M. M. Geltrude ARIOLI OSB ap

LA VITA BENEDETTINA

E LA SUA INTRINSECA APERTURA ECUMENICA

Scuola di cultura monastica – Monastero san Benedetto – Milano

29 Novembre 2010

 

Estratto dal sito della Conferenza Italiana Monastica Benedettine www.benedettineitaliane.org

 

Saremmo certamente fuori strada se definissimo San Benedetto aperto al dialogo ecumenico. Di per sé egli è preoccupato di evitare qualsiasi influsso dottrinale che non sia garantito dall’adesione alla posizione della Chiesa cattolica. Infatti le letture che egli consiglia devono essere di “padri cattolici di sicura fama e ortodossia” (RB 9, 8). La tradizione da lui ereditata dalla vita monastica antecedente, attestata negli Apoftegmi dei padri, alterna ad espressioni dure, come la raccomandazione di Matoes di non coltivare amicizia con un eretico, atteggiamenti umili ed accoglienti come quelli di abba Poimen o di Barsanufio che si rifiutano di esprimere condanne verso coloro che hanno credenze eterodosse. Del resto bisogna tener presente che San Benedetto vive in un periodo storico anteriore ai grandi scismi. Questo non toglie che anche in Occidente si sia sentita l’eco dei grandi dibattiti, sviluppatisi specialmente in Oriente, intorno alle eresie cristologiche e ai relativi Concili della Chiesa. Quando leggiamo il II libro dei Dialoghi di San Gregorio Magno, nostra unica fonte biografica su San Benedetto, abbiamo la percezione del persistere di tensioni tra goti ariani e latini che aderiscono alla dottrina cristologia del concilio di Nicea. Non possiamo affermare che Benedetto si ponga il problema del “dialogo” come lo sentiamo noi oggi, ma è certo che, in nome di quella carità universale che il Vangelo insegna, egli è pronto a soccorrere indifferentemente i poveri, gli infermi, i sofferenti, senza interrogarsi sulle loro credenze. Quando leggiamo l’episodio del re goto e ariano Totila, che con un inganno vorrebbe verificare lo spirito profetico di Benedetto e gli manda avanti il suo scudiero vestito da re, constatiamo che la preoccupazione del nostro Santo non è quella di evitare il contatto con un eretico, ma di richiamarlo alla verità con una frase piena di arguzia intelligente indirizzata allo scudiero Riggo: “Levati, figlio, levati quello che indossi. Non è tuo!”

In modo analogo quando il crudele Zalla, un persecutore ariano che trascina un povero contadino alla presenza di S. Benedetto per estorcegli i suoi miseri beni, il Santo abate lo rimprovera in silenzio con uno sguardo così carico di compassione per l’oppresso che ha la potenza di spezzare le catene di cui questi è avvinto e, senza per nulla rinfacciare al tiranno la sua falsa fede, comanda ai monaci di offrirgli il cibo e i riguardi dovuti all’ospite. Il cuore dell’ariano è toccato da questa bontà onnipotente nella misericordia. Non occorrono parole, discussioni teologiche, confronti…Basta la testimonianza della verità e dell’amore.

Soprattutto viene spontanea una considerazione: la vita, come Benedetto la prevede nella Regola, ha un’apertura alle relazioni, un’elasticità e disponibilità all’adattamento ai tempi, alle situazioni storiche, geografiche, culturali che offre condizioni favorevoli al dialogo ecumenico. A differenza delle Regole del tempo, create per una comunità precisa, Benedetto prevede che possa essere applicata a diversi monasteri e quindi le sue disposizioni lasciano sempre dei margini di interpretazione e di adattabilità. Anzitutto è evidentissimo il primato della persona e dei suoi valori sulla rigidezza delle norme. Il monaco vive “sub Regula vel abbate”(RB 1, 2). La Regola è interpretata e concretamente applicata da una persona, l’abate, il cui compito è delineato quale servizio autorevole e paterno a ciascun monaco, secondo modalità idonee al temperamento e all’indole del singolo: “ai discepoli in grado di comprendere presenterà i comandamenti del Signore con la parola, mentre a quelli con animo rozzo e ai semplici mostrerà i precetti divini con l’esempio del suo comportamento.” (RB 2, 12). E ancora “ alternando severità a dolcezza, mostri ora il severo atteggiamento del maestro, ora l’affettuoso volto del padre. Corregga quindi duramente gli indisciplinati e gli irrequieti, esorti invece gli obbedienti, i docili e i pazienti a maggiori progressi; rimproveri e castighi…chi è negligente e sprezzante” RB 2, 24-25). “Sia inoltre consapevole della difficoltà e delicatezza del compito che si è assunto di governare le anime, adattandosi ai diversi temperamenti, che richiedono alcuni la dolcezza, altri il rimprovero, altri ancora la persuasione; sappia adattarsi e conformarsi a tutti, secondo l’indole e l’intelligenza di ciascuno” (RB 2, 31-32). Persino le pratiche ascetiche devono essere affrontate tenendo conto delle singole personalità. San Benedetto afferma infatti di avere qualche scrupolo “a stabilire la quantità del cibo altrui”, perché – dice, citando S. Paolo – “ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo e chi in un altro” (RB 40, 2.1). L’attenzione ad ogni persona, mentre valorizza doni e carismi, suggerisce a Benedetto di orientare l’abate a non considerare le differenze derivanti dalla classe sociale o dalla situazione economica: l’abate “ non faccia distinzione di persone in monastero. Non prediliga uno più di un altro, se non chi avrà trovato migliore per condotta e obbedienza. Non anteponga chi é libero a chi è entrato nella vita religiosa da una condizione servile…perché “sia schiavo, sia libero, tutti siamo una sola cosa in Cristo” (RB 2, 16-20). E’ proprio la centralità di Cristo che assicura alla RB un’apertura dialogica. Cristo è il fondamento dell’autorevolezza dell’abate. Egli lo rappresenta ai monaci, “nel monastero fa le veci di Cristo” (RB 2, 2). Ogni fratello deve essere accolto e amato nel suo nome, il malato deve essere curato con la stessa premura che si avrebbe per Cristo (RB 36,1). Nell’ospite “si adori Cristo” (RB 53,7). Avere come unico punto di riferimento Cristo assicura la migliore possibilità di comunione reciproca. Del resto S. Benedetto è un antesignano del dialogo. Si dice spesso che nella sua qualità di romano ha dato grande rilievo all’organizzazione giuridica e in parte è vero: l’ordine, il rispetto della legge sono valori che gli stanno a cuore, ma non c’ è alcuna rigidità nelle norme e tanto meno verticismo nell’esercizio dell’autorità che custodisce la disciplina. Leggendo il III capitolo della Regola si rimane stupiti della sua “modernità”. Il Concilio Vaticano II ha giustamente sottolineato la necessità di esercitare l’obbedienza conciliandola con la responsabilità personale e la maturità umana, dando il giusto rilievo alla compartecipazione comunitaria alle delibere. San Benedetto afferma appunto: “Ogni volta che in monastero ci sono questioni importanti da trattare, l’abate convochi tutta la comunità e spieghi personalmente di che si tratta. Dopo aver ascoltato il parere dei fratelli, consideri bene la cosa tra sé e decida…perché spesso il Signore rivela a chi è più giovane la soluzione migliore”(RB 3, 1.3).

Accogliere le singole persone, rispettandone l’irrepetibile unicità e trovando le vie migliori per condurle alla maturità in Cristo è il compito dell’abate. Per questo il codice penitenziale della Regola mostra in tutta evidenza che ammonizioni, scomuniche, sanzioni di ogni tipo sono solo correzioni studiate ad personam per favorire la conversione. Per questo Benedetto usa un linguaggio “medico”. L’abate è medico che deve curare il fratello malato; gli interventi correttivi sono medicine, unguenti, lenitivi, cauteri…E il massimo rimedio è la preghiera concorde dell’abate e dei fratelli (RB 28) . L’abate deve porre tutto l’amore nel cercare la pecorella sperduta e riportarla all’ovile (RB 27).

L’atteggiamento insieme prudente e accogliente nel praticare l’ospitalità è pure una forma significativa di apertura al dialogo e alle relazioni umane.

“Tutti gli ospiti siano accolti al loro arrivo come fossero Cristo…il superiore o i fratelli gli vadano incontro con tutte le attenzioni dettate dalla carità. Per prima cosa preghino insieme e poi si scambino l’abbraccio di pace. Questo bacio di pace sia dato però solo dopo aver pregato, per evitare gli inganni del Maligno…Negli ospiti si adori Cristo che in essi viene accolto…Si legga all’ospite un passo della Sacra Scrittura…e quindi gli si usi ogni attenzione e riguardo…Si usi la più grande cura e sollecitudine nell’accogliere poveri e pellegrini, poiché nelle loro persone si accoglie ancora di più Cristo…” (RB 53, 1.3-5.7.9.15).

Ancora più degno di attenzione è il cap. 61 “Come accogliere i monaci forestieri”. E’ evidente che un monaco che viene da lontano non è conosciuto personalmente, né può essere nota la comunità cui appartiene e i suoi orientamenti. Ciò nonostante non rileviamo affatto un atteggiamento sospettoso, una previa preoccupazione di documentarsi sulla prassi di fede e sull’ortodossia del 3 pellegrino. Se confrontiamo la RB con la Regola del Maestro sul tema dell’ospitalità rileviamo invece nella RM una severa ansia di verifica circa l’onestà di chi si presenta, sempre sospettato di essere un ladro, un profittatore o una persona che possa nuocere alla comunità a causa delle sue credenze e della sua condotta.

Al contrario così si esprime San Benedetto: “ Se da paesi lontani giunge un monaco forestiero a chiedere di abitare in monastero come ospite ed è contento delle consuetudini che vi trova e non crea disordini nella comunità con le sue pretese eccessive, ma si accontenta semplicemente di quel che c’è, venga accolto per tutto il tempo che vuole. Qualora in spirito di umiltà e carità muova qualche osservazione o suggerisca qualche proposta ragionevole, l’abate rifletta se per caso il Signore non l’abbia inviato proprio per questo”.

Non si chiede un documento, una professione di fede ortodossa: la comune vocazione monastica suggerisce un’accoglienza pronta e fraterna. Sarà semmai la preghiera comune che svelerà l’identità spirituale dell’ospite, non l’indagine sospettosa nei suoi confronti. E’ poi davvero un’espressione di straordinaria magnanimità considerare il monaco forestiero come un maestro spirituale: ascoltarne umilmente i suggerimenti, considerandolo uno strumento dello Spirito Santo.

L’atteggiamento umile di ascolto e di obbedienza che Benedetto pone a fondamento del cammino del monaco vale anzitutto per l’abate e la comunità.

Ma ancor più si apprezza questo valore nel rapporto tra monastero e Chiesa.

A differenza dell’Autore della Regola del Maestro, San Benedetto ammette che possano far parte della comunità anche dei fratelli sacerdoti e per questo l’abate può scegliere qualcuno designandolo al vescovo perché gli conferisca l’ordinazione. E al vescovo si ricorrerebbe se la sua condotta non fosse irreprensibile e se commettesse colpe gravi dando pubblicamente scandalo (RB 62, 1.9).

Anche l’elezione dell’abate prevede una certa supervisione del vescovo:”se anche l’intera comunità eleggesse di comune accordo – ma che non avvenga mai! – una persona connivente con gli abusi che in essa si praticano e se tali abusi venissero a conoscenza del vescovo alla cui diocesi appartiene il monastero e degli abati o dei fedeli dei luoghi vicini, costoro impediscano che prevalga la decisione di quei fratelli malvagi e ordinino nella casa di Dio un amministratore che ne sia degno e sappiano che per quel loro intervento, se l’avranno fatto disinteressatamente con sincero zelo per Dio, riceveranno una buona ricompensa; se invece trascurassero di intervenire, commetterebbero peccato”. (RB 64, 3-6). Anche per quanto riguarda la nomina del priore è prevista la possibilità di intervento del vescovo o degli abati del luogo. (RB 65,3).

E’ evidente – ed è proprio questo aspetto che interessa il nostro discorso – che il rapporto tra monastero e Chiesa locale non è di ordine giuridico, regolato da norme rigide e minuziose, ma piuttosto dal valore della comunione nella carità e nella responsabilità della testimonianza cristiana. Questo lato conferma il carattere dialogico, relazionale, della vita benedettina.

Il monachesimo, per sua natura, esprime un’esigenza di ricerca assoluta di Dio, di essenzialità, di unificazione interiore e di santità, tale da trovare rispondenza nei più diversi contesti culturali e religiosi perché esprime bisogni essenziali del cuore umano. Ciò non ha impedito, nelle epoche storiche più segnate da una contaminazione mondana della Chiesa, che anche i monasteri, in nome della difesa della verità e dell’ortodossia, assumessero posizioni di intransigenza e di rifiuto nei confronti delle credenze ritenute ereticali. Invece nei suoi inizi e nella sua autenticità, la professione monastica col suo carattere laicale, era bene inserita nella comunione della chiesa locale in sinergia con le diverse vocazioni dei battezzati. Come giustamente osserva Enzo Bianchi l’impegno di continua conversione, di revisione e di riforma che caratterizza la spiritualità e la storia del monachesimo, l’atteggiamento spirituale di incessante epiclesi dello Spirito Santo, la centralità della parola di Dio, la vocazione profetica fanno del monachesimo un interlocutore privilegiato delle Chiese della Riforma. Il monaco, come uomo che cerca l’unificazione e l’armonia interiore, dovrebbe essere naturalmente orientato all’unità tra le Chiese.

Come opportunamente fa notare André Louf, l’esperienza spirituale di Lutero, di impotenza assoluta e di infecondità delle opere umane di penitenza e l’abbandono alla grazia è la vera base dell’autentica vita monastica se non porta al rifiuto della comunione con la Chiesa, ma all’umiltà del cuore e alla docilità allo Spirito santo.

La portata “ecumenica” della vita benedettina ha suggerito a Pio XI, in occasione della festa di San Benedetto il 21 marzo 1924, con la lettera apostolica Equidem verba, indirizzata all’abate primate dei benedettini, di proporre ai monaci, proprio in nome della loro vocazione, un apostolato ecumenico più incisivo.

Del resto, se esaminiamo gli aspetti più caratteristici della spiritualità benedettina, rileviamo evidenti e interessanti convergenze con la spiritualità dell’ortodossia.

Ne troviamo un’analisi esauriente in una relazione del metropolita Emilianos Timiadis al Simposio sul tema “San Benedetto e l’Oriente cristiano”.

Anche se sono evidenti grandi differenze, come l’idioritmia che caratterizza il monachesimo ortodosso e il cenobitismo ordinato della RB, S. Benedetto evita assolutamente concezioni statiche e monolitiche, sente sempre l’esigenza di evitare la rigidezza nell’interpretazione della Regola con l’azione dell’abate, autentico padre spirituale come nella tradizione orientale. C’è una notevole corrispondenza tra la concezione benedettina della conversione, come ritorno a Dio attraverso la fatica dell’obbedienza e la concezione dei Padri monastici dell’Oriente, anche ortodossi, che svolgono il tema del recupero della somiglianza originaria dell’uomo con Dio. Nella spiritualità ortodossa, come in quella benedettina, è in primo piano il tema del combattimento spirituale ( “Christo vero regi militaturus” RB, prol. 3) in cui natura e grazia, liberto arbitrio e azione dello Spirito Santo operano in perfetta sinergia. Gli “strumenti delle buone opere” di cui parla il cap. 4 della RB adoperati “giorno e notte” nell’”officina” che è il monastero, nella stabilità della vita comune dal monaco - l’<operaio> di Dio - non possono avere la loro efficacia di purificazione del cuore senza la fecondità della grazia, invocata con la preghiera. Come nella spiritualità ortodossa è sottolineata la centralità della croce, così Benedetto dice con grande forza che bisogna percorrere la strada stretta indicata dal Vangelo e aderire alla passione di Cristo con la fedeltà fino alla morte (RB prol. 50). L’ascesi non è edulcorata nelle sue forme, anche se la “discrezione” ne rende umane le espressioni e la luce della spiritualità pasquale ne evidenzia la consolante fecondità. Come gli ortodossi, Benedetto non appiattisce l’ascesi nel primato della dimensione orizzontale.

La concezione dell’obbedienza come partecipazione alla kenosi di Cristo è un altro versante di convergenza.

Nella concezione della preghiera si rimarcano poi delle consonanze notevoli: anzitutto nella centralità della preghiera liturgica, che abbraccia le dimensioni del tempo cosmico e della storia nel mistero di Cristo, in una perenne dossologia. E anche nella “preghiera di Gesù”. Lo stato di preghiera in cui deve vivere stabilmente il monaco è descritto da San Benedetto nel capitolo sull’umiltà, nel gradino dodicesimo. E’ l’umiltà del cuore che si manifesta anche nell’atteggiamento esteriore: il monaco, col “ capo chino e lo sguardo rivolto a terra, consapevole del suo essere peccatore si senta come chi sta per comparire davanti al terribile giudizio di Dio, ripetendo continuamente in cuor suo le parole che il pubblicano del vangelo pronunciò con gli occhi fissi a terra: <Signore, non sono degno, io peccatore di alzare lo sguardo al cielo> (RB, 7, 62-65). E’ lo stesso atteggiamento spirituale del “pellegrino russo” che ad ogni respiro invoca il nome di Gesù nella più profonda compunzione del cuore.

La via del dialogo ecumenico non è quella della disputa teologica, ma, come si esprime Louf, dell’intercomunione del cuore, dello scambio a livello di esperienza dello Spirito. La preghiera e la conversione personale sono l’incontestabile punto di partenza. Thomas Merton lo afferma in modo convincente:

“Se io riporto all’unità dentro di me il pensiero e la devozione dei cristiani d’oriente e di occidente, dei padri greci e di quelli latini, dei mistici russi e di quelli spagnoli, io preparo nella mia anima la riunificazione dei cristiani separati. Da questa segreta e inespressa unità che è in me può finalmente scaturire un’unità visibile e manifesta di tutti i fratelli divisi. Se vogliamo riunire ciò che è diviso, non è imponendo una delle parti divise all’altra, o facendone assorbire l’una dall’altra che riusciremo; in questo modo otterremmo non un’unione cristiana, ma un’unione politica, condannata ad altri conflitti. Noi dobbiamo inglobare in noi tutti i mondi separati e trascenderli in Cristo”.

Questo modo di procedere verso l‘unità è esattamente il compito del monachesimo. Troviamo una vasta serie di testimonianze di pellegrinaggi di monaci latini nel mondo ortodosso e di monaci orientali nell’Europa occidentale di cui P. André Louf , fin da alcuni decenni fa, è stato protagonista e narratore.

Esperienze di incontri con il monachesimo ortodosso in Romania, con l’eremitismo in Moldavia, pellegrinaggi al Monte Athos hanno un denominatore comune, pur nelle modalità diverse: il riconoscimento reciproco, la comunione più intima nell’essenza del carisma monastico. I monaci rumeni si rivelano più aperti e disponibili al dialogo in confronto ai monaci athoniti che non risparmiano mai agli occidentali, laici, preti o monaci che siano, un approccio polemico. Narra P. Louf:

“ Una volta che si viene riconosciuti come monaci o come presbiteri della chiesa romana, bisogna, di regola, subire innanzi tutto i rimproveri d’uso. Essi costituiscono il preliminare indispensabile di ogni autentico scambio. Secondo la cultura dell’interlocutore, questi attacchi verteranno sul portare la barba, sul taglio o il colore dell’abito, sulla validità del battesimo e degli altri sacramenti cattolici, sulla processione dello Spirito Santo o sulla grazia increata. Qualunque sia il contenuto di questo discorsetto antiromano, esso è generalmente di rigore. Fa chiaramente parte del bagaglio teologico di ogni buon attonita; per il monaco dell’Athos non si può intavolare una conversazione seria con un visitatore latino senza questo ultimatum molto secco. Non ci si deve offendere, ma cercare di comprendere…Queste riserve nei confronti dell’ecumenismo non nuocciono d’altronde mai all’ospitalità che è sempre e ovunque praticata con una gentilezza squisita per il pellegrino ortodosso come per il pellegrino cattolico”.

Bisogna poi tener presente il totale isolamento dal mondo dei monaci athoniti e qualche volta la mancanza assoluta di conoscenza del mondo latino che favorisce i pregiudizi antiecumenici. Ma a volte l’affluire di pellegrini occidentali semplicemente curiosi e privi di interessi spirituali o il contatto con preti dall’atteggiamento piuttosto mondano giustifica certe chiusure al dialogo.

Nonostante tutto, lo Spirito Santo può far sbocciare fiori di comunione e di carità, se il contatto è portato sul vero piano di incontro. Narra ancora P. Louf: “ E’ sufficiente, quando sono esauriti i rimproveri antilatini dell’interlocutore, porgli bruscamente il vero problema, quello che per i monaci all’Athos è l’unico problema: <Padre, voi, come pregate?> . Passato il primo momento di stupore – stupore che un latino possa interessarsi a un problema di questo tipo -, il monaco dell’Athos si lascia facilmente prendere nel gioco, se si può usare questa espressione. In realtà si tratta di un gioco estremamente serio e importante: quello di lasciarsi conquistare da ambo le parti dall’atmosfera irresistibile di quel confronto, che è quella dello Spirito. Man mano che la conversazione procede, che le domande ricevono delle risposte, che l’esperienza viene alla luce ed è veramente condivisa, che si riconosce il proprio ideale in ciò che è al centro delle preoccupazioni dell’altro, si intessono legami spirituali. Senza ancora rendersene conto, l’uno introduce l’altro nello stesso regno, che è quello di Cristo, nello stesso tempio interiore, quello del cuore, in cui lo Spirito incessantemente celebra in noi. L’evento ecumenico accade nuovamente. E ci si lascia da fratelli…”

Contatti spirituali di questo tipo accendono la speranza di poter camminare verso l’unione delle Chiese per opera dello Spirito, attraverso la preghiera e la vita monastica che si riconoscono essenzialmente analoghe pur in contesti così diversi. Per noi monaci latini, spesso contestati da tendenze culturali secolarizzate è anche confortante incontrare in altri ambiti una grazia simile alla nostra e vissuta con generosità e slancio pieno di serietà e di entusiasmo. Davvero c’è da augurarsi che questa unione dei cuori nello Spirito possa approdare alla comunione intorno all’Eucarestia. Un passo è comunque compiuto ed è quello più determinante. Il dialogo dottrinale richiede senz’altro come premessa indispensabile la comunicazione nella carità e la reciproca accoglienza non solo sulla base del rispetto e della stima, ma nella comune attrattiva verso Cristo e la sua comunione col Padre suscitata dallo Spirito santo.


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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net