André Gozier O.S.B.

 

UNA REGOLA ANTICA PER TEMPI NUOVI

 

Ed. Paoline

 

 

 

Due saranno i testi fondamentali sui quali ci baseremo per queste meditazioni:

- la Regola di san Benedetto, o Regola dei monaci;

- la vita di san Benedetto quale ci è stata narrata da san Gregorio Magno nei suoi Dialoghi (ed è la sola biografia del Santo che ci sia pervenuta).

La Regola, scritta tra il 530 e il 540, è stata successivamente riveduta e perfezionata a più riprese in base alla maggiore esperienza acquistata da Benedetto. Vi si scoprirà un divario culturale rispetto al nostro tempo e sarà necessario spezzarne la scorza per arrivare al frutto nascosto. E questo frutto sarà la Sapienza che scaturirà da queste riflessioni per farsi guida alla nostra vita, una Sapienza che potrà risultare molto utile anche nel Duemila, come utile è stata in passato.

Trovandoci a vivere in un’epoca di dialogo tra le religioni e tra le varie forme monastiche, abbiamo avuto cura di segnalare qua e là accostamenti e corrispondenze con il monachesimo dell’Asia (induismo, buddismo) e con il sufismo. Segnalazioni che avrebbero potuto anche essere più numerose.

Come avviene nei monasteri zen, il lettore è condotto a scoprire progressivamente quella che è la verità del proprio essere, anche se in Benedetto a questo punto finale si arriva per altre vie. Questa discesa verso il proprio niente però non è fine a se stessa: nel cristianesimo essa diventa il punto di partenza di una elevazione che conduce addirittura alla divinizzazione: « Colui che si abbassa sarà innalzato », si legge nel Vangelo di Luca (14,11).

 

PREMESSA

 Alla scoperta di san Benedetto

« ...desiderando di piacere a Dio solo...»

 

(Dialoghi di san Gregorio Magno, prol.)

 

San Benedetto (dal latino benedictus) nacque in una famiglia agiata a Norcia, a nord-est di Roma, presso Spoleto, verso il 480.

Morì a Montecassino, tra la Città eterna e Napoli, attorno al 547.

Conosciamo la sua vita attraverso quanto ce ne dice il libro II dei Dialoghi di san Gregorio Magno (540-604). Questi, già prefetto di Roma, si fece monaco, per diventare poi ambasciatore del papa a Costantinopoli e poi papa anche lui. Benedetto era morto da una cinquantina d’anni quando Gregorio ne scrisse la vita.

Dopo aver studiato le « arti liberali » a Roma, Benedetto si diede dapprima a una vita eremitica, quindi divenne capo di minuscole comunità di monaci (« laure ») a Subiaco, una cinquantina di chilometri a est di Roma, e finalmente fondò il monastero di Montecassino, cento chilometri da Subiaco.

Qui, basandosi su una Regola preesistente (detta Regola del Maestro), egli mette a punto quella che sarà la magna charta del monacheSimo in Occidente: la Regola dei monaci, diffusa oggi in tutti i continenti.

San Benedetto è stato eletto patrono dell’Europa per l’azione civilizzatrice svolta dai suoi monasteri. Egli è però pure il patrono dei... fallimenti, perché nella sua esistenza ha praticamente fallito in quasi tutto ciò che ha intrapreso.

Intanto, non riesce a portare a termine i suoi studi, perché abbandona la città di Affile nella quale si era recato con l’intento di venirvi istruito nelle scienze ecclesiastiche dal prete del luogo.

Quindi, in una grotta presso Subiaco, non lontano da Affile, egli vive da eremita, ma abbandona presto questa forma di vita per trasferirsi a Vicovaro, non molto lontano da Subiaco, per rispondere alla richiesta di un gruppo di monaci che lo volevano come loro abate. E sarà un fallimento: tutto preso dal fuoco e dal rigore tipici della giovinezza, dalla violenza che caratterizza tutti coloro che intraprendono un cammino di « conversione », si rivelerà del tutto sprovvisto di esperienza in quella che è la vita in comune, con le difficoltà che essa comporta. Uscito da un periodo di totale solitudine, assolutista com’era in quel periodo, non vedeva che linee diritte, quando invece si sa che ove sono esseri umani sono inevitabili percorsi tortuosi, intrecci vivaci, artifizi ostinati: ne derivò una tensione, quindi un conflitto nei confronti della comunità, che ebbero come estrema conseguenza un tentativo di eliminarlo.

Per togliere la vita a una persona i metodi sono diversi nelle varie epoche: quelli che non mutano sono i moventi che a ciò spingono: gelosia, rivalità... Fallimento? Senza alcun dubbio. Vicovaro è stato per Benedetto quello che sarà per san Giovanni della Croce la cella del carcere di Toledo. Là scoprì che cosa sono gli esseri umani, così meschini nel loro modo di comportarsi, ma nello stesso tempo così trascinatori quando accettano di unire le proprie azioni in vista di una grande causa quale è il buon funzionamento di un « cenobio » (che è un monastero nel quale si fa vita in comune sotto una Regola e sotto un abate).

Benedetto dunque tornò a Subiaco e riprese la sua vita di eremita, pur continuando a ricevere discepoli che riuniva in « laure ». Fu probabilmente a Vicovaro che Benedetto scoprì la Regola del Maestro.

Si ha però la netta impressione che san Gregorio nei suoi Dialoghi ci nasconda qualcosa. Non furono sicuramente donne di malavita a far partire Benedetto da Vicovaro. E così pure, bisogna ammettere che gli incidenti con un prete dei dintorni, invidioso nei suoi riguardi, si innestarono tutt’al più su divergenze di punti di vita tra monaci. Tant’è vero che l’«uomo di Dio » quando seppe della morte del proprio persecutore non pensò affatto di ritornare sui propri passi.

Siamo perciò di nuovo di fronte a difficoltà diverse dal « cesto di granchi », come veniva chiamato Vicovaro; siamo di fronte a un fallimento, perché in realtà la separazione ci fu, anche se avvenne in maniera amichevole. Fallimento, perché Benedetto non riuscì a tirarsi dietro tutti i suoi discepoli quando propose un rinnovamento di vita dopo aver scoperto sempre più chiaramente le deficienze della Regola del Maestro.

L’abbazia di Montecassino lo ripagherà di tutti i fallimenti precedenti? No: san Gregorio ci descrive Benedetto che, col cuore spezzato, viene trovato da «un nobil uomo, di nome Teoprobo, che aveva con lui una confidente familiarità », « in amarissimo pianto » e a questi che gli domanda il perché del suo cruccio, l’uomo di Dio risponde: « Tutto questo monastero che io ho costruito, e tutte le cose che io ho preparato per i Fratelli, sono, per giudizio di Dio onnipotente, destinate in preda ai barbari. A gran fatica ho potuto ottenere che mi fossero risparmiate, di quanto è in questo luogo, le vite» (Dialoghi, 11,17).

Benedetto ha dato ogni cosa, tutto ciò che costituiva la sua gioia, la ragione stessa del suo vivere (della sua esistenza). Tra le mani non gli resta nulla. La catastrofe arriverà, e sarà totale.

San Giovanni della Croce non ha forse dovuto soffrire tanto da parte di Dio e degli uomini. San Benedetto è il patrono del fallimento. In un certo senso, però, si possono considerare riuscite proprio le vite fallite. Gli individui soddisfatti di se stessi non hanno realizzato la propria vita, perché chi è soddisfatto di se stesso si accontenta di poco. E difficile immaginare Benedetto soddisfatto di sé. Se lo fosse stato non avrebbe superato i propri limiti, non sarebbe « morto » a se stesso, non sarebbe santo. È prova di grandezza d’animo il riconoscere di aver fallito la vita. Goethe a Weimar, Mauriac all’apice della sua gloria continuavano ad affermare che passavano da una sconfitta all’altra. E così pure Malraux, il quale ha sempre sperato di ottenere il premio Nobel e fare carriera in politica; e così Simone de Beauvoir, che chiude i suoi ricordi con la celebre frase: « Io? Io sono stata turlupinata! »

Questa stessa impressione si ritrova, a un altro livello, nella vita dei santi, nella quale si trovano più desideri che realizzazioni, vi si trova cioè quella divisione, quel iato particolarmente acuto tra « volontà che vuole » e « volontà voluta ». Benedetto perciò, a quel punto, deve aver pensato di avere compieta- mente sprecato la propria esistenza. E così dovette soffrire nei giorni che seguirono al colloquio col monaco con cui era in confidenza, al pensiero che Mon- tecassino, segno tangibile del successo della sua vita agli occhi di Dio, era destinato a scomparire. Dio chiede sovente, a quelli che sono suoi, di mettere in pratica il passo evangelico secondo cui « se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Di madre Maria dell’Incarnazione si racconta che quando un incendio divampò nella sua prima casa (interamente in legno) fondata in Canadà, ella salì sulla collina di fronte, vi si mise in ginocchio e pregò: « Signore: tutto ciò che fai è ben fatto ». Scesa dalla collina, si rese conto della rovina della sua opera e si rimboccò le maniche per ricominciare. Benedetto ci appare più umano: si mise a piangere.

In definitiva, le risposte che Gregorio diede alla domanda di Pietro Diacono, quali risultano dai Dialoghi, costituiscono una teologia della santità. Due lezioni se ne possono dedurre:

Alla domanda: « Come Benedetto divenne l’uomo di Dio? » egli risponde: attraverso le difficoltà, le prove e anche il fallimento. L’unione intima con Dio aveva trasformato il suo spirito, il suo cuore, i suoi pensieri, irradiandosi in tutto il suo agire e attraverso quell’umiltà che egli aveva imparato proprio nell’umiliazione di quelle difficoltà e prove e sconfitte di cui parla nel cap. 7 della sua Regola. E questa è la seconda lezione di san Gregorio.

Chi realizza pienamente la propria vita? Chi è vicino a Dio, pur avendone l’impressione contraria. Le due località ove visse Benedetto rivelano perfettamente le due peculiarità della sua santità: Subiaco ha rivelato che egli non era insensibile nei confronti di una certa montagna, a ciò che essa rappresentava per lui: gusto per la solitudine, tensione verso le altezze. Ma il panorama ne risulta limitato. A Montecassino invece egli non poteva rammaricarsi di non poter spingere lontano il proprio sguardo, e il suo pensiero vi si espandeva più agevolmente, come succede a molti grandi spiriti quando il loro orizzonte non è chiuso. Benedetto a Montecassino raggiunse quelle vette dello spirito che gli permisero di perfezionare il testo della Regola del Maestro e di scrivere la sua Regola, forte delle esperienze vissute. L’eterno gli si era fatto vicino ed egli si aprì a tutto ciò che è grande, abbracciando contemporaneamente le minuterie della vita quotidiana e le cose più importanti con un amore carico di sollecitudine: le difficoltà, le prove e i fallimenti lo avevano abituato a vedere e a giudicare gli eventi soltanto alla luce del soprannaturale; non amava più l’agitazione degli uomini ma soltanto il cielo e la sua pace; si era fatto attento più ai casi particolari che ai principi, avendo acquisito quella profondità di visione che fa capire rettamente i problemi della vita e tenta di risolverli. A Montecassino il mondo sta tutto dentro di lui, e dentro di lui vi è Dio.

La sua perciò è una vita riuscita, anche se i Longobardi non tarderanno ad arrivare. L’annientamento di Montecassino aprirà le porte a uno sviluppo grandioso. « Colui che ama la propria vita (cioè colui che si attacca a se stesso, che rifiuta di farsi dono, di superare se stesso), la perderà; chi invece non la considera come il valore supremo in questo mondo, la conserverà nella vita eterna» (cfr. Gv 12,25).

 

Chi è veramente san Benedetto

San Benedetto non ha nulla del cosiddetto « intellettuale »: egli è essenzialmente un uomo pragmatico, un organizzatore nato. Di indole decisa, magnanimo, energico, riservato nel manifestare i propri sentimenti, può diventare anche irascibile e focoso. Non ha eccessiva immaginazione ma molta bontà e discrezione. Buon psicologo, è capace di concentrazione, con tendenza all’autoritarismo. Predilige la gravità, nei pensieri e negli atteggiamenti. Se talvolta può apparire un po’ freddo, è comunque sensibile, affettuoso, delicato. Positivo per carattere, realizzatore, ama l’ordine. Accetta di essere consigliato dai fratelli (RB 3). E nello stesso tempo esigente e misericordioso (la scena del suo colloquio con la sorella Scolastica sotto la pioggia è sintomatica). L’Abate deve essere dotato di numerose qualità, quali sono spiegate nei capp.

23 e 64 della sua Regola, e sappiamo che egli « non ha potuto insegnare diversamente da come ha vissuto ». E ugualmente, tutto ciò che egli scrive sui monaci, sui malati, sui servizi da rendere nella comunità, rivela la sua fisionomia morale. Questo « amante dell’ordine » sembrava destinato naturalmente a essere un buon giurista o un grande architetto.

Come ha realizzato la sua opera? Vivendo egli stesso nelle profondità del suo essere. Nella sua Regola è condensata una esperienza spirituale vissuta concretamente da un Abate con i suoi frati. Questa Regola oggi, nel secolo XX, deve essere letta soltanto alla luce della parola di Dio, ma in essa si è realizzata pure la sintesi più equilibrata della dottrina monastica tradizionale.

Sono numerosi i fratelli e le sorelle, credenti e miscredenti, che sono stati toccati dal messaggio di Benedetto nel pieno della loro esistenza nel mondo, perché un destino umano e cristiano ha sovente una faccia nascosta, intima, diremmo « monastica », che spinge a scavare in profondità.

Passiamo ora a esaminare la Regola. Composta di un Prologo e da settantatré capitoli, ha una delle sue fonti principali in un documento intitolato Regola del Maestro, che fino al 1940 si era pensato fosse stata compilata prendendo lunghi brani dalla Regola di Benedetto. Oggi invece si è concordi nel ritenerla anteriore a Benedetto, il che nulla toglie al genio e alla santità di quest’ultimo. Non è dimostrato, invece, che la Regola del Maestro fosse in vigore a Subiaco. La Regola di Benedetto si ispira liberamente a Cassia- no, a sant’Agostino, a san Pacomio, a san Basilio, a san Girolamo, a san Leone Magno, senza dimenticare le Vite dei Padri del deserto. Benedetto rimanda ai « libri dei santi Padri cattolici » (oggi direbbe « i dottori della Chiesa»), che ci «insegnano il retto cammino per arrivare al nostro Creatore» (RB 73).

Una regola fatta per comunicare la vita. Questa è la sua ragion d’essere: altrimenti, a che servirebbe? Sarebbe formalismo, legalismo. Essa è fatta per condurre il soggetto a una certa esperienza di vita, sotto la guida dello Spirito santo.

Comunità, Regola, Abate: ecco i tre pilastri dell’istituzione benedettina; ma preghiera (liturgica e personale), lettura spirituale e lavoro sono i tre grandi valori che permettono a chiunque non appartenga a un monastero benedettino di vivere secondo lo spirito di san Benedetto.

« Noi speriamo di nulla stabilire di penoso, nulla di pesante. Se comunque vi riconosci qualche cosa un po’ rigorosa, suggerita da un ragionevole equilibrio..., non ti lasciare subito così cogliere dallo sgomento da abbandonare la via della salute, che non può intraprendersi se non per uno stretto imbocco (Mt 7,14). Ma con l’avanzare nelle virtù monastiche e nella fede, il cuore si dilata, e la via dei divini precetti si corre nell’indicibile soavità dell’amore » (RB, Prologo).

Non è possibile datare con precisione i principali avvenimenti della vita di san Benedetto. Queste, comunque, sono le date che con un po’ di approssimazione si possono fissare:

480 nascita

498 partenza da Roma

498-500 Affile

500-503 Subiaco, vita eremitica 503-506 Vicovaro

506-526 Subiaco, monasteri semi-indipendenti e semi-eremitici 526 arrivo a Montecassino 540 morte

577 distruzione di Montecassino 593 Gregorio scrive i Dialoghi.


 

INTRODUZIONE

 Abitare con se stessi

«Benedetto abitava con se stesso».

(Gregorio Magno, Dial. 3)

Nel libro II dei Dialoghi («Vita del beato padre san Benedetto »), una sorta di « fioretti benedettini », nei quali i miracoli hanno una parte considerevole, san Gregorio Magno ci dice che dopo il fallimento della riforma di Vicovaro « Benedetto tornò alla sua cara solitudine e, solo sotto lo sguardo del Supremo Testimone, abitava con se stesso».

« Abitava con se stesso »: una formula meravigliosa che per nostra fortuna il suo interlocutore, il diacono Pietro, non riuscì a comprendere.

E allora Gregorio comincia a spiegarglielo, partendo dalla parabola che si legge in Le 15,11-32: « Diremo forse che abitava con se stesso quel figliol prodigo che se ne andò in una regione lontana e si mangiò la sua parte di eredità, riducendosi a pascolare i porci? Che dice la Scrittura? Tornato in se stesso, egli si disse: Tornerò da mio padre. Se fosse rimasto con se stesso, da dove sarebbe tornato? »

Sicuramente il figliol prodigo non abitava con se stesso. Era in uno stato di falsità verso se stesso. Per abitare con se stessi occorre anzitutto tornare in se stessi. E il primo passo, il primo livello di significato della formula di Gregorio.

Ma ve ne sono altri: ed il secondo livello, il secondo passo è costituito dalla solitudine. Occorre insistere sulla solitudine, perché in questo ritorno essa ha una parte importante. E san Gregorio, un po’ più avanti, ci dice: « Benedetto abitava con se stesso nel senso che teneva all’interno delle barriere che egli stesso aveva imposto allo scorrimento dei suoi pensieri ».

Siamo alla lotta contro i pensieri, così importante per i Padri del deserto (Benedetto infatti si colloca nella scia di eredità di tutto il monacheSimo orientale). Questa lotta è cara a tutta la tradizione monastica, perché sorvegliando i pensieri noi vegliamo su tutti gli atti della vita quotidiana e ce ne distacchiamo, perché l’umiltà ci farà comprendere che le loro radici scendono a profondità che noi non immaginiamo (RB 7), e così riferiremo a Dio tutto il bene che è in noi, imputando a noi stessi, invece, tutto il male che in noi si alligna (RB 4). Se ci si volesse riferire all’induismo, si potrebbe dire che tutto questo significa porsi di continuo la domanda: Chi sono io? E così che ci si radica nella verità.

Il primo passo dunque per abitare con se stessi è di tornare in se stessi, abbandonando le regioni della dissomiglianza, cioè le regioni del peccato: noi infatti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26).

Il secondo passo consiste nel vegliare sui propri pensieri e sulle proprie azioni. E per questo, il grande mezzo sta nel « vivere sotto lo sguardo del Supremo Testimone », cioè alla presenza di Dio. E così che a poco a poco noi fissiamo la nostra dimora nella regione della rassomiglianza con Dio.

Da questa regione della rassomiglianza con Dio noi siamo in grado di intravedere un terzo grado, un terzo livello di significato nella frase di Gregorio sull’« abitare con se stessi ». Si tratta cioè di passare dal Dio esteriore al Dio interiore, da una presenza divina esterna a noi stessi a una presenza divina interna a noi stessi; meglio: a una percezione del proprio sé (con la esse minuscola) investito, abitato dal Sé (con la esse maiuscola), che è Dio. L’anima si ritrova sola con Dio, ma in lui essa scopre il mondo. Sta qui il significato autentico della grande visione di Benedetto, e su di essa ci soffermeremo nell’ultimo capitolo.

A questo punto il diacono Pietro non comprende più nulla, e Gregorio continua nelle sue spiegazioni: « Pietro, capisci bene quello che sto per dirti: appena il contemplativo ha intravisto la luce di Dio, tutto ciò che è creato gli diviene troppo angusto, perché la luce della contemplazione sviluppa la capacità dell’anima e così tutto il suo spirito si dilata: egli riceve una luce interiore che gli mostra come sia limitato tutto ciò che non è Dio».

Tutta la vita soprannaturale è una progressione verso questo risveglio della luce interiore e il suo arrivo è sicuro come la luce dell’aurora, per rifarci a una espressione del profeta Osea (6,3).

Si tratta di permettere che Dio si risvegli nelle profondità dell’anima, di permettergli di essere Dio nell’ anima, lasciare che egli trovi la propria gioia nell'anima. Abitare con se stessi (con la esse minuscola) diventa allora abitare con il Sé (con la esse maiuscola), perché « chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito », come dice san Paolo ai Corinzi (ICor 6,17). E siamo negli spazi dell’unione.

Può succedere di scoprire in questo ambito una certa rassomiglianza con lo spirito dell’Islam: specialmente i più grandi sufi e Hallaj hanno capito il tawhid come unificazione del sé in se stesso e unificazione del sé in Dio, il che ricorda la risalita dell’anima verso la sua Sorgente dell’essere. Benedetto non parla forse di « ritorno a Dio »? Così pure si potrebbe tentare una similitudine con hesychia, un termine che si può tradurre con diverse parole tutte tra loro collegate: solitudine, tranquillità del cuore, riposo, distacco, raccoglimento nell’intimo di se stessi conservato per mezzo della vigilanza che fa discendere nel profondo di sé ove abita Dio: quell’hesychia così cara al monachesimo dell’Oriente cristiano e specialmente a quello del Monte Athos.

Interiorizzazione

Il monachesimo (nell’induismo, nel buddismo o nel cristianesimo) nella sua essenza più profonda può essere definito come un movimento di interiorizzazione. E chiaro che la solitudine vi svolge una parte primordiale, essenziale. Dicendo «interiorità» noi intendiamo il movimento col quale lo spirito scandaglia se stesso alla ricerca del proprio fondamento. Nel cristianesimo è più precisamente uno sforzo dello spirito che cerca di andare oltre se stesso per raggiungere Dio, per trovare Dio in se stesso, al di là di se stesso «per la via del Vangelo » vissuto integralmente (RB prol.).

Raggiungere il proprio principio è, per san Benedetto, un ritorno a Dio (RB prol.). Questo ritorno è subordinato alla ricerca di Dio, che ha come fine l’unificazione.

In realtà, i monaci sono chiamati « monaci » (lo afferma lo Pseudo Dionigi verso il 500 nel cap. 6 della sua Gerarchia ecclesiastica) « perché esercitano in maniera pura il culto, cioè il servizio di Dio e perché la loro vita, lungi dall’essere divisa, rimane perfettamente una, perché essi si unificano attraverso un santo raccoglimento che esclude qualsiasi diversione, in maniera da tendere verso l’unità di una condotta conforme a Dio e verso la perfezione dell’amore divino ». Si tratta perciò di scavare nel proprio profondo per trovare la sorgiva, il Sé.

Il monachesimo ha assunto forme diverse in Oriente e in Occidente: in forma eremitica con sant’Antonio abate (vissuto tra il 251 e il 356 ca.) e in forma cenobitica (vita in comune sotto una regola e un Abate, più rigida che nelle ashrams e inizialmente fino alla morte) con san Basilio (ca. 329-379) e san Pacomio (ca. 287-347).

San Benedetto, pur avendo una grande stima degli eremiti, fissa la sua Regola soltanto per i cenobiti (« la più forte specie di monaci »: RB 1) e parla di san Basilio come del «nostro Padre» (RB 73).

Il cenobitismo si presenta perciò come una iniziativa che tende a liberare gli eremiti da ogni preoccupazione di ordine materiale e temporale, dalla loro volontà, per impedire loro di ripiegarsi su di sé e per dar loro una formazione sotto la guida di un anziano (l’abate) che ha già fatto esperienza di Dio, quello che in India è il guru.

Il cenobitismo è costituito dalla relazione del tutto spirituale che si instaura tra ciascuno dei suoi membri e un uomo (l’abate o il superiore) che rappresenta Cristo, Da questa relazione derivano poi i rapporti dei frati fra di loro.

Il cenobitismo si situa sul prolungamento dell’eremitismo nel senso che è una struttura indirizzata ad aiutare i monaci a « cercare Dio veramente» (RB 58). E’ una organizzazione su scala comunitaria di quella che era la paternità spirituale dei Padri del deserto, perché la missione dell’abate deriva da un incontro solitario con Dio e tende a condurre le anime a questo reincontro autentico, in una autentica solitudine.

Il termine monaco deriva dal greco monos, che significa, anzitutto, orientato in maniera esclusiva verso un unico scopo, casto, non condiviso; di qui sono derivati i significati successivi: uno, solo, solitario, infine unico, colui che ha raggiunto l’unità, colui che tende all’unità.

Il tema centrale di queste meditazioni con san Benedetto sarà dunque quello della « autentica ricerca di Dio» (RB 58). Ma come «cercare Dio veramente »? E quanto cercheremo di spiegare iniziando da un lavoro di « pulitura » dell’anima per arrivare a una riscoperta del mondo, ma questa volta in Dio, attraverso la contemplazione.

 


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27 giugno 2014                a cura di Alberto "da Cormano"        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net