sicura, di cui dovevano vivere, dopo di loro, generazioni intere di monaci bianchi e di monaci neri. Ancor oggi, il ritmo di lavoro, sia manuale che intellettuale, dei trappisti e dei benedettini, si conforma agli stessi principi, seguono semplicemente la via tracciata dai loro predecessori e fondatori. I Padri, pur scegliendo comunque un equilibrio tra preghiera e lavoro, hanno voluto che la preghiera conservasse il primo posto; anche in ciò, ci danno una lezione importantissima e sempre utile.

 Qualunque fosse il lavoro che si doveva fare nel deserto, l'essenziale era di non attaccarvisi e di custodire lo spirito libero per le cose spirituali. Per questo, diceva Sisoes, non bisognava scegliere un lavoro che piacesse. Si poteva trovare diletto anche nel lavoro di intreccio. Il lavoro manuale doveva essere un vero lavoro, ma non bisognava mai che divenisse l'attività principale del monaco a scapito dell'opera essenziale, l'opera di Dio. Era un pericolo dal quale bisognava guardarsi, ed è in questo senso che un Padre diceva: «L'amore del lavoro manuale è la rovina dell'anima, ma praticarlo pacatamente è riposo in Dio». Ecco perché i Padri del deserto ci tenevano tanto ad unire al lavoro manuale la recita di parole tratte quasi sempre dalla Sacra Scrittura. Poteva essere lo stesso versetto ripetuto all'infinito o lunghi brani, poiché i più conoscevano a memoria una buona parte della Bibbia.

 Daniele era capace di recitare 10.000 versetti al giorno. Lucio diceva senza sosta, intrecciando la sua corda, l'inizio del salmo 50: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia e nella tua grande bontà cancella il mio peccato». Paolo il Grande si accontentava delle prime parole: «Pietà di me». Isacco raccomandava in modo speciale a Cassiano un versetto del salmo 69: «O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto». Lo stesso lavoro di copista non impediva questa recita. Isidoro di Nesaré pur continuando a scrivere, alzava frequentemente gli occhi, dicendo nel suo cuore senza muovere le labbra: “Gesù abbi pietà di me; Gesù aiutami; ti benedico, mio Signore”.

 Normalmente, quando l'anacoreta era solo in cella, pregava ad alta voce, e il visitatore accostandosi alla porta poteva udirlo. Macario, per esempio, sentì un fratello piangere dicendo: «Signore, se le tue orecchie non mi sentono gridare verso di te, abbi pietà di me a causa dei miei peccati, perché da parte mia non mi stanco di chiamarti in mio aiuto». I discepoli di Arsenio sentirono il loro maestro gridare verso Dio: «O Dio, non abbandonarmi. Non ho fatto niente di buono davanti a te, ma nella tua bontà concedimi di iniziare». Amoe, andando da Achille, lo sentì ripetere a lungo un versetto della Genesi: «Non temere, Giacobbe, di andare in Egitto». Quando un monaco riceveva dei visitatori, la regola era di recitare i versetti biblici in silenzio, come faceva Isidoro. Zenone si comportava allo stesso modo, così Teodoro di Ferme e i due giovani discepoli di Macario. Isaia parla del monaco in cella «che compie la sua liturgia verso Dio in silenzio».

 

CONCLUSIONE

Il monachesimo antico insegnò e praticò la legge del lavoro, fondandola soprattutto sui testi della Scrittura; ma notò subito anche il pericolo che il lavoro comporta, se non è inserito nella giusta gerarchia dei valori monastici: deve essere subordinato alla preghiera, in modo da trovare l'equilibrio tra lavoro e preghiera con la preminenza per l'uomo interiore; deve essere visto in rapporto all'obbedienza e alla carità.

 L’esperienza di vita dei Padri del deserto ci dice che il lavoro è una manifestazione e un'esperienza di libertà, perché è una prova, una testimonianza d'amore. A noi il fatto che talvolta sia pesante e faticoso potrebbe far credere che non abbia nulla di tutto questo, perché il sudore e lo sforzo ne nascondono la bellezza; ma, spesso, rivela una profonda presenza dell'amore, perché conduce all'uomo. Il lavoro, anche nella fatica, è l'attrazione dell'uomo verso l'uomo, che tende ad assicurare un campo di espressione alla libertà umana, un campo di giusta libertà, libertà non soltanto economica, ma anche politica, culturale e religiosa.

 Il lavoro è fonte di “moralità” nel suo senso classico e originale: un agire per mezzo del quale l'uomo deve realizzarsi in quanto essere libero e responsabile, perché su libertà e responsabilità si basa la sua dignità essenziale. Il lavoro non rivela soltanto la realtà spirituale e corporale dell'uomo, ma anche il processo di complementarità, di interazione della persona in quanto realtà morale. Fare il bene significa fare ciò che rende la vita ricca e feconda: il bene è ciò che protegge la vita e la conduce alla sua ricchezza e pienezza. Il servizio reso per mezzo del lavoro allarga il nostro cuore e accoglie Dio e il prossimo in uno spirito d’amore.

 Il Padre del deserto nella solitudine, nella povertà, nella semplicità estreme riesce a cogliere la pienezza della sua umanità, creata a immagine e somiglianza di Dio, che è sempre all'opera[33]. È in Cristo che l'uomo può essere compreso. Da questa affermazione consegue che il lavoro e la preghiera sono non soltanto cooperazione, ma anche unione con Cristo nella sua opera redentrice. Colui che prega ed è un lavoratore, e il lavoratore che prega, aiutano l'uomo; in effetti, con la loro «azione», contribuiscono a far sì che tutti gli elementi che compongono la vita si accordino con la vera dignità dell'uomo. Il Padre del deserto vive questo duemila anni fa e ci dice che l’'uomo partecipa alla regalità di Cristo. La partecipazione alla sua regalità, che è un lavoro, il lavoro più nobile, comporta due aspetti:

-     la tensione verso la libertà regale, per mezzo della sovranità sul peccato che separa l'uomo da Dio, da se stesso e dagli altri;

-     il servizio a Cristo nel prossimo; servizio inteso dalla Gaudium et spes come un lavoro che conduce i fratelli a Cristo per mezzo dell'umiltà e della pazienza.

 Deve esistere una complementarità tra la preghiera, la carica reale del lavoro, la sovranità sul peccato e il servizio ai fratelli. È una lezione che dovremmo fare nostra: la profonda armonia tra cuore e mani, intelligenza e volontà, che ha fatto dei Padri del deserto testimoni assolutamente credibili del munus regale, della missione affidata ad ogni cristiano.

 


[1] Gv 6, 27

[2] Lc 10, 42

[3] 2Ts 3,10

[4] ICor 4, 12, ecc.

[5] Fondatore all’inizio del V secolo sulla riva asiatica del Bosforo di una comunità di monaci bizantini; il loro nome significava “quelli che non dormono” per la continua preghiera fatta a turno giorno e notte).

[6]1Ts 5, 17

[7] Teodoro di Fermo, apoft. 10

[8] Apollo 2, Agatone 9

[9] Poimen 69

[10] Nacque a Ebora, nella regione del Ponto (Asia minore), nel 345. Amico di Basilio il Grande e di Gregorio di Nazianzo, visse a Costantinopoli, prima di ritirarsi tra i Padri del deserto (nel 385) come discepolo di Macario l'Egiziano. Nei suoi scritti, in particolare nel Trattato sulla preghiera e nel Praktikos, racchiuse il suo insegnamento sulla vita monastica. A lui si deve una prima classificazione dei vizi capitali e dei mezzi per combatterli. Le sue opere furono condannate al Concilio di Costantinopoli nel 533 come origeniane. Ma, nonostante la condanna, Evagrio è venerato ancora oggi in tutto l'Oriente cristiano come un padre della vita monastica e un teologo di primo piano, ispiratore dell'esicasmo. La Filocalia gli dedica ampio spazio. Le sue opere più importanti, oltre a quelle già citate, sono le Sentenze sulla conoscenza (Kephaliga gnostika) e il Libro delle confutazioni (Antirrhetikos), composte di aforismi e di brevi annotazioni. Morì nel 399.

[11] Giovanni Cassiano nacque in Provenza (ma, secondo altri testi, nacque in Romania, vicino a Dobrogea) ca. nel 360 da famiglia molto benestante e ricevette in gioventù un'ottima educazione.

Ancora giovane, decise con un suo amico, tale Germano, di visitare i luoghi sacri in Palestina, soggiornando lungamente in Betlemme. Tuttavia a colpire profondamente Cassiano fu soprattutto una visita ai più famosi eremi del deserto egiziano, dove conobbe e divenne probabilmente discepolo di Evagrio Pontico, il grande ispiratore del monachesimo orientale.

Dall'Egitto, Cassiano si trasferì a Costantinopoli, dove diventò allievo di San Giovanni Crisostomo, patriarca della città, il quale lo nominò diacono e tesoriere della cattedrale.

Tuttavia, nel 403, Crisostomo fu condannato all'esilio ad Antiochia e poi nel Ponto, dal sinodo di Ad Quercum, cioè la Quercia, sobborgo di Costantinopoli, in seguito ai loschi maneggi del suo acerrimo avversario, Teofilo, patriarca di Alessandria.

Per perorare la causa di Crisostomo, Cassiano fu inviato presso Papa Innocenzo I (401-417) a Roma, dove fu successivamente ordinato sacerdote.

Nel 415, Cassiano fondò a Marsiglia due monasteri, uno per uomini, intitolato a San Vittore, e l'altro per donne, sull'esempio di quelli egiziani, ed in Provenza visse per il resto della sua vita, scrivendo i suoi due libri, De institutis coenobiorum e Collationes, rispettivamente un trattato di regole monastiche ed una serie di conversazioni di Cassiano con eremiti egiziani. Cassiano morì nel 435 ca.

[12] Sofronio Eusebio Girolamo (Stridone, Dalmazia 347 - Betlemme settembre 420) fu un traduttore della Bibbia dal greco e dall'ebraico al latino. È commemorato come santo (san Girolamo, in latino Hieronymus) dalla Chiesa cattolica, per cui è anche padre della Chiesa e dottore della Chiesa. Studiò a Roma, nel 379, ordinato prete dal vescovo Paolino, si recò a Costantinopoli dove poté perfezionare lo studio del greco sotto la guida di Gregorio Nazianzeno (uno dei "Padri Cappadoci"). Risalgono a questo periodo le letture dei testi di Origene e di Eusebio. Dopo tre anni di vita monastica tornò a Roma, nel 382, dove divenne segretario di papa Damaso I e conseguì un notevole successo personale, ma alla morte del Papa il suo prestigio scemò e Girolamo tornò in oriente, dove fondò alcuni conventi femminili e maschili, in uno dei quali trascorse gli ultimi anni. Morì nel 420.

La Vulgata, prima traduzione completa in lingua latina della Bibbia, rappresenta lo sforzo più impegnativo affrontato da Girolamo. Nel 382, su incarico di papa Damaso I affrontò il compito di rivedere la traduzione dei Vangeli, successivamente, nel 390, passò all'antico testamento in ebraico concludendo l'opera dopo ben 23 anni.

Il testo di Girolamo è stato la base per molte delle successive traduzioni della Bibbia, fino al XX secolo quando per l'antico testamento si è cominciato ad utilizzare direttamente il testo masoretico ebraico e la Septuaginta, mentre per il nuovo testamento si sono utilizzati direttamente i testi greci.

Con il termine Vulgata si indica la traduzione in latino della Bibbia.

[13] Basilio, Regole diffuse 38

[14] Conferenza di Abba Abramo 24-3

[15] GS 57 par. I

[16] GS 43 par. I

[17] Ist. X, 24

[18] Ist. II, 14

[19] Nasce ad Esneah (Tebaide superiore) da una famiglia pagana del sud dell'Egitto. Si converte alla vista della carità dei cristiani per le reclute imperiali. Si pone alla scuola dell'eremita Palamone ( 320 ca.) ma ben presto decide di organizzare un " villaggio cristiano ", cioè la vita comune di monaci disciplinati come un corpo unico. Molti lo seguono, perciò riunisce in vari monasteri, specialmente a Tabennesi e Pebow, migliaia di fratelli e anche monache. Poco prima della morte, avvenuta il 9 maggio 346 o, forse più precisamente (secondo le fonti copte) nella stessa data del 347, a causa di un'epidemia scoppiata tra i suoi monaci, è sottoposto al giudizio di un Sinodo di vescovi locali a Latopoli, ma l'energia dei suoi discepoli lo salva dalla condanna. Fra questi, Teodoro ne conserva i ricordi più vivi che sono alla base delle Vite copte e della Vita prima in greco (redatta forse prima del testo copto). Quanto alle Regole, è difficile sapere se siano state messe per iscritto prima della morte del fondatore. Nella traduzione di Girolamo esse si presentano in quattro collezioni non concordate. In copto ne sono stati trovati solo dei frammenti, in greco si hanno solo estratti.

[20] Wadi El Natrun è una depressione desertica (circa 23 metri sotto il livello del mare) lunga circa 60 chilometri sita nel governatorato egiziano di al-Buhayrah, circa 90 chilometri a nord-ovest del Cairo. In arabo, il suo nome significa "Valle dei nitrati", a causa della presenza di otto diversi laghi contenenti nitrati nel territorio circostante. In copto la regione è anche nota come Shee-Hyt, che può essere tradotto come "bilancia dei cuori" o "misura dei cuori". E' conosciuta anche come Sceti, "l'ascetica" (Scetes in greco, Scetis in latino). Nella letteratura cristiana la regione è anche chiamata il Deserto di Nitria, dal nome dell'antico insediamento religioso di Nitria.

La regione di Wadi el-Natrun era e rimane una delle regioni più sacre per la cristianità. Il primo insediamento cristiano si deve a san Macario il Grande, che vi si stabilì attorno al 330. Tra il III e il VII secolo, tale località attrasse un numero enorme di persone che qui giungevano per entrare in uno dei più di cento monasteri del Deserto di Nitria. Molti anacoreti, eremiti e monaci vissero al suo interno, nel deserto stesso o sulle colline che la costeggiano, attratti dalla solitudine e dalla durezza della vita nel deserto. Infatti tali individui ritenevano che vivere in questa regione avrebbe insegnato loro il disprezzo del mondo materiale e avrebbe permesso agli asceti di rispondere in modo migliore alla chiamata di Dio.

L'importanza della regione declinò a partire dal VII secolo. Già a partire dall'inizio del V secolo i monasteri subirono attacchi e saccheggiamenti da parte dei nomadi che abitavano il deserto libico. Con la conquista musulmana dell'Egitto del 641 molti dei monasteri furono distrutti e saccheggiati dagli Arabi. Ancora oggi rimangono nella regione quattro monasteri copti ortodossi, tutti fondati nel IV secolo.

[21] Cassiano, Conf. 9,31

[22] Il termine, nel greco classico, designa la negligenza, l'indifferenza, la mancanza di cure e di interesse per una cosa. Designa inoltre l'abbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione, la stanchezza, la noia e la depressione dell'uomo di fronte alla vita.

É lo smarrimento estremo: si produce uno stato d'animo che intacca e rischia di disorientare tutto ciò che raggiunge. Due conseguenze tipiche sono l'instabilità e il disprezzo per gli impegni della propria vita.

L'uomo non padroneggia più la vita; le vicende lo avviluppano inestricabili, ed egli non sa più vederci chiaro. Non sa più come comportarsi in determinate vicende della propria esistenza; e il compito a lui affidato gli si erge davanti insuperabile, come la parete di una montagna.

[23] cfr. Gv 6, 27

[24] Lc 10, 42

[25]1 Ts 5, 17

[26] Sal 51, 1

[27] cf.1,2; 21,24

[28] Gv.4,34

[29] Agostino, Regola,127

[30] Sal 35, 10

[31] Cassiano, Instit. 10,22

[32] Inst. 10,24

[33] cfr. Gv 5,17


 TESTI CONSULTATI:

L. REGNAULT, La vita quotidiana dei Padri del deserto, Piemme, 1994.

L. LELOIR, Deserto e comunione, Gribaudi, 1982.


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19 febbraio 2018                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net