I MONACI NEL MONDO RELIGIOSO MEDIEVALE

estratto da "La vita dei monaci al tempo delle grandi abbazie"

di Anselme Davril O.S.B. e Eric Palazzo - Ed. San Paolo


 

Le diverse categorie di monaci

 

San Benedetto, scrivendo la sua regola a Montecassino, in Italia centrale, tra Roma e Napoli, nei primi decenni del VI secolo, inizia coi distinguere quattro categorie di monaci: i cenobiti che risiedono in un monastero, dove servono sotto una regola e un abate; gli eremiti divenuti capaci di condurre da soli la lotta della vita ascetica; poi i sarabaiti, termine di origine egiziana, che designa i monaci che vivono in piccoli gruppi senza avere né una regola né un abate; infine i girovaghi, continuamente erranti e mai stabili. Poi, lasciando da parte tre di queste categorie, si interessa a una sola di queste, i cenobiti, per i quali compone la sua regola.

Dal VI secolo e per tutto il medioevo, la situazione del mondo religioso occidentale si è molto complicata; inoltre dobbiamo iniziare collocando i monaci in un contesto generale, distinguendo la vita monastica da altre forme di vita religiosa, o, per riprendere la terminologia di san Benedetto, distinguendo i monaci da altre categorie di religiosi.

L'esperienza monastica, come forma di vita organizzata, ebbe inizio nella Chiesa nel IV secolo, e, più precisamente, nei deserti egiziani dove visse sant'Antonio, considerato padre del monachesimo e iniziatore della vita eremitica. San Pacomio fu invece il primo legislatore della vita cenobitica. Nel corso dei secoli V, VI e VII vengono redatte numerose regole, soprattutto in Occidente, destinate ai cenobiti, da quella di sant'Agostino a quella di san Colombano. Una di esse, la regola di san Benedetto, si imporrà progressivamente e diventerà, a partire dal IX secolo, la regola unica dei monaci occidentali.

 

La Regola di san Benedetto nei secoli VII - VIII

 

La prima menzione della regola benedettina si trova nel secondo libro dei Dialoghi di Gregorio Magno, dedicato alla vita di san Benedetto:

 

"Non vorrei che tu rimanessi all'oscuro del fatto che, fra i tanti miracoli che resero famoso nel mondo l'uomo di Dio, c'è pure da porre il luminoso splendore della sua dottrina. Scrisse infatti una Regola per i monaci, notevole per il senso della misura e bella per la perspicuità della forma. Se poi qualcuno volesse conoscere con maggior ricchezza di particolari la vita e i costumi del santo, potrebbe trovare nelle prescrizioni medesime della Regola il modo stesso come egli visse in pienezza il suo insegnamento: poiché Benedetto non avrebbe in nessun modo potuto insegnare in un modo e vivere in un altro 1)".

 

Alcuni storici ne hanno concluso che san Gregorio diede questa regola ai monaci del monastero da lui fondato, nella casa di famiglia, sul Celio. Un fatto tutt'altro che certo. Sembrerebbe piuttosto che la regola di san Benedetto non fosse altro, allora, che un documento d'archivio, un documento conservato nella Chiesa di Roma, il che contribuirà certamente alla sua fortuna seguente.

La prima testimonianza di un monastero che vive secondo la regola di san Benedetto, dopo la distruzione di Montecassino, si trova in Gallia. Verso il 626, un personaggio altolocato di nome Venerando invia al vescovo di Albi, Costanzo, il testo della Regola di san Benedetto, abate romano, perché lo conservi negli archivi del vescovado e perché controlli che questa regola sia osservata fedelmente nel monastero di Auterive, fondato a sua cura nella diocesi di Albi, come anche nella fondazione più recente di Letario.

Circa nello stesso periodo, troviamo menzionatala regola di san Benedetto all'altro capo della Gallia, dove l'abate di Luxeuil, Gualdeberto, la unisce a quella di Colombano (morto nel 615). Quest'ultima - una sorta di modello del monaco perfetto e un codice penitenziale - trova così nella regola benedettina il quadro istituzionale che le manca e soprattutto un corpus di dottrina spirituale sul quale il monaco può basare la sua vita interiore. Sotto questa forma benedettino-colombaniana, di regula mixta secondo l'espressione degli storici, la regola di san Benedetto si diffonderà in tutta la Gallia settentrionale: in nuove fondazioni come Rebais, Solignac, Faremoutiers, Chelles, Jumièges, Corbie, Saint-Pierre-le-Vif di Sens, Saint-Dié, Saint-Omer, Saint-Bertin, Remiremont, Haut-villiers, Montier-en-Der, Saint-Valéry-sur-Somme e in antiche comunità clericali dove l'impone la regina santa Batilde (morta nel 680), come Saint-Martin di Tours, Saint-Germains-des-Prés, Saint-Denys, Saint-Médard di Soissons, Marmoutier, Saint-Aignan di Orléans.

Un sinodo episcopale tenutosi ad Autun verso il 670 chiede a tutti i monasteri posti sotto la sua autorità di adottare la regola di san Benedetto. San Donato, vescovo di Besançon, realizza in quei tempi una sorta di fusione delle regole di san Benedetto, di san Colombano e di san Cesario di Arles.

Alla fine del VII secolo, la regola benedettina è conosciuta e applicata in Inghilterra; vi è stata portata da sant'Agostino di Canterbury (morto nel 605)? In ogni caso, sono dei monaci benedettini inglesi (Willibrord, morto nel 739; Bonifacio, morto nel 754) a evangelizzare la Germania e fondarvi dei monasteri che seguono la regola di san Benedetto: tra i più celebri vi sono quelli di Echternach e di Fulda.

Monaci e canonici

 

Il visigoto Witiza, figlio del conte di Maguelone, nato verso il 750, dopo aver servito nell'esercito, entra, nel 776, nel monastero di Saint-Seine vicino a Digione, dove scopre la regola di san Benedetto. Insoddisfatto dell'osservanza, fonda in una proprietà di famiglia, ad Aniane in Linguadoca, una nuova comunità alla quale impone la regola benedettina e prende lui stesso il nome di Benedetto.

Allo scopo di stabilire chiaramente la superiorità della regola di san Benedetto sulle altre regole monastiche, compila una raccolta di tutte le regole antiche di cui ha conoscenza: si tratta del Codex regularum che contiene ventisette regole. Compone poi una Concordia regularum, un commento alla regola benedettina formato da estratti di altre regole e destinato a mostrare come tutta la tradizione monastica si trovi condensata nell'opera di Benedetto. Spera così di convincere i monaci ad adottare questa regola.

In questa seconda metà dell'VIII secolo Carlo Magno intraprende la riforma della Chiesa franca sulla base degli usi romani e impone la liturgia romana. Ora, la regola di san Benedetto si presenta come un documento romano, il che spiega la predisposizione favorevole e l'appoggio dato a Benedetto da Luigi il Pio, re d'Aquitania. Divenuto imperatore nell'814, Luigi chiama Benedetto presso di sé ad Aix-la-Chapelle e fonda per lui il monastero di Inden (ora Kornelimünster). Poi nell'816 e di nuovo nell'817, l'imperatore convoca a Aix un sinodo di tutti gli abati dell'impero sotto la presidenza di Benedetto d'Aniane.

Già Carlo Magno aveva imposto a tutti i monasteri la seguente alternativa: o i loro membri si consideravano monaci, oppure sarebbero stati considerati come canonici 2). Dopo i due sinodi di Aix, tutti i monaci devono vivere ormai secondo la regola di san Benedetto e Benedetto d'Aniane pubblica una Collectio capitularis 3) nella quale precisa, completa o adatta alla situazione della sua epoca numerosi dettagli della regola. Si può dire così che Benedetto d'Aniane sia il fondatore dei «benedettini».

Si distinguono così due categorie di religiosi: da una parte i monaci fedeli alla regola di san Benedetto che accettano la vita comune integrale, le pratiche ascetiche e l'ufficio divino secondo il modello benedettino; dall'altra parte i canonici che si conformano alla regola composta tra il 751 e il 755 da Crodegango, vescovo di Metz, meno esigente, e che celebrano l'ufficio romano. Anche se, a causa degli elementi presi a prestito da Crodegando dalla regola benedettina, questi canonici regolari vivono in monasteri simili a quelli dei monaci e sono governati anche loro da un abate e la loro vita quotidiana si avvicina per molti aspetti a quella di una comunità monastica, monaci e canonici si sentono diversi, e i rapporti tra di loro non sono sempre privi di tensioni. Nel X secolo, in particolare, la riforma di una comunità consiste spesso nel cacciare i canonici per sostituirli con dei monaci. Senza giungere a questi estremi, il monaco Thierry, nel redigere le consuetudini di Fleury verso il 1004, non perde l'occasione di deridere i canonici che non sono in grado di seguire convenientemente una processione «perché agiscono solo secondo la propria volontà»; del resto, non fanno tutto in modo strano, cominciando l'ufficio settimanale non con i vespri del sabato, ma con la preghiera notturna della domenica, e prostrandosi fino a terra quando dovrebbe bastare un semplice inchino? Infine i canonici non dovrebbero avere mai l'ardire di entrare nel coro dei monaci perché «sono di una specie diversa» 4).

 

Il monachesimo «benedettino»

 

L'interpretazione della regola di san Benedetto data dai sinodi di Aix imprime al monachesimo medievale il suo orientamento definitivo. In primo luogo, si insiste fortemente sull'importanza della liturgia, a scapito del lavoro e della lettura. Sembra che l'ufficio benedettino allora avesse già ricevuto numerosi complementi di cui Benedetto non era l'artefice, ma che egli avrebbe solo uniformato e istituzionalizzato. Due fattori possono avere contribuito a questo allungamento dell'ufficio. Da una parte, è certo che il passaggio al modello benedettino comportava una forte diminuzione del numero dei salmi recitati, in particolare durante l'ufficio della notte, rispetto alle serie gallicane o colombaniane utilizzate fino ad allora nei monasteri delle Gallie. E in questo si potrebbe trovare il motivo di salmodie supplementari: si sarebbe semplicemente sentito il bisogno di colmare quella che sembrava una mancanza. Dall'altra parte un documento curioso, intitolato Supplica dei monaci di Fulda indirizzata all'imperatore Carlo, ci riporta le recriminazioni della comunità di Fulda che contesta i nuovi usi che le si vogliono imporre. Il primo di questi cambiamenti consiste nel diminuire il ciclo abituale di preghiere e salmodie «che i nostri padri usano recitare per i nostri amici defunti o vivi»  5). Dunque i monaci hanno avvertito il bisogno di aggiungere dei salmi ai doveri imposti dal loro servizio 6) , prescritti dalla regola di san Benedetto anche per adempiere meglio al loro ruolo sociale di intercessori.

In secondo luogo, si insiste sull'aspetto «contemplativo» della vita monastica, a scapito delle attività «apostoliche» sulle quali Benedetto d'Aniane pronuncia il veto, mentre i canonici vi si dedicano. Se la regola di san Benedetto non vi fa alcuna allusione, queste avevano avuto tuttavia un grande rilievo nel monachesimo inglese e tedesco.

A causa dell'indebolimento del potere imperiale nel corso del IX secolo, numerosi monasteri sembrano non avere tenuto assolutamente conto dei regolamenti di Benedetto d'Aniane. Ma l'interpretazione della regola data dal sinodo dell'817 si perpetua nei monasteri fondati o riformati da Benedetto d'Aniane stesso e finirà per trionfare e imporsi. Nell'ambito di questa filiazione si colloca la fondazione di Cluny nel 909 e si realizza il grande riordino dei monasteri dopo l'epoca cupa durante la quale i Normanni, a nord e a ovest, e i Saraceni, sulle coste del Mediterraneo, saccheggiarono e incendiarono questi luoghi, gettando sulla strada schiere di monaci, costringendoli talvolta a prendere le armi per difendersi o a rovinarsi pagando enormi riscatti.

La riforma del X secolo è caratterizzata da tre assi principali: il ritorno a una vita più austera caratterizzata da una severa osservanza dei digiuni prescritti dalla regola di san Benedetto - il che significa che otto mesi all'anno, escluse le domeniche, si prenda un solo pasto al giorno, la sera dopo nona e, in Quaresima, dopo i vespri - e dal divieto di consumare carne; l'osservanza stretta della regola del silenzio e infine, e soprattutto, il ritorno alla perfetta comunione dei beni. Una corrente di fervore e di emulazione tra i monasteri, nata da questo sforzo riformatore, porta a creare nel mondo monastico uno stile di vita più o meno omogeneo, senza tuttavia sradicare le usanze specifiche di ogni casa, in particolare in ambito liturgico. Questa forma di vita, quale quella praticata nei monasteri occidentali tra il X e il XIII secolo, costituirà l'oggetto del nostro studio.

 

Monachesimo e feudalesimo

 

Questo monachesimo è strettamente integrato nel sistema feudale, e non potrebbe essere altrimenti poiché allora questo costituiva la sola struttura sociale. Tale «società feudale» è una società nella quale i potenti, legati tra loro da giuramenti vassallatici e dalla gerarchia feudale, impongono il loro potere ai contadini. E' anche una società cristiana divisa in tre ordini 7): Adalberone di Laon (950?- 1030) distingue gli oratores, gli uomini di preghiera, monaci e chierici; i bellatores, i combattenti, cioè i signori e i loro uomini d'armi e infine i laboratores, cioè i coltivatori e gli artigiani. Abbone di Fleury (945?-1004) preferisce un'altra classificazione, anch'essa tripartita, e distingue l'ordine dei laici, l'ordine dei chierici e l'ordine dei monaci. Benché nessun ordine sia esente da peccato, commenta l'abate, il primo è buono, il secondo migliore, il terzo eccellente 8). Qualunque sia la distinzione adottata, i monaci sono incaricati del servizio della preghiera, mentre i signori devono assicurare il mantenimento della pace; il popolo minuto dei contadini e degli artigiani, da parte sua, appartiene alla classe dei produttori. In questo quadro, compete dunque ai monaci il compito di intercedere per ottenere da Dio il perdono. dei peccati per i vivi e per i morti, e, a questo scopo, di celebrare la preghiera solenne per il popolo.

Ma per vivere i monaci hanno bisogno di possedere della terra, a quei tempi unica fonte di reddito. Eccoli diventati dunque dei signori che, come i bellatores, hanno terre con i loro servi; terre sulle quali esercitano diritti signorili, ma anche dei doveri nei confronti dei loro signori. Prima ancora dell'instaurarsi del regime feudale propriamente detto, Luigi il Pio fa redigere, su richiesta di Benedetto d'Aniane, l'elenco dei monasteri che devono fornire all'imperatore dei «doni», cioè dei contributi finanziari obbligatori e un contingente militare e di quelli che ne sono esentati completamente o parzialmente, perché troppo poveri, e che sono tenuti solo alla preghiera per la salvezza dell'imperatore e dei suoi figli oltre che per la stabilità dell'impero 9). Quanto era relativamente semplice, finché l'imperatore era il solo sovrano, sarebbe diventato poi infinitamente complesso quando questa sovranità sarà sminuzzata tra una moltitudine di signori laici o ecclesiastici, cioè monastici.

 

Monaci neri e monaci bianchi

 

Nel corso dell'XI secolo, quando il monachesimo tradizionale è al massimo della sua espansione, avviene quella che gli storici chiamano la «crisi del movimento cenobitico». Si solleva cioè una contestazione da parte di una corrente riformatrice di tendenza eremitica. Questo movimento propone un modello di vita contrassegnato dalla ricerca della povertà, di una povertà diversa da quella dei grandi monasteri dove si vive di decime e di altre entrate delle proprietà fondiarie e dove si ritiene che «la vera povertà consiste nella spoliazione dell'anima e non dipende dalla quantità dei beni posseduti» 10).

Gli innovatori invitano i loro discepoli a uscire dal chiostro per rifugiarsi nel deserto dove si può rinunciare completamente al mondo separandosene materialmente e praticare la povertà vivendo del lavoro delle proprie mani. Si tratta dunque di una messa in discussione della vita monastica tradizionale, dell'interpretazione della regola e della tradizione che l'accompagnano.

Ma per potersi guadagnare la vita con il proprio lavoro, bisognava avere il tempo necessario e, a questo scopo, tralasciare «la grande prolissità dei salmi abituali». Così si esprime il biografo di Bernardo di Tiron 11). Questi mostra il suo personaggio esitante a rinunciare a questi salmi che recita dalla giovinezza e che restano in uso un po' dappertutto. Tuttavia, dopo una visione, si decide a tagliare corto e li sopprime. Più tardi, alla fine della sua vita, qualificherà queste osservanze come «tradizioni superstiziose che non producono tanto l'edificazione quanto la prevaricazione... Dove non c'è più legge, non c'è neppure prevaricazione» 12) .

Contestando le tradizioni, si è giunti a contraddire la regola e ad affermare il principio secondo cui: «Non c'è altra regola che il Vangelo di Cristo!»13). Con questa affermazione perentoria Stefano di Muret comincia il suo Libro della dottrina. Giunta a questo punto, la contestazione non può evitare di cadere nell'individualismo o nel settarismo che si istituzionalizzano nuovamente. Molto spesso, se la comunità non si dissolve nell'anarchia, si assiste a un ritorno al sistema tradizionale inizialmente rifiutato nel momento dell'entusiasmo. Questa è la storia di Fontevrault, di Grandmont e di tante altre case che, fondate nella povertà e nella semplicità, diventeranno grandi monasteri di tipo classico dotati di costruzioni sontuose.

Questo percorso è, in un primo tempo, quello di Roberto di Molesme. Partito per il deserto per condurvi la vita evangelica con un piccolo gruppo di eremiti, si vede obbligato a costruire per i suoi discepoli il monastero di Molesme e vi adotta i costumi del monachesimo tradizionale. Ma la nostalgia della vita evangelica resta viva in alcuni confratelli, Roberto stesso sembra esitare: abbandonerà Molesme per tre anni e vi ritornerà nel 1093. Poi nel 1097 nuova partenza, questa volta in compagnia del suo priore Alberico, o Aubry, dell'inglese Stefano Harding e di altri quattro confratelli. Si presentano davanti al legato papale, Ugo di Die, arcivescovo di Lione. Da lui ottengono l'autorizzazione a «ritirarsi in un altro luogo che la generosità divina indicherà loro e a servirvi il Signore in modo più utile e più tranquillo» 14). E il 21 marzo 1098, con la benedizione del legato, si stabiliscono a Citeaux.

Roberto di Molesme e i suoi compagni restano nella linea del movimento evangelico, vogliono essere «poveri di Cristo» 15) e separati dal mondo. In nome della povertà, si uniscono al movimento di contestazione del monachesimo tradizionale e si negano il diritto di ricevere decime e altri benefici feudali. Ma comprendono che non si può vivere in comunità senza una regola e dichiarano con insistenza di volere «osservare più strettamente e più perfettamente la regola del beato Benedetto» 16). Il loro programma si conformerà alla regola di san Benedetto e a quella soltanto. Esaltano «la rettitudine della regola» 17), rifiutando tutto quello che vi si oppone, tanto nel campo delle vesti e delle regole alimentari quanto in quello dell'ufficio e dell'orario quotidiano. Tuttavia il peso dell'usanza liturgica graverà tanto fortemente che, meno di un secolo più tardi, si imporrà ugualmente all'ordine cistercense e, ironia della sorte, questo sarà l'ultimo a conservare la pratica dell'ufficio della Santa Vergine e dei defunti fino alla recente riforma liturgica nella seconda metà del XX secolo.

Più concretamente, i primi monaci di Cîteaux si accorgono molto presto che, nel contesto economico dell'epoca, non è possibile assicurare la vita della comunità con il loro solo lavoro. Da qui un'innovazione che segnerà tutta la vita religiosa fino alla metà del XX secolo, la creazione di una nuova categoria di religiosi, sconosciuta a san Benedetto: i fratelli conversi. Accolti dalla comunità monastica che si impegna a trattarli in tutto come confratelli, non saranno però considerati per questo come monaci, e non saranno dunque tenuti all'osservanza della regola benedettina, in particolare alla partecipazione dell'ufficio corale e alla permanenza nel chiostro (al quale non hanno accesso). Infine, per un ultimo desiderio di semplicità, i cistercensi portano vesti di lana naturale non tinta: si distinguono così i «monaci neri» e i «monaci bianchi».

Certamente i cistercensi sono monaci e, da un certo punto di vista, possono essere detti «benedettini» in senso più stretto che i loro confratelli neri dei quali conservano del resto molti usi. Tuttavia, per desiderio di chiarezza e per evitare ogni confusione, qui tratteremo solo dei monaci neri 18).

 

Monaci e religiosi mendicanti

 

La situazione sociale, economica e politica dell'Occidente migliora rapidamente nel corso dei secoli XI e XII. Il cronista Rodolfo il Glabro vede la cristianità coprirsi così di un «bianco abito di chiese». Inizia una nuova era con i primi progressi tecnici di cui sono prova l'invenzione del collare imbottito per i cavalli, la ferratura degli animali da tiro e la moltiplicazione dei mulini ad acqua. Tra l'anno mille e il 1300 la popolazione della Francia raddoppierà.

La preoccupazione per la povertà, già notata nel corso della crisi del cenobitismo, diventerà sempre più viva nel cuore dei più ferventi, e il XIII secolo vedrà apparire, con san Francesco e san Domenico, una nuova forma di vita religiosa. Così i frati minori o i frati predicatori saranno molto più radicali di Citeaux in fatto di povertà; rifiutano i grandi possedimenti per vivere, al contrario, dei frutti del loro lavoro o del loro ministero, cioè di elemosina. Non risiederanno più in monasteri di campagna ma si stabiliranno in conventi nel cuore di grandi città, dove potranno predicare il Vangelo, insegnare nelle università e dedicarsi a tutte le forme di ministero apostolico.

Per molti punti resteranno ancora vicini ai monaci, portando come loro un abito distinguibile e dello stesso stile; i loro conventi, anche se situati in città, avranno una disposizione architettonica assai simile a quella dei monasteri; allo stesso modo dei monaci, celebreranno la messa conventuale e l'ufficio divino nelle loro chiese. Ma le differenze saranno sensibili: i religiosi non saranno più vincolati alla stabilità in questo o in quel convento, apparterranno a vaste province nell'ambito delle quali saranno mobili secondo le decisioni di un superiore provinciale. L'insieme dell'ordine sarà centralizzato sotto la direzione di un superiore generale, personaggio sconosciuto tra i monaci, mentre i responsabili delle province e i superiori locali dei vari conventi, chiamati guardiani tra i francescani e priori tra i domenicani - con termine ripreso dal vocabolario monastico - non saranno eletti a vita, come gli abati, ma designati o eletti con mandato a tempo.

 


 

Note:

1) Dial. Il, 36 (SC 260, p. 243), trad. it. La Regola di Benedetto. San Gregorio Magno, Secondo libro dei Dialoghi, Milano 1975, p. 233.

2) Cfr. J. Semmler, Benedictus II Una Regula-Una Consuetudo, in Benedictine culture 750 - 1050, Louvain 1983, pp. 1-49.

3) Coll. CCM 1, 515-536.

4) Th. 25, 26, 34 (CCM VII/3, 35, 39, 53)

5) Supplex Fuld 1 (CCM 1, 321 -322).

6) Pensum servitutis, RB 50, 4.

7) Cfr. G. Duby, Les Trois Ordres ou l'imaginaire du féodalisme, Paris 1978

8) Abbo Floriacensis, Apologeticus (PL 139, 463).

9) Notitia de servitio monasteriorum (CCM 1, 493-499).

10) Citato in Leclercq Un centon de Fleury sur les devoirs des moines, in «Studia AnseImiana» 20 (1948), 75-90.

11) Vita Ber. Tiron. (PL 172, 1404).

12) Ibid. (PL 172, 1433).

13) Liber de doctrina I (CCCM VIII, 5).

14) Exordium parvum II, 4 (Origines cisterciennes, les plus anciens textes, Paris 1998, p. 47)

15) Exordium parvum XII, 8; XIII 9 (op. cit., pp. 59, 64).

16) Exordium parvum II, 3 (op. cit., p. 47).

17) Exordium parvum II, 15 (op. cit., p. 62).

18) Si troverà un'eccellente descrizione della vita quotidiana dei cistercensi in D. Choisselet e P Vernet, Les Ecclesiastica officia cisterciens XII siècle, Œlenberg 1989.

 


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21 giugno 2014                a cura di Alberto da Cormano        Grazie dei suggerimenti       alberto@ora-et-labora.net