PROFEZIA E MISTICA DI

 

ILDEGARDA DI BINGEN

 

 

di
Patrizia Alloni


docente di italiano e storia, studiosa del mondo latino medievale

 

Santa Idelgarda di Bingen

estratto da: "Ildegarda di Bingen - Il centro della ruota

Spiegazione della Regola di San Benedetto"

 

a cura del Centro Studi St. Idelgarda e Ass. Culturale Nimesis - Milano

Questa illustrazione rappresenta l'amore divino del figlio di Dio. I fuochi dell'amore e del giudizio bruciano sul suo petto, segnando i limiti esterni dell'universo, nel quale l'uomo prende posto come coronamento della creazione.

Tratto da "Liber Divinorum Operum", Lucques, Biblioteca Statale, Codex Latinum n. 1942, dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia


 

“C’era in Germania una vergine mirabile cui la forza divina aveva dato tali grazie che, benché essa fosse laica (‘Laico’ si intende qui in opposizione a ‘chierico’, ovvero significa ‘colui che non ha frequentato delle scuole’)  e illetterata, tuttavia in maniera meravigliosa aveva imparato, spesso trasportata in sogno, non soltanto a esprimersi, ma anche a dettare in latino, in modo tale che dettando ha composto libri sulla fede cattolica”.

Così nel XIII secolo viene descritta s. Ildegarda di Bingen da Vincenzo di Beauvais in quella grande enciclopedia del sapere medievale che è lo Speculum historiale.

Veramente straordinaria fu la vastità del sapere di Ildegarda, una delle figure più affascinanti del Medioevo, in gran parte ancora del tutto da scoprire e da inquadrare nella sua complessità, poiché la mole delle sue opere e la poliedricità delle materie da lei trattate hanno talora indotto a privilegiare solo alcuni aspetti e non sempre, purtroppo, nel quadro della generale riscoperta della sua figura con l’approssimarsi dei 900 anni della sua nascita (Ildegarda nacque nel 1098 a Bermersheim, m. 1179), sono i più importanti ad aver goduto di considerazione.

Fino al XIII secolo, periodo in cui si può a buon diritto individuare addirittura una ‘mistica femminile’ e tutto un fiorire di movimenti religiosi promossi o legati a figure femminili, ben poche donne emergono nel panorama della letteratura; nel XII secolo, poi, con l’eccezione di Eloisa, in campo religioso ne compaiono solamente altre due oltre ad Ildegarda di Bingen, ossia Elisabetta di Schonau († 164), che fu amica di Ildegarda, e Herrade di Landsberg († 191 ). Nessuna di queste due, però, esercitò durante la sua vita l’influsso e il carisma della santa di Bingen.

Certo Ildegarda si segnalò all’attenzione dei suoi contemporanei innanzitutto per la straordinaria forza delle sue visioni, che le acquistarono già in vita fama di santità e la resero una delle figure più carismatiche, tanto da indurre papi e imperatori a ricorrere al suo consiglio. Ildegarda parla, perché costretta dall’invito imperioso e irrifiutabile (una magna pressura, una stretta acuta e dolorosa, la definisce) di una voce, che sente dentro di sé sin dalla più tenera età, la voce della Luce vivente. È facendosi eco e cassa di risonanza di questa voce che la badessa di Rupertsberg dispensa consigli e indirizzi di vita pratica e spirituale, ma anche, più di ogni altra cosa, illustra una sua cosmologia e tratta questioni teologiche. Altrettanto vasta e profonda è la sua conoscenza del mondo naturale, la sua competenza nel campo della medicina e della fisiologia.

Davvero impressionante ci appare ancor oggi l’estensione del suo sapere e tanto più degne di nota mostrano di essere la sua scienza e la sua saggezza trattandosi di una donna, una monaca reclusa in monastero inoltre, che, per sua stessa definizione, è “una povera, piccola figura” che “nulla sa di umane lettere”.

Con queste parole, infatti, si presenta Ildegarda nell’esordio della risposta ad alcuni monaci che, per restituire disciplina al proprio convento, le chiedono una spiegazione e un commento alla Regola di San Benedetto:

“... io, una povera donna che nulla sa di umane lettere, rispondendo alla vostra richiesta volsi lo sguardo al vero lume ed alla memoria del beato Benedetto, perché quanto nella dottrina della Regola di San Benedetto si presenta all’intelletto umano alquanto difficile e oscuro, mi si manifestasse per divina grazia. Ed io udii una voce dal vero Lume dirmi...”.

In parecchi punti dei suoi scritti Ildegarda torna a ripetere questa professione di ignoranza e di scarsa istruzione (anche se tale affermazione sembra in parte smentita ad un attento esame delle fonti delle sue opere). Si definisce una “paupercula forma”, una “povera, piccola figura”; non solo, ma ripete dei luoghi comuni sull’inferiorità e sulla subordinazione costituzionale delle donne agli uomini, che dall’esempio della sua vita sembrerebbero contraddetti.

Non è sufficiente pensare, come ha fatto qualcuno, che queste affermazioni siano semplicemente dei luoghi comuni; è pur vero che sono piuttosto frequenti nella cultura dell’epoca e non solo in testi scritti da donne. Se si leggono le prefazioni alle opere di alcuni autori del XII secolo, per esempio il prologo dello Speculum caritatis di Aelredo di Rievaulx o quello di Ruperto di Deutz al De victoria Dei, si ricava l’impressione che spesso la decisione di scrivere sembri necessitare di una giustificazione formale, soprattutto quando lo scrittore non è un maestro di scuola, quindi non ha una motivazione professionale del suo scrivere: può essere l’utilità del contenuto, il proposito di fornire un exemplum o delle esortazioni di vita morale (come nel caso delle vite di santi), il desiderio di sperimentare le proprie capacità letterarie, sovente l’ordine di un superiore, al quale si risponde magari controvoglia.

Una componente di queste affermazioni può essere ricercata in convenzioni letterarie e topos, così come le dichiarazioni di inadeguatezza al compito e all’impegno richiesto possono essere indotte dall’impegno monastico a praticare la virtù dell’umiltà.

Se tutto questo valeva per gli uomini, ancora di più doveva essere vero per le donne che sceglievano di scrivere. Nel caso di Ildegarda, poi, la necessità di un’approvazione e convalida autorevole era ancora più sentita, per il fatto che ella scrisse su argomenti, quali quelli teologici, fino ad allora di stretta pertinenza maschile.

Il Medioevo, sia la società civile sia le gerarchie ecclesiastiche, riservò ben poco spazio all’azione delle donne. S. Tommaso d’Aquino, la cui speculazione teologica è certamente la più importante di tutta l’età di mezzo, liquida brevemente il ruolo della donna nell’ordine della creazione definendola “ausiliaria all’opera dell’uomo nella procreazione”, dal momento che l’uomo “trova migliore aiuto in un altro uomo che nella donna”.

La stessa Ildegarda, in un passo del Liber divinorum operum, forse la più importante delle sue opere teologiche, scrive in merito al rapporto fra uomini e donne:

“L’uomo rappresenta la divinità, la donna l’umanità del figlio di Dio. L’uomo, perciò, presiede il tribunale del mondo e governa ogni creatura, mentre la donna è sottoposta al suo arbitrio e soggetta a lui”.

Questa professione d’inferiorità potrebbe sembrare un pedaggio necessario da pagare, per poter godere di credito in un mondo dove alla donna viene lasciato ben poco spazio, ma Ildegarda pare realmente convinta che questo sia lo stato naturale delle cose.

Una prova di questo fatto può essere data dall’uso che ella fa dell’aggettivo muliebris; in più di un punto della sua opera esso viene impiegato con connotazione decisamente dispregiativa; interessante, in proposito, un passaggio del Liber vitae meritorum, dove, parlando della fedeltà, Ildegarda dice espressamente:

“Una creatura che desidera essere fedele, rigetti la leggerezza e debolezza propria delle donne (muliebris) e cerchi di ottenere con impegno una fortezza virile, anche apparentemente mite”.

Per citare un caso analogo, cronologicamente non molto distante da Ildegarda, anche Eloisa protesta con Abelardo quando il filosofo, in una lettera a lei indirizzata, compie l’atto inaudito e “contrario all’ordine naturale” di mettere il nome di lei prima del suo; ciò significherebbe anteporre “la donna all’uomo, la moglie al marito, la serva al padrone”; eppure Eloisa è una donna colta e riconosciuta come tale da molti uomini, primo fra tutti lo stesso Pietro Abelardo. Nel caso di Eloisa, però, proprio la vicinanza e il confronto con un uomo della statura di Abelardo potrebbe giustificare l’uso di tali espressioni.

Per Ildegarda invece tale problema non si pone; vi furono accanto a lei figure maschili di un certo rilievo, in particolare il monaco Vollmar, che fu un suo prezioso e fidato collaboratore, e Guiberto di Gembloux, con cui intrattenne un fecondo scambio epistolare; in entrambi i casi, però, Ildegarda ha un ruolo di evidente superiorità, che questi uomini stessi in qualche modo le riconoscono. Ildegarda, poi, a differenza di Eloisa, scrive abbondantemente e non si limita all’invio di epistole, ma, oltre che spaziare in diversi campi del sapere, con lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum, concepisce una trilogia alquanto sistematica in materia di teologia e morale.

Eloisa, invece, non andò aldilà della stesura di alcune lettere. Anche l’opera di Elisabetta di Schönau, che in larga misura esiste nella redazione del fratello Egberto, non può essere confrontata con quella di Ildegarda, trattandosi perlopiù di visioni cui manca la grandiosità degli scenari ildegardiani; nell’epistolario, poi, ancor più evidente è la distanza fra le due figure, dove in Ildegarda è soprattutto la virtù della discretio, della moderazione e del discernimento, a dare l’impronta principale, e, unitamente alle sue doti di chiaroveggenza, a costituirla un’insuperabile direttrice spirituale. (Quanto, ad Herrade di Landsberg, per rimanere nell’ambito di scrittrici religiose del XII secolo, il suo Hortus deliciarum, per quanto sia una grande enciclopedia, rimane pur sempre una compilazione di testi biblici, patristici e di autori medievali).

Le donne avevano minori opportunità di istruzione rispetto agli uomini e quando ciò avveniva il più delle volte era frutto del caso; una istruzione rudimentale di base veniva spesso impartita, sia ai maschi sia alle femmine, dalla madre; in un secondo tempo, gli uomini avevano la possibilità di venire istruiti da istitutori o in monasteri dove erano entrati come oblati; per le donne ciò era molto meno probabile. Per questo motivo è eccezionale l’istruzione che Eloisa possiede già prima di conoscere Abelardo; furono forse le monache dell’Argenteuil ad impartirgliela.

Le uniche notizie relative all’istruzione di Ildegarda forniteci dai suoi biografi si riferiscono agli anni della reclusione nel romitorio femminile fondato da Giuditta di Spanheim sul Disibodenberg. Nella più importante Vita di Ildegarda, ossia quella la cui redazione finale è opera di Teodorico da Echternach, si legge in proposito:

“Giuditta [...] la educava diligentemente sotto le vesti dell’umiltà e dell’innocenza, istruendola solamente nei Salmi di David e le indicava come lodare Dio sul salterio a dieci corde. Per il resto oltre alla conoscenza basilare dei Salmi nessuno le impartì alcuna altra formazione letteraria o musicale”.

Giuditta, dunque, non solo, come pare di comprendere da questo passo, le insegnò a leggere, ma le impartì anche una formazione musicale, cosa piuttosto singolare, ma che certo giocò una notevole influenza su Ildegarda, che in seguito divenne essa stessa compositrice di melodie per testi liturgici e di argomento religioso.

Quando Ildegarda si dichiara illetterata, in realtà, non mente; molto probabilmente in questo modo vuole semplicemente indicare di non aver avuto accesso ad una istruzione di tipo tradizionale secondo le arti del trivio e del quadrivio e di non aver studiato a fondo la sintassi latina, di non aver avuto, insomma, accesso a scuole nel senso proprio del termine. In uno dei passi della Vita in cui la santa parla in prima persona, Ildegarda dice infatti di aver

“compreso gli scritti dei profeti, dei vangeli e di altri santi e di alcuni filosofi (corsivo mio) senza alcuna istruzione da parte di uomini e (di aver) esposto alcune cose provenienti da quelli, benché possedessi una scarsa conoscenza delle lettere, secondo quanto appreso da una donna non istruita”.

La mancanza di una approfondita istruzione rende allora ancora più degno di rilievo il fatto che la lingua adoperata da Ildegarda per descrivere le sue visioni sia proprio il latino, lingua dei dotti, e non il tedesco, sua lingua madre. Nella lettera a s. Bernardo di Chiaravalle, Ildegarda dice espressamente di non ricevere l’ammaestramento in lingua tedesca.

È particolarmente interessante che Ildegarda si serva del latino per divulgare le sue visioni; in questo modo non si presenta semplicemente come una mistica che, forzata a parlare delle sue visioni dovrebbe preferire il ricorso alla lingua materna. Le sue visioni, come lei stessa afferma, non avvengono in stato di estasi, di raptus, non interessano solo la sua anima, ma sono quasi insegnamenti rivolti a tutta la comunità, che lei, in quanto dotata del dono della profezia, deve necessariamente divulgare. Utilizzando il latino, anche se stilisticamente poco raffinato, per i suoi scritti teologici, Ildegarda entra a far parte della cerchia ristretta, fino ad allora rigorosamente maschile, degli scrittori di teologia. Come far accettare questa sua collocazione, se non affermando che proprio in latino lei viene interiormente istruita?

A Ildegarda, badessa e fondatrice di monasteri, si rivolsero, per avere un consiglio e una guida non solo semplici religiosi e laici, ma anche papi (Anastasio IV e Alessandro III) e imperatori (Corrado III e Federico Barbarossa), che si rivolgevano alla prophetissa teutonica - così venne chiamata Ildegarda - per ricevere illuminazione e consiglio. Fu la fama delle sua visioni a confermarla sempre più nel ruolo di consigliera e direttrice spirituale, cui spesso si rivolsero abati e vescovi per ricevere lumi sulla propria condotta spirituale e sulle responsabilità legate ai loro incarichi. Le risposte fornite da Ildegarda, benché sempre riferite all’autorità della Luce vivente, mostrano un’acuta capacità di discernimento e una sicurezza, che mostrano la sua intima unione con il volere divino.

Il dono della profezia e della veggenza fu la caratteristica che più contribuì a far crescere la fama di santità di Ildegarda, la quale scrive quanto lei stessa riceve principalmente perché vi è costretta, ma anche perché secondo quanto dice Paolo nella prima lettera ai Corinzi “l’assemblea ne riceva edificazione”. Anzi, sostiene Paolo, proprio per questo motivo è meglio possedere il dono della profezia che quello delle lingue, perché “chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea”.

Ildegarda non si limitò ad “edificare l’assemblea” con i suoi scritti di materia teologica e con lettere di direzione spirituale. Ancora più degno di nota, specialmente per l’epoca in cui visse, è il fatto che a questa donna fu concesso di uscire dalla sua clausura. Ildegarda in quanto benedettina era tenuta a rispettare il voto di stabilitas loci, che la vincolava a rimanere sempre nello stesso convento; ella, invece, ne uscì, non solo per andare a fondare nuovi monasteri, ma anche, e questo è il fatto più straordinario, per predicare in pubblico.

Nel Medioevo, d’altro canto, le visioni, quasi sempre attribuite ad una realtà extrapsichica ed ultraterrena, spingono, molto più che nella età moderna, all’azione. Nel caso specifico di visioni a carattere religioso, l’azione può esplicarsi nell’indurre conversioni, nel fondare conventi o anche nella predicazione in pubblico.

L’attività predicatoria di Ildegarda è un fatto unico per il Medioevo, in quanto, come si è già detto, si tratta di una donna e di una monaca benedettina di clausura, che, per svolgere questa attività (una consegna ricevuta da Dio) viene meno al voto di stabilitas loci.

Ciò si verificò in quattro occasioni, durante le quali Ildegarda si spinse in Franconia, in Lorena, in Svevia e lungo il corso del fiume Reno. Fu, come si legge nella Vita, lo Spirito di Dio a spingerla, anzi a costringerla a predicare in pubblico. L’amore per le sorti della Chiesa non la fa esitare a riprendere vigorosamente le debolezze del clero, a intervenire contro l’eresia catara, a ricondurre monaci e monache al rispetto della loro Regola. Ciò che è più interessante, in tale contesto, è forse il fatto che mai Ildegarda incontrò ostacoli o critiche per la sua predicazione, neppure da parte di coloro che attaccava apertamente. Quando si verificarono attriti con le gerarchie ecclesiastiche, non fu certo per un mancato riconoscimento dell’attività visionaria; al contrario, Ildegarda riuscì, a volte dopo un certo periodo di tempo, a far accettare le proprie decisioni (come nel caso della nuova fondazione del monastero di Rupertsberg o nella questione della sepoltura del nobile scomunicato) proprio appellandosi all’autorità della voce della Luce divina. In altre parole, fu proprio l’essere divenuta famosa per aver ricevuto parecchie visioni che le consentì di essere accettata, se non acclamata, quale predicatrice itinerante.

Questo fu certamente un privilegio e un fatto singolare per il XII secolo, periodo in cui la predicazione dei monaci va gradatamente sostituendosi a quella dei canonici regolari, fino ad allora considerati gli unici ‘depositari’ di questo compito. In questo periodo, invece, la predicazione dei monaci si va affermando al punto che “occasionalmente perfino monache come Ildegarda di Bingen predicarono, anche se i canonisti del XII secolo obiettavano che le donne, per quanto istruite e sante, non devono pensare di poter insegnare agli uomini. Un famoso canonista ecclesiastico, infatti, Graziano, ammonisce severamente le donne a intraprendere qualsiasi attività di predicazione, anche se si trattasse di donne colte e di vita santa:

“La donna, anche se colta e santa, non abbia la presunzione di dare insegnamenti a uomini nei conventi”.

Un passo delle Sacre Scritture in particolare, rafforzava la Chiesa nella convinzione che le donne dovessero astenersi dal parlare nelle assemblee. Si tratta di un passo della prima lettera ai Corinzi di s. Paolo:

“Come in tutte le comunità di fedeli, le donne nelle assemblee tacciano, perché non è loro permesso parlare (gr. laleîn); stiano invece sottomesse, come dice anche la legge” (1 Cor 14,34).

La parola greca impiegata da Paolo, ovvero laleîn, di fatto non significa semplicemente ‘parlare’, bensì ‘insegnare’ e, nel contesto, ‘esercitare un carisma profetico’; la traduzione latina della Vulgata rese però questo verbo con il semplice loqui, cioè, appunto, ‘parlare’. Fondandosi su questo passo, molti uomini ebbero buon gioco a criticare e contrastare l’esercizio della profezia e dell’attività predicatoria da parte di donne, che, ciononostante, proprio in questo campo trovarono, paradossalmente, maggiori opportunità di esprimersi su temi, quali appunto quelli teologici, che non sarebbero stati di loro pertinenza.

Un decreto come quello di Graziano non poté comunque fermare Ildegarda, la cui produzione teologica e la cui attività apostolica venne approvata all’epoca anche da un pontefice, Eugenio III. Questa approvazione le fu certo altamente utile, per non dire necessaria; se nel Medioevo già l’attività scrittoria degli uomini aveva bisogno di auctoritates per convalidare le proprie affermazioni, quanto più dovette averne bisogno una donna, incolta per sua stessa ammissione, per riuscire in primo luogo ad eliminare ostacoli e possibili opposizioni, in secondo luogo per essere ascoltata efficacemente.

Ancor più del richiamo all’approvazione papale, però, doveva suonare determinante e convincente appellarsi all’autorità più alta di tutte, quella di Dio.

Poiché Dio stesso è la fonte delle visioni e colui che spinge Ildegarda a scrivere, non solo la sua attività di scrittrice e predicatrice è giustificata, ma anche il contenuto delle sue opere non può essere messo in discussione, tanto più che Ildegarda, professando la sua ignoranza, conferisce un rilievo ancor maggiore alla rivelazioni di cui e beneficiaria.

“Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi” (v.17) “Sono parso a molti quasi un prodigio, eri tu il mio rifugio sicuro” (v.5): questi versi del salmo 70 sembrano adattarsi in modo particolare all’esperienza di Ildegarda e insieme a questi, ancora più pertinente è il v. 15 dello stesso salmo, che nella sua versione latina (quella della Vulgata, cioè il testo ufficiale della Chiesa che, è bene ricordare, Ildegarda leggeva e pregava, e che fu anche, in un certo senso, l’unico manuale scolastico che poté accostare) sembra essere riecheggiato nel passo della Vita succitato e quindi convalidare, per così dire, le frequenti attestazioni, da parte di Ildegarda, di ignoranza e di mancanza di istruzione: “Os meum narrabit iustitiam tuam, tota die salutem tuam, quia non cognovi litteraturam (“La mia bocca annunzierà la tua giustizia, tutto il giorno la tua salvezza, che non so misurare”). “Quia non cognovi litteraturam” (‘perché non ho conosciuto [o ‘compreso’] le lettere’, traduzione letterale di un punto di difficile interpretazione nel testo ebraico, ufficialmente tradotto in italiano con “che non so misurare”.) sembra trovare corrispondenza in ‘cum uix noticiam litterarum haberem ’ (‘benché possedessi una scarsa conoscenza delle lettere’) di Vita 11,2.

A questo punto, secondo il testo del salmo 70, che certo Ildegarda conosceva, la scarsità di istruzione, non sembra più solo giustificabile, ma quasi necessaria all’annuncio dei messaggi profetici di provenienza divina: anche dalle Scritture, perciò, giungeva alla monaca di Bingen un’ulteriore conferma dell’utilità della propria condizione di indocta.

La validità e veridicità del suo modello profetico viene ulteriormente rafforzata da un’altra caratteristica, che va ad aggiungersi al fatto di essere donna e di essere incolta, cioè la lunga serie di infermità che prostrano Ildegarda per la maggior parte della sua vita.

Ildegarda sembra far rivivere in sé le parole di Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, dove l’apostolo, proprio parlando delle visioni e delle rivelazioni di cui è stato fatto beneficiario dice:

“(Il Signore) mi ha detto «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.(2 Cor 12,9-10)

Se la forza coincide con la debolezza, come contestare la debolezza insita nella condizione femminile? Essere donna, essere incolta ed essere inferma sono dunque condizioni che anziché impedire la visionarietà e l’attività profetica, la confermano e la autenticano.

Ildegarda è una “visionaria per natura”. In vari passi delle sue opere la monaca accenna alle visioni, avute fin da giovanissima e tenute nascoste fino all’età di quarantadue anni, quando a lei una

“luce vivissima come di fuoco, proveniente dal cielo, trafisse la mente, il cuore e il petto, avvolgendo(la) con il suo calore come una fiamma”.

costringendola a divulgarle e a metterle per iscritto.

E’ interessante in proposito leggere quanto lei stessa dice di questo dono naturale nella lettera indirizzata a san Bernardo di Chiaravalle. In questa epistola Ildegarda apre il suo animo lasciandosi andare ad alcune confidenze:

“Padre, io sono molto preoccupata per questa visione, che mi apparve nello spirito del mistero, e che non vidi mai con gli occhi esteriori corporali. Io, infelice e più che infelice nel mio nome di donna, ebbi sin dall’infanzia delle visioni grandi e meravigliose, che la mia lingua non sa esprimere, se non quanto mi ha insegnato lo Spirito di Dio, perché vi presti fede. O Padre così saldo e così mite, rispondi nella tua bontà a me, tua indegna ancella, che mai ho potuto vivere, da quando ero piccola, un’ora sola al sicuro; nella tua pietà e saggezza, scruta la mia anima, secondo quanto lo Spirito Santo ti ha donato [...]. Io, di fatto, so nel testo l’intelligenza interiore di quanto è esposto nei salmi, nel Vangelo e in altri volumi, che mi appaiono in questa visione che tocca il mio cuore come una fiamma ardente, istruendomi in quanto vi è di profondo in quella visione. Ma non mi istruisce nella lingua tedesca in argomenti, che non conosco; io so solamente leggere in semplicità il testo, non con precisione. Rispondimi dunque in merito, perché sono una persona ignorante, completamente priva di istruzione in materie esterne, mentre sono istruita all'interno, nella mia anima”.

Ildegarda parla delle rivelazioni e delle visioni di cui gode come di qualcosa che Dio le dona direttamente, senza intermediazioni umane; non sono pochi i passi in cui sottolinea la sua ignoranza e mancanza di istruzione. In realtà la lettura delle sue opere e l’analisi delle fonti rivela una conoscenza non indifferente di autori cristiani e, probabilmente, influssi anche di autori classici. E’ frequente nelle vite di santi e di mistici il richiamo al fatto che illuminazioni o visioni divine provengano direttamente da Dio senza intermediazioni. Si pensi, per esempio, al passo del Testamento di san Francesco d’Assisi in cui il santo, parlando della propria esperienza dice:

“[...] nessuno mi mostrava cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo [...]”.

Ciò che preme a Ildegarda, d’altro canto, è non solo dare una spiegazione della propria esperienza di visionaria e di mistica, ma anche fondare le rivelazioni e le visioni di cui è beneficiaria su una salda e inoppugnabile autorità, che possa convalidare la sua attività di consigliera e predicatrice.

Ad Ildegarda si possono bene adattare le parole usate a proposito di s. Chiara d’Assisi e delle sue visioni:

“Il linguaggio delle visioni era infatti [...] il linguaggio più proprio per indicare le verità del profondo, il linguaggio proprio dell’esperienza religiosa, il linguaggio proprio del sentimento e del desiderio. E questo uno degli aspetti più tipici della spiritualità monastica femminile; a partire dal XII secolo e dalle grandi visionarie tedesche, la mistica femminile affiancò la grande teologia monastica maschile e si sviluppò secondo variegate prospettive sino a diventare una sorta di particolarità del l’esperienza religiosa femminile del XIII e XIV secolo”.

Ildegarda dà una compiuta descrizione, anche se non sempre perspicua, della sua esperienza visionaria, in una lettera indirizzata al monaco Guiberto di Gembloux datata 1175: da essa si ricavano alcune informazioni essenziali sulla natura delle sue visioni:

a) Le visioni si verificano disgiuntamente dai sensi corporei, in stato però di veglia e di assoluta coscienza, ad occhi aperti, di notte e di giorno, in uno stato, perciò, differente da quello di estasi comunemente associato ai mistici. Così, infatti, spiega a Guiberto di Gembloux:

“Queste cose non le ascolto con le orecchie del corpo, né sono frutto di mie elucubrazioni, né le percepisco attraverso i cinque sensi, ma avvengono nella mia anima, mentre gli occhi corporei sono ben aperti, così che non cado mai nello stato di svenimento proprio dell’estasi, ma le vedo di notte e di giorno rimanendo pienamente cosciente”.

 b) L’esperienza visionaria è contemporaneamente visiva e uditiva e di essa Ildegarda riesce a serbare a lungo il ricordo, perché gli insegnamenti che vi riceve è come se le si imprimessero nell’animo.

“Tutto ciò che imparo e vedo in visione, rimane per lungo tempo nella mia memoria, così che ricordo ciò che ho visto e udito una volta. Contemporaneamente vedo, ascolto e comprendo, e quasi simultaneamente imparo ciò che comprendo”.

 

c) L’anima di Ildegarda è costantemente abitata dall’ “ombra della luce vivente”, con cui la visione si identifica, e in cui è immanente “la luce vivente”.

“Le parole che vedo e sento in questa visione, non sono come le parole pronunciate per bocca di uomo, ma come una fiamma ardente e una nube che si muove nell’aria pura. In alcun modo riesco a scorgere la forma di questo lume, così come non sono in grado di discernere perfettamente il disco solare. E nello stesso lume vedo talvolta, non di frequente, un’altra luce, che mi è stato detto chiamarsi luce vivente.... (...) La mia anima non è mai abbandonata da quel lume, che viene chiamato ombra della luce vivente”.

 

Alcuni autori sostengono, in base a queste affermazioni, che Ildegarda non debba essere considerata propriamente una mistica. Kurt Ruh, nella sua Storia della mistica occidentale, contro l’opinione generale, esclude Ildegarda dalla storia della mistica tedesca, perché non è inserita in una tradizione mistica e non ha dato origine a una tradizione mistica, ma soprattutto perché ritiene che le sue visioni siano di tipo profetico e non estatico, fondandosi in ciò sulla distinzione operata da s. Tommaso d’Aquino fra visione estatica e profezia.

Secondo la definizione data da s. Tommaso nella Summa theologica, la profezia è una rivelazione divina (“prophetia est revelatio divina”). Nei capitoli dedicati alla profezia Tommaso afferma che “la certezza che proviene dalla luce divina è maggiore di quella proveniente dal lume della ragione naturale” e che “chi possiede la profezia proveniente dalla luce divina è molto più certo”.

Altri autori, invece, inseriscono di diritto Ildegarda nella storia della mistica, cercando di collegarla ad una tradizione risalente a Scoto Eriugena, Anselmo d’Aosta e sensibile agli influssi dei contemporanei Bernardo di Chiaravalle e Ugo di san Vittore.

A. Führkötter e J. Südbrack notano che proprio l’aspetto della ‘doppia luce’ che Ildegarda vede in visione la colloca nell’ambito della mistica cristiana: «In questo discorso della doppia luce si è sedimentata l’esperienza fondamentale della mistica cristiana, sotto tre aspetti. Anzitutto, all’uomo che si volge e dedica a Dio può essere fatto dono di una chiarezza che per lui significa dilatazione mistica. In Ildegarda si trattava della visione in profondità nella realtà della creazione. In secondo luogo, questa luce, che Ildegarda chiama “ombra della luce vivente”, è esperimentata come un riflettersi di Dio nel cuore dell’uomo. In terzo luogo, questo riflettersi è valido soltanto quando l’uomo lo riconosce come tale, come riverbero, e nello stesso tempo considera se stesso “simile a un nulla” e “si protende verso il Dio vivente”».

Solo in chi ha fatto il vuoto in se stesso Dio può veramente entrare; la Parola, per citare Guglielmo di Saint-Thierry, si genera solo “in mundo corde”, in un cuore puro, e quindi libero da ogni legame con il mondo.

Certamente la profezia è l’aspetto più singolare ed evidente dell’attività mistica di Ildegarda, in cui, del resto, lo spessore della trama del discorso è più marcatamente intellettuale che mistico in senso stretto, o, per meglio dire, estatico. Le visioni di Ildegarda sono nel contempo intellettuali e spirituali: intellettuali, perché riguardano le realtà sensibili insieme a quelle sovraterrene e tracciano il quadro di una cosmologia, con afflato quasi epico (tanto che uno storico gesuita, Alois Dempf, paragona la potenza espressiva di Ildegarda a quella di Dante, giungendo a sostenere che la forza poetica della sua cosmologia, in particolare nel Liber divinorum operum, è anche ‘più grande e penetrante’ di quella della Commedia), e con un certo intento ordinatore, mostrando, in alcuni passaggi di conoscere, se non di rielaborare, alcuni concetti filosofici sia di testi antichi sia di trattati a lei contemporanei; sono spirituali, perché tutte le visioni vengono accolte da Ildegarda all’interno della sua anima ed espresse per la salvezza delle altre anime. Certamente Ildegarda uguaglia Dante il quale forse ebbe modo di consultare a Lucca, dove tuttora è conservato, un codice del Liber divinorum operum per l’immediatezza e la profondità delle sue percezioni, ma le manca il rigoroso ordine razionale che governa tutta la struttura della Commedia, forse per via degli influssi esercitati dal suo continuo stato di malattia e infermità, strettamente legato, a suo dire, alla sua ispirazione poetica:

“Dal giorno della sua nascita, infatti, è avviluppata da dolorose infermità come se fosse presa in una rete, così da essere continuamente prostrata da dolori che le colpiscono la carne e le viscere; tuttavia Dio non volle che ella venisse meno, perché all’interno della sua anima razionale vede in spirito gli arcani di Dio”.

La particolarità dell’esperienza mistica di Ildegarda è che le visioni che riceve in dono dalla luce divina non la distaccano dalla realtà sensibile, né sono limitate nel tempo, come avviene per le estasi, ma sono una realtà che accompagna continuamente la monaca e che la conducono a percepire in modo sempre più netto l’unità di tutte le parti del cosmo. L’assenza in Ildegarda di fenomeni e manifestazioni psicosomatiche frequenti in alcuni mistici (come raptus, svenimenti ecc.) non escludono la natura mistica delle rivelazioni di Ildegarda, che anche e, forse, proprio nel non fare esperienza di queste manifestazioni mostra di conformarsi in pieno alle doti di equilibrio e moderazione “perno e centro” di una ruota ideale che rappresenta la Regola benedettina. Discretio, che si potrebbe ben tradurre come ‘misura, equilibrio’, è una virtù personificata, descritta nello Scivias come “la più abile vagliatrice (cribratrix) di tutte le cose, che trattiene ciò che va trattenuto ed elimina ciò che deve essere tagliato, come il grano dal loglio”.

Nella cosmologia ildegardiana la ruota occupa un posto importante, quale simbolo della creazione. In uno dei passi di apertura di Causae et curae descrive la creazione come una ruota in cui è contemporaneamente presente l’uomo e la divinità.

“Dio rimase integro come una ruota (rota). [...] Uomo, guarda l’uomo! Egli contiene in sé cielo e terra e le altre creature, ed è una forma, e in lui tutte le cose sono nascoste. Questa è la paternità. In che modo? Il giro della ruota è paternità, la pienezza della ruota è divinità”.

Rappresentando simbolicamente la Regola benedettina come una ruota, dunque, Ildegarda indica nell’equilibrio e nella moderazione  centro ideale della ruota  e nel dominio di sé le virtù da praticare eminentemente perché l’uomo, armonicamente inserito nell’universo, possa condurre una vita conforme al volere di Dio.



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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net