SORELLA MARIA DI CAMPELLO

La «Minore» sul Clitunno


di MARCO RONCALLI

Estratto da “Jesus” – Periodici San Paolo

A cinquant'anni dalla morte, cresce l'interesse per la figura di sorella Maria, luminosa personalità spirituale che diede vita all'eremo di Campello, amica dei grandi cercatori della verità – da Mazzolari a Gandhi –, che fu al centro di una singolare vicenda nella storia religiosa del Novecento.

 

Uno scorcio delle fonti del Clitunno (foto GIEMMEPHOTO/FOTOLIA).

La stradina sassosa sale ripida tra gli ulivi e si ferma innanzi a un muro di cinta. Oltre il cancello, un campo alberato ed ecco, nella sua sobria bellezza, l'eremo. Con la chiesina romanica sopra una grotta del V secolo, il chiostro, l'orto, il sentiero che porta a una croce e un altare di pietra.

Sul punto più alto, il rudere di una torre che sembra guardare la montagna invece che la pianura. Siamo nei pressi di Trevi, a Campello, nel cuore dell'Umbria francescana, sopra le fonti del Clitunno celebrate da grandi poeti come Virgilio e Carducci. Insieme a tre «sorelle» – eredi di una singolare avventura nel segno della fraternità – ci accoglie un'oasi dello Spirito, già romitorio nell'anno Mille.

Ci viene raccontato che vide la presenza di san Francesco e di san Bernardino da Siena e che restò abitato sino al 1860. Abbandonato per oltre sessant'anni, tornò a vita nuova nel 1926, dopo che una donna se n'era innamorata e qui aveva deciso di metter su famiglia. Una donna e una famiglia particolari: sorella Maria e le sue compagne di vita orante.

Parliamo di una figura singolare quanto la sua avventura e tutto quello che la circondò. E di una tessera preziosa di quel mosaico geografico-spirituale che va dal Mugello di Lorenzo Milani all'Amiata di Ernesto Balducci e di David Lazzaretti, dalla montagna friulana di Turoldo alla Valtellina di Camillo de Piaz, dalla Bassa Padana di Primo Mazzolari alle Stinche nel Chianti di Giovanni Vannucci, dall'eremo a Palaia di don Divo Barsotti alla Spello sovrastata dall'abbazia di Sassovivo di Carlo Carretto: un mosaico che prima o poi bisognerà ricomporre.

Una rara immagine di sorella Maria (foto CITTADELLA EDITRICE).

Ma torniamo a Maria, detta anche la «Minore». Nata a Torino nel 1875 da una famiglia borghese, educata religiosamente da una nonna, sorella del vescovo di Alba, maestra elementare a vent'anni, Valeria Pignetti – questo il suo nome all'anagrafe – al cambio del secolo era entrata tra le Francescane missionarie di Maria. Vi rimase sino al 1919 (a Firenze, ad Assisi, a Grottaferrata, infine all'ospedale angloamericano di Roma durante la Grande guerra), lasciando poi la congregazione, misticamente convinta che Dio volesse da lei «una vita nuova». Per dirla in altro modo: «Un destino più radicalmente evangelico», come ci dice sorella Daniela Maria, oggi alla guida dell'eremo.

Così passò a dar vita a un foyer di eremite laiche, radicate nella tradizione monastica, con un'apertura interreligiosa apparsa allora come una sfida. Non si trattava di una nuova congregazione, ma di una piccola famiglia «francescana», con l'unico vincolo religioso dell'amore fraterno, presto circondata, soprattutto spiritualmente, da tanti amici. Uscita così dal suo Ordine con una novizia, dopo aver vagato per diverse località dell'Umbria, tre anni dopo la scoperta dell'eremo di Campello («ebbi la certezza interiore che quel luogo ci era destinato»), riuscì a farlo rinascere e a entrarci: acquistandolo e restaurandolo soprattutto con gli aiuti procurati da sorella Amata, cioè Amy Turton, l'amica anglicana senese da lei definita «la mia prima compagna di preghiera».

Nel luglio 1926 ecco le prime sorelle – chiamate anche le «Allodole » – tra queste mura antiche dove si sceglie una vita di «pura semplicità » (mancano acqua corrente, elettricità, riscaldamento, come del resto nei casolari dei dintorni, ma non certo «per scelta di vita»). Con Maria ci sono Jacopa, cieca, Immacolatella e Angeluccia, analfabete, Rosa. Non saranno mai molte di più, arrivando al massimo attorno alla dozzina. «Siamo semplicemente un cenobio fraterno, una famiglia cristiana, ossia donne che viviamo insieme come sorelle e, francescanamente, per necessità, quanto per amore: quasi tutte orfane e senza appoggio nella vita... Noi non desideriamo né guidare ritiri, né dare insegnamenti, né prestarci a qualsiasi discussione religiosa, né offrire modo a ecclesiastici di tenere conferenze presso di noi. Vivendo in semplicità di cuore e di fede offriamo all'Ospite di ciò che abbiamo; la partecipazione alla preghiera, se così desidera, la mensa comune, la pace di questo luogo solitario... Né accogliendo crediamo di "far del bene"; vogliamo bene; ed è perciò che accogliamo sempre». Così scriveva Maria all'amico don Orione nel gennaio 1927. È quanto anche oggi accade all'eremo, specie da Pasqua a novembre (in inverno è difficile riscaldare la foresteria), cominciando proprio dalla preghiera (difficile dimenticare le voci delle sorelle, poi degli ospiti, in piedi, che affidano a Dio i bisogni del corpo e dello spirito di tante persone, pronunciandone i nomi, uno dopo l'altro, senza enfasi, in una litania serena che pure spinge a commozione).


Il tramonto sulla rocca fortificata che domina il borgo di Campello (foto G. GALARDINI/PHOTOSHOT/SINTESI).

La preghiera, dunque, come partecipazione alla vita del mondo, non come fuga da esso. Nella condivisione dei sentimenti, non nella contemplazione isolata. La preghiera per gli amici vicini, ma soprattutto lontani, diversi, sconosciuti: come da sempre i pellegrini, quelli della strada e dell'anima, i viandanti dello spazio e dell'Assoluto. E qui la tradizione dell'eremo di Campello è di una ricchezza affidabile solo al significato di nomi che proprio non vanno dimenticati. Ci riferiamo a personaggi con i quali Maria condivise idee e amicizia, incontri e ricordi, comunione e aspirazioni, gesti e tante lettere.

Spiccano dunque relazioni, coltivate soprattutto attraverso la corrispondenza, con protagonisti del modernismo come Brizio Casciola, Ernesto Buonaiuti o Umberto Fracassini: legami agli occhi del tempo «pericolosi», non meno di quelli stretti con tanti non cattolici: la già ricordata Amy Turton e la studiosa di misticismo Evelyn Underhill, anglicane come il pastore Verrier Elwin, membro per anni dell'ashram cristiano Christa seva sangha di Poona; il pastore protestante Paul Sabatier e i valdesi Giovanni Luzzi, Giovanni Miegge, Valdo Vinay; l'episcopaliana americana Miriam Shaw, lo storico delle religioni Friedrich Heiler, capo di un Terz'Ordine francescano protestante nonché promotore di un «cattolicesimo evangelico». Ma poi bisogna subito aggiungere figure del primo femminismo cattolico, come Adelaide Coari e Antonietta Giacomelli, o del primo ecumenismo come il benedettino Lambert Beauduin. E poi Giovanni Vannucci e David Maria Turoldo, Primo Mazzolari e don Zeno Saltini, sino a Lanza del Vasto, il mistico indù Sadhu Sundar Singh, Gandhi e – quasi a colmarne il vuoto dopo la morte – Albert Schweitzer.

 

Qui e nelle foto a seguire, alcuni dei "compagni di viaggio" di sorella Maria. Padre David Maria Turoldo (foto A. BERTOTTI/PERIODICI SAN PAOLO).

Su questi grandi nomi si avvita buona parte del crescente interesse editoriale per Maria. Ma la «Minore» fu soprattutto al centro – sino alla morte, il 5 settembre 1961 – della sua «piccola famiglia » fatta di «compagne di preghiera» affascinate dalla «Regola Prima» e da altri scritti di Francesco, riscoperti prima del conciliare «ritorno alle fonti». Una vita, la loro, immersa nella natura e in una quotidianità ritmata da preghiera, lavoro e «consuetudini disciplinate» per rendere sacro (sacrum facere) ogni gesto: dall'impastare il pane al ricamare al tombolo, dal godere il saluto di «una foglia d'autunno» a quello di «una stella», non solo quindi il meditare la Bibbia, il memorizzare i salmi, l'ascoltare il silenzio.

 

Don Lorenzo Milani, a Barbiana con i "suoi" ragazzi (foto P. FERRARI/PERIODICI SAN PAOLO)

Maria, dunque, si trovò al centro di una vita alla ricerca dell'Essenziale «in cui Dio solo è legge», tesa a celebrare fraternità e accoglienza come sacramenti, declinando il senso più autentico di parole antiche: agape, koinonia, irenikon... Diceva: «Io non ho scelto una religione, la mia religione è la comunione con chi amo e chi soffre». Maria si mostrava convinta di una «Chiesa mistero» che sfugge alle certezze identitarie, comunicabile tutt'al più attraverso immagini bibliche o patristiche. Era, la sua, una piccola Chiesa, al contempo «domestica » e «sconfinante», tale da esprimerne la pienezza «cattolica», nel senso di «universale ». Insomma: nascondimento e irradiamento, solitudine e comunione, lavoro e servizio ai fratelli, amore di Dio e del prossimo, di ogni presenza creaturale, segno venerabile del Creatore.

 

Padre Camillo de Piaz a Monte Titano, in Valtellina. (foto M. GATTONI/PERIODICI SAN PAOLO).

Altra cifra fondamentale dell'eremo: la sensibilità liturgica, che mirava anche ad attualizzare riti antichi e persino consuetudini di reminiscenza orientale. «Raccolgo da tutte le Chiese e questo mi sembra cattolicità, che non è un restringersi ». E aggiungeva, con evidente richiamo a Newman: «La Chiesa del mio cuore è l'invisibile Chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità». Ecco il pensiero della «Minore ». A sorella Amata scriveva: «Ogni credenza o professione religiosa d'ogni fratello m'ispira rispetto e interessamento, non in se stessa, ma perché è del fratello... Del tenermi lontana o vicina ai fratelli di diversa credenza non mi sono mai preoccupata. A me preoccupa solo il debito di amore che ho verso ogni fratello». E a sorella Jacopa confidava: «Per la purezza della Chiesa e della fede io vivo e muoio di passione: ma c'è anche altro per me. Sarei quale sono anche se non esistesse la Chiesa cristiana (non però senza il Cristo!)».

 

Veduta di Todi (foto VISION/PERIODICI SAN PAOLO).

Facili a capirsi i sospetti che, nel 1931, avevano portato l'arcivescovo di Spoleto Pietro Pacifici a denunciare alla Concistoriale che all'eremo abitava «una comunità di donne molto sospetta di eresia protestantica e di modernismo», anche se, dieci anni dopo, il successore, Pietro Tagliapietra, riferiva di «una comunità di donne, le cui opinioni sulla fede non erano ancora chiare» e che, tuttavia, «non aveva provocato alcun nocumento ai fedeli».

 

Scorcio dell'eremo di Campello.

Era – è tuttora – poco ortodosso affermare: «Io sento il mistero sacro e il miracolo dell'amore in un attimo di comunione col Cristo quanto nella stella e nel passero »? Di fatto, solo agli inizi degli anni '50 le difficoltà ecclesiastiche si appianarono, ma occorrerà attendere l'arcivescovo Ugo Poletti, alla guida di Spoleto fra il 1967 e il 1969 (sorpreso dai tanti che in clima postconciliare lo informavano di voler salire all'eremo) per la completa riabilitazione. Maria era già «andata avanti » da otto anni.

 

L'interno della chiesetta di Barbiana (foto P. FERRARI/PERIODICI SAN PAOLO).

Tutto questo succedeva mezzo secolo fa. Oggi difficilmente si potrebbe continuare ad ascrivere la sua esperienza nella sola cornice del fenomeno modernista (come hanno fatto autori colpiti dal sincero affetto di Maria per Buonaiuti). Così anche per l'inserimento della sua vocazione «eremitica e comunitaria» tra certe forme di indefinibile religiosità diffuse nei suoi anni, equivocando facilmente magari sul suo lessico dove non erano estranei aggettivi dal sapore eretico (come «pancristiano» o «cosmico»). In realtà, Maria, interessata solo alla «riforma interiore », nel suo orizzonte cristocentrico, di questo era soprattutto convinta: «Amare di più» esige comunione totale. «Un solo pane con i fratelli che cercano Cristo, ma anche con il fratello israelita, o pagano, che crede, spera, ama». Aveva scritto a Gandhi, che aveva conosciuto a Roma nel 1931: «Io sono creatura selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità». E ad Albert Schweitzer: «Cerco di essere in comunione col suo spirito, pregando ogni giorno per lei... Sono una vecchia eremita... Mi sento in comunione con lei attraverso la comunione con Dio, con il santo Vangelo, con la Natura nostra Madre, con Bach, con la sofferenza, con il pathos universale che è il mio pensiero dominante».

Marco Roncalli

 


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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net